LE ELEZIONI INSANGUINATE

È il pomeriggio del 12 maggio 1921, tra tre giorni ci saranno le elezioni politiche e in città le manifestazioni politiche si susseguono senza sosta. Oggi tocca al blocco nazionale di cui fanno parte anche i fascisti. Nel teatro Comunale sono assiepate quasi 1.500 persone, borghesi, camicie nere e qualche ex ardito fiumano in divisa che intonano inni e applaudono alle infuocate parole dell’avvocato Maraviglia, candidato in una circoscrizione romana ma che in città nessuno ha mai sentito nominare. C’è anche l’onorevole, ex ministro reggino, Giuseppe De Nava con al seguito un agguerrito manipolo di camicie nere. L’occasione è di quelle speciali perché non si tratta soltanto di invitare a votare per i candidati, ma si sta presentando il gagliardetto della sezione del fascio.
Terminata la manifestazione all’interno del teatro, la folla si riversa in corteo lungo Corso Telesio con alla testa una camicia nera e un ardito fiumano a reggere l’asta con il gagliardetto. Il programma è di scendere fino a Piazza Valdesi per poi risalire fino alla Villa Comunale e, quindi, disciogliersi. Al passaggio della folla chiunque venga incontrato è obbligato a scappellarsi, pena una sonora bastonatura. Così, di scappellamento in scappellamento, ci scappa anche qualche schiaffo per i più riottosi, ma tutto sembra procedere senza grossi guai.
Nello stesso tempo, nella sezione socialista di Via delle Vergini, si sta tenendo una riunione per suddividere i compiti da eseguire nel giorno delle elezioni. Tra gli altri, ci sono Mario Parisi, Pilerio Gargano, Rodolfo Noce, Ferdinando Cerzoso, Salvatore Martire, Pasquale Coscarella, Carmine Sacco, Riccardo De Luca, Fortunato La Camera, Brasilino Barone. Verso le 18,30, Barone e Cerzoso lasciano la sezione per farvi ritorno dopo pochi minuti, un po’ scompigliati, dicendo di essere stati malmenati dai fascisti che scendono da Corso Telesio perché non si sono voluti scappellare. Il breve conciliabolo che segue, serve a stabilire che non bisogna cadere nelle provocazioni per non fare accadere incidenti. La sensazione è che il Partito Socialista vincerà e quindi bisogna stare calmi e tranquilli; si decide che non si uscirà dalla sezione in gruppo, ma a due a due, proprio per non dare l’impressione di cercare lo scontro fisico. E così fanno, scendendo lungo la Salita Liceo e fermandosi, a gruppetti, davanti al Caffè Renzelli, a commentare la manifestazione fascista. Davanti al caffè c’è già un capannello di moderati, di cui fanno parte l’artista Federico Misasi, l’avvocato Barresi, Giuseppe Cosentino e l’avvocato Filosa, che sta criticando aspramente la prepotenza delle camicie nere. La situazione è abbastanza tranquilla, il corteo è sceso lungo il corso e c’è ancora un po’ di tempo per chiacchierare, prima del suo nuovo passaggio.
Ma, all’improvviso, da Piazza Grande si alza l’inno dei fascisti. Le parole di “Giovinezza” risalgono minacciose il corso. Chi non vuole guai se la svigna oppure si toglie preventivamente il cappello e si addossa ai muri del Duomo o dei palazzi di fronte. I proprietari del Renzelli chiudono le porte del locale con i clienti all’interno, mentre chi è fuori e non vuole svignarsela, viene spinto dalle guardie comandate dal Vice Commissario Cilento dentro il terrazzo del caffè o contro la balaustra del terrazzo stesso.
– Andatevene di corsa prima che accada qualcosa – intima Cilento ai gruppetti di socialisti
– Nemmeno per sogno! – è la risposta.
