IL POVERO GIUSEPPE CARRAVETTA

È il primo gennaio 1893, un giorno di lavoro come un altro, e come tutti i giorni, alla fine del lavoro, chi può va a passare un po’ di tempo giocando a carte e bevendo un bicchiere con gli amici. A Magli è già buio e nella bettola (ufficialmente la chiamano albergo perché ci dormono alcuni operai impegnati nella costruzione delle gallerie lungo la linea ferrata Cosenza-Pietrafitta) gestita dai fratelli Giuseppe e Gabriele Carravetta accade esattamente ciò che abbiamo appena raccontato: un gruppo di amici sta giocando a padrone e sotto davanti ad un litro di vino, uno dei tanti litri di vino.
Il trentaseienne calzolaio Gennaro Sirangelo non ama frequentare locali pubblici e alle 18,30 del primo gennaio 1893 è seduto davanti al fuoco, intento ad accomodare un paio di scarpe. Alcune grida lo distolgono dal suo lavoro solo per qualche secondo. “È il solito chiasso nella cantina…”, pensa mentre sta prendendo un trincetto per rifilare una suola.
In questo stesso momento nella cantina dei Carravetta i toni di un gruppo di avventori seduti in un angolo ricavato tra una catasta di traversine ferroviarie lasciate lì in deposito, sale
– L’asso l’avevo io e il padrone ero io, hai imbrogliato! – accusa il diciottenne operaio di Gerace, Giuseppe Trimboli
– Ma che asso e asso! Abbiamo stabilito che comanda il tre! – replica il ventunenne Francesco Pirillo
– Ma quando mai il padrone è stato il tre? Ha ragione Peppino Trimboli – si intromette Sebastiano Cirillo, trentaquattrenne minatore di Sellia
– Adesso… adesso il padrone è il tre, ‘un ti piacia? – replica Pirillo cacciando dalla tasca una rivoltella e, agitandola sotto il naso dei suoi avversari, aggiunge – Mò invece ti piacia?
Giuseppe Carravetta non perde tempo, si lancia addosso al suo paesano, lo afferra per la gola e lo spinge indietro. Tra urla e spintoni, Giuseppe riesce a riversare sopra una catasta di traversine il Pirillo mentre Cirillo lo disarma. Poi un grido di dolore e Giuseppe crolla a terra tenendosi tra le mani la coscia destra, dalla cui parte posteriore esce un fiotto di sangue.
Alle grida accorre Gabriele, il fratello di Giuseppe, che ha solo il tempo di vedere uscire di corsa dalla cantina Giuseppe Trimboli e il suo compaesano Salvatore Condò, un calzolaio ventitreenne che da poco si è stabilito in paese, anch’esso tra i giocatori ma che sembrava disinteressato alla discussione su chi doveva essere il padrone del vino.
Gabriele non sa nulla di quanto è accaduto, sa solo che suo fratello ha urlato di essere stato ferito e il fatto che i due reggini stiano scappando lo insospettisce. Ed in quei brevissimi istanti Gabriele nota un particolare che sembrerebbe confermare i suoi sospetti: Salvatore Condò ha in mano un trincetto da calzolaio. Non indugia oltre e si lancia al loro inseguimento, armato di un grosso bastone; raggiunge Condò e lo atterra con una bastonata lasciandolo mezzo tramortito, poi raggiunge anche l’altro e lo colpisce facendolo cadere a terra. Nel frattempo altra gente si è lanciata all’inseguimento dei due reggini che, bloccati, vengono chiusi nella loro abitazione e tenuti d’occhio in attesa dell’arrivo dei Carabinieri di Pedace i quali, arrivati sul posto, perquisiscono l’abitazione dei reggini senza però riuscire a trovare armi, dopo di che i due vengono dichiarati in arresto e portati alla presenza di Giuseppe Carravetta, le cui condizioni non appaiono affatto buone
– Sono stato colpito alle spalle, non ho potuto vedere chi è stato, ma certamente è stato uno di quei due – dice con un filo di voce indicando i due sospettati, mentre il medico invita il Brigadiere Missia a non insistere perché il ferito sta perdendo molto sangue e c’è pericolo per la sua vita, così il militare va a cercare a casa Francesco Pirillo ma di lui non c’è traccia. I due reggini vengono portati nel carcere mandamentale di Spezzano Grande e interrogati dal Pretore
– Quando Pirillo cacciò fuori la rivoltella – dice Condò –, io corsi e gli afferrai la mano armata, tanto per non offendere alcuno, ma il Pirillo mi diede una forte spinta e mi fece rinculare. Accorse Giuseppe Carravetta, afferrò il Pirillo e con tanta violenza da farlo ripiegare sulle traverse; fu allora che io nell’impeto d’ira gli fui sopra con un trincetto e volendo colpire lui, colpii involontariamente l’infelice Carravetta che mi era amico e che non mi avea mai arrecato alcuna offesa
– Ma che ti sei immischiato a fare? A quanto pare Pirillo era stato disarmato e immobilizzato sulle traversine…
È vero, non poteva offendermi, ma io per la spinta ricevuta mi sentivo bollire il sangue e per vendicarmi gli fui sopra colla intenzione di ferirlo
Secondo Giuseppe Trimboli le cose sarebbero andate in modo diverso
