LA STANZA DEI CONTI

Salvatore Salerno fa il bracciante agricolo a salario fisso nella proprietà di Vito Bradascio in contrada Ingegno, agro di Amendolara. La sera del 14 agosto Salvatore va nella casetta rurale del padrone a fare i conti del suo avere perché pare che i conti non tornino ed inoltre ha deciso di lasciare quel lavoro e deve dirlo al padrone. Davanti alla casetta, a prendere il fresco della sera,  oltre al padrone ci trova la moglie, Tommaso e Concetta Bradascio, i nipoti di Vito, ed i bambini di Concetta. Dopo i convenevoli di rito, il padrone entra in casa seguito da tutti gli altri.

Vito Bradascio si siede al tavolino, Salvatore gli sta davanti in piedi, Concetta è alla sua sinistra quasi gomito a gomito, Tommaso dietro a Salvatore e gli altri in un angolo.

– Che fai in piedi? Siediti! – gli dice Vito Bradascio indicandogli la sedia, con un tono che è quasi un ordine e Salvatore si accomoda sulla sedia che è alla sua sinistra. All’improvviso il bracciante urla di dolore e cade a terra, colpito alla nuca da un violento colpo datogli probabilmente con un bastone.

Seppure intontito e sanguinante, Salvatore riesce a rialzarsi e a scappare. Tornato a casa, i familiari lo accompagnano dal dottor Antonio Sisci il quale, dopo averlo attentamente visitato, non può che esprimere il proprio stupore perché il paziente non dovrebbe essere vivo o, nella migliore delle ipotesi, cosciente. Perché? Perché Sisci gli riscontra, in corrispondenza dell’occipite e posteriormente alla regione parietale destra, una vasta ferita lacero-contusa di 12 centimetri con frattura del tavolato esterno ed interno del cranio, con asportazione di un pezzo di osso occipitale e fuoriuscita di un lembo di cervello rivestito dalla dura madre, apparentemente integra. Una cosa mai vista!

Data la gravità della ferita, il medico consiglia l’accompagnamento d’urgenza del ferito all’ospedale di Cosenza, ma visto che è perfettamente cosciente, ne approfitta per chiedergli come sono andate le cose e ne prende nota:

Mi ha colpito Tommaso Bradascio perché avevo avuto rapporti sessuali con sua sorella maritata

Visto che è notte e siamo in periodo di guerra, parlare di urgenza è un po’ troppo eufemistico. Infatti, per intraprendere il viaggio verso l’ospedale se ne parla la mattina del 15 agosto, quando Salvatore, in groppa ad un asino, si avvia verso la stazione ferroviaria di Trebisacce, da dove prenderà il treno per Cosenza. Lungo il tragitto però incontra una pattuglia di Carabinieri che, avvisati del ferimento, lo stanno cercando per interrogarlo e siccome ancora c’è tempo prima che arrivi il treno, Salvatore va in caserma e racconta:

Ho avuto relazione carnale con Concetta Bradascio. Ieri sera, invitato per fare i conti, sono entrato nella casetta rurale di Vito Bradascio, il mio padrone, e mentre ero intento a fare i conti, Tommaso mi ha vibrato un colpo di bastone alla testa. Io sono caduto per terra ma, non avendo perduto le forze, mi sono svincolato ed uscii fuori, poi mio cugino mi ha accompagnato dal medico

Le informazioni, almeno per il momento, possono bastare e Salvatore può andare finalmente alla stazione e prendere il treno per il capoluogo, dove arriva la sera tardi. La mattina del 16 agosto, prima di essere visitato dai medici, viene interrogato dagli agenti di Pubblica Sicurezza di servizio all’ospedale e di nuovo racconta, aggiungendo altre accuse:

Tommaso Bradascio mi ha ferito alla testa. Caduto per terra, il mio padrone mi ha afferrato per le braccia e, rivolto alla moglie ed ai due nipoti, Tommaso e Concetta, ha esclamato: “Datemi una pietra che debbo finirlo di uccidere!”. In questo stesso momento ho ricevuto altri due colpi, ma non so da chi – accuse gravissime, probabilmente non fatte prima perché è comprensibile che non si possa essere del tutto lucidi con un pezzo di cervello che penzola fuori dal cranio.

– Ma perché ti hanno aggredito?