Il corteo è ormai a due passi. I socialisti tirano fuori le loro coccarde e se le appuntano sul petto. I fascisti cominciano a urlare perché gli avversari si scappellino davanti al gagliardetto. Le guardie, non più di una dozzina, cercano di interporsi ma sono troppo poche e il parapiglia è generale. Dal corteo parte una sassaiola contro i socialisti che cercano di controbattere. Il Vice Commissario Cilento afferra un paio di socialisti, Salvatore Martire e Pasquale Coscarella, cercando di trascinarli verso la Giostra Nuova, quando echeggiano tre colpi di rivoltella. Dopo qualche secondo di silenzio glaciale, riprendono gli scontri. Il fuggi-fuggi è ormai generale. Parte del gruppetto socialista, ormai accerchiato, si rifugia nell’Arcivescovado richiudendo dietro di sé l’enorme portone e, passando attraverso il Seminario e lo stretto corridoio che collega questo al Duomo, si disperde intorno a Piazza Grande.
I gruppi fascisti si disperdono anch’essi mentre sul terreno restano due guardie, leggermente ferite, e il socialista Riccardo De Luca, ferito gravemente all’addome. I suoi compagni, Salvatore Martire di 18 anni, Pasquale Coscarella anche lui diciottenne e Fortunato La Camera di 21 anni lo raccolgono da terra e lo portano nella farmacia Mascaro, proprio lì di fronte, per assicurargli le prime cure in attesa di una lettiga con la quale trasportarlo in ospedale. Nella farmacia entrano anche il Tenente delle guardie Granieri e l’appuntato Putortì, i quali interrogano il ferito.
– Quando mi hanno sparato stavo guardando verso il negozio della Singer e ho visto uno in divisa che mi ha sparato…
– Ma come? Se due guardie sono state colpite, tu dici che è stata una guardia? Ho controllato personalmente tutte le armi e nessuna ha sparato! – taglia corto il Tenente (come avrà fatto in quei momenti così concitati e drammatici e in così poco tempo a controllare tutte le armi dei suoi sottoposti è un mistero).
– Ma forse non era una guardia… – azzarda uno dei socialisti.
– Si, infatti non era una guardia – continua il ferito con voce flebile – era un tipo bassotto con la divisa da ardito fiumano… se lo vedessi lo riconoscerei…
– Ora basta! – tuona il Tenente – tu, tu e tu siete in arresto per complicità nel delitto! Volevate sviare le indagini?
– Ma che state dicendo – protestano all’unisono i tre – ma quando mai!
Non ci sono santi, Martire, Coscarella e La Camera vengono portati in carcere. Nel frattempo le indagini proseguono in modo serrato. Vengono interrogate le due guardie ferite e, mentre Giuseppe Guglielmino dice di non aver visto l’attentatore e di non essere più riuscito a muoversi da terra per la ferita alla gamba sinistra, Andrea Martorelli, colpito al tallone destro, è sicuro di aver visto chi ha sparato:
– All’angolo del Gran Caffè, un gruppo di fascisti aggredì un giovanotto di 18-19 anni che non voleva togliersi il berretto. Quel ragazzo era magro di faccia, corporatura media, senza baffi con i capelli lunghi alla Mascagni, vestito di marrone scuro con berretto. A quel punto estrasse una rivoltella e sparò tre colpi. Indi scappò nel portone del Seminario, chiudendo la porta dietro di sé. Io e altri lo inseguimmo, bussammo ma nessuno ci aprì.
Un bel passo avanti, non c’è che dire. Resta da capire come abbia fatto Martorelli a correre dietro all’attentatore con una pallottola conficcata nel calcagno, pallottola che il dottor Raffaele Palma gli estrae e che consegna agli inquirenti. Ma tant’è.
La stessa sera della sparatoria, nella sede dei fasci di combattimento avviene un fatto strano. Il diciannovenne Battista Folliero, fratello del testimone oculare Francesco, si ferisce accidentalmente con una rivoltella che il fratello stesso avrebbe lasciata incustodita su di un tavolo. Ci sono molti testimoni a confermare l’accidentalità dell’accaduto e non viene preso alcun provvedimento. Addirittura nessuno chiede al sottotenente Folliero dove ha preso quella rivoltella.
I sospetti invece cadono sul ferroviere socialista Carmine Sacco, 21 anni, che abita nella Piazzetta Toscano. Lo arresteranno due giorni dopo sul posto di lavoro. La Questura perquisisce la casa ma non trova armi da fuoco o munizioni. Trova solo un pugnale militare del corpo degli Arditi, che Sacco ha portato con sé alla fine della guerra.
