LA LOTTA ALLA MAFIA DEL DELEGATO GHERGHI

È il 15
settembre 1895 e il sole sta calando quando un uomo si allontana furtivo dal
pascolo di contrada Aquilotta in territorio di Salemi, provincia di Trapani,
senza essere visto dai quattro pastori e i due ragazzi che badano alla mandria
del signor Filippo Calcara di Castelvetrano. È il campiere Baldassarre Cucchiara, uomo di fiducia del padrone, che se
ne va disattendendo gli ordini ricevuti.
Sono circa le
20,00 e i bovari sbocconcellano un po’ di pane e formaggio sorseggiando del
vino rosso. Parlano della misteriosa scomparsa di Cucchiara quando vengono
letteralmente accerchiati da otto individui, cinque dei quali armati di fucile,
i quali ordinano perentoriamente di non muoversi. Uno dei pastori, però, tenta
di scappare e si becca un poderoso colpo in testa datogli col calcio di un
fucile. Cade a terra svenuto e sanguinante e con questo biglietto da visita gli
altri restano immobili come sassi mentre vengono legati mani e piedi dai
malfattori.
Agendo in
fretta con competenza, gli sconosciuti radunano quarantuno capi tra mucche,
buoi e vitelli e si allontanano indisturbati lungo il canale del fiume Grande
dirigendosi per i territori di Camporeale e Corleone, non prima di aver asportato
il fucile in dotazione ai pastori, due bisacce con roba da mangiare e qualche pezzotta di formaggio.
Dai e dai, uno
dei ragazzi, male legato ai polsi con un fazzoletto, riesce a liberarsi e a
slegare gli altri. Uno di loro corre a Castelvetrano ad avvisare i Carabinieri
e poi a casa del padrone a Latornie per dare la notizia della rapina. I militari,
accompagnati dal signor Calcara arrivano sul posto quando il sole è già alto e
cominciano subito le indagini seguendo le tracce degli animali. In teoria non
dovrebbe essere difficile ritrovarli in fretta, una mandria non può svanire nel
nulla e, d’altra parte, gli animali sono tutti marchiati sulla coscia destra
con le lettere FC e con un taglio a
forma di C sull’orecchio sinistro. In
teoria non dovrebbe essere difficile ma i delinquenti hanno scelto il giorno
giusto perché è appena terminata la fiera del bestiame a Salemi e le campagne
circostanti sono piene di tracce di bovini che tornano nei pascoli. Quale sarà la
traccia giusta? Poi c’è da considerare che i ladri di bestiame hanno molte ore
di vantaggio e potrebbero avere avuto tutto
l’agio di condurre gli animali in lontane località fuori da questo territorio
.
L’unica informazione che i pastori sono stati in grado di fornire è che i
malfattori erano tutti vestiti di dogo
piuttosto bianco, uno con cappello nero i testa e gli altri pure con berretti
neri e dell’apparente età dai 25 ai 40 anni
.
Il Delegato
di P.S. Nunziante Cornetta, il Maresciallo Agapito Anzuini e i loro uomini,
accompagnati da Calcara e da tale Pietro La Brasca, pratico
delle montagne dell’interno
, camminano fino a Corleone ma senza risultati perché tutte le trappere erano piene di
tracce di bovini
. I mandriani, che cercano per conto loro, sono invece più
fortunati in quanto trovano nove animali abbandonati dai ladri a un paio di
chilometri dal pascolo perché, evidentemente, non essendo riusciti a togliere i
campanacci a quelle bestie più selvagge
delle altre
, hanno ritenuto più prudente proseguire senza il rumore delle campane.
Tutte le
stazioni dei Carabinieri del circondario sono allertate ma i 32 animali mancanti
sembrano davvero spariti nel nulla. Intanto lo strano comportamento del campiere Baldassarre Cucchiara porta gli
inquirenti a sospettare che sia stato il basista del furto. In effetti la cosa
è davvero strana se si pensa che i campieri
sono assunti proprio per prevenire, attraverso le proprie “relazioni” con gli
ambienti delinquenziali, i furti di bestiame.
Chi avrebbe potuto associarsi al Cucchiara
nell’esecuzione della rapina?
Certamente solo dei vaccari di mestiere. I
Carabinieri di Castelvetrano focalizzano l’attenzione su alcuni sospetti del
paese e soprattutto su tale Giovanni Calascibetta, persona dedita a tal genere di reati ed affiliato alla maffia dei paesi
circonvicini
, il quale potrebbe avere avuto come complici suo fratello
Giuseppe, Pietro La Brasca
(si, proprio colui il quale guidò le ricerche per i monti) e Ciro Cusumano.
Tutti e quattro vivono d’una vita
misteriosa, allontanandosi sovente da qui e ritornandovi a brevi intervalli
.
I Carabinieri perquisiscono le abitazioni di La Brasca e Calascibetta e
trovano due pistole cariche a palla, una
a una canna e l’altra a due, un lungo stile e gli abiti del Cusumano
.
Questa è una prova inconfutabile di come, contrariamente a quanto hanno
dichiarato, siano in intime relazioni e
dediti al mal fare
. C’è di più: il
fatto che il Calcara, appena saputo il furto si rivolse al Calascibetta
Giovanni ed al La Brasca
per poter rintracciare gli animali, dimostra come il danneggiato sospettasse
anche sul loro conto
. Che il La Brasca non fu estraneo al
furto è manifestato dal fatto che, essendosi il medesimo accompagnato al
Calcara nella ricerca degli animali, non solo non si adoperò pel rinvenimento
di essi, ma è convincimento del Calcara che invece le sviò le tracce
.
Così, La
Brasca e Cucchiara finiscono in carcere dove già si trovano Cusumano e i due
Calascibetta, arrestati nel frattempo per un altro furto di bestiame.
