GROSSO GUAIO A PIAZZA D’ARME

– Buonasera Cenzì, come mai non ti sei ancora coricata? Lo sai che da qui passano molti ubriachi e ti possono dare fastidio… – sono circa le 21,00 del 2 settembre 1918 e a rivolgersi a Innocenza Perfetti, ventottenne di Logobucco ma residente all’imbocco del sopportico di Via Rivocati, è Giuseppe Castagna, ventisei anni, soldato addetto alla mensa del 19° fanteria di stanza nella Caserma Fratelli Bandiera.
– Buonasera Giusè, fa caldo… ora entro…
I due si salutano e Giuseppe imbocca il sopportico per tornarsene a casa sua che affaccia sulla Piazza d’Arme. Innocenza si alza dal gradino sul quale è seduta e nota tre giovanotti che parlottano tra di loro accanto alla cantina di Luigi Cinelli e poi si avviano verso di lei. Rientra subito in casa ma spia da un finestrino accanto all’uscio e vede che i tre si fermano all’imbocco del sopportico guardando con fare sospetto in direzione della casa di Giuseppe, ma poi se ne vanno lungo Via Rivocati. Innocenza esce di nuovo di casa e vede, nella luce fioca dei fanali elettrici, due soldati e una donna che da Piazza Riforma si dirigono nella sua direzione. Riconosce nella donna una sua vicina, Maria Mandarino, conosciuta come la Mendicinese, e in uno dei due soldati Francesco Aiello, che la Mendicinese presenta in giro come suo marito. Dopo qualche istante i tre riprendono la loro strada e Innocenza, che non ha affatto voglia di andare a letto, torna a sedersi sul gradino a godersi il fresco. Dopo un’oretta le viene di fare la pipì ma non avendo il bagno in casa, si dirige verso l’oscurità della Piazza d’Arme. Si acquatta tra l’erba e, mentre soddisfa i suoi bisogni corporali, avverte un vocio accanto ai locali della Società Elettrica Bruzia. La luce è fioca ma è sicura che le persone che parlottano e che adesso sta vedendo, nascosta dietro un cumulo di pietre, siano i tre giovanotti, i due soldati e la Mendicinese. Su di lei non può sbagliare perché nella poca luce si stagliano la camicetta e il sottanino bianchi che le ha visto addosso poco prima. I sei si spostano un poco e vanno a finire sotto la poca luce di un lampione. Non si è sbagliata, sono proprio loro, ma che cosa staranno confabulando? Innocenza non può capirlo perché i sei si accorgono della sua presenza e deve tornarsene a casa.
Proprio qualche minuto prima, sull’altra sponda del Busento, anche Nicola Pranno e Pietro Oliverio, durante la pausa della proiezione cinematografica del Teatro Politeama, escono per soddisfare i loro bisogni corporali, addossati al parapetto del fiume.
– Hai sentito? Rumore di tubi di ferro… – fa Nicola all’amico.
– Qualcuno starà rubando alla Società – gli risponde Pietro.
Poi un tonfo sordo, come se qualcuno avesse buttato un sacco nel fiume.
– E questo cos’è?
– Qualcuno che ha buttato un sacco di immondizia nel fiume – risponde laconicamente Pietro Oliverio.
I due si risistemano i calzoni e rientrano nel Politeama per il secondo tempo.
Ma cosa erano quei rumori? E cosa è accaduto nel buio di Piazza d’Arme?
Quando Giuseppe Castagna lascia Innocenza seduta sul gradino, rientra a casa e cena insieme alla madre, al fratello e alla sorella, poi esce per incontrare un suo commilitone ma non fa il giro solito. Non passa sotto il sopportico e si dirige verso il ponte di San Domenico costeggiando l’ampio spiazzo. Al ritorno, verso le 23,00, percorre Via Rivocati col suo amico, passa davanti al Sopportico e prosegue fino all’altezza del palazzo Segreti dove si separa dall’amico e svolta verso Piazza d’Arme. Qualcuno che lo segue ne osserva le mosse e si apposta vicino alla sede della Società Elettrica, nascosto nel buio con un pezzo di tubo di ferro in mano. Quando Giuseppe gli è a tiro, gli vibra un colpo in testa colpendolo alla tempia destra, che non gli lascia nemmeno il tempo di avvertire dolore e lo fa stramazzare al suolo morto; l’assassino getta via la spranga che cade su una catasta di tubi della Società Elettrica, provocando il rumore ascoltato da Nicola Pranno e Pietro Oliverio.
Con calma, gli aggressori, perché ad aggredirlo devono essere stati almeno in due, raccolgono il corpo da terra, lo trasportano fino al parapetto del fiume e lo buttano di sotto. Questo è il tonfo percepito dai due testimoni. Gli assassini non si accorgono che Giuseppe perde del sangue e lascia delle piccole tracce lungo il percorso. Si preoccupano, piuttosto, di andare a recuperare il pezzo di tubo e di portarlo con sé nella fuga.
