LE PALATE DEL SABATO SANTO

È la sera di martedì 9 aprile 1901 e la Pasqua è passata da due giorni. Il sessantacinquenne Rocco Morimanno torna nella sua casa della frazione Vico di Aprigliano dopo una dura giornata di lavoro. È visibilmente sofferente al fianco sinistro e si butta sul letto senza cenare
– Ma che cosa è successo? – gli fa la moglie, Candia Cimino
– Sabato santo sono caduto in un fosso mentre zappavo nella vigna di Gabriele Piscitelli…
– E dopo quattro giorni te ne sei accorto? Ieri che sei andato a zappare non ti faceva male? E tutt’oggi?
– Si che mi faceva male, ma ho resistito… mò non ce la faccio più…
– Fammi vedere, alzati la camicia
Rocco, storcendo la bocca per il dolore, si denuda la parte e sua moglie nota solo due piccole macchie più piccole di un soldo, ognuna di color ammelato, cioè un colore rossastro.
L’indomani il poveretto continuò a lamentarsi ed allora si fu che avendo visto passare il dottor Cosentini, Candia lo chiama e gli fa vedere il marito. Il medico, sapendolo un vecchio di buona indole, che altra volta anni dietro si era ferito per caduta all’occipite, nemmeno gli guarda le due macchie sul costato ma gli tasta la parte per verificare se vi fossero tracce di frattura e constatato il contrario, crede opportuno prescrivergli l’applicazione di carte senapate e, in caso di inefficienza delle stesse, l’applicazione di due sanguisughe, poi se ne va. Le carte senapate non fanno alcun effetto e Candia chiama Maria Rosaria Pingitore, Purcigna come la chiamano tutti, pratica di sanguisughe, la quale gliene applica due in quel sito, ove non era alcuna traccia di contusione, ecchimosi o altro. Ma la situazione peggiora e dopo altri due giorni viene richiamato il dottor Cosentini. Rocco ha la febbre, è smanioso per i dolori posteriormente ed anteriormente al torace. Accusava inoltre tosse, aveva espettorati e rantoli, per cui il medico giudica che sia scoppiata una bronco-pulmonite. La malattia si presenta con caratteri abbastanza gravi, specialmente per la debolezza dell’infermo e malgrado le cure e le continue visite nei due giorni successivi, nella notte del 18 aprile Rocco Morimanno muore. Avvertito di ciò, il dottor Cosentini rilascia da casa sua il certificato attestante il decesso per bronco-pulmonite consecutiva ad influenza.
Quella stessa mattina, molto presto, Cosentini va nella frazione Vico per affari della sua professione e si trova nel corteo funebre, in massima parte formato da donne, che accompagna la salma del povero Rocco. Si accoda per rispetto e al sentire che si accennava alla parola “palate” con fare circospetto, si insospettisce. Anzi, gli balena in testa che potesse esservi qualche relazione fra le stesse (palate. Nda), la caduta a cui si era accennato e la causa della morte di quel disgraziato. I sospetti aumentano quando gli si avvicina una vecchietta  vestita di nero che gli dice
– Duttù… cercate di vedere per il figlioquesto vi va per l’anima vostra, cercate di addobbare
Preoccupato, pertanto, che in quella morte potesse esservi del delittuoso, Cosentini comincia a chiedere tra i presenti  per sapere il tutto. E questo tutto sarebbe che nella mattinata del 6 aprile, sabato santo, nella vigna di Gabriele Piscitelli vi fu una zuffa tra il giovanotto Luigi Ferrari e Pasquale Morimanno, uno dei figli di Rocco. Quando
Rocco vide suo figlio prendere un palo per colpire l’avversario, si lanciò per trattenerlo ma si beccò una bastonata nel fianco sinistro. Ciononostante il povero vecchio era tornato da solo in paese. Cosentini adesso vuole vederci chiaro. Aspetta che il corteo arrivi al cimitero e che tutti se ne siano andati, poi ordina al custode di aprire la cassa per esaminare meglio la parte, cosa che qualche giorno prima aveva trascurato di fare, ma nemmeno questa volta nota niente di strano, a parte i due forellini praticati dalle sanguisughe.
