TUTTE LE TENEREZZE DI UNA MADRE

Illustrazione di Roberta Fortino

Il 12 settembre 1935 Giuseppina Maiorana
dà alla luce una bella bambina e l’abbandona. L’abbandona perché è nubile. Nei
registri dello Stato Civile del Comune di Cosenza la bambina viene registrata
come Rosella Matilde d’ignoti. Un
anno dopo, però, Giuseppina fa ciò che avrebbe dovuto già fare: va da un notaio
e riconosce Matilde come sua figlia naturale, senza nominare il padre. Da
questo momento ha per la bambina tutte le
tenerezze di una madre
nonostante, per poter lavorare, sia costretta a
darla a dozzina alla famiglia di
Santino Falbo per quaranta lire al mese. Matilde, così, cresce bella e forte
grazie alle premure di sua madre e alle cure della famiglia Falbo.
Poi Giuseppina conosce Giovanni De Cicco
e tra i due scocca subito la scintilla dell’amore. Giovanni sarebbe sposato con una figlia, ma sua
moglie è da tempo ricoverata in un tubercolosario,
quindi è come se fosse morta e lui si considera un vedovo. Nemmeno la sua
bambina, Giulia, gode di buona salute, candidata anche lei alla tubercolosi.
Giuseppina parla a Giovanni di sua figlia, di quanto sia bella, dei boccoli che
cominciano a scenderle sulle spalle, ma non gliela fa mai vedere ed è felice
così.
Dopo un breve periodo di conoscenza,
Giovanni e Giuseppina decidono di convivere more
uxorio
e Giovanni quasi impone a Giuseppina di riprendersi Matilde
– Le bambine cresceranno insieme come
sorelle e poi in casa spenderemo meno di quaranta lire al mese per mantenerla!
È una proposta che non si può rifiutare.
Giuseppina, con un sorriso che va da un orecchio all’altro, va da Santino
Falbo, paga il conto e riprende Matilde.
– Eccoci! Matilde, saluta Giovanni e
Giulia!
Giovanni cambia subito espressione non appena
vede la bambina. Giuseppina gli aveva detto che è bella, forte e sana, ma
vederla di persona è tutta un’altra cosa e ciò gli suscita un senso di amara invidia. Non sopporta che Matilde sia forte e
robusta mentre sua figlia è gracile e debole. Da questo momento, per Matilde, nella casa dell’adulterio, comincia
l’inferno, sottoposta ad inumani
maltrattamenti sia da parte di Giovanni, sia da parte di sua madre che, per non
dispiacersi l’amante, sente la opportunità di non impedire che il De Cicco
maltratti la bimba ed anzi, per propiziarselo, gareggia con esso non
risparmiando alla figlia botte ed imprecazioni e, con esse, crucci senza numero
.
Spesso
viene, dall’uno e dall’altra, percossa a pugni e calci ed a volte col bastone,
talché il suo corpicino è quasi sempre pieno di lividure; a volte viene privata
del cibo e costretta a soffrir la fame e se per poco i commossi vicini le fanno
dei regaluzzi, ne viene privata per non giovarsene
.
Una vicina di casa, la signora De Martino
che, per altezza di casato e per essere
forestiera e quindi estranea all’ambiente, è degna della massima fede (ella,
nativa dell’alta Italia, è figlia di un Vice Questore, congiunta con un
Presidente di Tribunale, moglie di un capo manipolo della Milizia)
racconta
che un giorno, impietosita che la bimba
avesse fame, le regalò una lira e due arance, ma quando la bambina tornò a casa
le furon tolte sia le arance, delle quali non ebbe nemmeno uno spicchio, sia la
lira, con la quale fu comprato un giocattolo all’altra bimba
.
Un vicino racconta le percosse brutali
inferte a Matilde di cui è stato testimone oculare:
Ricordo
benissimo che il giorno 11 marzo 1939 Matilde ebbe dal De Cicco un calcio al
petto e ruzzolò per terra; la Maiorana era presente e non intervenne; un’altra
volta Giovanni, dopo averle dato uno schiaffo, l’afferrò per la testa e la urtò
contro al muro. Immediatamente Giuseppina afferrò la figliuola e la colpì a
schiaffi e pugni. Io intervenni in difesa della bambina e minacciai la madre di
denunziare i fatti. “Se morisse sarebbe una salvazione per me, perché Giovanni
mi vorrebbe più bene…”
mi rispose. Ho visto anche che non le viene nemmeno risparmiata l’umiliazione di dover mangiare il
tozzo di pane che le danno al di fuori del desco sul quale banchettano quei due
e la privilegiata Giulia
.
Non
le viene nemmeno risparmiato il freddo ed il terrore perché, nelle serate
invernali, mentre quei due e Giulia si raccolgono attorno al braciere, Matilde
deve appartarsi in un cantuccio
– aggiunge un’atra vicina, che continua – è uno strazio guardare e sentire quella
bambina, che veniva lasciata chiusa in casa mentre i due amanti e l’altra
bambina vanno a divertirsi
Tutti la sentono piangere per ore e ore, terrorizzata, quando la
lasciano da sola di sera e al buio e tutti sentono, quando la madre torna a
casa, per soprassello a tanto martirio,
urlarle in faccia: “Chi vò jire sutta a
‘na machina o aru spitale
!”.
