DUELLO BORGHESE

È il pomeriggio del 20 luglio 1893 e l’aria è quasi irrespirabile a Cosenza. Il proprietario del Caffè Gallicchio ha
pensato bene di sistemare nello spazio antistante al suo locale alcune tende ombreggianti. Seduti ai tavolini a sorseggiare flute di vino bianco o rinfrescanti granite di limone, ci sono quasi tutti i rappresentanti dell’alta borghesia cittadina.

A uno dei tavoli si ride e si scherza raccontando aneddoti. Alfonso Cardamone, trentaduenne direttore del giornale LA LOTTA,  sta raccontando un fatto di nessuna importanza quando viene contraddetto dal ventenne avvocato Gaetano Aragona. Tra i due nasce un vivace battibecco e all’avvocato Aragona sfugge un imbecille. Cardamone si alza di scatto dalla sedia misurandogli sulla guancia destra il bastone che ha in mano
– Signore! Ritirate quello che avete appena detto e vi proibisco di replicare mai più quella parola! – gli dice con tono risentito e offeso. Aragona sorride e non apre bocca e questo atteggiamento viene interpretato dal Cardamone come un’ulteriore offesa e colpisce l’avversario sulla guancia  col bastone che gli ha tenuto fino a quel momento a pochi centimetri dalla faccia. Aragona, rosso in viso, raccoglie la paglietta, i guanti e il bastone e se ne va dicendo
– Signore! Avrete presto mie notizie!
Infatti la sera stessa Carlo Zumbini e Paolino Scaglione, possidenti da Cosenza, si presentano a casa di Alfonso Cardamone per chiedergli a nome di Aragona le scuse formali per l’accaduto, scuse che Cardamone rifiuta di fare e così i due gli consegnano un biglietto di sfida.
– Signori, domani vi farò contattare dai miei padrini, che avranno un mandato illimitato, per prendere accordi
Ugo Trocini, trentaduenne possidente di Cosenza, e il cavalier Adolfo Vercillo sono i padrini di Cardamone e concordano con i padrini di Aragona di incontrarsi a casa di Zumbini per cercare di comporre la questione senza arrivare al duello, che è proibito dalla legge. Un accordo lo raggiungono sulla base di una dichiarazione congiunta dei due contendenti nella quale Gaetano Aragona dichiara di non aver avuto intenzione con le sue parole profferte nel caffè Gallicchio di offendere il Cardamone il quale, a sua volta, deplora le vie di fatto nelle quali era trascorso contro l’Aragona. Sembra cosa fatta ma nessuno dei due contendenti è disposto ad apporre la propria firma sul documento e la partita cavalleresca diventa inevitabile.
– Preferisco una sfida alla pistola, non sono bravo con le armi bianche – suggerisce Aragona ai suoi padrini, che sudano sette camicie per farlo recedere da quella pazzia, perché di una pazzia si tratta, dato che già sanno di dover sfidare la legge con un duello, ma se dovesse scapparci il morto?
Finalmente l’accordo viene raggiunto per una sfida alla sciabola che vieta i colpi con la punta dell’arma e consente solo quelli dati col taglio per evitare ferite gravi e si concluderà al primo sangue. L’appuntamento è per le sei di pomeriggio di domenica 23 luglio nella chiesa diroccata di Santa Teresa, proprio alle spalle del Tribunale. Oltre ai duellanti e ai rispettivi padrini saranno presenti anche i dottori Francesco Valentini e Francesco Perris per prestare le opportune cure a colui il quale resterà ferito per primo.
Cardamone e Aragona sono uno di fronte all’altro. Si sono tolti la giacca e denudato il braccio destro, le loro mani tormentano le impugnature delle sciabole in attesa del segnale che darà inizio al duello e quindi si lanciano l’uno contro l’altro.
Cardamone, conscio della propria superiorità nella scherma parte all’attacco; Aragona si difende parando i colpi, poi replica con una mossa azzardata e gli va bene: la lama della sua sciabola striscia sulla manica sinistra della camicia di Cardamone e gli scalfisce leggermente il braccio. Sulla stoffa, istantaneamente, appare il rosso del sangue e i padrini intervengono per bloccare lo scontro. Prima che intervengano i medici, i duellanti si stringono cavallerescamente la mano e fanno pace.
La ferita è lievissima e guarirà in una settimana ma la Pubblica Sicurezza viene a sapere del duello e denuncia sia i contendenti che i padrini, ma bisogna fare dei distinguo nelle varie posizioni.
Il nuovo Codice Penale parla chiaro: chiunque faccia uso di armi in duello, cui pel fatto solo di scendere sul terreno con armi, è passibile di punizione quali che siano le conseguenze del duello; soltanto tale punizione varia in ragione della causa determinante e degli effetti.
Quanto ai padrini, sono esonerati di responsabilità coloro che prima del duello abbiano fatto quanto dipendeva da loro per conciliare le parti o almeno abbiano contribuito a rendere meno grave il combattimento, ma non già a quelli che si rendono portatori del cartello di sfida, tranne quando impedissero l’avvenimento del duello.
Se per Cardamone e Aragona le cose sono abbastanza chiare, i giudici sono chiamati, al di là delle testimonianze incrociate dei padrini che giurano di aver fatto tutto il possibile per evitare il duello e con le loro decisioni hanno, comunque, impedito che ci fossero conseguenze gravi per i duellanti, vengono chiamati a testimoniare l’avvocato Luigi Fera l’impiegato Antonio Ferrari D’Epaminonda i quali attestano senza ombra di dubbio che i quattro padrini hanno fatto tutto quanto era nelle loro possibilità per evitare il duello, senza riuscirci per l’ostinazione dei contendenti, e che si sono adoperati, riuscendo, per evitare gravi conseguenze ai due.
Il 16 dicembre 1893 il Tribunale emette la sentenza: Alfonso Cardamone è ritenuto colpevole di aver fatto uso di armi in duello da lui determinato e, concesse le attenuanti, condannato a dodici giorni di reclusione. Gaetano Aragona è ritenuto colpevole di aver fatto uso di armi in duello, indottovi da grave onta e cagionato lesione che produsse al Cardamone malattia oer giorni sette. Concesse le attenuanti, se la cava con cinque giorni di detenzione. Ugo Trocini e il cavalier Adolfo Vercillo sono assolti perché hanno ampiamente dimostrato di essersi adoperati per evitare il duello, prima, e di aver fatto in modo di limitare le conseguenze, poi. Paolino Scaglione e Carlo Zumbini, seppure abbiano tenuto lo stesso comportamento degli altri due padrini, hanno la colpa di essere stati i portatori del cartello di sfida e di non essere riusciti a evitare il duello e quindi vengono condannati a pagare una multa di 15 lire ciascuno. Tutti, infine, sono condannati al pagamento delle spese processuali.[1]
L’onore di tutti è salvo e si può tornare al Caffè Gallicchio a testa alta.

 

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