PER UN PUGNO DI GHIANDE

– Vado a fare due ghiande – dice Lucrezia Riente, settantacinquenne contadina di Belvedere Marittimo, al figlio Filippo. È il 28 novembre 1922 e il sole è appena spuntato.
– Ma non devi andare in paese a portare la verdura al padrone? – le risponde.
– Si ma vado alle querce qui sopra e ci metto poco. Quando torno prendo la sporta e vado in paese.
Così Lucrezia si dirige verso le querce del bosco in contrada Acqua della Vena, di proprietà del signor Carlo De Paola, e Filippo va a zappare nel terreno che la sua famiglia ha a mezzadria. Passa un’ora e Lucrezia non torna. Anna, sua nuora, comincia a preoccuparsi e, temendo che possa esserle accaduto qualcosa, va a cercarla nel bosco. La chiama urlando a squarciagola, guarda nei dirupi che si aprono accanto al viottolo che bisogna percorrere per arrivare alle querce, ma niente. Sembra essersi volatilizzata.
Attraversata una piccola radura, entra nel bosco che in quel posto è fatto da castagni e quercioli e subito il suo sguardo è attratto da una macchia gialla accanto ad un castagno. Si avvicina e si accorge che si tratta del fazzoletto di sua suocera. Sta per essere presa dal panico. È sicura che l’anziana si è sentita male ed è svenuta da qualche parte lì intorno. Urla ma nessuno risponde. Controlla ogni palmo di terreno, poi sotto un cumulo di foglie ai piedi di un grosso castagno fa l’amara scoperta: Lucrezia, in posizione supina, giace a terra immobile.
Anna le si lancia addosso e toglie le foglie che la ricoprono ma ha un moto di ribrezzo. Deve scostarsi dal corpo mentre dei violenti conati di vomito la scuotono. La povera donna ha il cranio fracassato e il cervello sparso tutt’intorno.
Ripresasi, corre verso casa e chiede a una vicina di andare subito ad avvisare il marito perché è successa una disgrazia alla madre che è caduta e si è fracassata la testa, poi torna a casa e si mette a sbrigare delle faccende. I militari, giunti sul posto, non possono far altro che constatare le orribili condizioni del cadavere e annotare che a circa mezzo metro dal corpo ci sono sei grossi sassi coperti di sangue e materia cerebrale e, a circa cinque metri, altri
cinque sassi anch’essi intrisi di sangue. C’è anche un ramo di castagno, segato dal tronco, sporco di sangue e, guardandolo con più attenzione, i carabinieri si accorgono che ci sono attaccati anche dei capelli. Questo particolare fa escludere categoricamente l’ipotesi di una caduta accidentale, ma la cosa che non quadra è che non ci sono segni evidenti di colluttazione né nel posto dove giace il corpo, né per un raggio di una ventina di metri intorno ad esso, mentre l’autopsia effettuata immediatamente fornisce risultati opposti. Infatti il corpo è pieno di lividi e le mani presentano graffiature ed ecchimosi tipiche di chi cerca di parare i colpi che gli vengono inferti.
– Non è che tua madre ha litigato con qualcuno per le ghiande? – chiede il maresciallo al figlio della vittima.
– Non credo. Don Carlo De Paola aveva assegnato il raccolto delle ghiande a mia madre e nella nostra contrada nessun altro possiede maiali.
– Tua madre viveva in concubinato con un certo Giuseppe Liporace. Andavano d’accordo?
– Si, andavano d’accordo e poi Giuseppe era dal giorno prima al trappeto di Giuseppe Marino, non c’entra niente lui.
– E la moglie di Giuseppe? Avrebbe avuto buoni motivi per ammazzare tua madre… – lo incalza il maresciallo.
– Giuseppe e la moglie vivono separati da più di venticinque anni e lei e mia madre erano anche buone amiche. Credo che nemmeno questa sia la strada giusta…
– E tua moglie? Il suo comportamento è alquanto sospetto – insinua il maresciallo – secondo la vostra vicina, quando le ha detto che a tua madre era accaduta una disgrazia era del tutto normale, anzi quasi noncurante della tragedia. E poi perché non ha parlato con nessun altro dei vostri vicini? E perché non ha chiesto aiuto alla famiglia che abita poco distante dal posto dove ha trovato tua madre? Forse è coinvolta nell’omicidio… ecco la verità… io sono convinto che a uccidere tua madre sia stata una donna perché se fosse stato un uomo sarebbe stato certamente armato…
