UCCIDERE COSTA MENO CHE SCOPARE

Intavolata, frazione di Acquappesa. È il mese di aprile 1892 e i lavori per la costruzione della linea ferroviaria tirrenica vanno avanti a tamburo battente. Gli operai della zona non bastano e ne vengono reclutati da ogni dove. Saverio Guccione è uno di questi. Ha 33 anni ed è di Rogliano. Trova una casa in affitto nel nostro paesino e, dopo essersi informato per bene, va a parlare con il contadino cinquattottenne Giovanbattista Giglio, che abita a poche decine di metri da lui, perché gli conceda, dietro pagamento di una lira e mezza al giorno, di consumare il pasto della sera con la sua famiglia.
A Giovanbattista la piccola cifra serve come il pane e accetta. A cucinare è sua moglie, la quarantenne Giuseppina Trotta. I due sono sposati da ormai venticinque anni, da quando, lei quindicenne e lui trentatreenne, i genitori di Giuseppina hanno colto al volo la prima richiesta di matrimonio che gli veniva fatta. I figli più grandi se ne sono ormai andati via di casa e con loro è rimasta solo l’ultimogenita di appena quattro anni.
Giovanbattista rientra sempre che il sole è già tramontato e trova molto spesso Saverio già in casa sua che aspetta di cenare. Entrano quasi subito in confidenza e prendono l’abitudine di bere un bicchiere dopo mangiato mentre fanno una partita a tressette a pizzico. Giuseppina sta in un angolo a rammendare o a ricamare e se ne va a letto sempre dopo che il marito già russa.
– Giovà… fermati che ti devo dire una cosa – è l’imbrunire di un giorno della metà di maggio quando Maria Teresa Lo Gullo ferma Giovanbattista che, con la zappa in spalla, sta tornando a casa
– Ch’è successo?
– Giovà, noi abbiamo il sangiovanni e io ti devo parlare chiaro – lo sguardo dell’uomo è tra il preoccupato e il perplesso. Non sa proprio che cosa aspettarsi – tu al forestiero non lo devi più fare entrare in casa perché ti ha messo le corna e si fotte tua moglie!
Giovanbattista se ne va in silenzio, rimuginando quelle accuse gravissime. Ma non intende rinunciare alla lira e cinquanta centesimi e Saverio continua a farsi trovare già a casa e a consumare la cena con la famigliola. Ma quando le stesse insinuazioni gliele fa anche Salvatore Visca, Giovanbattista perde la pazienza. “Tra poco diventerò il cornuto del paese” pensa mentre affretta il passo verso casa. Saverio, contrariamente al solito, quella sera non è ancora arrivato e Giovanbattista ha modo di rinfacciare subito alla moglie le dicerie della gente.
– La gente dice che mi fai le corna con Guccione. Quello in casa mia non ci entra più, hai capito? – le urla in faccia, poi gliele suona di santa ragione, ma Giuseppina, seppure pesta, gli risponde a tono
– Mi puoi picchiare quanto vuoi, io continuerò a farlo venire in casa mia, perché se te lo sei scordato, questa è casa mia e la gente parla per invidia… sai quanti ce ne sono che si farebbero ammazzare per guadagnare una lira e mezza al giorno?
Anche se la situazione resta tesa tra marito e moglie, Saverio continua a frequentare la loro casa e continua, come se niente fosse, a bere e giocare con Giovanbattista. L’unica cosa che cambia è che quest’ultimo, invece di rientrare dopo il tramonto, rientra a casa per l’avemaria.
