1564: DUELLO SUL PONTE DI SANTA MARIA di Cinzia Altomare

A Cosenza, in una calda serata del mese di giugno 1564, il patrizio Ottavio di Castello imbocca il ponte di S. Maria sul suo cavallo.
L’andatura è lenta, Ottavio si è attardato in una taverna e ha bevuto un po’ più del solito.
Nonostante il suo incedere lento e calmo, non vede l’ora di ritornare a casa per stendersi sul suo morbido letto. Con questo animo non si accorge che dalla parte opposta del ponte giunge sul suo cavallo Giovanni de Bernardo.
Giovanni è di una fazione opposta a alla sua, o meglio le loro famiglie hanno avuto dei contrasti per degli affari e ora si fanno la guerra per ogni motivo.
Ormai vicini, Giovanni guarda in faccia Ottavio che, quasi rinsavito dal tepore del vino, riesce
a riconoscerlo e i loro sguardi si incrociano. Ottavio mette mano alla spada che ha al fianco sinistro, Giovanni, che lo aspetta da tempo, si è già preparato per bene e da sotto il mantello tira fuori un bastone e gli tira tre bastonate in testa. Ottavio si piega da un lato, cade da cavallo e per poco non
crolla a terra ma riesce ad aggrapparsi alle redini e resta in piedi. Scuote la testa, le bastonate in fondo non gli hanno fatto troppo male, grazie al movimento dei cavalli che ha reso meno potenti i colpi di Giovanni.
Ottavio, lasciate le redini del cavallo corre verso la piazzetta di S. Tomaso in cerca di riparo e
di aiuto, ma Giovanni non è solo, gli ha teso un’imboscata e dietro di lui sono pronti ad attaccare altri ricconi della città che lo sostengono: per primo si fa avanti il magnifico Roberto Ferraro, seguito da altri gentiluomini e sguaina la spada.
Il povero Ottavio si ritrova la strada sbarrata, la spada a terra, vicina al cavallo ormai distante.
Roberto Ferraro, signorotto arrogante di Cosenza, inizia a puntarlo, scende da cavallo,  sguaina la spada e si avvicina a lui con passo lento e sicuro, di chi ha tutto sotto controllo. Con un sorriso beffardo lo apostrofa:
– Cornuto!
Ottavio, più per il vino che per le bastonate in testa, barcolla e a stento riesce a correre; con fatica cerca di allontanarsi mentre gli altri guardano con sguardi ammiccanti.
Roberto si avvicina e Ottavio gli lancia contro un’offesa terribile per gli appartenenti alla nobiltà:
Fallo di gentiluomo! – in effetti ne ha ben ragione, non è da gentiluomini prendersela con un uomo solo, mezzo ubriaco e senza difese.
L’insulto non piace proprio all’arrogante Roberto che alza la spada e la punta verso Ottavio che inciampa, cade e alza istintivamente un braccio per difendersi dal colpo che sta per ricevere mentre grida:
Non mi ammazzare….pietà!
Roberto, invece, punta alla coscia e lo ferisce. Il sangue inizia a sgorgare e allora Ottavio, impressionato e dolorante, inizia a gridare.
Poco distante dai fatti, proprio vicino al ponte di S. Maria, sul colle Triglio, sorge il palazzo della Regia Udienza. Alle grida e agli schiamazzi i soldati di guardia si allertano quasi subito e prendono i cavalli per scendere sul ponte e, giunti sul luogo della sanguinaria rissa, trovano Roberto ancora con la spada insanguinata e Ottavio a terra che chiede pietà. Tutti gli altri sono attorno, nessuno osa muoversi, nessuno abbandona il capo, Roberto Ferraro.
Giovan Antonio Siciliano, soldato a cavallo della Regia Udienza, comincia a gridare
Fermi, fermi tutti! – poi guarda in faccia Roberto e gli ordina – Don Ferraro a me la vostra spada!
Roberto lo guarda negli occhi con aria di sfida ma inaspettatamente gli da la spada. Gli altri sono stupefatti, non capiscono come sia stato possibile che il capo abbia ceduto all’ordine di un misero soldato. Ma ecco che mentre Siciliano aiuta Ottavio ad alzarsi tra molte difficoltà, nessuno si aspetta che Roberto, con scatto felino, si avvicini alla spada di Ottavio, caduta poco prima, la afferri e la punti contro il gruppo di soldati mentre ordina ai suoi
Ritiratevi amici, ci sarà un’altra occasione! – mentre lo sguardo di sfida passa da Siciliano a Ottavio.
Tutti sono già in groppa ai loro cavalli e sono pronti a ripartire, Roberto è l’ultimo, ma continua ancora a guardare il gruppo a terra, impotente davanti alla sua prepotenza… [1]
[1] ASCS, Atti Notarili.

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