Dopo quasi un
mese dal fatto, una confidenza ai Carabinieri indica come autori del furto, insieme ad altri individui di limitrofi e
lontani paesi
, il bracciante ventitreenne Francesco Rubino e il
ventiquattrenne pastore Vincenzo Cappello, entrambi di Salemi. A casa di Rubino
viene sequestrato un fucile ad avancarica con bacchetta di legno, simile a
quelli usati per la rapina e descritti dai pastori. È nei guai. I Carabinieri
lo portano in caserma e, dopo lunghe
interrogazioni e promesse di tenere celato il suo nome per le rivelazioni che
poteva farci
, Rubino confessa, oltre ad altri furti commessi a Mazara,
anche di avere partecipato alla rapina in danno di Calcara e fa il nome di un
certo Vincenzo Cappello. Confessa, di più, di avere rubato altri animali
durante la fuga.
Rubino viene
arrestato e i Carabinieri vanno a casa di Vincenzo Cappello il quale, avvertito
dell’arresto del socio in affari, è già sparito dalla circolazione. Francesco
Rubino si rende conto di ciò che ha fatto e quando viene interrogato in carcere
dal Pretore ritratta tutto.
Anche il
signor Filippo Calcara ritratta la sua precedente querela e adesso sostiene di
non nutrire alcun sospetto né nei confronti del suo campiere Baldassarre Cucchiara, né nei confronti dei fratelli
Calascibetta, di La Brasca
e Cusumano. Molto strano.
Intanto, a
Salemi gli investigatori nutrono sospetti anche su Erasmo Rubino, fratello di
Francesco, e lo arrestano. A San Giuseppe Jato i Carabinieri arrestano anche
tali Gioacchino Polizzi da Giardinello, Vincenzo Pisciotta da Montelepre,
ritenendoli tra i componenti della banda che ha compiuto la rapina ai danni di
Filippo Calcara.
Pisciotta
confessa e indica come suoi correi i fratelli Rubino, Di Giovanni, Vincenzo
Cappello, ancora latitante, e i fratelli Girolamo e Antonino Asaro da
Castellammare del Golfo. Ottenuti questi primi, significativi, risultati, le
indagini proseguono alacremente in tutti i comuni a cavallo tra le province di
Palermo e Trapani e viene arrestato anche tale Paolo Canella da San Cipirello.
Messi sotto
torchio gli arrestati, i Carabinieri accertano che complici della rapina sono
stati anche Rosario Giacopelli e Salvatore Candela, entrambi da Montelepre ed
entrambi latitanti, i quali hanno provveduto alla macellazione di una vaccina che fu mangiata il 17 settembre,
e alla divisione delle bestie un poco per
ciascuno
.
Sembra tutto
risolto quando, incaricato direttamente dal Direttore Generale della Polizia in
Sicilia nonché Comandante del XII Corpo d’Armata, Generale Mirri, assume la
direzione delle indagini il quarantatreenne Delegato di P.S. Mauro Gherghi,
marchigiano di Montesperto, già messosi in luce per altre operazioni contro i
furti di bestiame, che porta nuova linfa alle indagini per scoprire il o i
mandanti della rapina. La sua attività è frenetica e riceve alcune confidenze
molto interessanti. Una di queste soffiate lo porta, il 10 ottobre, a Piana dei
Greci dove nel fondo Dingoli di proprietà del signor Salvatore, don Totò, Di Gristina sequestra sette
animali. Il signor Di Gristina però non c’è, si trova nel feudo Cammuca in
territorio di Monreale dove risiede di solito. I due bovari che custodiscono la
mandria gli riferiscono che il padrone, il 18 settembre, ha ordinato loro di
portare i 7 animali da Cammuca a Dingoli e Gherghi comincia a sospettare che ci
sia sotto qualcosa di losco. Il Delegato va a trovare don Totò per farsi spiegare come mai abbia del bestiame rubato e Di
Gristina gli risponde di averli comprati da Gioacchino Polizzi, Paolo Cannella
e Vincenzo Pisciotta senza dubitare che fossero rubati perché del prezzo
pattuito di £ 1.100, ne versò solo 800 come acconto; le restanti 300 lire le avrebbe
versate solo quando Polizzi gli avrebbe portato la bolletta di rivela degli
animali, cosa che ancora non è avvenuta.
Poi Gherghi
scopre che altri due animali sono in una delle proprietà del possidente
Antonino Polizzi da Borgetto. Polizzi sostiene di non saperne niente perché
degli animali se ne occupa suo figlio Francesco che abita nel feudo Guastella e
gli assicura che si sarebbe informato direttamente dal figlio e se i due
animali che portano il marchio di Calcara fossero in uno dei suoi fondi, li
avrebbe consegnati immediatamente. Un paio di giorni dopo, da perfetto gentiluomo, Polizzi indica a Gherghi il fondo dove
pascolano le due vacche e rivela che gli animali sono stati venduti al figlio
da Giuseppe Di Gristina, figlio maggiore di don
Totò
, per 357 lire, di cui ne sono state versate solo 100, in attesa di
saldare il resto dopo aver avuto la solita bolletta di rileva degli animali.
Qualcosa non
quadra: come mai Di Gristina ha dichiarato di avere comprato solo le 7 vacche
trovate nella sua proprietà e adesso si scopre che ne aveva altre due? A questa
domanda Gherghi risponde: non v’è più
dubbio alcuno sulla di lui complicità nella rapina, tantopiù che ieri,
approfittando della nostra assenza da Partinico, si permetteva, almeno così s’è
dovuto ritenere, mandarci in dono da uno sconosciuto caci ed altro che furono
sdegnosamente rifiutati
. Scatta la denuncia ma quando Gherghi lo va ad
arrestare, Di Gristina è scomparso dalla circolazione.
