RICORDANDO I MALTRATTAMENTI SUBITI

La mezzanotte del 18 aprile 1947 è scoccata da poco. Una finestra si apre in un vicolo di Serra Pedace e la quarantatreenne Giulia Fuscaldo si affaccia urlando:

– Chiamate i Carabinieri! Chiamate i Carabinieri ché mio marito si è ammazzato!

I militari non tardano ad arrivare e trovano tre bambini che stanno dormendo nel letto matrimoniale e il cadavere di Michele Arcuri disteso sul pavimento della camera da letto con accanto alla testa un coltello ed un pugnale e tutto intorno un lago di sangue. Osservando meglio il corpo c’è qualcosa che non quadra perché con quelle armi vicino, che sembrano essere state posate, ci si sarebbe aspettati di trovare una ferita al petto o all’addome o i polsi tagliati e invece si nota una vasta ferita che va dalla regione temporale sinistra diretta in senso trasversale che dall’angolo esterno dell’arcata sopraccigliare sinistra si porta all’inserzione del padiglione dell’orecchio sinistro. Strano modo di ammazzarsi.

– Si è ammazzato con una pugnalata alla testa – insiste Giulia più e più volte.

Poi arriva il medico, un giovane alle prime armi, che appena vede il corpo immerso nel sangue si sente male e deve essere portato via. Bisognerà aspettare che ne arrivi uno più esperto per scoprire che la ferita interessa, oltre i comuni tegumenti, la scatola cranica che è fratturata.

– È impossibile che si tratti di suicidio, non ci si può fratturare il cranio da soli con una pugnalata – dice il medico con sicurezza.

– Vi dico che si è ammazzato proprio così! – insiste Giulia, sulla quale cominciano a sorgere forti sospetti e per questo viene portata in caserma, proprio mentre da una stanza posta al piano superiore a quella dove c’è il morto scendono le due figlie maggiori, Lidia e Giovannina, entrambe di una ventina di anni.

– Mà, che è successo?

– Il porco è là – risponde Giulia sibillinamente.

Dai e dai, con pazienza, finalmente Giulia si convince a raccontare come sono andate le cose.

– L’ho ammazzato io mentre dormiva mediante colpo di scure usata dalla parte del taglio… – dice freddamente.

– Ma perché?

Mi ha sempre maltrattata e continuava a maltrattarmi… ieri sera è rincasato ubriaco, come sovente era solito fare, ha cominciato a dire cose brutte e poi mi ha minacciata di morte con un pugnale che aveva posto sotto il cuscino per servirsene durante la notte e quindi io, ricordando i maltrattamenti subiti e temendo per la mia vita, ho deciso di ucciderlo nel mentre dormiva nel letto matrimoniale. E così ho fatto senza che neppure la vista dei nostri tre figlioletti che, ignari, riposavano accanto al padre, mi avesse trattenuta. Ero sicura che nessuno sarebbe corso in suo aiuto perché mio figlio Donato era assente e le mie due figlie maggiori dormivano nel vano soprastante… è caduto esanime dal letto sul pavimento dove si è dissanguato… poi ho cercato di simulare il suicidio e ho messo vicino al cadavere il pugnale e il coltello.

Che Michele Arcuri fosse un uomo violento, dedito al vino, che picchiava selvaggiamente la moglie non ci sono dubbi e lo stanno a dimostrare le condanne inflittegli dal Tribunale di Lagonegro per minaccia con arma, violazione degli obblighi di assistenza familiare e maltrattamenti ai danni della moglie e quella inflittagli dal Pretore di Spezzano Sila per manifesta ubriachezza. Evidentemente Giulia era davvero stanca di subire.

Due giorni dopo, interrogata dal Pretore, la donna aggiunge altro:

– Mio marito era un bruto. Da circa un anno aveva manifestato il proposito di possedere carnalmente nostra figlia Lidia che, un mese fa, ha subito un tentativo di violenza da parte di lui e nonostante Lidia avesse opposto energica resistenza non si era distolto dalla turpe idea, tanto che la sera del delitto mi ha ripetuto che mi avrebbe lasciata in pace soltanto se avessi consentito a fargli avere rapporti carnali con Lidia… per questo, oltre che per i maltrattamenti subiti, l’ho ammazzato.

