L’ONORE, LA MOGLIE E LA FAME

È il 31
gennaio 1915. È domenica pomeriggio e fa freddo. Giuseppe Russo entra nella
cantina di Nicola Filippo a Santa Maria le Grotte e si mette a giocare a carte
con un amico. Bevono un po’ di vino che paga Giuseppe con una lira d’argento,
intascando il resto che l’oste gli porge. Proprio in questo momento entra il
suocero di Giuseppe, Giovanbattista Ringa, il quale con una salvietta nelle mani chiede al cantiniere un chilo e mezzo di
pasta, che disse dover mangiare con la famiglia
.
Giuseppe alla
vista del suocero cambia colore e diventa paonazzo. Esce quasi di corsa dal
locale e si nasconde in un vicoletto. Il suocero, con la pasta avvolta nella
salvietta, si incammina verso casa, una cinquantina di metri appena.
Forse non si
accorge nemmeno del lampo che gli ustiona il viso e della pallottola che gli
trapassa la mascella da parte a parte. Certamente sente il dolore per le
ferite, ma è una questione di secondi perché un’altra pallottola lo colpisce in
pieno petto.
Dal balcone
di casa escono due figli di Giovanbattista che riconoscono il cognato mentre
sta sparando altri due colpi contro il loro padre e si mettono a urlare
chiedendo pietà per il genitore. Accorre anche un’altra figlia che si
inginocchia davanti a Giuseppe e lo implora
Non ammazzare papà… – Giuseppe ha ormai
compiuto la sua missione e la cognata in mezzo alla strada rappresenta solo un
ostacolo alla fuga, così punta l’arma verso la giovane e sta per sparare, ma
lei implora di nuovo, per sé questa volta – Peppe,
non mi ammazzare, fallo per quanto bene ti ho fatto finora…
– queste parole
producono l’effetto sperato dalla ragazza e Giuseppe la scavalca con un salto,
sparendo nella notte.
Intorno a
Giovanbattista c’è un capannello di curiosi accorsi agli spari e alle grida.
Qualcuno si accorge che respira ancora. Lo sollevano e cercano di portarlo in
casa, così almeno muore nel suo letto, dicono. Ma Giovanbattista muore mentre
non ha ancora oltrepassato del tutto la soglia di casa.
Il
Maresciallo Antonino Miragliotta, comandante la stazione di San Martino di
Finita, arriva con due Carabinieri e il medico condotto verso le 21,30. Sguinzaglia
subito i suoi uomini alla ricerca dell’assassino, ma senza esito. Nel frattempo
comincia a raccogliere delle testimonianze che ricostruiscono sommariamente i
fatti e altre, molto interessanti, per capire il movente del tragico gesto.
Intanto non
sembrano esserci dubbi sul fatto che Giuseppe ha seguito il suocero nel vicolo
con una rivoltella in mano. Quando erano a meno di dieci metri dalla porta di
casa, Giuseppe posò la mano sinistra sulla spalla del suocero che, sorpreso, si
girò di scatto, poi gli spari. Questa è la ricostruzione ufficiale dei fatti.
Poi Giuseppe
viene arrestato a Cosenza la sera del 1 febbraio, un giorno dopo l’omicidio e confessa
raccontando la sua versione dei fatti. Soprattutto ricostruisce le vicende che
lo hanno portato alla disperazione e poi a premere quattro volte il grilletto
della sua rivoltella contro il suocero
Confesso di avere sparato quattro colpi di
rivoltella contro mio suocero e di avere asportato abusivamente la rivoltella.
A mia discolpa, però, dichiaro che il delitto fu conseguenza di una lunga serie
di torti fattimi dal Ringa e da sua figlia Arbellina, mia moglie

esordisce, poi continua –. Circa dodici
anni fa io mi invaghii di Arbellina Ringa; mandai dal padre a chiederla in
isposa e mi fu prima risposto di no. Pochi giorni dopo, però, il Ringa mi mandò
a dire che il matrimonio si poteva conchiudere. Quindi entrammo in trattative.
Il Ringa pretendeva che io avessi fatto un “bono”, una scrittura privata, in
cui avessi dichiarato di cedere tutta la mia proprietà a sua figlia; io mi
rifiutai e le trattative si sospesero. La mia proprietà era allora di circa
lire quindicimila, compreso in esso il valore della proprietà di mio fratello
Raffaele il quale, pria di emigrare, mi aveva fatto procura generale per
amministrare tutti i suoi beni. Il Ringa poi nuovamente volle riattaccare le
trattative, senza parlarmi di cessioni a sua figlia, la quale si mostrava affettuosa
con me. Poco tempo prima del tempo stabilito per il nostro matrimonio, il Ringa
volle che andassi con lui a Cosenza, sotto pretesto che avremmo dovuto fare gli
acquisti pel matrimonio. L’indomani del nostro arrivo a Cosenza, il Ringa
condusse me e suo cognato Gennaro Covello ad una casa che io ignoravo a chi
appartenesse, così mi trovai nella casa del Notaio De Gattis Antonio, il quale
aveva già quasi completato un atto di cui ignoravo la natura.