La decisione
di arrestare Di Gristina forse fa capire a chi deve capire che il Delegato fa
sul serio e accade un’altra cosa strana: Gherghi va a Montelepre per
rintracciare e arrestare Salvatore Candela e Carlo Giacopelli ma trova solo il
primo che gli fa una bizzarra proposta: gli animali che sono nella sua disponibilità
in cambio dell’impunità e aggiunge che anche Giacopelli è pronto a consegnarsi
alla stessa condizione. Il Delegato finge di acconsentire e la stessa sera del
16 ottobre in contrada Nucilla di Partinico vengono ritrovati gli animali in
questione, tra i quali una mula. Sicuro di farla franca, Candela torna a casa
ma viene subito arrestato. Giacopelli invece temporeggia e, saputo dell’arresto
del suo compare, resta uccel di bosco.
Gherghi non
si ferma, è convinto che ci siano altre persone coinvolte nella rapina e
continua a indagare. Un suo onestissimo
confidente
gli rivela che i pregiudicati Giacomo Di Martino e Salvatore
Riccobono, il latitante Carlo Giacopelli e l’impiegato comunale Vincenzo
Cucinella, tutti di Montelepre, stanno progettando di staccare in detto comune bollette di proprietà per potere così
eseguire la vendita degli animali depredati, tuttora tenuti nascosti, e farne
perdere le tracce alla giustizia
. Cucinella non è nuovo a questo giochetto
perché gli è sempre riuscito facile essendo impiegato del Comune di Montelepre.
Gherghi fa sequestrare il bollettario e, al numero 185, trova una ricevuta
datata 29 settembre 1895 scritta di proprio pugno da Cucinella, intestata a
tale Melchiorre Spica, suocero di Giacopelli, e controfirmata da Riccobono e Di
Martino, relativa alla mula che Giacopelli aveva fatto ritrovare con la
promessa dell’impunità. Non appena
avvenuto tale sequestro, tutti detti individui si diedero da fare per porre
rimedio alla faccenda
, così Cucinella fa firmare una lettera al Sindaco di
Montelepre con la quale si chiede la restituzione del bollettario ma Gherghi
non restituisce un bel niente e i quattro compari, così assicura il solito confidente, progettano di
scappare a Tunisi. Il Delegato fa arrestare l’impiegato e rintraccia Di
Martino, ma degli altri due non c’è traccia, forse sono già al sicuro dall’altra
parte del mare. Spica si dichiara innocente e mostra un biglietto scritto di
proprio pugno da Salvatore Riccobono, zio di Cucinella, col quale chiede al
nipote di porre rimedio alla cosa.
Passano
alcuni mesi durante i quali si apre un’aspra battaglia legale tesa ad ottenere
la libertà provvisoria di Vincenzo Cucinella ma senza esito perché l’impiegato
resta in carcere. Poi, il 29 febbraio 1896, nel carcere di Trapani una guardia
sequestra al detenuto Nicolò Inzerillo un pizzino
scritto a matita su un pezzo di stoffa, che porta le firme di Gioacchino
Polizzi e Giuseppe Pisciotta.
Carissimo Amico
La prego di antire ha parlare da Arasimo
Giorrune e Calogero Lu Curto di andare tutti insieme dal Signor Rutina e farci
conoscere di rigetta la sua dichiarazione che lui ha fatto. Perché noi non lo
conosciamo, e dirci che dona un po di danaro alle nostre famiglie in condo e
dirci chi mi mette l’avvocato.
Stamo tutti bene di salute, siamo tutti
assieme lo salutiamo tutti.
La prego di incaricarsi in tutto
Mi dico il suo amico
Polizzi Gioacchino e Pisciotta Vincenzo
Gli
investigatori cominciano a indagare sullo scritto ma, nella migliore delle
ipotesi, ci vorrà del tempo per capire a chi era indirizzato, anche se i
sospetti cadono su uno dei Di Gristina per il fatto che viene chiesto del
denaro per le famiglie dei detenuti e per il pagamento degli avvocati. Nel
frattempo Gherghi scopre che per le 7 vacche sequestrate a Di Gristina erano state rilasciate in Piana dei Greci le
relative bollette in data 21 settembre u.s
. Si reca sul posto, sequestra il
bollettario e nota che al numero 66 era
stata rilasciata una bolletta di proprietà per la vacca rossa a Di Gristina Salvatore,
padre del Giuseppe e ciò in presentazione di altra bolletta datata da Corleone
1 giugno 1890 N. 517, bolletta che in quest’ufficio comunale non venne affatto
conservata come suol farsi, ciò che fa ritenere sia stata fatta sparire da
quell’impiegato comunale Bonnici Pasquale, incaricato del ramo, d’accordo col Di
Gristina
. Trova anche le altre bollette relative agli animali sequestrati e
tutte sono palesemente irregolari, evidentemente compilate con la complicità
dell’impiegato che viene arrestato, così come vengono arrestati Salvatore Di Gristina
e il possidente Antonino Borgia che ha firmato le bollette come testimone, ma i
due vengono subito scarcerati. I Carabinieri cercano anche l’altro firmatario,
Giuseppe Grappo, ma è irreperibile essendo riuscito a emigrare in America. Viene
arrestato anche un garzone di Di Gristina, tale Damiano Riolo, che ha
presentato le bollette al Comune.
Indagando
sulla rapina, Gherghi si imbatte in un’altra combriccola che opera tra Mezzojuso,
Corleone e Prizzi e, relazionando al Procuratore del re di Palermo, non usa
mezzi termini parlando di  associazione a delinquere finalizzata al
furto e alla vendita di bestiame, giustificandone
la provenienza con le false bollette datate da Castrogiovanni, delle quali i
componenti la stessa erano provvisti
. Tra le persone implicate nel traffico
indica anche tale Mario Nicosia da Piana dei Greci, campiere nell’ex feudo Calciminia (Godrano), al servizio di
Giuseppe Di Gristina, indicandolo come affiliato
all’associazione Vanella Antonino e compagni e si assicura non essere estraneo
ai molti furti verificatisi nel Mandamento di Mezzojuso
. Da questo momento
cominciano a essere recuperati, perché abbandonati in campagna, numerosi
animali che vengono riconosciuti e restituiti ai legittimi proprietari, ma
nello stesso tempo cominciano anche a fioccare le assoluzioni per insufficienza
di prove nei confronti degli imputati di associazione a delinquere per i
processi in corso da tempo [oltre a quello citato contro Vanella Antonino e compagni, ricordiamo anche quello contro Canzoneri Giuseppe e altri 34. nda]. E
in questi anni dire Associazione a
delinquere
equivale a dire la parola che molti non vogliono pronunciare:
Mafia.