– Perché avevo avuto una relazione carnale con Concetta ed il fratello e lo zio ne sono venuti a conoscenza

Dopo la visita del primario, lo va a trovare il Procuratore del re, al quale racconta più o meno ciò che ha riferito poco prima agli agenti, poi si ferma e non è più in grado di andare avanti.

Intanto ad Amendolara i Carabinieri interrogano Vito e Tommaso Bradascio, i quali fanno la medesima, incredibile dichiarazione:

Non sapevamo niente della relazione di Concetta con Salvatore Salerno; l’abbiamo appreso da Concetta dopo che gli aveva vibrato i colpi… anzi, dopo che Concetta gli vibrò due tremendi colpi di scure alla testa, fui io a disarmarla per impedire che continuasse a colpirlo – precisa Tommaso.

Cosa? Possibile che non sapessero nulla e che non si siano accorti che Concetta aveva in mano una scure e, soprattutto, possibile che nemmeno Salvatore se ne sia accorto? Bisogna immediatamente ascoltare la donna:

L’ho colpito io alla testa, volevo ammazzarlo, volevo vendicarmi perché, mercé violenza, mi possedette in un campo di fave… restai con lui circa una mezz’ora e mi congiunsi col mio violentatore svariate volte

– È successo solo quella volta?

No, accadde un’altra volta durante la raccolta delle spighe di grano

Beh, c’è una rea confessa e bisogna prenderne atto. Concetta viene arrestata e si inizia il formale procedimento penale a suo carico. Il 17 agosto, però, Pasquale Salerno, il fratello di Salvatore, presenta un esposto nel quale accusa Tommaso Bradascio di essere l’autore del ferimento, aiutato dallo zio Vito e afferma che Concetta, estranea al delitto, se ne è assunta la responsabilità sperando di usufruire delle attenuanti legate ai motivi d’onore, cosa che non potrebbero fare il fratello e lo zio. Per accreditare questa versione dei fatti, Pasquale cita alcuni testimoni che sarebbero in grado di confermarla, tra i quali un Maggiore di fanteria, il Marchese Gallerano, che è andato a trovare il ferito in ospedale.

Mentre si procede a verificare l’esposto e mentre ne vengono presentati altri, gli inquirenti si convincono della veridicità della versione ed il 13 settembre Vito e Tommaso Bradascio vengono arrestati per tentato omicidio, ma due giorni dopo, il 15 settembre, Salvatore Salerno muore nell’ospedale di Cosenza ed il capo di imputazione si trasforma in omicidio.

Vito e Tommaso continuano ostinatamente a ripetere di essere estranei al delitto commesso da Concetta, di non essere a conoscenza delle relazioni tra Concetta e Salvatore e quindi di non avere motivi di vendetta. Ci sono anche dei testimoni che assicurano gli inquirenti sul fatto che zio e nipote erano all’oscuro di tutto, ma non c’è niente da fare, chiusa l’istruttoria, il Procuratore Generale chiede al Giudice Istruttore di dichiarare il non luogo a procedere per insufficienza di prove contro Concetta e di rinviare Vito e Tommaso Bradascio al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per omicidio volontario in concorso.

Studiato attentamente il caso, il Giudice Istruttore, il 12 luglio 1942, ribalta tutto: proscioglie Vito e Tommaso per non aver commesso il fatto e rinvia a giudizio Concetta per omicidio volontario. Ovviamente la Procura Generale non ci sta, propone appello ed il 24 ottobre 1942 la Sezione Istruttoria presso la Corte d’Appello di Catanzaro mette d’accordo tutti ordinando il rinvio a giudizio anche di Vito e Tommaso Bradascio.

Iniziato il dibattimento, i tre imputati ribadiscono le proprie versioni e per la Corte sarà dura stabilire quale delle versioni risponde a verità.

Intanto la Parte Civile modifica parzialmente la ricostruzione dei fatti sostenuta finora, che voleva Concetta estranea al delitto, ed afferma che essendosi sparsa ad Amendolara la voce delle relazioni adulterine di Concetta e della sua gravidanza, questa voce pervenne, per quanto tardivamente, al fratello ed allo zio, i quali concepirono di vendicarsi e nella sera del 14 agosto 1941 attuarono il loro proposito. Tommaso colpì con due colpi di scure Salvatore Salerno mentre era intento a fare i conti con lo zio Vito, partecipe morale del delitto. Concetta, secondo la Parte Civile, cooperò al delitto ma non fu l’autrice del ferimento. Si autoaccusò per il concerto che vi era stato fra lei, il fratello e lo zio. Le prove per sostenere questa ricostruzione? Le accuse di Salvatore ed altre molteplici situazioni processuali dalle quali si arguisce la partecipazione diretta degli imputati.