C’erano presenti
due testimoni quando mio suocero mi chiamò in disparte e mi disse: Quando il notaio ti chiederà se avrai
ricevuto il prezzo, tu dirai di si
. Io non diedi importanza alla cosa
perché pensavo si trattasse di una
dotazione di mobili
[contanti, nda] senza alcuna importanza. Ricordo che il
notaio ad un certo punto mi disse senza specificare: Russo, hai ricevuto questa moneta? Risposi di si e ce ne andammo.
Pochi giorni prima del matrimonio, il De Gattis fece in casa Ringa a Santa
Maria i capitoli nuziali. Fu letto un atto in cui si parlava di dotazione
del Ringa alla figlia di proprietà acquistata da me
. Nemmeno allora
compresi l’importanza della cosa e quindi non mi accertai se il Ringa avesse
fatto qualcosa alle mie spalle. Cosa volete, il matrimonio era imminente, io
amavo Arbellina e lei era molto affettuosa con me. Ero contento di entrare in una famiglia che ritenevo per bene e non mi
passava per la mente che mi si potesse fare un inganno
. Dopo il matrimonio
scoprii la verità: mai moglie era la proprietaria della mia roba e mio suocero aveva
la procura per amministrare tutto, anche la roba di mio fratello. Ma ancora una
volta, per l’amore cieco che nutrivo
per mia moglie, non me ne curai. Abitavamo dai suoceri e io lavoravo indefessamente. Dopo alcuni mesi mia
moglie cominciò ad insistere affinché partissi per l’America con suo fratello
Eugenio. Dapprima mi opposi ma poi le insistenze di Arbellina e della sua
famiglia divennero insopportabili e così, quattordici mesi dopo il matrimonio,
partii con mio cognato. I primi tempi guadagnavo bene e mandai a casa quasi
mille lire, poi mi ammalai e non trovando facilmente lavoro non mandai più
niente a mia moglie che, del resto, godeva
la mia proprietà
. In quel periodo ci scrivevamo regolarmente, poi nel 1911
mio suocero volle mandata da me una
procura per transigere una lite che egli, relativamente alla mia già proprietà,
aveva con Filippo Domenica, moglie di mio fratello Raffaele. Mandai la procura

e in seguito seppi che gli era servita per vendere alcune parti della proprietà
che gli avevo ceduto. Da allora Arbellina
cominciò a scrivermi in modo insolente
. Il 7 settembre 1913 tornai
dall’America e trovai Arbellina in casa dei suoi. Incinta. Si, incinta del
notaio Giovanni Fava, diceva la gente. A me non importava ed ero disposto a perdonarla e a riprenderla
con me, ma lei si rifiutò ostinatamente e allora la querelai per adulterio. Ma
avevo sempre la speranza che potessimo far pace e così, per l’intromissione di parecchie persone e anche perché mia moglie
e mia suocera mi avevano fatto capire che sarebbe potuta tornare con me, ritirai
la denuncia. Il Ringa faceva finta di dare torto alla figlia ma poi seppi che faceva acquiescenza tacita a tal fatto.
Nella famiglia Ringa erano tutti contro di me tranne Adelina che ha sposato un
mio cugino. Talvolta mi dava da mangiare e mi lavava la biancheria. Adelina,
accennando ai primi tempi del mio ritorno dall’America quando qualche volta mi
capitò di mangiare a casa di mio suocero, 
mi ripeté spesso questa frase: se
tu avessi continuato a mangiare in casa dei miei parenti, costoro erano capaci
di avvelenarti
. Io non ci credevo e le chiedevo: ed era possibile? e lei: e
come no!
Nonostante il ritiro della querela, Arbellina non volle tornare
con me. Più volte mio suocero mi dimostrò il suo disprezzo e mi disse che mi riteneva
un cretino e buono a nulla e che egli e i suoi, se avessero avuto l’aggio di uccidermi di nascosto, lo
avrebbero fatto. Intanto io morivo di fame perché la mia proprietà era
sfruttata da Battista Ringa; facevo ogni tanto qualche giornata ma poi è arrivato
l’ultimo, orribile inverno e non ho
più lavorato. Pensavo a quello che mi avevano fatto e mi facevano i Ringa e
alla mia misera condizione, ma non avevo
ancora divisato di uccidere il Ringa
. Più volte pregai Arbellina di restituirmi tutta o almeno parte della mia
proprietà
e lei aveva acconsentito, però suo padre si oppose, così ho
chiesto a lui direttamente e mi ha risposto: tu non conti niente, i padroni siamo io e tua moglie e non seccare più
mia figlia!