Il marcio che
Gherghi sta facendo emergere comincia a puzzare troppo e la puzza comincia a
infastidire qualcuno che comincia a cautelarsi. Anche Gherghi comincia a
cautelarsi perché comincia percepire strani segnali e teme per la propria vita,
ma va per la sua strada e continua a indagare e battere campagne e paesi per
recuperare gli animali mancanti e, soprattutto, per trovare prove che
inchiodino i ricchissimi e potenti Di Gristina, da lui ritenuti i mandanti del
furto; nello stesso tempo invia ai suoi superiori una riservata nella quale fa presente che, a suo giudizio, bisognerebbe
fare in modo da togliere il processo alla Corte d’Assise di Trapani e farlo
celebrare in continente.
In questa sua
frenetica attività, il 24 maggio 1896 riceve una soffiata che vorrebbe il
latitante Carlo Giacopelli a Montelepre per
godersi la festa
. Organizza subito una squadra e, intorno a mezzanotte, lo
sorprende per strada e lo arresta nonostante un disperato tentativo di fuga.
Ovviamente nega ogni cosa.
Il 9 giugno
successivo a Palermo, in Via Crocefisso all’Albergheria, viene assicurato alla
giustizia anche Salvatore Riccobono il quale, come d’obbligo, si dichiara
innocente.
Gli elementi
raccolti sono sufficienti per il Pubblico Ministero che il 26 luglio 1896
formula le richieste per gli imputati: rinvio a giudizio per tutti tranne che
per Bonnici, Borgia e Grappo per i quali gli indizi sono ritenuti
insufficienti. Nemmeno Vincenzo Cappello affronterà il processo perché muore a
Marsala, piantonato in ospedale. Nello stesso documento il Pubblico Ministero
chiede che venga concessa, nonostante il provato reato di favoreggiamento, la
libertà provvisoria a Cucinella, Riccobono, Spica e Di Martino.
Finalmente,
il 25 maggio 1897, la Sezione
d’Accusa presso la Corte
d’Appello di Palermo si pronuncia e accoglie la richiesta del Pubblico
Ministero, ma Giuseppe Di Gristina, Girolamo Asaro e Gaetano Di Giovanni sono
ancora latitanti.
********
Sono le 19,30
del 29 settembre 1897 ed è una bella serata a Partinico. Mauro Gherghi esce per
andare in ufficio a sbrigare alcune faccende. Si ferma sul portone, appende il
bastone animato all’avambraccio sinistro, tira fuori un sigaro, lo accende e si
fa piacevolmente avvolgere da una nuvoletta di fumo azzurrognolo. Appesa alla
cintura ha la sua rivoltella d’ordinanza. All’angolo dell’edificio due
contadini, uno dei quali ha una grossa roncola, parlottano tra di loro. Altre
persone camminano lungo la strada; Gherghi attraversa la strada seguito a breve
distanza dai due che affrettano l’andatura e gli sono alle spalle. Il Delegato
non ha nemmeno il tempo di girarsi per capire cosa sia quel rumore di passi
affrettati, che un tremendo colpo di roncola alla nuca gli frantuma le ossa
della testa e cade incosciente a terra. Proprio in questo momento la moglie e i
due figli del poliziotto si affacciano alla finestra e vedono la scena: urlano
disperatamente per chiamare al soccorso ma non si avvicina nessuno. L’altro
uomo ha una rivoltella in mano e spara tre colpi alle spalle di Gherghi, poi gli
avvicina l’arma all’orecchio destro, fa fuoco di nuovo e, insieme all’altro
sicario si allontana indisturbato. Si, il marcio che ha portato a galla il
Delegato di P.S. ha dato fastidio a qualche persona importante. La prova non è
l’assassinio del poliziotto in sé, quanto quel colpo sparato all’orecchio: ha
sentito troppe confidenze pericolose, ecco perché è morto ammazzato a
quarantacinque anni. Chi vuole capire, chi deve capire, capisca. Questo è il
terribile messaggio che porta quel cadavere martoriato, steso bocconi sulla
strada polverosa.
Nella notte
vengono fermate una sessantina di persone ma le indagini non portano da nessuna
parte. Certo, è lecito sospettare che ad ordinare l’omicidio sia stata qualche
persona importante tirata dentro l’inchiesta che conduceva il Delegato. Si
comincia a sospettare che dietro l’omicidio possa esserci la famiglia Di Gristina.
In particolare il minore dei figli di don
Totò
, Francesco Paolo, potrebbe addirittura essere stato uno dei due sicari
o, quantomeno, essere stato presente sul posto al momento dell’omicidio. Ma le
prove? Si vedrà.
Piuttosto,
adesso cominciano a gracchiare i corvi sui metodi di indagine di Gherghi: forse
qualche verbale contraffatto ad arte per coinvolgere questo o quello. Saranno
le indagini a scoprirlo.
Nonostante
tutto, la Giustizia
deve fare il suo corso e quando tutto sembra pronto per iniziare il
dibattimento, all’inizio del 1898 viene recapitato un voluminoso plico riservato alla Procura Generale
del re di Palermo, proveniente da New York, contenente un esposto anonimo
contro Salvatore, don Totò, Di Gristina
e parecchi altri documenti che sembrano estranei al processo. L’anonimo dice di
essere di Piana dei Greci dove vivono i suoi genitori vecchi e languenti nella miseria. Dice di essere stato un
dipendente di don Totò Di Gristina,
si autoaccusa di essere stato uno dei partecipanti alla rapina del 15 settembre
1895 ai danni di Filippo Calcara e per questo costretto a emigrare in America per tema di capitare nelle mani della giustizia.
