FRATELLO E SORELLA

Fin dal 1930 i rapporti tra Agostino Arcidiacono e sua sorella Teresa si guastano perché lei mal sopporta che la loro madre, nella divisione di una casa l’ha esclusa, assegnandola soltanto ai figli maschi. Ovviamente, la tensione tra Agostino e Teresa non può non coinvolgere i loro coniugi, Rosina Alessio e Giuseppe Porco, per cui i litigi sono frequenti, specie fra le donne, agevolati dalla convivenza delle due famiglie nello stesso baraccone sito in contrada Mortaviva, territorio di Corigliano Calabro.

La mattina dell’8 gennaio 1931, verso le otto, Teresina e Rosina come al solito litigano, scambiandosi ingiurie e minacce e Teresina arriva anche a prendere in mano una scure facendo il gesto di alzarla per colpire la cognata, ma il pronto intervento di un altro coinquilino, Gennaro De Simone, scongiura il peggio. Poi arriva Agostino che prende per un braccio la moglie e la porta a piantare patate.

Sono le sei di pomeriggio ed è buio. Giuseppe Porco torna a casa, viene informato della lite della mattina e va nel vano occupato dal cognato, che sta aggiustando uno sgabello con la scure.

Io non ho intenzione di litigare, ma solo ti dico che ho il coraggio di bere il tuo sangue! – gli dice, poi va nel suo angolo, prende un pezzo di pane e comincia ad affettarlo.

Agostino resta fermo, poi si alza e si avvicina al cognato, che comincia ad agitargli il coltello davanti il viso. È un attimo. Partono tutti e due l’uno contro l’altro, ma Agostino ha la scure e i due fendenti che tira arrivano a segno, producendo al cognato una lesione al gomito destro, mentre le due donne, urlando come forsennate, fanno accorrere i vicini, i quali afferrano Giuseppe e lo portano fuori, mentre Teresina si para davanti al fratello cercando di trattenerlo e impedirgli di continuare a colpire il marito, ma il suo atteggiamento irrita maggiormente Agostino, che la colpisce alla testa col cozzo della scure facendola cadere a terra e mentre cerca di rialzarsi la colpisce di nuovo col taglio della scure, producendole una profonda ferita alla regione sacrale.

Intanto Giuseppe, avendo capito che sua moglie è stata colpita, prega quelli che lo trattengono di lasciarlo libero, ma invece lo allontanano ulteriormente e allora Giuseppe pensa bene di andare ad avvisare i Carabinieri, informandoli che lui e la moglie sono stati feriti da Agostino Arcidiacono.

Quando i militari arrivano sul posto trovano Teresina distesa sul letto della propria abitazione, morta! Non possono nemmeno arrestare Agostino perché è scappato, ma accertano che il figlio di Teresina e Giuseppe, ragazzetto di dieci anni, mentre tentava di colpire lo zio Agostino con una scure, ha involontariamente ferito ad una mano la nonna.

– Quando ho visto mamma per terra ho raccolto la scure per colpire zio Agostino e invece ho colpito nonna – ammette il ragazzetto e per la guarigione dell’anziana ci vorrà circa un mese.

Dall’autopsia eseguita sul corpo di Teresina viene accertato che il colpo alla regione sacrale inferto col taglio della scure le ha provocato la frattura delle vertebre sacrali, la recisione del midollo spinale e dell’arteria iliaca interna destra e quindi, inevitabilmente, la morte.

Agostino Arcidiacono resta latitante per diciotto giorni, poi il 26 gennaio si costituisce nella caserma dei Carabinieri di Rossano, ai quali fornisce la sua versione dei fatti:

In seguito a provocazione da parte di mio cognato Giuseppe Porco ed essendo stato da lui ferito al viso con un coltello, mi misi a manovrare la scure contro di lui e involontariamente colpii mia sorella Teresina, che si era messa di mezzo

In effetti Agostino ha una piccola cicatrice, da poco guarita, all’angolo della mandibola destra, prodotta da arma da punta e taglio come certifica la perizia ordinata dal Pretore, ma essa può essere stata prodotta sia da un colpo di coltello, sia dalla punta della scure sequestrata, dato che questa presenta il taglio molto affilato, aggiunge il perito.

– Non è vero che ferii al viso mio cognato con un coltello! – dice Giuseppe quando viene chiamato in caserma.

Chiusa l’istruttoria, il 13 maggio 1931 la Sezione d’Accusa rinvia Agostino Arcidiacono al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza, sedente a Rossano, per rispondere di omicidio volontario, aggravato perché commesso sopra la persona della sorella e tentato omicidio in persona del cognato. Il processo si celebrerà secondo il Codice Penale Zanardelli in quanto il nuovo Codice Rocco, approvato il 19 ottobre 1930, entrerà in vigore il primo luglio 1931; Giuseppe Porco viene prosciolto dal reato di lesioni per insufficienza di prove. Viene prosciolto anche il bambino per avere agito senza discernimento.

La causa si discute il 12 luglio 1932 e Agostino insiste nell’affermare che il primo ad aggredirlo e ferirlo al viso con un coltello fu il proprio cognato.