Il ferroviere si protesta innocente, dice
– Si, ci sono stato nella Piazzetta dell’Arcivescovato. Ho anche camminato con Riccardo De Luca dalla sezione fino al Renzelli, poi siamo scesi fino all’arco Padolisi e siamo risaliti fino alla sartoria Marrazzo. Qui ci siamo voltati e siamo scesi fino alla farmacia Scanga. All’angolo della farmacia c’erano mia moglie e mia suocera che erano preoccupate per me e mi hanno pregato di tornare a casa. Intanto il corteo stava salendo da Piazza Grande. Io allora con loro due me ne sono sceso dal vicolo che sbuca alla Piazzetta Toscano, dove abito e quando ero davanti alla porta ho sentito i tre spari.
– E come eri vestito? – gli chiedono in Questura.
– Ero vestito come mi vedete, pantaloni e gilet neri, giacca bleu chiaro, fazzoletto nero annodato al collo e cappello grigio chiaro. È la divisa da lavoro…
Per la Questura mente. Interrogano di nuovo la guardia Martorelli che cambia versione:
Tra i più ostinati a non voler cedere all’imposizione dei fascisti a togliersi il cappello era un giovanotto, vestito da operaio, alto circa un metro e sessantacinque, piuttosto esile, con abito grigio e berretto a visiera. I fascisti gli furono addosso e lo colpirono ripetutamente a bastonate, facendogli cadere per terra anche il berretto. Ciò avveniva precisamente in quella parte di piazza ch’è più prossima al portone del Seminario e mentre mi trovavo all’estremo limite della ringhiera del Caffè, fu proprio allora che si avvertirono le detonazioni. A questo proposito debbo chiarire il mio concetto, come erroneamente risulta dalla dichiarazione resa al Procuratore del re, in questo senso: che io, cioè, non vidi l’individuo nell’atto in cui estraeva la pistola ma lo vidi precisamente mentre sparava, essendo la mia attenzione stata attratta appunto dagli spari e sul luogo da cui provenivano. L’individuo, poi identificato per Sacco, stava accanto al lampione al centro della piazza e precisamente vicino a un cumulo di terra lì presente. Avvenuti gli spari la folla  fu presa dal panico e ognuno cercò di scappare. Io neppure mi accorsi di essere ferito, tanto è vero che mi lanciai verso lo sparatore per arrestarlo, ma questi riuscì a confondersi nel gruppo di persone che stavano sulla porta del Vescovado. Ho già detto che l’individuo scappò nel portone del Seminario, chiudendo con gli altri la porta dietro di sé. Questa è stata la mia impressione per quanto ho potuto osservare in quel momento di confusione e di orgasmo. Che poi sia potuto scappare per un’altra via è possibile, ma a me non consta, tuttavia è possibile che mi sia sbagliato. Del mio ferimento mi accorsi di lì a poco e fui trasportato all’Ospedale.
Ma Sacco era vestito di marrone scuro o di grigio? O, come sostiene Sacco stesso, con pantaloni neri e giacca blu chiaro? Il particolare non sembra interessare più di tanto gli investigatori, che puntano a un fatto assolutamente decisivo per loro. Il riconoscimento personale.
Così, il 14 maggio, a un giorno dalle elezioni, Sacco viene portato in Ospedale con altri tre uomini aventi, più o meno, le sue caratteristiche fisiche e mostrato alla guardia Martorelli il quale non esita a riconoscerlo. Sacco protesta
vivacemente e chiede di essere messo a confronto con la guardia. Ma gli inquirenti lo mostrano anche ad altri tre testimoni oculari, il sottotenente Francesco Folliero che partecipava alla manifestazione stando tra la farmacia Tafuri e la cartoleria Aprea, il farmacista Ottorino Scanga che era affacciato al balcone della sua casa addossata all’abside del Duomo e il professore Antonio Sbordone anch’egli affacciato al balcone di casa posta quasi di fronte a quella di Scanga, i quali, come Martorelli, lo riconoscono come lo sparatore. È ormai tutto chiarito.
Quella stessa mattina, dato che gli investigatori sono in ospedale, vanno a interrogare di nuovo Riccardo De Luca che, molto sofferente e con un filo di voce, conferma tutto quello che ha già fatto mettere a verbale. Saranno le sue ultime parole perché morirà dopo pochi minuti.