La sera del 10 giugno, come al solito, tutti e tre cenano insieme ma Saverio se ne va subito dopo senza giocare perché Giovanbattista è molto stanco e vuole andare a letto presto. Giuseppina, come al solito, resta alzata e si mette a ricamare. Dopo qualche ora il pianto della bambina fa svegliare Giovanbattista che chiama la moglie perché si alzi e veda che succede. Ma Giuseppina non risponde. L’uomo allunga una mano verso la parte del letto dov’è la moglie per scuoterla ma non tocca che le lenzuola in ordine. Come una molla scatta a sedere nel letto e comincia a chiamarla ad alta voce mentre il pianto della bambina si fa più insistente. Si alza pensando che Giuseppina stia già provvedendo alla figlia ma non è così. Non ha nemmeno bisogno di accendere il lume perché la luce della luna piena rischiara tutto per capire che in casa non c’è e l’uscio è aperto. Il sospetto diventa certezza: Giuseppina, approfittando del suo sonno più profondo del solito, è andata a casa di Saverio. Disinteressandosi della figlia si riveste alla meglio, prende la rivoltella, si accerta che sia carica ed esce sulla loggetta.
Natalina Santoro che abita nella casa adiacente, svegliata dal pianto della bambina, esce sulla sua loggetta proprio mentre Giovanbattista sta uscendo a sua volta
Mia moglie mi ha lasciato dormendo nel letto ed è andata in casa di mastro Saverio per coricarsi con lui… – poi  guarda in direzione della casa di Saverio e gli sembra di vedere un lume acceso. Scende quasi di corsa i dodici gradini che lo separano dalla strada e si dirige con passo deciso verso la casa del rivale. “Appena aprono la porta li ammazzo tutti e due come cani” pensa mentre si avvicina sempre più e sempre più chiara si fa la lama di luce che filtra dalle crepe nel legno degli scuri.
L’istinto è quello di buttare giù la porta ma lo reprime. Vuole essere sicuro. Gli ultimi passi li fa silenziosamente poi, accostandosi alla porta, si china e spia dal buco della grossa serratura: Giuseppina, nuda, è sopra di Saverio e si muove ritmicamente con la testa rovesciata all’indietro. L’uomo le tiene i seni tra le mani e geme di piacere, poi scosta la donna e la fa abbassare su di sé finché non emette un grugnito di piacere, quindi i due si abbandonano sul letto,  esausti.
Due, tre, quattro colpi violenti alla porta, mentre il sangue gli pulsa forte alle tempie e gli occhi gli si sono iniettati di sangue
– Aprite perlamadonna! – urla
Da dentro non arriva nessuna voce ma si sente il frusciare dei corpi sul materasso di foglie di granturco e poi la luce del lume si smorza
Due, tre, quattro colpi violenti alla porta
– Aprite perlamadonna! – urla di nuovo. Nessuna risposta. – Lo so che siete lì, se aprite i conti li regoliamo subito, se no io aspetto ché fretta non ce n’è… – al silenzio che segue decide di tornare a casa e aspettare con calma il ritorno di Giuseppina.
Sente i passi affrettati dei due amanti che si avvicinano e stringe nella mano la rivoltella, deciso a farla finita. Ma Giuseppina e Saverio salgono gli otto gradini della casa di Natalina e bussano a quella porta. Prima che la donna apra, Giovanbattista esce sulla loggetta e punta l’arma verso i due amanti facendo fuoco due volte. Le pallottole sibilano accanto ai due senza colpirli mentre Natalina apre la porta e li fa entrare. L’uomo tradito è sempre più furioso e sbuffando rientra in casa, meditando altri piani di vendetta.
Ah! Se invece di uscire dalla porta fossi uscita dalla finestra tuo marito non se ne sarebbe accorto e adesso non saremmo in questo casino… – le dice Saverio con la voce tremante e poi, abbracciandola, continua – Tu devi venire con me lasciando tuo marito. Ti venderai la tua casa e col denaro che ne sarà ricavato faremo il viaggio in America
All’alba Saverio, accertatosi che il rivale non sia appostato sulla loggetta, sgattaiola fuori dalla casa di Natalina lasciando lì l’amante, con l’intesa che sarebbe andato a riprenderla per accompagnarla in Pretura a fare la dichiarazione di separazione. Dopo un po’ le due donne sentono Giovanbattista che apre la porta ed esce di casa. Da dietro una finestra Giuseppina lo vede andare in direzione della casa di Saverio e approfitta di questa circostanza per correre a casa sua a prendere il vestito buono da mettere per andare in Pretura e torna subito da Natalina.