– Vi sbagliate… mia moglie tornò a casa per spegnere il fuoco ed evitare che le mie bambine non potessero caderci dentro. Poi sono passato io ed è venuta con me nel posto dove aveva trovato mia madre.
– Ma quando siamo arrivati noi non c’era! – obietta il maresciallo.
– Marescià, voi siete arrivati che era ora di mangiare e noi abbiamo figli piccoli… mia moglie è tornata a casa per farli mangiare… piuttosto, ora che ci penso, mi sono accorto che ci sono un paio di donne che parlando del fatto di mia madre si guardano sempre intorno come se non volessero farsi sentire…
– Dimmi i nomi che le interrogo – gli dice il maresciallo in tono perentorio.
– Rosa Ciponte e Anna Maria Impieri, suocera e nuora rispettivamente.
Interrogate, le due donne negano di sapere qualcosa intorno all’omicidio e Anna Maria Impieri aggiunge che quella mattina lei era uscita di casa verso le 6,30 insieme alla suocera e al cognato Ciriaco Diodato per pascolare delle vacche. Qualcosa però non quadra. Rosa Ciponte asserisce di essere andata a pascolare le vacche solo con il genero Ciriaco, senza nominare la nuora. Così il maresciallo decide di interrogare l’uomo e ottiene delle preziose informazioni:
– Non è vero che quella mattina con me e mia suocera ci fosse anche mia cognata Anna Maria. Lei è venuta al pascolo solo verso le undici e io non so a che ora fosse uscita quella mattina.
– Secondo te si è imbrogliata o ha mentito? – gli fa il maresciallo.
– Ha mentito e vi dico il motivo. Qualche sera fa, mentre mangiavamo, mio cognato Vincenzo Cairo se ne è uscito con questa espressione: “Eppure si sa chi l’ha uccisa…” all’inizio nessuno di noi gli ha dato retta perché mio cognato è un ragazzino, ma dopo un po’ abbiamo insistito e lui ci ha confessato che una mattina, andando a legna con Anna Maria, le fece una domanda a trabocchetto e lei gli confessò di avere ucciso Lucrezia Riente ma di non sapere perché lo aveva fatto, pregandolo di non farne parola con nessuno ché gli avrebbe comprato un vestito nuovo e altre cose.
– E perché te lo sei tenuto per te? Dovrei arrestarti per questo – urla il maresciallo battendo violentemente il palmo della mano sulla scrivania.
– Ma io l’ho detto al figlio della vittima… pensavo che ve lo avesse riferito lui… io che c’entro?
Il maresciallo lo lascia andare e manda a prendere il ragazzino per torchiarlo ben bene.
– Marescià, l’ho fregata… una mattina che andavamo a legna, le ho chiesto “Sei stata tu ad  ammazzare zà Lucrezia?” e lei mi ha risposto “E come hai fatto a vedermi?” mi ha risposto lei. e io ho continuato “Ti ho vista da un posto da dove potevo vedere tutto…”. Lei si è fermata, ha guardato il cielo e mi ha detto “Ah! Mi ha accecato il diavolo… ma tu non parlare ché ti farò un abito nuovo e ti darò qualche altra cosa…” io ho cercato di farle dire qualche particolare ma lei ha cominciato a negare tutto. L’altra mattina, poi, mi ha detto “Quando ti chiamerà il maresciallo dovrai dirgli che quella mattina io ero andata a far pascolare gli animali…”
Anna Maria, interrogata di nuovo, cambia la sua versione dei fatti. Ammette di non essere andata con la suocera e il cognato a far pascolare le vacche e sostiene di essere andata a raccogliere arbusti di granone e di non aver mai confessato al giovane Vincenzo di aver ucciso Lucrezia Riente né, tantomeno, di averlo realmente fatto e sostiene che il ragazzo è mezzo scemo e non sa quello che dice.
Ma gli indizi cominciano a farsi pesanti e il Pretore di Belvedere firma il mandato di cattura contro la donna che viene subito arrestata.
La difesa di Anna Maria viene affidata all’avvocato Stanislao Amato di Cosenza il quale insiste molto sul fatto che Vincenzo è un ragazzo che per gravi malattie sofferte è in condizioni mentali da meritare scarso credito, di temperamento bizzarro e stravagante ed è discolo. Inoltre, non vede di buon occhio la cognata con la quale litiga spesso per futili motivi.