La morte di De Luca cambia tutto. Non più tentato omicidio ma omicidio volontario e Sacco rischia l’ergastolo. Potrebbero rischiare grosso anche gli altri tre socialisti arrestati ma le accuse di aver tentato di sviare le indagini non reggono e i tre tornano in libertà, nonostante siano, ora, accusati di favoreggiamento personale.
Passano i giorni e, mentre si preparano le ultime carte per chiedere il rinvio a giudizio di Carmine Sacco, un altro fatto sembra turbare il tranquillo procedere delle indagini.
Massimo Fagiani, tredicenne figlio minore dell’avvocato Ernesto Fagiani, candidato alle elezioni per il Blocco Nazionale ma non eletto, si presenta al Gran Caffè Renzelli mentre i tre socialisti Salvatore Martire, Pasquale Coscarella e Fortunato La Camera stanno parlando tra di loro dell’omicidio e, nell’intento di prenderli in giro, fa delle affermazioni gravissime:
– Voi socialisti siete proprio dei fessacchiotti! Uno è morto e un altro è in carcere e i fascisti vi hanno rotto il culo – ridacchia, poi aggiunge – ma lo capite che siete cioti? Quello che ha sparato passeggia tranquillo sul lungomare di Napoli! Quella sera è venuto a casa mia e ha lasciato a mio fratello Tanino una rivoltella e poi è sparito!
– Adesso ci dici chi è che ha sparato se no ti denunciamo! – rispondono in coro i tre con fare minaccioso.
Massimo, nella sua ingenuità, fa il nome di un certo Angelo Giacobini di Aprigliano e aggiunge che questo tizio fu inseguito per un breve tratto da una Guardia regia ma poi riuscì a seminarla e andò a casa sua in cerca del fratello Tanino e che, davanti al portone, incontrò un certo Amedeo Filice al quale chiese se Tanino fosse in casa e, alla risposta affermativa di Filice, si precipitò nell’abitazione dei Fagini dove fu visto anche da una domestica, la quale indirizzò il giovane allo studio dell’avvocato, adiacente alla casa. Qui trovò Tanino intento a compilare delle schede elettorali e, quasi piangendo, gli raccontò i fatti consegnandogli la pistola. Quindi Tanino, quindicenne, ed altri camerati presenti fecero una colletta e scrissero una lettera di raccomandazione per le altre sedi del fascio e lo fecero partire col primo treno. Un ultimo particolare: secondo Massimo Fagiani, quel ragazzo era un ex ardito fiumano vestito con la sua divisa grigia.
I tre non credono alle proprie orecchie e si mettono in cerca di questo tale Angelo Giacobini ma scoprono ben presto che non esiste nessuno ad Aprigliano con quel nome. Infuriati, cercano il giovane Fagiani e lo rimproverano per la presa in giro, ma dopo qualche giorno quel nome salta fuori per davvero: Salvatore Emilio Allegri, studente di San Martino di Finita ma residente a Cosenza, ex ardito fiumano, che risulta essere partito in tutta fretta da Cosenza il 12 notte.
Di tutto ciò Salvatore Coscarella ne fa un esposto al Giudice Istruttore ma non ottiene l’effetto sperato. Non solo provoca una violentissima reazione da parte dell’avvocato Fagiani che non c’entra niente con la brutta storia e per difendere la propria onorabilità denuncia Coscarella e altri tre socialisti per minacce, violenza privata e subornazione di testimone, quanto fa emettere a carico di Martire, Coscarella e La Camera un nuovo mandato di cattura per concorso in omicidio e, insieme agli altri tre socialisti indicati da Fagiani come complici dei tre, Rodolfo Corigliano, Mario Parise e Nicola Dimizio per calunnia, minacce, violenza privata e subornazione di testimone.
E dire che Tanino Fagiani, interrogato dal giudice, ammette che Allegri è stato a casa sua a lasciargli una rivoltella, “ma solo per un quarto d’ora, poi è venuto a riprendersela”. E dire che Allegri ammette di essere stato alla manifestazione armato di una rivoltella detenuta illegalmente, di essere passato dalla sede del fascio con la pistola (combinazione, proprio quella sera nella sede del fascio si ferì accidentalmente con un colpo di rivoltella il fratello di uno dei testimoni chiave dell’accusa), di averla, quindi, data in consegna a Tanino Fagiani, “ma solo per una mezzoretta”, e di essere partito dopo la sparatoria prima per Roma e poi per Firenze, restando fuori città per una quindicina di giorni.