Giovanbattista si mette in cerca di mastro Saverio ma, non trovandolo, decide di tornare a casa. La rabbia sta sbollendo, medita di lasciar perdere, “che se ne vada dove vuole” pensa mentre apre la porta di casa. Poi vede la cassa aperta ai piedi del letto e la roba in disordine. La bambina sta dormendo da sola. No, non può lasciar perdere, è un’onta troppo grande. Accarezza la rivoltella che tiene in tasca ma non è quella l’arma che userà per annientare Giuseppina. La rivoltella va bene nell’immediatezza dei fatti, quando il sangue bolle. Adesso ci vuole qualcosa che lasci davvero il segno, non se la può cavare con un paio di buchi e pochi grammi di piombo. Lo sguardo, inevitabilmente, si posa sulla scure appesa a un chiodo vicino alla porta. La prende, esce di casa, scende i dodici gradini fino alla strada e sale gli otto fino alla loggetta di Natalina, tenendo l’arma nascosta dietro la schiena
– Natalina, apri che mi sono calmato, non le voglio fare niente, voglio perdonarla per il bene di nostra figlia… – le due donne si guardano perplesse, poi Giuseppina fa segno all’amica di aprire, vuole credergli.
La porta si apre con un cigolio sinistro, Giovanbattista è a gambe larghe sull’uscio e Natalina gli è davanti a ostruirgli il passaggio, Giuseppina è in piedi in fondo alla stanza. Giovanbattista sorride, ma non è un sorriso il suo, è un ghigno. Scosta la donna con uno spintone, corre verso la moglie brandendo la scure e non le lascia scampo, nonostante il disperato tentativo della donna di ripararsi dai cinque colpi vibrati con violenza inaudita.
Il primo le spezza le ossa del braccio destro proteso a difesa,  gli altri quattro le aprono letteralmente la testa.
Compiuto lo scempio, Giovanbattista, con la scure in mano, si allontana dal paese. Dietro insistenze dei suoi familiari si costituisce dai Carabinieri di Acquappesa il giorno 13 successivo. Confessa tutto e nello stesso tempo sporge querela contro Saverio Guccione per adulterio.
Saverio viene arrestato ma nega recisamente di avere avuto una relazione con la povera Giuseppina. Nega anche che quella notte lei fosse a casa sua e nega di essere mai stato a casa di Natalina. Le indagini, però, confermano nel giro di poche ore il racconto del marito tradito e non si perde tempo per istruire il processo.
Bastano pochi giorni per chiedere e ottenere il rinvio a giudizio di Giovanbattista Giglio per l’omicidio volontario della moglie, il tentato omicidio di Saverio Guccione e il porto abusivo della rivoltella. Viene rinviato a giudizio anche quest’ultimo con l’accusa di adulterio.
Il dibattimento si apre e si chiude il primo agosto 1892, la causa è molto semplice.
Giovanbattista Giglio viene riconosciuto colpevole di omicidio volontario commesso in persona della propria moglie Trotta Giuseppina, nonché di mancato omicidio in persona di Guccione Saverio nell’atto in cui li sorprese in flagrante adulterio e condannato a un mese e quindici giorni di reclusione, detraendo la carcerazione preventivamente sofferta, più le spese di giudizio. Il porto abusivo della rivoltella non viene considerato reato.
Gli è andata male, ha scontato quattro giorni di carcere più del dovuto.
Saverio Guccione viene riconosciuto colpevole di adulterio e condannato ad anni uno di reclusione, più le spese di giudizio.[1]
Uccidere costa meno che scopare.
[1] ASCS, Processi Penali.

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