Le stranezze che ha ascoltato però gli frullano in testa e ordina al custode di non calare la cassa nella fossa perché quella morte non lo convince. Poi va ad avvisare il Sindaco.
Sono le 9,30 della stessa mattinata quando Francesco De Rose, il fratello del Sindaco, entra nel tabacchino di Francesco De Miglio nel rione Pera per compare dei sigari. Nota che la ganza del tabaccaio, una tale Rachele, è intenta a discorrere con un avventore e, dal modo circospetto come si esprimeva e dalle parole che riesce a percepire, capisce che la donna sta accennando a qualcosa di importante
– …certe megere di donne alle volte per parlar troppo compromettono seriamente gli uomini, procurando loro la galera
De Rose perde un po’ di tempo nel tabacchino e quando l’avventore va via, affronta Rachele
– Che volevi dire con quelle parole?
– A Vico è morto il vecchio Morimanno e si è sparsa la novella che fosse deceduto per effetto di una bastonata riportata da persona che non so dire…
Francesco De Rose, preoccupato che questa notizia, se vera, possa nuocere al fratello Sindaco, si precipita al Comune per avvertirlo ma non lo trova, così riferisce tutto al Segretario Comunale e al suo vice i quali gli dicono di avere ricevuto il certificato di morte di Morimanno che parla solo di broncopulmonite. Mentre i tre discutono del fatto, arriva il Sindaco accompagnato da Vincenzo Rogliano, il falegname che ha fatto la cassa da morto, il quale rivela di sapere della bastonata perché glielo ha detto Francesco Piscitelli
– Però sono convinto che la morte di quel disgraziato sia stata esclusivamente naturale – aggiunge Rogliano – perché l’infelice aveva lavorato altri tre o quattro giorni
Arriva, trafelato, anche il dottor Cosentini il quale racconta ciò che ha saputo sulla presunta bastonata, ma Rogliano insiste nel sostenere la tesi della morte naturale. Il Sindaco ascolta tutti con attenzione, poi prende la sua decisione, l’unica che possa togliere ogni dubbio: avvisare i Carabinieri.
Il Maresciallo Vittorio Quarello ed i suoi uomini arrivano a Vico in pochi minuti e cominciano a raccogliere le prime testimonianze e l’umore della voce pubblica
– Lavoravamo alla vigna di Piscitelli quando vennero a diverbio, e quindi a vie di fatti, Luigi Ferrari e Giuseppe Morimanno (il figlio di Rocco. Nda) il quale percosse l’avversario. Il padre di quest’ultimo, Rocco, accortosi di ciò, slanciossi sul figlio trattenendolo per le braccia e dicendogli che era vergogna percuotere un ragazzo. Giuseppe, accecato dall’ira, siccome non poteva reagire contro il Ferrari, disse al padre: “Lasciami per la madonna altrimenti meno a te” e contemporaneamente, con un palo di vite che aveva già raccolto da terra, dette al proprio genitore un colpo al fianco sinistro ed un altro lo tirò al Ferrari – sostengono Carmine Elia, Pasquale Vetere e Filippo Piscitelli
Rocco tratteneva il figlio per le braccia dicendogli: “mena più tosto a me!”. Giuseppe tirò due bastonate, una delle quali colpì Ferrari e l’altra giudico che abbia colpito il padre involontariamente – sostengono, al contrario, Francesco De Lorenzo e Vincenzo Morelli
Nel mentre Rocco Morimanno si era messo in mezzo da paciere, il figlio aveva scaraventato un colpo con un palo di vite contro l’avversario, ma il palo s’era rotto ed un pezzo era andato a colpire il proprio genitore – racconta Pietro Piscitelli
Mi trovavo a zappare una vigna in contrada Induzi. Luigi Ferrari cominciò a beffeggiare Giuseppe Morimanno dicendo che era stato a Trieste per ragioni di lavoro e che invece quivi aveva chiesto l’elemosina ed era stato rimpatriato con biglietto gratuito. Morimanno lo avvertì di non continuare su quel tono e poiché quello non si dava conto dell’avvertimento, gli assestò due schiaffi, prendendo contemporaneamente da terra un palo di vite per servirsene contro quel ragazzo. Fu pronto Rocco ad afferrare il figlio per il petto e in quel mentre, Giuseppe con la mano che aveva libera in cui teneva il bastone dette un colpo che andò a raggiungere Ferrari, reiterando il colpo che andò a sbattere per terra, onde il legno che era fradicio andò in pezzi senza colpire affatto nessuno. Io fui spettatore di tutta questa scena per cui niun particolare mi potè sfuggire. Non vi fu alterco nemmeno a parole fra padre e figlio – giura Antonio Perri.
