BRUTALE OMICIDIO A PIAZZA FERROVIA

Nell’androne del palazzo al civico 7 di Piazza Ferrovia sono soliti ripararsi alcuni facchini per dormire nell’attesa tra un treno e l’altro.
Siamo nel 1952 e solo adesso cominciano ad avvertirsi timidi segnali di ripresa dopo la fine della guerra. In giro ci sono ancora molti disperati che non hanno né casa né lavoro. Molti, dai paesi vicini, sono scesi in città in cerca di fortuna e vagano in cerca di lavoretti per sbarcare il lunario e questi disperati si aggiungono agli altri.
Tra la gente che vaga di strada in strada c’è un certo Pietro Esposito Frangella, un vecchio di ottant’anni arrivato da Fiumefreddo Bruzio. Anche lui ha preso posto nell’androne del civico 7.
Ma Pietro non è proprio un disperato senza arte né parte. Una volta faceva l’ombrellaio ma dopo un incidente ha ottenuto una pensione di invalidità dall’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale di circa millecento lire mensili.
Potrebbe prendere una stanza in affitto e mangiare regolarmente ma, chissà perché, preferisce dormire per strada e mangiare con la carità della gente. Delle millecento lire non spende quasi niente e, di mese in mese, arrotola le banconote e se le nasconde addosso. La sera del 15 maggio 1952, quando verso le 9 di sera va a coricarsi nell’androne, ha qualche centinaio di migliaia di lire nascoste tra le pieghe degli abiti di qualche misura più grandi.
L’androne, di una quarantina di metri quadrati, è male illuminato dalla lampadina appesa al soffitto del pianerottolo del primo piano. Il portone, per un tacito accordo tra gli inquilini regolari e quelli irregolari, resta sempre socchiuso.
Entrando dal grande portone, sulla destra sono ammucchiati dei sassi e della sabbia, più avanti c’è la porta di un magazzino di proprietà dell’ingegnere Spizzirri. In fondo a sinistra, sotto la prima rampa di scale, c’è la bottega di mastro Tonino Fiorillo, calzolaio. È proprio davanti a questa che il vecchio, anche quella sera, sistema per terra dei cartoni e un mattone forato coperto di stracci per cuscino, poi si gira su un lato e si addormenta.
Dopo circa un’ora entra un giovane tarchiato che si stende quasi ai piedi del vecchio. Sembra che dormano tutti e due quando, verso le 23,00 rincasa il dottor Antonio Mirabelli che abita al secondo e ultimo piano. Vede i due e tira su per le scale.
Dormono? Dorme certamente Pietro Frangella. L’altro no. Cerca di farlo per calmare i morsi della fame che lo tormentano come e forse più del bisogno di fumare. Si gira e rigira sul pavimento finché decide di svegliare il vecchio per chiedergli in prestito qualche spicciolo per comprare un paio di sigarette e qualcosa da mettere sotto i denti.
Lo scuote delicatamente provocando solo una ronfata più forte delle altre. Lo chiama più volte finché il vecchio finalmente apre gli occhi e, infastidito, gli risponde.
– Che cazzo vuoi?
– Prestami qualche lira che sto morendo di fame.
– Lasciami fottere, non ho niente, non ti presto niente.
– Si che li hai i soldi, lo sanno tutti che li hai.
– Soldi non ne ho, lasciami fottere e fammi dormire!
– Dai, dai che cinquanta lire me le puoi prestare, me le devi prestare…
– Se no? – il vecchio quasi lo sfida, ma non sa con chi ha a che fare.
– Se no ti ammazzo…
– Vaffanculo! – tronca il vecchio girandosi dall’altra parte.
Il giovane non fa una piega, non replica. Si alza, mette il catenaccio al portone, si avvicina al cumulo di sabbia e sassi, nella semioscurità ne sceglie uno bello grosso, torna verso il vecchio e, senza una parola, gli vibra due violenti
colpi sulla testa. Il primo colpo centra in pieno la tempia sinistra, il secondo va parzialmente a vuoto e, centrata di striscio e fracassata la mascella così come parecchi denti, rompe anche il mattone che fa da cuscino.
L’aggressore comincia a frugare nelle tasche del vecchio morente. Non riuscendo a mettere le mani in tutte le tasche, trascina il corpo sanguinante fino all’imbocco delle scale dove la flebile luce della lampadina del primo piano rischiara un po’ i gradini e spoglia il vecchio. Gli rivolta le tasche una ad una finché non trova il tesoretto: un vecchio portafogli gonfio di banconote arrotolate. Non le conta nemmeno, a occhio saranno due o trecentomilalire. Ha risolto i problemi della sua vita. Gli viene voglia di gridare dalla gioia ma strozza l’urlo in gola. Mette il rotolo di banconote in tasca, si accerta che nessuno degli inquilini sia in giro per le scale, toglie il chiavistello e sguscia via nella notte.