Vengono, per questo, ordinate nuove indagini e i carabinieri torchiano di nuovo il ragazzo che cambia versione:
– Una mattina sono andato a casa di Anna Cairo, la nuora della morta, per farmi dare delle arance e lei mi disse che non dovevo aiutare mia cognata Anna Maria e che se così avessi fatto suo marito mi avrebbe fatto un regalo, altrimenti mi avrebbe fatto andare in galera. Io ho avuto paura di essere carcerato… ricordo che la mattina del delitto io stavo cercando una pecora smarrita e sono andato in quel bosco. Ho sentito un lamento e ho visto una donna che aveva un fazzoletto bianco in testa prendere delle pietre e lanciarle per terra
Il maresciallo interroga di nuovo la vicina di casa della vittima, Concetta Cairo, che fu la prima a essere avvisata della disgrazia:
– la notte successiva all’omicidio mi venne a trovare il figlio della povera Lucrezia e mi disse: “Devi dire che stamattina mia moglie, quando andò nel bosco e trovò mamma morta, venne a chiamarti… devi dire così se no è rovinata!”. Io gli promisi che così avrei fatto ma ho cominciato a pensare che la moglie di Filippo avesse ucciso la suocera perché, ragionandoci sopra, quando andò nel bosco per cercarla anziché percorrere un agevole viottolo che dalla loro casa conduce sul luogo dove fu rinvenuta Lucrezia, passò da un altro viottolo che attraversa una macchia di vegetazione fittissima, andando direttamente all’albero dove c’era il cadavere. Perché?
“Già, perché?” Si chiede il maresciallo, il quale ha anche un altro perché da chiarire. Come mai la nuora della vittima ha sempre negato di sapere se qualcuno avesse rubato delle ghiande e invece dopo l’arresto di Anna Maria Impieri improvvisamente ricorda che la suocera si era lamentata di aver sorpreso due o tre volte la donna a rubare ghiande?
– Non ci ho pensato… me ne sarò dimenticata date le circostanze… e sono passata in mezzo al bosco perché l’altro viottolo non è nella proprietà del mio padrone… – si difende Anna Cairo.
Ma il maresciallo è sempre più convinto della sua colpevolezza e, di contro, dell’innocenza di Anna Maria Impieri. Ma deve trovare dei riscontri. Chiama di nuovo il figlio della vittima che gli racconta:
– È vero che ho chiesto a Concetta di dire che mia moglie era andata a chiamarla, ma in quei momenti non sapevo cosa fare, cosa pensare… ho ricevuto anche una specie di minaccia da parte di Ciriaco Diodato il quale in presenza di varie persone mi disse: “Bada Filippo di non cercare di aiutare Anna Maria perché altrimenti non ti parlo più”.
– Bene! E perché non lo hai detto le volte che ti ho interrogato? – lo rimprovera il maresciallo
– Me ne sono scordato…
– E che mi dici del terreno di proprietà della tua famiglia? – Lo incalza il maresciallo
– Mia madre era usufruttuaria. La quota maggiore, pari al valore di cinquecento lire, è di mia proprietà e quella minore, di duecentocinquanta lire, è di mio fratello emigrato in America.
“Questo potrebbe essere il movente” pensa il maresciallo che, intanto chiama di nuovo Vincenzino e, invece di trovare conferme, riceve una nuova ritrattazione: per lui la colpevole è la cognata Anna Maria Impieri.
Un vero guazzabuglio in un posto in cui tutti sono più o meno parenti, sanno tutto di tutti e per gelosie reciproche cercano di accusarsi l’un l’altro.
Passano quasi due anni prima che le indagini si concludano con la richiesta di rinvio a giudizio per Anna Maria Impieri. Il maresciallo si deve arrendere, contro la nuora della vittima non riesce a trovare niente di concreto.
Il sei marzo 1925 si apre il processo a suo carico e il giorno dopo Anna Maria Impieri viene assolta per non aver commesso il fatto. [1]
Lucrezia Riente è stata orrendamente uccisa, ma non sapremo mai veramente da chi e  perché.

 

 

 

[1] ASCS, Processi Penali.

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