Ma gli inquirenti non battono affatto questa pista, restando fermi nella convinzione che a sparare sia stato Carmine Sacco. Ma se per Sacco hanno il conforto dei testimoni oculari, per gli altri imputati le prove vacillano.
Martire, La Camera e Coscarella chiamano in causa il Vice Commissario Francesco Cilento:
– Quando fu esploso il primo colpo, il Commissario Cilento era proprio vicino al nostro gruppo e quindi soltanto lui può sapere chi ha veramente sparato – sostengono i tre. Cilento da parte sua, non smentisce questa circostanza ma nega di aver visto l’attentatore.
Io, appena vidi staccarsi dal centro del corteo un gruppo di fascisti diretto verso la balaustra del caffè, ordinai lo
schieramento delle dieci guardie regie a mia disposizione, le quali ottemperarono al compito tenendo le spalle rivolte al Seminario. Nel gruppo dei socialisti io potei identificare Martire Salvatore, La Camera Fortunato e Coscarella Pasquale, i quali, da me e dalle tre regie guardie che erano alla testa dello schieramento furono protetti dai colpi dei fascisti. Quando il corteo riprese la sua marcia normale furono udite le tre esplosioni. Per mio conto non vidi chi avesse sparato perché, essendo io intento a proteggere il Martire e gli altri, mi trovavo di spalle o di fianco rispetto a colui che aveva sparato
– e fin qui niente di strano. Sono le parole che aggiunge a dare una luce diversa a tutta la dinamica dei fatti – Avvenute le esplosioni, come suole accadere in simili casi, è sorta una grande confusione. I socialisti, ridotti tra il laboratorio di Cipparrone ed il portone del Vescovado, hanno sfondato quest’ultimo per cercare una via di scampo. Anche il magazzino Cipparrone venne sfondato. Frattanto i fascisti si erano riorganizzati ed iniziavano una fitta sassaiola contro i socialisti, mentre le regie guardie a loro volta svolgevano sempre la loro opera di protezione e sgombero della piazza. Avvenuto lo sgombero della piazza si presentò a me un giovane dicendo di sentirsi male. In questo momento io mi trovavo precisamente con le Regie Guardie avanti la porta principale del Caffè Renzelli. Questo giovane, che venne poi identificato per De Luca Riccardo, fu da me rincuorato ed esortato ad allontanarsi, essendo ben lungi da me il pensiero che egli fosse stato ferito da colpo di rivoltella, senonchè, il disgraziato, mentre invocava la mia assistenza, si piegò su se stesso abbattendosi per terra. Per mio ordine fu, dalle stesse guardie, portato nella farmacia Mascaro per le prime cure.
La ricostruzione di Cilento smentisce quella della guardia Martorelli, sulla quale gli inquirenti basano le accuse contro Sacco e gli altri socialisti, ma non viene presa in considerazione. Non vengono prese in considerazione nemmeno le circostanziate affermazioni di Sacco durante il confronto tra lui e Martorelli sul fatto che i due si conoscessero già da prime dei tragici avvenimenti.