È il pomeriggio del 18 marzo 1939, una
settimana dopo che il vicino di casa ha visto Giovanni tirare un calcio a
Matilde. La bambina, giocando, si sporca le scarpuccie.
Giovanni bestemmia e, di nuovo, le tira un violento calcio al basso ventre.
Matilde urla dal dolore, si piega in due e cade a terra senza fiato
Azati!
Azati, malanova tua! Azati ca ti dugnu ‘u riestu!
Matilde, piangendo, si alza e si
accuccia in un angolo dello spiazzo dove stava giocando con Giulia e altre
bambine. Dopo un po’ arriva Giuseppina e, invece di prendersela con Giovanni,
fa una scenata alla bambina, trascinandola a casa. Ma non fatica a rendersi
conto che sua figlia sta male, urina sangue. Dovrebbe chiamare un medico o,
meglio, portarla all’ospedale, ma invece
decide di mandar lontano Matilde, vuoi per impedire ch’ella propali il danno
subito, vuoi per sottrarla ad eventuali contestazioni ed indagini. Così pensa
di mandarla da un suo zio a Lago, ma siccome non ha i soldi pel viaggio, si
rivolge alla sua vicina Concetta chiedendole in prestito lire dieci
.
– Concè… la voglio mandare via per risparmiarle altri maltrattamenti
oggi Giovanni le ha dato un calcio alla pancia…
– Giuseppì, soldi non te ne presto,
chiama un medico e guardati tua figlia
A questo punto Giuseppina desiste dal
suo progetto e tiene Matilde in casa, ma il medico non lo chiama, onde la bimba va rapidamente peggiorando.
Giulia, nella sua ingenuità, racconta a
tutto il vicinato del calcione e di come Matilde stia male. Ora tutti sanno e
cominciano a ricamarci sopra.
Due giorni dopo, la mattina del 20
marzo, Giuseppina bussa di nuovo alla porta di Concetta Vaccaro per chiederle aiuto,
dato che fa l’infermiera all’ospedale
– Concè… Matilde stanotte è caduta dal
letto e ha battuto con la pancia su uno sgabello… si sente male… ha vomitato un verme
Concetta corre dalla bambina e le guarda
l’addome. La sua esperienza le dice che la
lividura al basso ventre non dipende da caduta, ma da un calcio
– Quello che dici è una bugia, avantieri
hai parlato di un calcio, adesso di uno sgabello… la verità è che si tratta di
un calcio e non devi più perdere tempo, chiama subito un medico perché sta
molto male…
Io
medici non ne chiamo perché poi segnalano la cosa alle autorità
! – le
risponde sfacciatamente
Matilde è grave. Quando Concetta torna a
casa dopo il turno di notte all’ospedale, la va a trovare e si infuria
– Giuseppì, o chiami subito il medico o
ti vado a denunciare, vedi tu… – le urla in faccia sbattendo la porta dietro di
Giuseppina è con le spalle al muro, non
ha scelta, così fa chiamare il dottor Talarico che si rende subito conto della
gravità del caso
– La dovete portare immediatamente
all’ospedale, è in pericolo di vita… date questo biglietto alla suora del
reparto…
Controvoglia, la donna ubbidisce, sa che
se non lo farà o il medico o Concetta la denunceranno.
E così all’ospedale Matilde ci finisce
davvero, quasi quella imprecazione della
madre le avesse forgiato il destino!
Giuseppina, però, pensa di provare a imbrogliare
le carte e quando la suora e il medico di turno le chiedono cosa è successo a
Matilde, dice
– È caduta dal letto…
Per sua sfortuna è presente al colloquio
anche l’Agente della Polizia Antonio Spinelli al quale è pervenuta notizia delle propalazioni di Giulia e interroga
Matilde che, pur non potendo parlare, risponde con cenni del capo
– Sei caduta dal letto? – le chiede
Spinelli
Matilde scuote il capo per dire di no, poi
con la mano fa il gesto di colpirsi il pancino
– Ti hanno picchiato?
Matilde fa segno di si
– Un pugno?
Matilde fa segno di no e muove un piede
– Un calcio?
Matilde fa segno di si
– È stata tua mamma?
Matilde fa segno di no, poi accoppia gli
indici
– Ho capito… riposati adesso, vedrai che
i dottori ti faranno tornare a giocare – la rassicura, baciandole la fronte che
scotta come un ferro arroventato
Spinelli, a questo punto, chiama in
disparte Giuseppina
– So tutto, vi conviene dire la verità
altrimenti saranno guai seri per voi, specie se la bambina non dovesse farcela…
– È stato Giovanni durante una mia momentanea assenza… le ha dato un calcio
alla pancia… me lo ha confessato Giulia, sua figlia, quando sono tornata a
casa… io ritenevo che si trattasse di una
sciocchezza e non di una cosa grave, per cui cercai di curare alla meglio la
figliuola senza portarla da un medico, per evitare compromissioni al mio amante
Giovanni De Cicco
certo si è che
costui spesso e volentieri tirasse qualche schiaffo alla mia figliuola
Alle
ore 3,40 della notte dal 23 al 24 marzo
, Matilde muore.
