LA SUA INDOLE MALVAGIA E VIOLENTA

Quando Salvatore Giuliano da Grimaldi viene dimesso dall’Istituto di Correzione, il carcere per minorenni, in cui è stato internato per circa 8 anni, ha appena 19 anni ed è ansioso di darsi da fare per trovare una fidanzata. Conosce una sua coetanea e compaesana, Teresa Arnone, e i due si fidanzano col consenso dei genitori della ragazza, così si inizia a parlare seriamente di matrimonio. Ma ben presto diede egli segni non dubbi della sua indole malvagia e violenta, sicché gli Arnone ritengono opportuno troncare le trattative di matrimonio.

Salvatore, però, non la prende bene ed a scopo di rappresaglia comincia a molestare la sua ex fidanzata. In realtà dire che molesta Teresa è un eufemismo perché una domenica mattina, mentre la ragazza sta andando a messa in compagnia di alcune sue amiche, le si para davanti armato di coltello e cerca di rapirla ma, sia per la pronta reazione di Teresa che per le urla delle sue amiche, l’arrivo di parecchi uomini in atteggiamento minaccioso fa si che Salvatore se la dia a gambe levate. I genitori di Teresa adesso sono seriamente preoccupati, temendo che una volta o l’altra il giovanotto violento riuscirà a farle del male e decidono di non farla più uscire di casa. Reclusa senza colpa, ma almeno al sicuro.

 Però c’è un problema: quella degli Arnone non è propriamente una casa in quanto occupano alcune stanze al primo piano di un vecchio convento mezzo diruto, per cui a Salvatore non è difficile, attraverso i corridoi abbandonati del vecchio convento, arrivare fin sotto il solaio, costituito da tavole mal connesse, delle stanze occupate dagli Arnone e avvicinarsi a Teresa quasi tutti i giorni per svegliarla, minacciarla ed insidiarla.

Tale stato di cose, minaccioso ed intollerabile, dura da diversi mesi quando nel pomeriggio del 28 giugno 1934, mentre Teresa parla con sua madre, Anna Saccomanno, del suo dolore per le continue minacce che le arreca Salvatore Giuliano, questi, che come al solito stava sotto il solaio per sentire i discorsi degli Arnone, comincia ad ingiuriarla e minacciarla, facendo anche l’atto di sollevare una tavola del pavimento per irrompere nella casa.

La madre di Teresa, in preda allo spavento, per indurre Salvatore ad allontanarsi, dice ad alta voce per essere sicura di farsi sentire

– Vattene se no prendo il fucile e ti sparo! – Una risata da sotto il pavimento le fa gelare il sangue nelle vene e allora prende davvero il vecchio fucile del marito, mette la canna in una fessura circolare del diametro di 5 centimetri esistente tra la connessura di due tavole del pavimento e tira il grilletto facendo partire l’unico colpo che ha a disposizione, poi urla – te ne vai mò o te ne devo sparare un altro?

Silenzio.

– È scappato, mà – dice Teresa

– Macché! Quello sta facendo il giro e ci viene ad ammazzare in casa! Aiutami a barricare la porta, sbrighiamoci!

In fretta e furia le due donne ammassano casse, sedie e tutto quanto può servire ad impedire l’apertura della porta di casa e poi, tremando per la paura, si siedono l’una accanto all’altra sul letto tenendosi le mani per farsi coraggio, aspettando l’irreparabile.

Aspettano per ore senza che accada nulla, poi torna a casa Carlo Arnone, il capo famiglia, che non riesce ad entrare e solo adesso le due donne si decidono a togliere i mobili da dietro la porta. Mentre cominciano a raccontare a Carlo i fatti del pomeriggio, sono ormai le 21,00, arriva al monastero diroccato il Maresciallo dei Carabinieri per chiedere se anche quel giorno Salvatore è andato a molestare Teresa

– Certo che è venuto! – gli dice Anna Saccomanno, che racconta i fatti – Il vigliacco è scappato quando gli ho sparato!