L’indagine viene dichiarata chiusa e il Giudice Istruttore scrive la richiesta di rinvio a giudizio per Sacco e i suoi compagni e nella relazione offre il meglio di sé e della sua appartenenza:
Ritenuto che nel giorno 12 Maggio del corrente anno convennero a Cosenza i fascisti della Provincia nonché quelli di Reggio per inaugurare il gagliardetto del locale fascio di combattimento, dinanzi a numeroso uditorio parlò il candidato Maraviglia quale oratore del rito che andava a compiersi. Finito il discorso ed inaugurato il gagliardetto, i fascisti s’incolonnarono in corteo e percorsero il corso Telesio come pubblico suggello della esistenza della patriottica organizzazione. Nel risalire il corso notarono che alcuni giovani socialisti si erano a bella posta messi sulla terrazzina ch’è dinanzi al Caffè Renzelli ed ivi, in atto provocativo tenevano il cappello in testa ben fermo per dimostrare che non avevano paura dell’ingiunzione fascista di salutare cioè il loro gagliardetto, che dopo tutto aveva i colori della bandiera d’Italia. Ed erano tanto fermi ed ostinati in questa potente provocazione che, comunque pregati dalle autorità di P.S. di togliersi da quel posto ovvero salutare i colori d’Italia, non vollero accettare nessuna preghiera ed esortazione al riguardo. Quelli che più cercavano porsi in evidenza nel tradurre la bravata in atti, erano Riccardo De Luca, i fratelli Roberto e Rodolfo Corigliano, Martire Salvatore, Coscarella Pasquale, La Camera Fortunato, Parise Mario e Sacco Carmine (quest’ultimo nome è aggiunto sopra il rigo con il segno di radice quadrata, nda). (…) Passò la testa del corteo e con essa i gagliardetti di Cosenza e Reggio. Quei che venivano dietro, avendo notato il contegno di coloro che, a bella posta, si erano messi in vista per accettare la sfida fascista non ostante le preghiere delle Guardie, che alla finfine non erano più di dieci, sfondarono i cordoni ed assalirono i socialisti a bastonate. Fuggirono quasi tutti dopo avere tentato una resistenza nel portone del vicino Seminario Diocesano e di li andarono a uscire, attraversando la Chiesa, in piazza del Duomo.
Si notò però, che uno della comitiva socialista, dalla bassa statura, dalle larghe spalle, dai capelli folti e lunghi e vestito di scuro, si staccò dal gruppo e, postosi dietro il lampione della piazza e precisamente a rovescio di un monticello di terreno ivi ammonticchiato, tratta una rivoltella, prese a tirare colpi. Alla detonazione nacque un fuggi fuggi generale e di questo approfittò il malvivente per dileguarsi.
(…) Dai connotati si identificò subito lo sparatore, cioè il ferroviere Sacco Carmine, il quale tratto in arresto non negò di essere stato sul luogo dell’avvenimento ma soggiunse che se n’era andato prima del conflitto fra i fascisti e i compagni, tanto che aveva inteso i colpi allorquando stava per arrivare dinanzi la farmacia Scanga ove lo attendevano la suocera e la moglie.
Ma a nulla vale e a nulla valeva la negativa, quando ben sei persone lo videro e ben quattro lo hanno identificato con le garenzie della procedura.
(…) Ma la migliore conferma che fosse stato infatti il Sacco a sparare è l’alibi offerto, il quale per aver voluto provare troppo non à provato nulla. Infatti i testimoni Scavello, Bartoletti, Greco, Gagliardi, Pingitore e Greco Angela dicono che il Sacco fu sempre in compagnia della moglie e della suocera durante tutto lo svolgimento del corteo fascista, nel mentre l’istesso Sacco ammette di essere andato anche lui nella piazza del conflitto e ne uscì appena i fascisti aggredirono i compagni a bastonate. Giacché è bene rilevare che anche il Sacco era iscritto al partito socialista e
lui stesso dice di essere uscito dalla sede del partito dopo aver saputo che si volevano malmenare quelli che non salutavano il gagliardetto.
La reiterazioni dei colpi, l’arma usata, la distanza dalle vittime di appena dieci metri, la sicurezza del bersaglio sparando nel folto, stan per dimostrare nel Sacco la volontà omicida. (…) Né si dica che Sacco non avrebbe sparato contro il compagno di fede qual era il De Luca, per dedurre che proprio per questa ragione saliente non possa essere l’autore dei colpi di rivoltella. Giacché egli non tirava di proposito contro alcuno, ma tirava contro i fascisti che menavano bastonate ai compagni e perciò rimasero colpite le guardie che proteggevano i socialisti che per la mischia si erano confusi con quei del fascio e fra quelli come si è detto vi era il De Luca che si era attardato nella ritirata (…).
Gli altri socialisti sarebbero colpevoli perché “sanno come a sparare fosse stato il Sacco perché era in loro compagnia e come si distaccò si sentirono i colpi e debbono, perciò, salvarlo a tutti i costi”.
Il 28 novembre 1921, la Sezione d’Accusa della Corte d’Appello di Catanzaro rinvia al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza Carmine Sacco per omicidio e tentato omicidio continuato ma dichiara il non luogo a procedere per gli altri imputati per insufficienza di prove.