Quando la mattina successiva viene scoperto il cadavere, Carabinieri e Questura indagano su quella che può sembrare una morte accidentale o un suicidio, ma Innocenza Perfetti e Nicola Pranno, ognuno per conto suo, pensando che ci sia qualcosa che non quadra, vanno a raccontare quello che hanno visto e sentito e gli investigatori, così, decidono di indagare per omicidio e non ci mettono molto a scoprire cose molto interessanti per le indagini.
Scoprono che Giuseppe Castagna era l’amante della Mendicinese ma stava per sposare una certa Rosina Ianni. Non solo: Giuseppe aveva promesso di sposare anche una certa Concetta Porco, dalla quale ha avuto una figlia da circa quattro mesi.
Interrogano le tre donne e la Mendicinese (che in molti descrivono come una donna di facili costumi) dice di avere un alibi di ferro: la sera del 2 settembre era a Rose col marito, ha dormito in paese a casa di amici ed è tornata a Cosenza nella mattinata del 3; dice che almeno cinque persone possono confermare di averla vista a Rose.
Le altre due, Rosina e Concetta, che risultano subito estranee alla faccenda, sono concordi nell’affermare che la Mendicinese le ha minacciate se non avessero lasciato in pace il suo amante e se ciò non fosse avvenuto, lo avrebbe ucciso personalmente o fatto uccidere da suoi amici della malavita. “Se mi lascia, questo coltello glielo metto negli intestini!” queste le parole che Maria avrebbe detto a Concetta, mostrandole un coltello che nascondeva nella tasca del grembiule.
Le parole di Rosina e Concetta sono confermate anche dalla madre della vittima, Rosaria Miceli che dichiara agli inquirenti, evidenziando la grande intimità di cui godeva la Mendicinese a casa Castagna:
La mattina del due settembre, come al solito la Mandarino venne a casa mia che potevano essere le sei. Andò di filato vicino al letto dove dormiva mio figlio e cominciò a battergli sulle spalle. Giuseppe si svegliò, la riconobbe e le disse di lasciarlo in pace. Ricordo che le disse: “Ma che vuoi da me? Tu sei maritata…”. Ella rispose “Non so che farmene di Cianciavilanza (alludendo all’attuale suo – presunto – marito) io non lo voglio, voglio invece a te, mi vendo la casa e ce ne andiamo in America”. Mio figlio replicò “Ma lasciami in pace, io debbo sposarmi…” e l’altra di rimando “Sta pur sicuro che a Rosina non te la sposi… hai visto chi c’era a casa mia?” “C’era Venturella[1]” aggiunse mio figlio “E che mi fa Venturella?”. “Niente… me la vedrò io!” riprese la Mandarino. Per troncare un simile discorso mio figlio le chiese se volesse lavargli una giubba militare. Ella, in tono sardonico, si affrettò a dire: “Dammi la giubba che domani te la metterai bella stirata…” e ripetè questa frase un paio di volte con aria misteriosa. Ma dopo avere scambiato qualche altra parola, la Mandarino andò via senza prendere la giubba….
Anche Innocenza Perfetti rincara la dose e riferisce a Francesco Cilento, delegato di P.S., che la Mendicinese le avrebbe detto: “Peppino vuole sposare una più puttana di me ma io non gli farò vedere
tale giorno… non lo farò godere ad alcuna donna…”.
Il cerchio, per la Questura e i Carabinieri, si chiude quando riescono a dimostrare che anche l’alibi di Maria Mandarino potrebbe essere falso poiché, visti gli orari dei treni per e dalla stazione di Montalto-Rose, è possibile andare a Rose nel pomeriggio, farsi vedere in giro, tornare a Cosenza in serata per poi riprendere il treno il mattino successivo di buon’ora e tornare in città all’orario indicato dalla Mendicinese. E le testimonianze delle persone che affermano senza ombra di dubbio che Maria e il marito hanno dormito a Rose? Testimonianze di comodo, tagliano corto. Quelle persone non avevano nessun motivo per ospitare la Mendicinese e il (presunto) marito a casa loro, visto che non hanno legami di amicizia così intimi.
Maria Mandarino e Francesco Aiello finiscono a Colle Triglio con l’accusa di omicidio.
Alla fine di novembre, con quello che ha in mano, la Questura chiede al Pubblico Ministero di procedere contro i sospetti ma questi, visti gli esiti incerti dell’autopsia, qualche piccola svista degli investigatori nel repertare le
tracce di sangue lasciate da Giuseppe e le testimonianze favorevoli agli indagati, il tre dicembre 1918 li rimette in libertà, in attesa che la Sezione d’Accusa della Corte d’Appello del Tribunale di Catanzaro decida se rinviare i due a giudizio per omicidio o meno.
La parola fine arriverà solo il 2 luglio 1920 con la sentenza di non luogo a procedere per insufficienza di prove.[2]

[1] Col soprannome di Venturella era conosciuto tale Carmine Avellino, pregiudicato per reati contro il patrimonio (nda).
[2] ASCS, Processi Penali

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