– Compà, fammi un cappuccino e dammi pure una pasta che ho fame! – dice al cameriere del bar Gatto Nero, tirando fuori dalla tasca il rotolo di banconote – anzi, visto che ci siamo dammi pure cinque sigarette e un pacco di fiammiferi.
Sarachiellu ha fatto soldi! – ironizza il cameriere, ignaro dell’accaduto, chiamando il giovane col suo soprannome.
– Vedi di muoverti che ho fame! – taglia corto Sarachiello mentre fuma nervosamente una sigaretta dietro l’altra. Poi, una volta che ha finito di mangiare e fumare, saluta e se ne va a dormire nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria, ma prima si ferma al bar dell’Hotel Excelsior. Sono ormai le 5 del mattino e tra poco la città comincerà ad animarsi.
Gli inquilini del palazzo al numero 7 di Piazza Ferrovia non sono mattinieri. Non è mattiniero nemmeno il ciabattino che ha la bottega nell’androne, lui apre alle 8,00.
La mattina del 16 aprile 1952 piove. L’agente di polizia Giuseppe Forte scende dal treno alle 7,15 e deve aspettare almeno un quarto d’ora prima di prendere l’autobus che lo porterà in Questura. Decide di ingannare l’attesa riparandosi sotto il balcone del numero 7. Dopo un po’ arriva una donna con una pesante valigia e il poliziotto, per farla riparare, apre il portone che è socchiuso. Entra e vede per terra il vecchio agonizzante. Non perde tempo. Si precipita nell’ufficio del Capo Stazione e chiama rinforzi. Chiama anche un’ambulanza e intanto annota sul suo taccuino la scena del delitto.
Il vecchio ha la testa rivolta verso l’ingresso e i piedi che quasi toccano il primo gradino delle scale. Il viso è completamente sfigurato e pieno di sangue. Ha i calzoni calati sui piedi e le gambe nude. Tutte le tasche sono rivoltate.
Quando arrivano i suoi colleghi rimangono esterrefatti. Chi e perché può avere ridotto in quel modo un povero, vecchio mendicante? Brancolano nel buio e fermano complessivamente una trentina di persone che dovranno rilasciare nel giro di qualche ora.
Nel frattempo, Pietro Frangella muore.
Con più calma, vengono interrogati tutti gli inquilini dello stabile e si scopre che nell’androne, oltre al vecchio, erano soliti dormire alcuni facchini e, tra questi, i più assidui sono certi Sarachiellu
e ‘U ruglianise.
‘U ruglianise, Gerardo Garofalo, era stato già fermato e interrogato ma ha dimostrato la propria estraneità ai fatti.
Di Sarachiellu, Italo Corno, non c’è traccia.
Uno degli ultimi a essere rilasciato è un certo Salvatore Falace fu Ulisse, il quale dichiara che la sera del 15 aprile, verso le 21,00, ha visto Italo Corno insieme a un certo Roberto Tuscolano. Lo vanno a prendere e lui dichiara che, si, la sera del 15, verso le 20,30, è stato in compagnia di Sarachiellu nella cantina di Vincenzo Filice in via S. Lucia, dove avevano incontrato un certo Francesco Marino e lo avevano pregato di offrirgli mezzo litro di vino perché erano senza soldi. Poi avevano fatto una passeggiata fino a Piazza Campanella e qui si erano divisi. Lui se ne era tornato a casa ma non sapeva dove fosse andato Italo Corno.
Per tutto il giorno le ricerche di Sarachiellu non danno esito ma, verso le 7 di sera, una pattuglia lo intravede in una cantina di via Milano e lo ferma.
– Marescià, come ve lo debbo dire? Ieri sera sono stato con Francesco Marino nella cantina di Filice a Santa Lucia e poi l’ho accompagnato a Piazza Campanella. Lui se n’è andato a casa e io mi sono andato a coricare nella sala d’aspetto della stazione. Lì c’era un giovanotto che dormiva già. Stamattina, quando sono uscito dalla sala per andare a lavarmi la faccia alla fontana, il ragazzo dormiva ancora ma quando sono tornato non c’era più. È inutile che continuate a chiedermi come si chiama perché non lo conosco.
– Ma tu in quel cazzo di portone ci hai mai dormito?
– Si, qualche volta e c’era anche il vecchio, ma non sono stato io, ve lo giuro!