– E chissà dove sarà nascosto adesso! I familiari mi sono venuti a chiamare perché a casa manca da stamattina… magari è ancora nascosto nel monastero e avrà in mente qualche sorpresa per stanotte, meglio andare a dare un’occhiata

Così il Maresciallo, accompagnato da Carlo Arnone e con l’aiuto della poca luce della sua lampadina elettrica, comincia a girare per i corridoi e le stanze più o meno pericolanti alla ricerca di Salvatore

– Ecco, questo è il corridoio che arriva sotto le nostre stanze, ma dubito che sia qui – dice Carlo Arnone al Maresciallo

– Ci è rimasto solo questo da controllare, andiamo…

E Salvatore Giuliano la sorpresa gliela fa davvero perché lo trovano su di un muretto sottostante alla stanza donde la Saccomanno aveva esploso il colpo di fucile, morto stecchito e la sua vista è di quelle che non si dimenticano facilmente perché ha il viso devastato all’altezza dello zigomo sinistro attraverso il quale è penetrato il proiettile, poi uscito dalla regione destra del collo.

C’è un morto ammazzato, c’è una donna che ha ammesso di avere sparato con un fucile e in casa con lei ci sono suo marito e sua figlia, da mesi tormentata dal morto. Sarà vero che Anna Saccomanno ha sparato soltanto a scopo intimidatorio? E quale ruolo possono avere avuto gli altri due in questa brutta storia? È questo ciò che si chiede il Maresciallo, esternando i suoi dubbi al Pretore.

In attesa degli accertamenti, tutti e tre finiscono in galera.

La storia raccontata da Anna Saccomanno e sua figlia Teresa sembra inverosimile e l’unico elemento a favore dell’autrice dell’omicidio sembra essere una frase scritta nel verbale dei Carabinieri: raccontò quanto poco prima era accaduto senza mostrare la benché minima consapevolezza delle luttuose conseguenze derivate dall’atto da lei compiuto.

Letti e studiati a fondo gli atti, il 18 agosto 1934 il Giudice Istruttore ritiene che contro Teresa Arnone e suo padre non ci sia alcuna prova a carico e li proscioglie per non aver commesso il fatto. Anna Saccomanno, al contrario, viene rinviata al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per rispondere del reato di omicidio volontario.

Durante il dibattimento, che si tiene il 5 aprile 1935, la Corte esprime seri dubbi sulla imputazione e osserva: per la sussistenza del reato d’omicidio volontario occorre il concorso di due elementi, cioè l’elemento materiale, consistente nella morte di una persona, e l’elemento psicologico, consistente nella coscienza e volontà dell’agente di cagionare la morte. Nella fattispecie non può dubitarsi dell’esistenza del primo degli elementi del delitto di omicidio giacché Salvatore Giuliano riportò lesione da arma da fuoco che ne produsse la morte. Non ricorre, invece, l’elemento psicologico del delitto e la Corte, con pieno e sicuro convincimento, ritiene di doverne escludere l’esistenza in considerazione del contegno serbato dalla giudicabile prima, durante e dopo l’esplosione dell’arma da lei fatta. Però non può escludersi che ella, con la sua condotta imprudente abbia cagionato la morte di Salvatore Giuliano. Chiara ed evidente si appalesa la di lei colpa, sol che si consideri ch’ella, prima di attuare il proposito d’intimidire il Giuliano, avrebbe dovuto, come la più elementare prudenza le consigliava e come ne aveva la piena possibilità, assicurarsi che l’ucciso non si trovasse nel corridoio sottostante alla sua casa ed in direzione della fessura esistente nel pavimento donde sparò il colpo di fucile, per cui il capo d’imputazione deve essere modificato in omicidio colposo.

In quanto alla pena che, avuto riguardo al motivo del delitto, alle modalità con le quali fu commesso, ai precedenti irreprensibili della prevenuta, stimasi giusto irrogare la reclusione per la durata di anni tre. Non opponendosi i precedenti di Anna Saccomanno, dalla pena devono dichiararsi condonati anni due, con applicazione dell’indulto elargito con sovrano decreto del 25 settembre 1934.[1]

Altri 52 giorni e Anna Saccomanno potrà tornare nei locali del monastero semi diruto con suo marito e sua figlia.


[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.

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