Per la Corte non si potrà emettere un giudizio sicuro se non si esamina, in confronto degli elementi di accusa, la particolare posizione processuale di ciascun imputato. E per farlo analizza le varie dichiarazioni del povero Salvatore Salerno e ne mette in luce le contraddizioni.

Al dottor Sisci ed al Maresciallo dei Carabinieri dichiarò di essere stato colpito da Tommaso Bradascio. Vide Salerno che Tommaso Bradascio lo aveva ferito? Al dottor Sisci ed al Maresciallo non specificò nulla al riguardo.

Al Marchese Gallerano, Salvatore invece dichiarò di non aver visto Tommaso Bradascio colpirlo, ma di esserne certo. Dunque lo suppose. A sostegno del proprio dubbio, la Corte studia nei minimo dettagli le posizioni di ogni persona presente nella stanza dei conti la sera del 14 agosto 1941 e smentisce la ricostruzione fatta dalla Parte civile che, basandosi sulle dichiarazioni della vittima, afferma come non vi siano altre persone oltre Tommaso ad aver potuto vibrare i colpi, in quanto Tommaso era l’unico a stargli alle spalle, mentre Vito gli era di fronte e Concetta di lato, quasi gomito a gomito.

Per la Corte non è così. Intanto le dichiarazioni di Salvatore furono fatte in ospedale dopo aver parlato con i propri familiari ed è legittimo pensare che le postume dichiarazioni non siano sincere per il lavorio dei congiunti, diretto ad estendere la responsabilità oltre la persona di Concetta Bradascio. Il certo è che dalle parole di Salvatore Salerno, espresse al Marchese Gallarano e da costui riferite, non resta legittimata la induzione che aveva fatto sull’autore del ferimento. Disse a Gallarano che nel momento in cui egli era ancora in piedi vicino al tavolo, Concetta si trovava sulla sua sinistra, un po’ indietro, in piedi. Poi fu invitato a sedere e successivamente a questo istante gli furono vibrati i colpi al capo. Non prescindendo dalla successione dei singoli momenti e tenendo presenti le specifiche circostanze espresse al Marchese Gallarano, si impone una considerazione; Salerno affermò che Concetta stava in piedi un po’ indietro sulla sua sinistra quando egli stava in piedi nei pressi del tavolo. Non precisò dove si trovò Concetta nel momento successivo, cioè quando gli fu offerta la sedia ed egli sedette. Concetta, dalla posizione iniziale, poté arretrare, prendere la scure e vibrare i colpi, senza che Salerno l’avesse vista. Possibilità non contrastata dalle dichiarazioni del ferito al Marchese Gallarano, che basta per smantellare l’induzione di Salerno. Egli, tenendo presenti le iniziali posizioni di coloro che si trovavano nella camera dei conti ha potuto, in buona fede, ritenere che Tommaso, e non Concetta Bradascio, sia stato l’autore del ferimento. E la sua supposizione poté essere suffragata dal convincimento formatosi che Concetta non poteva ferirlo per le relazioni intime, diuturne, che aveva avuto con lui. Questo convincimento poté agire sul suo spirito e fargli ritenere, per un procedimento di esclusione, che unico a colpirlo non poté essere che Tommaso Bardascio, a carico del quale, dunque, non vi è che la supposizione del ferito.

Diversa potrebbe essere la posizione di Vito Bradascio perché, secondo quanto raccontato da Salvatore al Maresciallo dei Carabinieri, dopo aver ricevuto i colpi di scure alla testa, Vito l’aveva afferrato per le braccia ed aveva esclamato: “Datemi una pietra che debbo finirlo di uccidere!” e ci sono due testimoni che riferiscono di avere ascoltato Salvatore mentre lo raccontava al Maresciallo. Il problema è che questa gravissima circostanza non fu riportata nel verbale dei Carabinieri perché, secondo uno di questi testimoni, mentre Salvatore raccontava, il Maresciallo era dovuto uscire dalla caserma e probabilmente dimenticò di riportare le precise parole del ferito quando, tornato in caserma, finì di scrivere il verbale. In dibattimento, però, questo stesso testimone, al fuoco delle contestazioni, ritratta e dice che Salvatore Salerno non riferì mai quelle parole in presenza del Maresciallo e così viene a mancare l’unico elemento di accusa nei confronti di Vito Bradascio. Per la Corte c’è il sospetto che i due testimoni non abbiano mai ricevuto la confessione di Salvatore Salerno, ma si tratta di un tentativo dei familiari della vittima di manipolare le prove per coinvolgere Vito Bradascio nel delitto ed ottenere un più sostanzioso risarcimento.