Viene disposta l’autopsia e il dottor
Nigro certifica: doppia ecchimosi
all’addome; rottura della vescica; peritonite. La rottura della vescica è
dipesa da forte urto di corpo contundente. Non si può escludere che sia stato
un calcio, possibilmente inferto mentre la bambina era supina
. Secondo
questa ricostruzione, Matilde sarebbe stata calpestata: questo spiega il perché
di due ecchimosi, una provocata dalla suola della scarpa e l’altra dal tacco.
Agli inquirenti basta così e non propongono altre domande, per esempio se è
stato possibile che il calcio sia stato
dato col fianco del piede su bambina eretta, nel qual caso le sporgenze della
scarpa, quella del tallone e quella della pianta, avrebbero potuto egualmente,  con un sol colpo, determinare le due
contusioni
.
La conseguenza immediata dei risultati
dell’autopsia è l’emissione dei mandati di cattura nei confronti di Giovanni De
Cicco con l’accusa di omicidio volontario e di Giuseppina Maiorana con le accuse
di maltrattamenti e favoreggiamento.
Naturalmente i due negano tutto e
sostengono di aver voluto sempre bene
alla bimba, la quale si era prodotta il male cadendo dal letto
.
Ma è una tesi che fa acqua da tutte le
parti e, il 17 luglio 1939, i due amanti sono rinviati al giudizio della Corte
d’Assise di Cosenza.
Il dibattimento si tiene in due udienze,
il 18 e 19 ottobre dello stesso anno, ed è battaglia tra accusa e difesa.
Secondo il Pubblico Ministero, Giovanni De Cicco è colpevole di omicidio
volontario aggravato dai maltrattamenti e dalle relazioni domestiche, perciò
deve essere condannato all’ergastolo. Anche Giuseppina Maiorana è colpevole dei
reati di cui è accusata e va condannata ad otto anni di reclusione. Per la difesa
non ci sono prove contro nessuno dei due e vanno assolti. Al massimo Giovanni
potrebbe essere responsabile di omicidio colposo e condannato al minimo della
pena.
La Corte, il 19 ottobre 1939, emette la
sentenza e ritiene, modificando il titolo del reato, Giovanni De Cicco
colpevole di maltrattamenti in
pregiudizio della bambina Maiorana Matilde, con la circostanza aggravante che
dalla sua attività delittuosa è derivata la morte della vittima
e lo
condanna a 13 anni di reclusione. Ritiene colpevole anche Giuseppina Maiorana
di maltrattamenti e favoreggiamento e la condanna a 3 anni e 6 mesi di
reclusione.
Ma perché la Corte non ha inteso
accettare la tesi dell’omicidio volontario aggravato proposta dal Pubblico
Ministero, né quella di omicidio colposo proposta dalla difesa?
È
assurdo anzitutto pensare ch’egli, senza una ragione inducente al delitto, e
cioè in difetto di un motivo proporzionato, volesse la strage della vittima ed
è ancora più assurdo supporre che si servisse del calcio e consumasse il
delitto alla presenza di testi (la figlia, che nella sua loquacità priva di
accorgimenti lo avrebbe compromesso), quando avrebbe potuto arrivare
all’omicidio – se veramente l’avesse voluto – con mezzi e modi meno
appariscenti. Comunque non avrebbe lasciato in vita la vittima per impedirle di
essere accusato. Tutto ciò va detto a prescindere dai suoi ottimi precedenti
penali, che ne facevano un galantuomo e sarebbe strano che il galantuomo
cominciasse a delinquere con un omicidio senza causa.
L’omicidio
avvenne per una fatale complicazione, non prevista né voluta, di un’abitudine,
costituente pur essa un delitto, ma di natura assai meno grave.
In
quel giorno, in un momento di in contenuta collera (essendosi la bimba sporcata
le scarpe), trascinato dall’abitudine di incrudelire contro la stessa, volle,
ripetendo l’atto già altra volta senza conseguenze compiuto, sferrarle un
calcio. Fatalmente la vittima si trovava con la vescica piena, talché questa, all’urto
e per contraccolpo, si ruppe contro la volontà e la previsione dell’agente.
Giudicare
che costui non abbia voluto l’omicidio non è indulgenza, ma serena valutazione
del fatto.
 La richiesta della difesa, tendente a
degradare l’accisa di omicidio volontario in quella di omicidio colposo – quale
conseguenza non voluta – non può accogliersi perché si risponde di omicidio
colposo solo quando l’evento “morte” avvenga nella esecuzione e quale accidente
di qualsiasi reato, tranne i reati di percosse e lesioni, nei quali casi si
risponde di omicidio preterintenzionale
.[1]
Si può essere d’accordo o meno, ma
questo è.
Ciò su cui si deve essere d’accordo è
che i bambini non si toccano. Mai.
In memoria di Matilde. In memoria di
tutti i bambini maltrattati e uccisi dalla violenza cieca di noi “grandi”.

[1] ASCZ,
Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.

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