Quattro versioni diverse, ma c’è il racconto del dottor Cosentini su ciò che Rocco gli dichiarò,  sulle parole dettegli dalla vecchietta e i suoi dubbi circa il fatto che un pezzo del bastone rotto abbia potuto colpire il povero Rocco
Morimanno era a letto, vestito, e accusava dolori al fianco sinistro per effetto, a suo dire, di caduta… fui chiamato nuovamente l’11 o il 12 e lo trovai con febbre, ma questa volta non tenne parola della caduta di cui precedentemente si era doluto… Francamente io non ho capito in che modo il palo caduto per terra potesse rimbalzare e colpire ad un fianco la persona del Morimanno
Al Maresciallo non resta che avvisare il Pretore che, in questa incerta situazione, dispone subito l’autopsia
Causa unica e determinante della morte di Rocco Morimanno è stata una pleuro-pulmonite a sinistra, originata da trauma che ha prodotto, fra l’altro, la frattura del tavolato interno dell’ottava costola e delle macchie emorragiche in corrispondenza e vicino alla frattura medesima. Quindi un colpo, volontario o meno, c’è stato. Le indagini proseguono e, nel frattempo, il 19 aprile viene emesso un mandato di cattura nei confronti di Giuseppe Morimanno con l’accusa di omicidio, ma lui è sparito. Si costituisce due giorni dopo nella caserma dei Carabinieri di Aprigliano e racconta la sua versione dei fatti al Pretore di Cosenza
Sabato santo in compagnia di altri 13 o 14 lavoratori zappavo in contrada Induzzi. Accanto a me lavorava il giovane contadino Luigi Ferrari il quale mi fece perdere la pazienza perché addimostrava chiaramente di non sapere affatto cooperare al lavoro. Per questo io, dandogli del “ciambriellu”, che è quanto dire inetto a fare qualsiasi cosa, invitai Giovanni Rossi a venire invece di quello a lavorare accanto a me. se l’ebbe a male il Ferrari il quale prese a insolentirmi dicendo che portavo la coppola alla maffiosa come un reggitano ed aggiunse che in Trieste, dove ero stato per ragioni di lavoro, ero andato elemosinando. Mi spiacqui naturalmente per quelle offese e non nego che mi avvicinai per dare qualche schiaffo al mio offensore, ma quegli, indovinato il mio pensiero ostile, alzò in aria la zappa come per volermi menare un colpo. Mio padre si fece in mezzo afferrandomi con le due mani per il petto per ridurmi all’impotenza e metter pace. Senonchè io potetti prendere da terra un palo di vite col quale, volendo colpire il mio avversario, colpii involontariamente mio padre al fianco sinistro, pur investendo anche il Ferrari al braccio sinistro. Questa è la pura verità ed è falso perciò che io avessi colpito volontariamente mio padre per il dispetto in me nato di non potere, per la sua intromissione, colpire Ferrari. È falso pure che io avessi detto verso il mio genitore: “lasciami per la Madonna altrimenti meno te”. In quel giorno non vi fu altro; mio padre lavorò per l’intera giornata e lavorò pure nel lunedì e nel martedì, senza che nel frattempo si fosse lamentato di dolori per la caduta o altro motivo. Soltanto mercoledì fu colpito da febbre che di lì a pochi giorni lo condusse a morte
A questo punto il Pretore gli fa una raffica di domande prese da un foglietto con appuntate alcune confidenze raccolta dai Carabinieri
– Pare che fra voi e vostro padre buon’anima non corressero buoni rapporti… pare che nemmeno vi salutavate… si dice pure che ve ne siate andato ad abitare in un’altra casa per dissapori fra vostra moglie e vostra madre…
È falso che fra me e mio padre non corressero buoni rapporti tanto da non scambiarci le parole; all’invece i vincoli d’affetto tra di noi erano cordialissimi e spesso c’intrattenivamo a parlare. È vero, per altro, che di mutuo accordo preferimmo, quattro anni dietro, quando già avevo una figlia, di separarci vivendo ognuno per sé