Dice ancora di essere stato dal Di Gristina
ammaestrato nella via del delitto
e per questo lo denuncia come mandante
della rapina e di altri delitti contro la proprietà. Poi aggiunge che Di Gristina, visto che la giustizia era
sulle sue tracce, si è sbarazzato di molti altri animali rubati, mandandone
alcuni nel bosco della Ficuzza col mezzo del suo fido Mario Nicosia, campiere
dell’ex feudo Calciminia presso Mezzojuso ed altri li ha abbandonati, tanto che
una mula di manto morello, rubata in territorio di Messina, si è trovata dietro
la sua stalla in Piana dei Greci ed ivi data in commenda ed una giumenta,
rubata in territorio di Scicli, è stata mandata al Nicosia e quivi trovata da
quel Pretore
.
Gli
inquirenti si formano la convinzione che, come aveva già intuito il Delegato
Gherghi, ci sono indizi gravissimi nei confronti di Salvatore Di Gristina per
ritenerlo organizzatore della rapina degli animali e a carico del suo fido
Mario Nicosia quale suo favoreggiatore, così viene disposto l’arresto per don Totò,  sparito nel nulla come suo figlio Giuseppe, e
l’ordine di comparizione per Nicosia.  
Poi, il 2
aprile 1898, la Questura
di Palermo organizza un servizio su vasta scala per arrestare i due Di Gristina.
Che sia arrivata una soffiata? Vengono controllate tutte le residenze sparse
nelle proprietà di campagna, i casolari, le case dei dipendenti più fidati ma
di loro non c’è traccia. Eppure la
Polizia è sicura che i due si nascondano in una delle loro
residenze. I telegrammi con “esito negativo” arrivano uno dietro l’altro
durante tutta la mattina e comincia a serpeggiare la delusione. Poi il Delegato
Francesco Gaipa, scorrendo l’elenco delle località da controllare nota che
manca la residenza cittadina dei Di Gristina, così con una squadra si precipita
in via Bosco 44. In casa ci sono solo la signora Maria Musacchia in Di Gristina
e una domestica, ma il Delegato fa eseguire una minuziosa perquisizione.
Vengono aperti armadi, cassepanche e ogni altra cosa nella quale un essere
umano potrebbe nascondersi ma non trovano nessuno. Poi un agente nota in un camerino una botola chiusa da alquanti mattoni murati su una tavola; alzatala
dopo aver fatto leva con una daga si è penetrati in un mezzanino dissimulato
che trae aria e luce da una feritoja ove appunto si rifugiavano i predetti due
catturandi
. Tombola!
Il 15
dicembre 1898 il Procuratore Generale del re di Palermo chiede alla Sezione
d’Accusa di dichiarare chiusa l’istruttoria nei confronti di Salvatore Di Gristina
e Mario Nicosia e motiva così la richiesta di non luogo a procedere: Poiché comunque le circostanze affermate nel
detto anonimo a carico dei due prevenuti trovino un certo riscontro, non solo
negli atti processuali già rinviati al giudizio della Corte di Assise di
Trapani
, ma anche in questa istruttoria e
nelle non esaurienti discolpe di Salvatore Di Gristina, pure da tutti questi
elementi non sorgono indizi bastanti a rafforzare quello che scaturisce dalla
suesposta chiamata di correo contenuta nell’anonimo, la cui provenienza è pur
troppo risultata sospetta dopo lo sviluppo delle indagini generiche e
specifiche accuratamente svolte dall’Egregio Sig. Consigliere Delegato della
Sezione d’Accusa
.
La Sezione d’Accusa avalla
questa tesi e i due imputati vengono prosciolti.
Adesso il
dibattimento davanti alla Corte di Assise di Trapani può cominciare e subito ci
si accorge di qualcosa di inaudito: i sigilli ai tre fucili sequestrati
all’imputato Antonino Asaro sembrano essere stati manomessi. Le armi vengono
comunque mostrate al teste Luigi Fici, al quale venne sottratta una carabina
durante la rapina, che non riconosce in nessuno dei tre fucili il suo. Le armi
non vengono riconosciute nemmeno dagli Agenti di P.S. e dai Carabinieri e
nessuno è in grado di stabilire chi abbia materialmente redatto il verbale di
sequestro. Asaro sostiene con forza che quelle sono le armi che il Delegato
Gherghi gli sequestrò. Luigi Fici, per rafforzare la sua dichiarazione,
riferisce che la carabina da lui riconosciuta gli fu mostrata da Gherghi a
Partinico quando era già buio e di giorno in Pretura a Salemi, ma quella che
gli stanno mostrando non è la sua carabina. Ci vuole una indagine suppletiva e
il processo viene rinviato a nuovo ruolo.
Nella nuova
indagine per stabilire la natura delle armi presenti tra i reperti, nascono dei
dubbi sulla veridicità dei rapporti che portano la firma di Gherghi. Fanno parte degli atti processuali diversi
verbali redatti nell’ottobre 1895 in Partinico e che portano la firma del
defunto Sig. Mauro Gherghi, Delegato di Pubblica Sicurezza e del Brigadiere
delle Guardie di Città Benigno Luigi. Or io prego la S.V. d’indagare e farmi
conoscere le generalità dello scrivano di cui il Delegato suddetto
nell’accennata epoca servivasi costà per la compilazione di detti verbali
,
scrive a tutti i Delegati di P.S. il Giudice Giuseppe Strinati che conduce le
indagini.
Il defunto Gherghi Mauro tenne come scrivano
la Guardia di
Città Marrocco Giuseppe, il quale ora trovasi presso la Questura di Palermo. Si
serviva pure, per il disbrigo di affari d’ufficio, del figlio del Brigadiere
Benigno, a nome Luigi, il quale trovasi domiciliato qui quale Guardia Campestre
e presta servizio quale scritturale presso il Comando delle Guardie stesse. Non
pare possibile che i verbali dei quali è parola siano stati scritti dai
Carabinieri Reali, mentre è noto che il Gherghi era in attrito con essi, tanto
che questi non firmarono i verbali
, risponde l’ufficio di Pubblica
Sicurezza di Partinico e questa versione è riportata pari pari anche nel
verbale che i Carabinieri di Partinico inoltrano al Giudice Strinati.