Sorse contesa tra me, Pirillo e Cirillo, pretendendo ciascuno di essere il padrone. Nella contesa il Pirillo, datosi dietro di qualche passo, cacciò fuori la sua rivoltella e la impugnò contro Cirillo, minacciandolo e imponendogli di trarsi dietro. Il Condò volle frapporsi ed afferrò per la mano armata dalla rivoltella il Pirillo, esortandolo a stare fermo e frattanto il bettoliere Carravetta Giuseppe, afferrando per il collo lo stesso Cirillo lo faceva andar per terra. Io, per non trovarmi compromesso in quel cimento, abbandonai quel luogo e mi recai in casa di mio zio Multari Pasquale e vi trovai il Condò tutto anzante. Lo domandai perché fosse fuggito e mi rispose che non aveva nulla commesso ma che pensava di partire subito senza spiegarmi per quale direzione. Io cercavo di dissuaderlo dal proposito di partire, ma egli ripeteva che voleva assolutamente partire. Si andò a dormire ma verso la mezzanotte fummo desti dai Reali Carabinieri i quali ci trassero in arresto e ci tradussero al cospetto di Giuseppe Carravetta che trovavasi ferito. Il Carravetta disse bensì che uno di noi due era stato autore della ferita da lui riportata e, mentre io piangevo lagrime amare, il Condò venne a dichiarare spontaneamente la sua reità, spiegando che voleva ferire il suo avversario Pirillo… io sono innocente!
 I fatti sono abbastanza chiari, si aspetta solo di ritracciare Pirillo per chiudere l’istruttoria e far decidere alla Procura del re di chi sia la competenza a giudicare, ma dopo una settimana dai fatti accade l’irreparabile: Giuseppe Carravetta muore.
Viene, ovviamente, disposta l’autopsia che viene eseguita dal dottor Pasquale Caruso di Pedace il quale ritiene opportuno esaminare prima di tutto la parte posteriore della coscia destra, quella interessata dalla ferita. Cancrena umida avvenuta per la rottura dell’arteria femorale, in seguito alla quale il piede, la gamba ed il ginocchio non hanno avuto più sangue, non essendosi stabilita neppure la circolazione collaterale. È inutile continuare a sezionare il cadavere.
Adesso il reato diventa quello più serio di omicidio preterintenzionale e, se non bastasse, a complicare ulteriormente le cose ci si mette anche il procaccia postale, smarrendo il plico contenente gli atti istruttori che i Carabinieri di Pedace hanno spedito al Pretore. Bisognerà rifare tutti gli atti daccapo e mentre i giorni passano, finalmente il 5 febbraio 1893 il ventunenne Francesco Pirillo si presenta al Pretore di Spezzano e spiega le sue ragioni
La sera del primo gennaio mi trovai nella bettola di Giuseppe Carravetta ed invitato con insistenza ad una partita alla briscola vi presi parte. Fatta la partita si volle il padrone e dalle carte ne ero io risultato tale, senonchè tal Sebastiano Cirillo manifestò di essere lui invece risultato padrone e si ingaggiò così una contesa fra me e lui, nella quale lui si permise, per fare atto di minaccia, cacciare un piccolo coltello. Alla mia volta estrassi di sacca la mia rivoltella per difendermi, ma sopravvenne subito il Giuseppe Carravetta il quale, mentre cercava di disarmarmi mi fece perdere l’equilibrio e rovesciare sopra un fascio di traverse, cadendo anche lui su di me. fu allora che il Condò Salvatore si appressò a noi e con un trincetto tirò un colpo e ferì il Carravetta, dandosi poscia alla fuga in compagnia del Trimboli Giuseppe. io non impugnai la mia arma contro il Condò, sibbene si trovasse nello stesso tavolino dove si trovava il Cirillo col quale ero venuto in quistione, ma può stare che il Condò tenne anche a lui rivolte le mie minacce. Io vidi vicino al Condò il Trimboli ma non lo vidi armato, né mi accorsi che avesse eccitato od altrimenti prestato aiuto ed assistenza al Condò nell’atto del ferimento. asportavo la rivoltella per mia difesa ma non avevo chiesto la debita licenza. Io non ho fatto atto di minaccia con la mia arma
È ovvio che i partecipanti alla rissa cerchino di sminuire le proprie responsabilità, ma la ricostruzione fatta dai testimoni oculari e le dichiarazioni di Pirillo vogliono Condò estraneo alla rissa e quindi senza titolo ad intervenire. Le cose per lui si complicano.
Secondo il Pubblico Ministero, invece, la contesa sarebbe sorta tra Pirillo, Trimboli e Condò, mentre Cirillo non c’entra niente, essendo intervenuto solo per disarmare Pirillo. Condò, da parte sua, tirò il colpo di trincetto per colpire Pirillo e per sbaglio colpì Giuseppe Carravetta. A processo devono andare Salvatore Condò con l’accusa di omicidio preterintenzionale e Francesco Pirillo per avere minacciato con arma un grave ed ingiusto danno a Salvatore Condò ed a Giuseppe Trimboli, nonché per avere omesso di pagare la tassa sulle concessioni governative relativa al possesso della rivoltella e per il porto abusivo della stessa.
La Sezione d’Accusa accoglie questa tesi e rinvia i due al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza, lasciando Pirillo a piede libero, ma il Primo Presidente della Corte di Appello delle Calabrie decide di assegnare il processo alla Corte di Assise straordinaria di Rossano. È il 7 luglio 1893.
Il 2 ottobre successivo Salvatore Condò viene giudicato colpevole e condannato a 8 anni e 4 mesi di reclusione. Anche Francesco Pirillo viene condannato: 2 mesi e 15 giorni.
Negli atti non risultano ricorsi in Appello o in Cassazione.[1]

Tutti i diritti riservati. ©Francesco Caravetta

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[1] ASCS, Processi Penali.

 

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