– Se è vero, perché non lo avete detto subito ai Carabinieri?

Ho taciuto per pudicizia… per non compromettere la reputazione di mia figlia

Il 21 aprile il Pretore interroga Lidia:

– Quello che ha detto mia madre è vero, l’ha sempre maltrattata e picchiata… – esordisce, poi ammette – mio padre tentò di congiungersi con me un anno fa.

– Tua madre ha detto che il tentativo di violenza è avvenuto un mese fa – osserva il Pretore, evidenziando la contraddizione.

– È stato un anno fa – conferma.

Tre giorni dopo, il 24 aprile, Lidia si presenta spontaneamente davanti al Pretore e cambia versione:

È falso che mio padre attentò al mio onore, quella deposizione mi è stata suggerita da mia madre con la quale ho potuto comunicare da sotto una finestra del carcere di Spezzano Sila

E sembra verosimile perché una testimone riferisce che il 20 aprile udì che la Fuscaldo invitò il figlio Donato a condurre al carcere Lidia. A questo punto sembra evidente che Giulia possa aver tentato di calcare la mano per alleggerire la sua posizione processuale, ma le cose si ingarbugliano ancora di più perché Lidia, interrogata nuovamente, ritratta la ritrattazione:

Mio padre tentò due volte di possedermi carnalmente: la prima fu a Paola durante l’estate del 1946 e la seconda fu a Serra Pedace circa un anno prima del delitto

– Perché prima hai detto il contrario?

Ho ritrattato il vero a seguito delle suggestioni di Rosaria, la cognata di mio padre

Donato e Giovannina, gli altri due figli maggiori di Giulia, confermano i maltrattamenti inflitti alla madre e solo nel secondo interrogatorio a cui sono sottoposti dichiarano di avere appreso da Lidia, circa un anno prima, i turpi propositi e tentativi del padre verso costei.

– Anche con te ha tentato? – chiede il Pretore a Giovannina.

– No…

Interrogata di nuovo il 9 maggio, Giovannina cambia versione.

Circa cinque o sei anni fa, in territorio di Campana, dove dimoravo con i miei genitori per ragioni di lavoro, ho avuto proposte e subito tentativi osceni da parte di mio padre. Di ciò ne informai mia madre che, per sottrarmi alla concupiscenza di mio padre, aveva cercato di farmi andare a Roma presso mia nonna, ivi residente con altri figli.

– Ma perché non parlate subito? Sembra che le cose ve le dobbiamo cavare con le tenaglie! – le dice, infastidito, il Pretore.

Ho taciuto tutto ciò ad evitare che il mio fidanzato ne fosse venuto a conoscenza

– Temete tutte qualcosa… Lidia…

Lidia è stata intimidita dalla cognata di mio padre! – sbotta la ragazza.

Un vero pasticcio.

I testimoni che via via vengono ascoltati danno risposte discordi:

Non ho mai saputo che Michele Arcuri tentò di avere rapporti carnali con la figlia Lidia.

Mia cognata Giulia, nel 1944 o 1945 mi confidò che Michele aveva tentato di congiungersi carnalmente con Giovannina e questa cosa me la scrisse in una lettera anche un fratello di Giulia

Ho letto alcune lettere di mia sorella con le quali ci informava che il marito aveva cercato di sedurre Giovannina, ma non Lidia. Di Lidia l’ho appreso da una mia cognata

Nelle lettere che mia sorella mi spedì nel 1945 – dice un altro fratello di Giulia – mi parlava anche di attentato all’onore di Lidia da parte del padre e mi espresse il desiderio di inviare a Roma Giovannina

Troppa confusione. Il Giudice Istruttore rinvia Giulia Fuscaldo al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza con l’accusa di omicidio aggravato da circostanze tali da ostacolare la privata difesa.