Su queste
basi e col fardello dell’omicidio Gherghi sulle spalle, secondo i giudici della Corte d’Assise di Trapani il
dibattimento non può continuare e viene chiesto alla Suprema Corte di
Cassazione di spostarlo in altra sede per legittima suspicione. La Corte, il 3 maggio 1899, vista
anche la riservata di Gherghi, stabilisce
che il dibattimento, riunito a quello per l’omicidio del Delegato, si terrà in continente, presso la Corte d’Assise di Cosenza,
ma i timori che anche in continente
il processo possa essere condizionato dalle influenze dei Di Gristina assillano
la famiglia del Gherghi. Il fratello di questi, Ernesto, scrive da Nicastro,
dove insegna, delle lettere appassionate al signor Calcara per convincerlo a
costituirsi parte civile nella causa e ottiene il risultato sperato, ma questa
mossa deve provocare gravi danni alla salute di Calcara perché, convocato dalla
Corte, produce una serie infinita di certificati medici e richieste di non
essere ascoltato, finché il Presidente non lo manda a prendere dai Carabinieri.
Il professor
Gherghi ha pensato di aver messo in campo il meglio degli avvocati che
vanterebbero potenti amicizie a Cosenza, ma non essendo è pratico della città
non sa che gli imputati hanno nominato dei veri pezzi da novanta come il
Senatore Nicola Serra e il Sindaco di Cosenza Luigi Fera, nonché il Presidente
dell’Ordine degli Avvocati Ambrogio Arabia e l’Onorevole Francesco Alimena.
Senza altri
indugi il 25 novembre 1899 inizia il dibattimento e viene subito emessa una
sentenza di condanna in contumacia nei confronti dei tre imputati latitanti
Gaetano Di Giovanni e Girolamo Asaro, responsabili di rapina a mano armata, a
15 anni di reclusione più pene accessorie e Salvatore Riccobono, colpevole di favoreggiamento in detto reato, a 3 anni
di reclusione.
Adesso si può
cominciare per tutti gli altri imputati, che si dichiarano innocenti, ma le
cose per quanto riguarda il furto di bestiame sono ben chiare e bisogna,
invece, concentrarsi sull’omicidio Gherghi.
Interrogato Ernesto
D’Ayala, Delegato di P.S. di San Giuseppe Jato, ammette di aver ricevuto da parte
della famiglia Di Gristina, tramite il signor Giuseppe Termine, l’offerta di
6.000 lire come senso di riconoscimento,
un fiore, per il contegno da noi
[lui e Gherghi] tenuto in occasione del sequestro degli animali rubati, ma D’Ayala
sembra confuso, contraddittorio, quasi reticente e il Presidente è costretto a
richiamarlo più volte. Se è vero ciò che afferma D’Ayala, anche Gherghi avrebbe
ricevuto la stessa offerta. Il Delegato di Castelvetrano Nunziante Cornetta,
giura che dopo il sequestro degli animali a Giuseppe Di Gristina, una sua fonte
confidenziale gli rivelò che qualcuno
della famiglia Di Gristina aveva offerto £ 6000 al Delegato Gherghi per
togliere dal processo il Giuseppe Di Gristina
. Cornetta telegrafò subito a
Gherghi per riferirgli questa notizia e il collega in un incontro successivo la
confermò come vera e aggiunse di averla sdegnosamente
rifiutata
, come allo stesso modo, in un’altra occasione, rifiutò un carro di complimenti.
Nella gabbia
degli imputati siede anche un certo Giuseppe Castronuovo, che non è imputato
per il furto di animali, bensì è sospettato di essere uno dei due sicari del
delegato Mauro Gherghi. Quando Adele Pierluca vedova Gherghi siede sul banco
dei testimoni, lo cerca con lo sguardo prima di rispondere alle domande del
Presidente sull’uccisione di suo marito
La mia ferma convinzione fu, non appena il
fatto si verificò e tuttavia perdura in me come in tutta Partinico, che
Salvatore Di Gristina e i suoi figliuoli furono quelli che fecero assassinare
l’infelice mio marito e ciò anche perché il detto Salvatore Di Gristina due
giorni dopo gironzava per le vicinanze della mia casa in Partinico, onde
appurare tutto ciò che si diceva, come mi venne assicurato dall’allora
Brigadiere Luigi Benigno. I Di Gristina sono capacissimi a far commettere reati
come quelli di cui è processo perché sono maffiosi e, temendo che mio marito
colla sua deposizione innanzi la giustizia di Trapani avesse confermato tutte
le circostanze consacrate nei suoi verbali contro del Giuseppe Di Gristina, lo
fecero ammazzare per tanto evitare
– Siete a
conoscenza di offerte di denaro a vostro marito?
Per quanto ne sappia, solo una volta in San
Giuseppe Jato fu fatta l’offerta delle lire 6000 a mio marito
– Sapete se
vostro marito aveva ricevuto minacce di morte da parte dei Di Gristina?
Mio marito non mi confidò mai di essere
stato minacciato direttamente od indirettamente dai Di Gristina, ma sapendo la
loro potenza, temeva lo avessero fatto ammazzare
La vedova
Gherghi viene licenziata e il Presidente fa accompagnare davanti al banco dei
giurati l’accusato Castronuovo perché
possano osservarne i connotati, poi fa entrare il figlio tredicenne del
Delegato. Può testimoniare, ma in quanto minorenne non può prestare giuramento
Appena consumato l’omicidio fu ferma
convinzione, e nella mia famiglia e nel pubblico di Partinico, che autori
morali erano stati i Di Gristina e questa persuasione è perdurata sempre e
tuttora perdura
– Guarda bene
gli imputati e dimmi se tra di loro riconosci uno degli assassini di tuo padre
– gli fa il Presidente. Giuseppe guarda con attenzione e indica Castronuovo
– È quello.