Domenica 31 gennaio, verso le 10, andai a trovare Adelina che
mi invitò a mangiare a casa sua ma io rifiutai e mangiai un pezzo di pane.
Verso le 14,00 uscii e passai davanti alla cantina di Nicola Filippo. Entrai.
Mi proposero di giocare a carte e accettai andando compagno con uno di Cosenza,
un certo Luigi Pennino. Bevemmo un paio di litri in tutto ma poi continuai a
giocare di mano a mano con Paolo
Giglio e bevemmo un altro po’. Mentre giocavamo mi feci portare un soldo di
sarde salate, poi pagai tutto io con una lira e il cantiniere mi diede il resto
mentre entrava mio suocero per comprare della pasta. Io uscii per pisciare e
quando rientrai, per sfottermi cominciò a dire ad alta voce: questa sera debbo fare una mangiata di
pasta; lasciamo che gli altri mangino sarde!
Ringa uscì. Uscii anche io con l’intenzione di andare a
casa di Adelina che abita quasi all’imbocco della via dove stava il Ringa
.
Camminando vicini gli dissi: perché non
fai venire tua figlia con me?
e lui mi rispose: che deve venire a fare con te? Sta bene ove si trova… gli feci ancora
la stessa domanda ed ebbi sempre la stessa risposta. Intanto avevamo
oltrepassato la casa di Adelina e avevamo imboccato il vicolo dove abitava mio
suocero. Gli dissi: buona sera papà, ma
perché non mi date qualche risposta sul se tua figlia se ne viene o no?
mi
rispose sprezzante: ancora parli? e
mi diede un pugno forte sulla testa. Perdetti
il lume degli occhi
, sia perché ero un po’ brillo, sia per i precedenti e
sparai… poi mi si calò come un velo sugli
occhi e persi la coscienza
. Non ricordo nemmeno quanti colpi ho sparato.
Non ricordo, come mi dite, di avere minacciato Adelina con la rivoltella né di
averle parlato. Mi sono ritrovato alla stazione di Acri-Bisignano e ho preso il
treno per Cosenza… avevo deciso di costituirmi…
Il
Maresciallo Miragliotta indaga sul lungo racconto di Giuseppe e scrive:
Giovanbattista Ringa, fiutando un buon
affare, con fini loschi rispose che avrebbe acconsentito al matrimonio solo
quando Giuseppe avesse fatto a lui vendita di tutti i suoi beni ammontanti a £
15000 circa
. Giuseppe, forse perché poco esperto o per amore di Arbellina, o per altro fatto inenarrato, accettò e per atto pubblico faceva vendizione a Ringa
di tutti i suoi beni
. Il furbo suocero però gli versò solo un migliaio di
lire per i debiti che aveva il Russo.
Scrive ancora
che Giuseppe era disperato e sul
lastrico. Aveva perduto l’onore, la moglie, le proprietà e la casa, soffrì la
fame
. Alcuni paesani cercarono di mettersi in mezzo per fare riavvicinare
le parti e ottenere che Ringa restituissero qualcosa di quello che avevano
sottratto a Giuseppe con l’inganno ma tutto fu inutile e il suocero addirittura
voleva fare lo sfratto al Russo dalla
casa dove abitava
.
Tutte queste circostanze, accompagnate dalla
disperazione e dalla fame, nonché dalla vergogna di vedersi in quello stato,
dal ridicolo pubblico, decisero il Russo a commettere il delitto
, conclude
il Maresciallo, quasi assolvendolo moralmente.
Difficile
smentire i fatti che ha raccontato Giuseppe perché tutto il paese sa che le
cose sono andate esattamente come le ha raccontate lui e tutti sostanzialmente
le confermano davanti al giudice. Ma c’è un morto di mezzo ed è giusto che
Giuseppe debba affrontare il giudizio della Corte. L’unico, atroce dubbio che
ha la Procura
è se Giuseppe ha agito con premeditazione o meno. Il dubbio viene chiarito il
25 settembre 1915 quando la
Sezione d’Accusa lo rinvia al giudizio della Corte d’Assise
di Cosenza con l’imputazione di omicidio aggravato e minacce.
Dopo quasi
due anni dal fatto, si tiene il dibattimento nel corso del quale Giuseppe
esibisce alcune ricevute di versamento fatti alla moglie e due lettere: la
prima da lui indirizzata alla moglie e al suocero e malamente restituitagli
dalla consorte, la seconda della moglie a lui, carica di odio e risentimento,
che contribuiscono in modo decisivo a capire in quali mani era finito Giuseppe,
un vero e proprio sempliciotto. Il 20 aprile 1917, la Giuria lo assolve perché
non ha commesso il fatto volontariamente ed al fine di uccidere.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.

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