Passa un anno e mezzo e, finalmente, la prima udienza è stata fissata per il 16 novembre 1922, ma il 7 novembre il Presidente del Tribunale dispone il rinvio del processo perché “(…) dato l’eccitamento degli animi dopo i recenti avvenimenti politici e date le speciali condizioni dell’ambiente, non è prudente portare a discussione la detta causa, sia per gli inconvenienti che potrebbero derivare e sia per la posizione difficile e poco serena in cui i giurati si verrebbero a trovare (…). Saggia decisione, è passata appena una settimana dalla marcia su Roma e potrebbe davvero scatenarsi l’inferno in città, meglio attendere tempi migliori.
Ma è proprio la presa del potere da parte di Mussolini che potrebbe, paradossalmente, salvare Sacco dall’ergastolo. Infatti, uno dei primissimi atti del nuovo governo è la concessione dell’amnistia “per tutti i reati commessi in occasione o per cause di movimenti politici o determinati da movimento politico, quando il fatto sia stato commesso per un fine nazionale immediato o mediato e non viene applicata a chi abbia concorso nel reato per motivi esclusivamente personali”.
La Corte d’Assise di Cosenza, in Camera di Consiglio, si riunisce il 18 gennaio 1923 per stabilire se il caso Sacco rientri o meno nella fattispecie dell’amnistia. Il risultato, per l’imputato, è sconfortante. La Corte lo esclude dal beneficio perché “è evidente che il beneficio si è voluto concedere soltanto a coloro che ne sono meritevoli pel fine altamente nazionale che lo spinse alla violazione di legge, rimanendone esclusi gli altri che non furono animati dallo stesso sentimento patriottico, ovvero furono guidati da ragioni personali. (…) dall’esposizione del fatto innanzi premesso
si rileva che, allo stato degli atti, non emergono gli estremi necessari per la concessione dell’amnistia
”. Tradotto in lingua corrente significa che dell’amnistia beneficiano soltanto gli iscritti ai fasci di combattimento.
Intanto il clima politico si è fatto meno incandescente e il processo può iniziare. È l’otto febbraio 1923.
Il primo testimone a essere interrogato è il sottotenente Francesco Folliero che, contrariamente a quanto ha sempre sostenuto, adesso dichiara:
– Vidi di profilo l’uomo che sparava. Quando chi sparò fuggì, io lo vidi di fianco e poi di spalle mentre si dirigeva per la via dei telefoni.
Poi è la volta del Vice Commissario Cilento che si limita a poche parole:
– Io non conoscevo il Sacco, né in Questura figurava tra i socialisti.
Le testimonianze si susseguono senza ulteriori sobbalzi e, finalmente, la giuria può ritirarsi in Camera di Consiglio per rispondere ai quesiti posti dai giudici ed esprimere, quindi, il verdetto.
Il primo quesito serve a stabilire se la sera del 12 maggio 1921 sia stato esploso un colpo di rivoltella contro Riccardo De Luca cagionandone la morte e la giuria risponde affermativamente, seppure a maggioranza. Evidentemente qualcuno dubita anche che ci sia stata una sparatoria!
Il secondo quesito è quello cruciale: “L’imputato Sacco Carmine di Domenico ha commesso il fatto enunciato nella prima domanda?”. La discussione su questo punto deve essere stata molto sofferta e, anche in questo caso, la risposta arriva a maggioranza: NO.
Sacco è salvo. Assolto per non aver commesso il fatto, a giudizio della giuria popolare.
Ma la sorpresa è grande quando il Presidente della giuria convoca privatamente nel proprio ufficio il Pubblico Ministero e i difensori di Camine Sacco per trovare un accordo che salvi lui stesso e i giurati da possibili ritorsioni e dell’accordo si trova la conferma nella motivazione della sentenza. Sacco non è stato assolto né per non aver commesso il fatto e nemmeno per insufficienza di prove ma semplicemente “perché estinta l’azione penale per amnistia”, dimenticando che appena venti giorni prima egli stesso ha emesso una sentenza diametralmente opposta!
Carmine Sacco, tornato in libertà, emigrerà negli Stati Uniti, a New York, dove nasceranno i suoi tre figli.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.

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