Era il più alto dei due… – dice
Viene sentita
anche Aida Gherghi, la ventenne figlia del Delegato, la quale conferma i
sospetti e aggiunge
Mio padre temeva molto dei detti Di Gristina
per essere prepotenti, maffiosi e che se si fosse fatta la causa in Trapani
temeva sempre della sua vita… i Di Gristina sono molto ricchi e dispongono di
milioni
Il
Presidente, in virtù di queste accuse, ritiene opportuno interrogare di nuovo
il Delegato D’Ayala e gli chiede
– In seguito
all’uccisione di Gherghi, avete fatto indagini sui Di Gristina per sapere della potenza degli stessi, della loro
importanza, del se erano maffiosi o meno e se capaci di far consumare la
uccisione del Gherghi?
– Non sono
stato incaricato si svolgere queste indagini, che del resto non avrei potuto
fare perché la famiglia Di Gristina non
apparteneva alla mia giurisdizione, sebbene San Giuseppe Jato fosse un comune
dipendente dalla Pretura di Piana dei Greci e pure spesso mi portavo in quella
Pretura  non ebbi occasione di conoscere
la famiglia Di Gristina e quindi nulla conosco
Che D’Ayala
sia reticente è palese: come fa a dire che non conosce i Di Gristina se nel
primo interrogatorio aveva ammesso di aver ricevuto l’offerta di 6.000 lire da
un loro emissario? Bisogna approfondire questo aspetto che potrebbe risultare
decisivo per accertare tante responsabilità. Viene quindi chiamato sul banco
dei testimoni il Commissario Cesare Ballante, all’epoca dei fatti Ispettore al Molo
Orientale di Palermo
– Oltre a
quello che mi riferirono alcuni agenti della forza pubblica e i familiari di
Gherghi sul conto dei Di Gristina e che è emerso anche in quest’Aula, non posso
dire altro perché stetti solo tre giorni
a Partinico e non intesi dire nessuna cosa, né di bene, né di male sul conto
dei Di Gristina, il cui nome mi era nuovo
Non è che
anche il Commissario Ballante fa qualche giochetto? Il Presidente gli legge i
rapporti scritti dallo stesso Ballante che dicono tutt’altro e il Commissario è
costretto ad ammettere
Dalle indagini fatte mi risultò, per referti
avuti, che il Di Gristina Giuseppe aveva relazioni nella maffia e se ne serviva
per trar profitto dai furti di abigeo che si consumavano, acquistando gli
animali rubati per pochi centesimi
– poi, con uno scatto d’orgoglio, si
lascia andare e lancia pesanti accuse alla classe dei proprietari terrieri –. In Sicilia non potrebbero deplorarsi i reati
di abigeo con tanta frequenza e senza che però si riesca ad aver traccia degli
animali rubati, quantunque numerosi, se non vi fossero dei ricchi proprietari
di animali che esercitano l’industria di riceversi gli animali rubati e di
mischiarli nelle loro mandrie. Mi pare che la famiglia Di Gristina non sia
divisa, agiscono l’industria in comune e quindi le indagini da me cennate si
riferiscono a tutta la famiglia
– Siete a
conoscenza del ruolo del Delegato D’Ayala in tutta questa faccenda?
Il Delegato D’Ayala, dopo scoperto che uno
dei complicati nella rapina era stato Giuseppe Di Gristina, nella sua qualità
di funzionario di P.S. avrebbe avuto l’obbligo di fare delle indagini anche da
sua parte, indipendentemente da quello che faceva il Gherghi, sull’essere del
Di Gristina, tanto più quando dal Di Gristina gli veniva offerto del denaro. Il
non averlo fatto mi pare che rivela di non aver ben compiuto il suo dovere
– Che persona
è D’Ayala?
Il D’Ayala è di carattere un po’ leggero,
adontossi perché il Gherghi fece delle operazioni sul suo territorio ed io
dovetti interpormi perché tale dissidio , dannoso al servizio, finisse. Corse
voce che aveva contratto delle obbligazioni in San Giuseppe Jato, ma tali voci
non ebbero seguito, né io potetti approfondirle perché lasciai Palermo. Egli
spendeva più di ciò che poteva
tanto
lui che l’estinto Delegato Gherghi avrebbero avuto l’obbligo di verbalizzare il
tentativo di corruzione
Nessuna
meraviglia. Che la corruzione nella Pubblica Sicurezza siciliana sia un
problema drammatico è noto da molti anni come racconta Napoleone Colajanni nel
suo “Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause” (Palermo 1895).
Adesso a
sedersi sul banco dei testimoni è il Tenente dei Carabinieri Emmanuele
Sciortino che si occupò delle prime indagini sull’omicidio di Gherghi
In Partinico varii dovettero essere gli
spettatori del luttuoso avvenimento, ma nessuno volle parlare non ostante si
fossero fatti degli arresti e gli arrestati poi vennero prosciolti
dall’Autorità Giudiziaria. Ciò non è nuovo in quel paese perché si ha per
sistema di non mai rivelare alla Giustizia ciò che si conosce o si vede. È
questa la ragione per la quale non si può sapere alcuna cosa dalla pubblica
opinione, la quale opinione, del resto, fu fatta dagli Agenti della Forza
Pubblica sui Di Gristina per i precedenti che vi erano stati tra essi e il Delegato
Gherghi. Aggiungo che a seguito della uccisione del Gherghi, mi recai in Piana
dei Greci per assumere notizie sui Di Gristina, ove potetti solo acclarare che
salvatore Di Gristina era figlio naturale di un certo Petta Di Gristina, da cui
aveva ereditato un ricco patrimonio, proveniente per lo più dalla ricezione di
animali furtivi
In Partinico vi è il motto di ordine, così
detto Omertà, che vuol dire che qualunque reato si verifica, specialmente se
grave, nessuno deve parlare
– racconta il Segretario Comunale di Partinico,
Simone Mancuso –. Intesi dire che Giuseppe Poma Pintacuda [un vicino di casa di
Gherghi dove venne portata la famiglia immediatamente dopo l’omicidio] portò l’indice sulla bocca onde nulla far
palesare a quelli che accorsero in casa sua
Poi vengono
interrogati una serie di testimoni a carico e a discarico di Francesco Paolo Di
Gristina e tutti modificano le dichiarazioni rese in fase istruttoria,
costringendo il Presidente ad ammonirli più volte di rispettare il vincolo del
giuramento, ma i testi si mostrano decisi a sostenere le nuove dichiarazioni
tutte in favore dell’imputato e il presidente fa arrestare in aula 7 testimoni
che hanno stravolto le proprie dichiarazioni. Altri testi vengono fatti mettere
in disparte e fatti sorvegliare dai Carabinieri in attesa di chiarire le
singole posizioni; due di questi spariscono misteriosamente da Cosenza per due
giorni lasciando in albergo i propri bagagli.