La Corte, letti gli atti ed ascoltati i testimoni, osserva che le risultanze del dibattimento hanno dimostrato che la tragica vicenda si è svolta in due tempi distinti, per quanto prossimi, e, si può dire, in continuazione l’uno all’altro. E quindi ricostruisce la dinamica degli eventi, partendo dal primo episodio: in un primo momento, allorché Giuseppe Porco entra nella baracca e scorge il cognato Agostino rivolgendogli parole di disprezzo; sembra che l’Arcidiacono non abbia reagito, poi è certo che Porco, che stava mangiando affettando il pane con un coltello, ebbe a maneggiare il coltello stesso in modo minaccioso contro il cognato mentre tra di loro avveniva il diverbio, che fu udito dalla teste Rosaria Cosenza la quale, per la posizione in cui si trovava, non poteva scorgere i contendenti. Ed è da credersi all’Arcidiacono allorché afferma che Porco, apostrofandolo con male parole e con frasi di minaccia, lo ferì alla guancia con la punta del coltello. Tutto ciò, se è messo in relazione ai fatti precedenti, all’avversione che i coniugi Porco avevano dimostrato per i coniugi Arcidiacono, alla diatriba sorta fra le donne al mattino, alle parole offensive e minacciose pronunziate da Porco in presenza e contro il cognato, induce ad affermare che il giudicabile si vide in quel momento costretto a respingere da sé una violenza attuale ed ingiusta, che gli faceva ritenere di trovarsi in assai serio pericolo. Ed è notevole la circostanza che al comportamento offensivo di Porco, Arcidiacono opponeva un’azione difensiva assai prudente. Difatti, pur avendo casualmente tra le mani la scure con la quale stava lavorando, il prevenuto si limitava a roteare la scure stessa senza menare all’avversario colpi gravi e decisivi – egli avrebbe potuto inveire contro il cognato, mettendolo subito fuori combattimento – ed invece tutta la sua azione si è ridotta a produrgli una lieve lesione ad un gomito e un taglio sugli abiti. Certo è, pertanto, che nella specie si deve ritenere che il fatto non sia punibile ai sensi del Codice Penale abrogato, come è prospettato in rubrica, ma si tratta invece di ferimento dovuto alla necessità di difendersi.

Adesso la Corte deve affrontare il secondo tempo dei fatti e qui la questione si fa seria: ma l’attività di Arcidiacono non si è limitata a ciò. Porco, di fronte all’atteggiamento risoluto del cognato, usciva dalla baracca, mentre alte si levavano le grida delle donne presenti al fatto e alle quali accorreva gente, che afferrò Porco e cercò di allontanarlo per evitare che la lite avesse ulteriori e peggiori sviluppi, giacché egli voleva essere lasciato libero, essendogli parso di vedere il cognato colpire la moglie. È accertato che gli accorsi non sapevano del ferimento di Teresina Arcidiacono; è accertato che di tale ferimento Porco non fece loro cenno che in forma dubitativa; evidentemente, quindi, Teresina Arcidiacono veniva colpita dal fratello allorché Porco cercava di sfuggire, uscendo dalla baracca al coperto. Ciò dimostra non attendibile la versione difensiva dell’imputato, appoggiato dalla dichiarazione della madre del medesimo e cioè che Teresina sarebbe stata colpita allorché si gettò tra i due contendenti, rimanendo vittima accidentale di un colpo di scure vibrato dal fratello per respingere da sé l’aggressione del cognato. Si è, invece, accertato che la donna presentava una ferita contusa alla testa e presentava pure una ferita alla regione sacrale, che provocò la morte immediata per recisione della colonna vertebrale, del midollo spinale e dell’arteria iliaca destra. Si è cercato di sostenere che la ferita al capo fu la conseguenza di una caduta di Teresina Arcidiacono, ma è invece certo che, per la caratteristica della ferita, ebbe a subire un colpo di corpo contundente, vibrato con materiale violenza, certamente prodotto da cozzo di scure e da parte dell’imputato allorché, dopo il cognato, egli si vide davanti la sorella che, sia per le precedenti contese di natura economica, sia per le male parole usate contro di lui e sua moglie e sia per le minacce di cui fece cenno la teste Rosaria Cosenza, dovette presentarsi come un’avversaria violenta e pertinace.

E questo deve aver fatto scattare in lui la molla omicida: ferito dopo la contesa col cognato che gli sfuggiva, si trovò di fronte la sorella e sfogò su di lei l’ira che si era accumulata nell’animo suo, dandole prima il colpo al capo e poi il colpo al dorso mentre la sorella stava a terra o stava per rialzarsi. La reiterazione dei colpi, la direzione del colpo mortale, la violenza con il quale fu vibrato, la posizione colpita, dimostrano da una parte la precisa volontà di uccidere, dall’altra la impossibilità che i due colpi siano stati inferti alla vittima accidentalmente mentre questa cercava di mettere pace tra il fratello e il marito. E ciò stabilisce che vi è stato nell’azione violenta di Agostino Arcidiacono un secondo momento, in cui non pensò più a difendersi perché l’offensore non stava più davanti a lui, ma ad offendere e l’offesa fu volontariamente diretta contro la sorella.

Questo ragionamento serve alla Corte per confermare l’accusa di omicidio volontario aggravato per cui Arcidiacono è a processo. Ma ci sono da considerare alcune circostanze che lo hanno spinto al delitto e che ne attenuano la responsabilità: l’imputato agì in un impeto d’ira determinato da ingiusta provocazione, sia per il comportamento anteriore della sorella, sia per il comportamento del cognato e sia per l’atteggiamento offensivo, che non può essere mancato, da parte della sorella allorché vide il marito alle prese con lui.

Non resta che calcolare l’entità della pena da infliggere ad Agostino Arcidiacono: la Corte reputa di partire da anni 24, diminuendoli di due terzi: in concreto, quindi, il giudicabile va condannato ad anni 8 di reclusione. Oltre, naturalmente, alle spese e alle pene accessorie. Danni da rifondere non ce ne sono perché nessuno si è costituito parte civile.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Rossano.