Le ore passano e sembra che non si riesca a trovare niente di concreto a carico di Sarachiellu, poi si presenta in Questura  Antonino Ruocco, il gestore del bar Gatto Nero, che racconta della consumazione notturna di Italo Corno e, soprattutto, racconta di avergli visto in mano il rotolo di banconote.
– Sono venuto adesso perché non sapevo niente di quello che è successo… verso metà mattina mi è preso il sonno… mi sono svegliato poco fa e…
Adesso il quadro è più preciso: come mai Sarachiello alle 20,30 prega un suo amico di offrirgli da bere perché è senza soldi mentre alle 3 di notte è pieno di soldi? È chiaro, l’autore della rapina finita in tragedia è lui.
Lo arrestano e lo perquisiscono a fondo; perquisiscono anche i posti e le persone che solitamente frequenta ma il malloppo non si trova e lui, forte di questo, continua a dichiararsi innocente.  Poi, forse dopo che vola qualche ceffone, confessa solo di aver colpito con una pietra il vecchio ma nega di avergli preso i soldi. Anzi, il movente dell’aggressione non sarebbero i soldi ma uno scatto d’ira perché il vecchio gli avrebbe negato un fiammifero.
Ovviamente non gli credono perché ci sono troppi testimoni che giurano di averlo visto con un mucchio di banconote e, alla fine, cede e confessa tutto.
Ma non finisce qui. Una volta che in città si sparge la voce che Sarachiello ha confessato, si presenta in Questura un certo Stanislao Leale (lo abbiamo già conosciuto nella storia ROSSETTO E SAPONETTE), facchino quasi sessantenne, che dichiara di essere stato aggredito a scopo di rapina da Sarachiello. La cosa curiosa è che i fatti si sarebbero svolti un anno e mezzo prima, a dicembre del 1950.
Il 22 dicembre Leale riscuote la pensione di novemiladuecentoquarantotto lire e, mentre torna a casa, incontra Sarachiello,  i due si conoscono da tempo, e gli offre da bere. Poi, insieme, vanno a casa di Leale per lasciare i soldi alla sua convivente.
– Adesso si che sei a posto! I soldi li hai messi proprio in buone mani, quella te li scialacqua tutti! – lo rimprovera Sarachiello.
– Dici? Glieli do sempre e non mi sembra che siano mancati soldi – risponde Leale.
– Stammi a sentire, quella se li gioca, lo sanno tutti… – insinua.
Leale si fa convincere, riprende i soldi e con l’amico va a bere facendo il giro dei bar. Ormai è notte inoltrata quando Sarachiello chiede all’amico di pagargli un caffè.
– A quest’ora i bar sono tutti chiusi, domani te lo pago.
– Hanno aperto un bar a Casali, davanti alla stazione, che sta aperto quasi tutta la notte, dai andiamo.
Anche questa volta Leale si lascia convincere e si avviano verso il posto indicato, ma, giunti nello spiazzale della stazione, non c’è nessun bar.
– Forse è un po’ più avanti… dopo il passaggio a livello, andiamo – insiste Sarachiello.
– No. Io mi volto e vado a casa – Leale rifiuta categoricamente, cominciando a sospettare che Corno lo volesse portare fuori dall’abitato per rapinarlo.
Fatti un centinaio di metri, sotto il ponte della ferrovia, proprio nella curva dove si apre la scalinata che conduce all’Ara dei fratelli Bandiera, Sarachiello aggredisce l’amico tempestandolo di colpi con i pugni armati da grosse pietre.
– Aiuto! Aiuto! – urla Leale, riuscendo a liberarsi dalla morsa dell’aggressore, il quale cerca di scaraventarlo giù per la gradinata. Ma il vecchio corre verso un uomo che sta andando nella loro direzione e che gli offre protezione.
– Se mi denunzi e mi arrestano, quando esco dove ti trovo ti ammazzo – gli urla dietro Sarachiello lanciandogli i sassi che ha in mano.
Alla Questura fanno indagini e trovano tutti i riscontri necessari per avvalorare la denuncia di Leale. Ma perché ha aspettato tanto tempo?
– Io non ho denunziato Corno – sostiene Leale – perché ero convinto che lui era capace di ammazzarmi veramente e perciò non ho voluto nemmeno presentare querela per lesioni, sebbene gli agenti della Questura me lo avessero consigliato. Ora mi sono deciso a parlare perché non ho più paura di Sarachiello visto che è in galera per rapina e omicidio e spero di non vederlo mai più finché campo! Forse se non fossi riuscito a liberarmi, quella sera avrei fatto la stessa fine di quel povero vecchio. Stanislao Leale ha visto giusto: non vedrà più Italo Corno, Sarachiello, condannato a 27 anni di reclusione per omicidio volontario e rapina. [1]

 

[1] ASCS, Processi Penali.

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