Ma le confidenze diventano testimonianze e i guai per Giuseppe aumentano
Da circa un anno padre e figlio eransi separati per quistioni fra sua moglie e sua madre. In questi ultimi tempi padre e figlio non si parlavano – dice Maria Rosaria Pingitore, Purcigna, la quale aggiunge dell’altro –. Durante il decorso della malattia, Giuseppe una sera si presentò al capezzale del padre richiedendogli notizie della sua salute, ma quegli lo allontanò dicendogli che fosse andato via. Poi, vedendo Giuseppe che era accorso nella casa paterna per piangere la morte del genitore, io non seppi frenare un senso di ribrezzo per quella comparsa e l’invitai ad andare via giacché la sua presenza poteva dar luogo a compromissioni
– Poco prima che Rocco morisse, Giuseppe era accorso al letto del padre a chiedergli perdono. “Il perdono lo darà Iddio” gli rispose il padre – racconta Giuseppina Sessa.
Poi viene interrogato Luigi Ferrari, il giovane contadino col quale Giuseppe stava litigando il sabato Santo
Lavoravo avendo accanto da un lato Giuseppe Morimanno e dall’altro Salvatore Rossi, seguito a sua volta da Rocco Morimanno. Giuseppe, adducendo che io non sapessi lavorare mi dette del “ciambriellu”, che non so che cosa significhi, ma che certamente non suona elogio. Io rintuzzai l’offesa dicendo che anche lui era una “bona croshca”, volendo intendere che a sua volta non era poi un lavoratore perfetto. La mia parola lo fece andare in bestia, tanto che mi fu addosso dandomi due pugni e, non pago, tolse un palo di vigna abbastanza grosso e fece l’atto di scaraventarmi con quello dei colpi. Rocco Morimanno si avvicinò per ripararmeli, cercò di mantenerlo, ma il figlio, esasperato per quella intromissione gridava che lo avesse lasciato altrimenti avrebbe dato a lui. Il padre replicò che preferiva che fosse lui percosso e, in quel mentre, l’altro lasciò partire un colpo contro il genitore. Certo è che allora il padre rimase investito ad un fianco per cui smise di refrenare il figlio il quale, allora, spiccò un salto e raggiuntomi mi dette con quello stesso palo un colpo al braccio sinistro
– Sei sicuro? Non è che tirando la bastonata a te ha colpito il padre involontariamente?
Ripeto, il colpo che fu dato a Rocco Morimanno era specialmente a lui diretto, il che giudico dal fatto che verso di quello il feritore si rivolse; quando invece, non pago, volle anche colpire me, prese la direzione verso la mia persona
Ma è attraverso la testimonianza del diciassettenne Pasquale Vetere, il quale smentisce anche suo padre, che gli inquirenti si convincono della volontarietà del colpo di Pasquale Morimanno e decidono di mettere a confronto il ragazzo con i testimoni che hanno parlato di involontarietà del colpo. La fermezza del ragazzo è tale che tutti han finito con uniformarsi o col dichiarare che non colsero quel momento dal fatto in cui il colpo fu tirato e ne riferirono vagamente, fondandosi su personali supposizioni.
La logica conseguenza è la richiesta di rinvio a giudizio con l’accusa di omicidio preterintenzionale. Il 22 luglio 1901 la Sezione d’Accusa accoglie la richiesta e ad occuparsene sarà la Corte
d’Assise di Cosenza.
Il 12 ottobre successivo si apre il dibattimento e nel pomeriggio stesso viene emessa la sentenza che riconosce l’imputato colpevole e lo condanna a 10 anni di reclusione, più pene accessorie.
La Corte di Cassazione, il 23 dicembre 1901, dichiara inammissibile il ricorso di Giuseppe Morimanno.[1]

 

[1] ASCS, Processi Penali.

 

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