Ascoltata nel dibattimento, Lidia cade in gravi contraddizioni perché dice di non ricordare precisamente i particolari degli attentati, di non ricordare se il primo era avvenuto d’inverno o di estate, se di giorno o di notte e, in ordine al secondo ricorda che il padre l’aveva gettata sul letto, ma che non le aveva fatto niente.

Anche Giovannina sembra soffrire di amnesia. Non ricorda e non sa precisare il luogo ed il tempo in cui il padre avrebbe attentato al suo onore, mentre in istruttoria aveva asserito che i fatti erano avvenuti in agro di Campana cinque o sei anni prima, ma aggiunge che una volta era stata costretta dal padre a masturbarlo.

Un guaio.

La difesa, da parte sua, sostiene che Giulia Fuscaldo non è punibile avendo ucciso il marito per esservi stata costretta dalla necessità di difendere l’onore delle figlie Lidia e Giovannina dagli attentati di lui, oltre che per il fatto che, messi in rapporto i maltrattamenti che il marito le infliggeva con le circostanze che la sera del 18 aprile egli l’aveva minacciata di morte con un pugnale ed aveva riposto tale arma sotto il cuscino al fine di usarla durante la notte, aveva temuto per la propria vita.

La Corte, osservando che il comportamento di Michele Arcuri verso le figlie risaliva all’ormai lontano anno 1945, ritiene che la necessità di difesa per un pericolo attuale che correvano le figlie non sussisteva, né tale necessità di difesa da un pericolo attuale può riscontrarsi nella mera asserzione dell’imputata, non corroborata da alcuna prova, che il marito la sera del 18 aprile 1947 l’aveva minacciata di morte con un pugnale, che quest’arma aveva messo sotto il cuscino per usarla  durante la notte in pregiudizio della vita di lei e che ancora la sera del delitto le aveva manifestato che non voleva desistere dalla turpe idea di avere rapporti carnali con la figlia Lidia e, pertanto, non può invocare la legittima difesa.

Per la Corte la verità è che Giulia Fuscaldo era continuamente maltrattata dal marito e che essa, perciò, reagendo in stato d’ira determinato dal comportamento ingiusto di lui, lo uccise mentre dormiva nel letto ed era, quindi, nell’impossibilità di difendersi. Ma in conseguenza dei continui maltrattamenti ricevuti, spetta a Giulia Fuscaldo l’attenuante della provocazione e le spettano anche le attenuanti generiche, avuto riguardo che non ha nessun precedente penale, alla sua condotta buona antecedentemente al reato, alle condizioni non liete né prospere di vita familiare, dovute al comportamento del marito.

Questo ragionamento porta la Corte a determinare la pena partendo da 24 anni di reclusione che si diminuiscono ad anni 16 per l’attenuante della provocazione e diminuiti poi di altri 4 anni per le attenuanti generiche. In definitiva, la pena ammonta a 12 anni di reclusione, più pene accessorie. È il 18 dicembre 1948.

Il ricorso per Cassazione viene dichiarato inammissibile il 14 febbraio del 1951, ma sette mesi dopo, il 19 settembre 1951, la Corte d’Appello di Catanzaro dichiara condonati anni tre della pena pel D.P. 23/12/1949.

Passano quasi altri 3 anni e la Corte d’Appello di Catanzaro, il 28 luglio 1954, dichiara condonata la residua pena di anni 2, mesi 8 e giorni 2 per il D.P. 19/12/1953 N. 922.[1]


[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.

2 commenti

  1. Seguo questo blog da ormai un anno… Mi piace come lo scrittore espone i fatti… Ancora di più mi piace come non tanto il fatto in se ma in generale si possa capire la mentalità dell’epoca.. E quante cose siano cambiate in fatto di pedofilia, femminicidio e altro.mi piacerebbe che pubblicaste anche storie su omofobia o omosessualità. Sarebbe anche interessante osservare anche reati di stampo civile.

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