Pare anche
che ci sia una misteriosa epidemia che colpisce i testimoni e questo non è affatto
un buon segno, così la Corte
osserva che poco attendibili sono i
certificati di malattia
relativi a 11 testimoni e dispone che ad accertare
la veridicità delle malattie debba essere un
Maggiore Medico di Palermo con la presenza di un Giudice Istruttore e qualora
tutti o parte siano in grado di venire in questa Città e deporre, se ne ordini
lo accompagnamento a mezzo della forza pubblica, qualora non prescelgano di
mettersi in viaggio volontariamente
.
C’è, adesso
il fondato rischio che il processo si tramuti in farsa. Proprio per scongiurare
questo rischio, il Pubblico Ministero ritiene che, stante i procedimenti a carico di molti testimoni, l’assenza di altri
testi importanti a cui non si può rinunziare, è necessario che la causa sia
rinviata a nuovo ruolo
. Le parti civili si associano alla richiesta ma le
difese si oppongono visto che ormai si è sul punto di arrivare a sentenza e le
cose sembrano essersi messe bene per molti degli imputati.
La Corte, poiché tale richiesta trova serio
fondamento nel disposto procedimento per falso e reticenza, rinvia la causa
concernenti i processi relativi alla rapina Calcara, al furto De Maria ed
all’omicidio Gherghi, già riuniti per intima connessità, a nuovo ruolo.
È
il 29 dicembre 1899. È una scelta scellerata. Nei primi giorni dell’anno nuovo
gli atti vengono trasmessi al Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo
per le ulteriori decisioni in merito.
Intanto
inizia il processo che vede alla sbarra i 7 falsi testimoni, tutti difesi
dall’avvocato Luigi Fera. Il 30 aprile 1900 vengono tutti condannati a 2 anni
di reclusione ciascuno per falsa
testimonianza resa in dicembre 1899 davanti la Corte d’Assise di Cosenza, nel dibattimento per
delitto a carico di Giuseppe Di Gristina e Francesco Paolo Di Gristina ed altri

e propongono subito appello.
A Palermo la
Corte d’Appello decide che il processo per la rapina ai danni del signor Calcara
debba continuare a Cosenza, ma il processo per l’omicidio Gherghi viene
stralciato in attesa che si definisca il ricorso in appello.
È il mese di
giugno del 1901[1] quando gli imputati di
rapina sono di nuovo in aula, proprio mentre a Cosenza cominciano a fioccare
gli arresti per una pericolosa associazione a delinquere denominata “la
Mala Vita” che terrorizza la città[2].
Il 29 luglio
successivo la Corte
condannerà Francesco Rubino, Gioacchino Polizzi e Vincenzo Pisciotta, ritenuti
colpevoli di rapina aggravata e furto in concorso tra di loro, ciascuno alla
pena complessiva di 6 anni e 4 mesi di reclusione, più 3 anni di vigilanza
speciale; Paolo Cannella, Antonio Asaro, Carlo Giacopelli, Salvatore Candela e
Giuseppe Sciara, colpevoli di sciente
acquisto e ricettazione, nonché d’intromissione a fare acquistare o ricevere
animali provenienti da sottrazione
, ciascuno alla pena di 3 anni e 10 mesi
di reclusione, alla multa di £ 2.500 e a 3 anni di vigilanza speciale. [3]
Il ricorso
presentato in appello dai falsi testimoni viene rigettato il 15 novembre 1901
dalla Corte d’Appello di Catanzaro la quale rinvia
la causa ai primi giudici per la esecuzione
.
Adesso che
per la Giustizia è confermato che quei sette hanno cercato di favorire i Di
Gristina e Castronuovo, non dovrebbero esserci più ostacoli per ricominciare
anche questo processo e arrivare alla loro condanna.
Ma dove si è
tenuto il processo? A Cosenza no. A Palermo l’ho cercato ma è pressoché
impossibile trovare qualsiasi atto processuale in assenza un indice. Sempre
ammesso che il processo si sia effettivamente celebrato e celebrato a Palermo.
Questa storia
si conclude con la speranza che la famiglia del Delegato Mauro Gherghi abbia
ottenuto giustizia, con la speranza di riuscire a far emergere dall’oblio questo
delitto di mafia, avvenuto dodici anni prima dell’omicidio di Joe Petrosino, e
rendere onore a Mauro Gherghi.
Infine, agli
atti della Camera dei Deputati risultano, tra il 1898 e il 1900, tre proposte
del Governo per assegnare una pensione alla famiglia del Delegato Gherghi[4].


[1] ASCS, Processi Penali.
[2] Cfr. Francesco Caravetta,
GUAGLIUNI I MALA VITA, Cosenza 2012.
[3] ASCS, Corte d’Assise di
Cosenza, Sentenze 1901.
[4] archivio.camera.it

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