La verità, per la Corte, è che unica responsabile della morte di Salvatore Salerno è Concetta Bradascio. La Parte Civile non ci sta e chiede alla Corte di spiegare come mai la sera del 14 agosto si trovassero in casa di Vito Bradascio anche i suoi nipoti Tommaso e Concetta.

Durante il dibattimento si è accertato che tra Vito Bradascio e Salvatore Salerno era sorto un contrasto di nessuna importanza per le cifre che non quadravano e per la richiesta di Salvatore di interrompere il rapporto di lavoro. Non può meravigliare che Tommaso, ritenendo risolutivo il conteggio, abbia pensato di presenziare alla operazione contabile. Ma vi è di più. Era notte, lo zio ed il dipendente rientrarono in casa, bene è possibile che Tommaso li abbia inconsapevolmente seguiti. Quante volte succede che inconsapevolmente si imiti ciò che gli altri fanno, per nessun’altra ragione che quella di seguire il comportamento altrui? Ovviamente ogni ipotesi è possibile, compresa quella dell’idea delittuosa la quale però, per accreditarsi avrebbe bisogno di altre circostanze idonee a spiegare il delitto, che difettano nel modo più assoluto. Molto più semplice, per la Corte, è spiegare il motivo per cui anche Concetta entrò in casa: per consumare il delitto, così come aveva preordinato. Concetta concepì l’idea di sopprimere Salvatore per rifarsi una verginità morale verso il marito lontano ed i suoi congiunti di Amendolara. Aveva intuito che Salvatore si sarebbe allontanato lasciando il servizio che aveva fino allora prestato presso lo zio Vito. Era quella l’occasione per mettere in esecuzione il suo piano criminoso. Entrò e compì quello che aveva già deciso.

La Corte ha già affermato che Concetta preordinò il delitto per rifarsi una verginità morale, ma ciò sembrerebbe contrastare con la dichiarazione di Concetta di essere stata violentata da Salvatore. Ma la Corte, basandosi sulla testimonianza finora non presa seriamente in considerazione, di tale Rocco Soleto, al quale Salvatore fece delle rivelazioni mentre frequentavano insieme il corso premilitare, dice di avere elementi sufficienti a provare che non ci fu violenza e che si trattò di una relazione durata nel tempo. In sostanza, Soleto dichiarò che Salvatore, in tempo non sospetto, una sera gli aveva confidato di non poter ritornare in campagna perché aveva appuntamento con una donna e gli fece il nome di Concetta Bradascio. Quindi, per la Corte, oltre agli incontri nel campo di fave e nel campo di grano, Concetta e Salvatore si incontravano anche in paese e per giunta di notte. Dunque fra i due ci fu consuetudine costante di rapporti carnali. Tutto questo non fa che confermare il movente: riacquistare la benevolenza del marito e dei familiari i quali, quando prima o poi sarebbero venuti a conoscenza delle voci sulla relazione tra i due, non avrebbero creduto alla storia della violenza sessuale. E per rafforzare il concetto, la Corte aggiunge: la verisimiglianza del motivo espresso, rapportata alla mentalità di una rozza contadina, sta a contrastare l’argomentazione della mancanza di causale, che dovrebbe concorrere a ribadire la responsabilità di Vito e Tommaso Bradascio, come sostiene la Parte Civile.

È il momento di tirare le somme e per la Corte non ci sono dubbi: è sufficientemente provato che Vito e Tommaso Bradascio non sapevano niente della relazione tra Concetta e Salvatore e quindi, non avendo alcun motivo per meditare vendetta, non potevano concepire il delitto che loro si è addebitato. Mancando per essi il movente, nullum crimen sine causa, devono essere assolti con formula piena.

Per Concetta la Corte usa parole dure: il motivo a delinquere, basso, volgare, alla cui base sta la frode, l’inganno per il marito ed i congiunti, giustifica ancora meglio la volontà di sopprimere Salerno, volontà che le circostanze obbiettive confermano in modo preciso ed assoluto. Deve escludersi il vizio di mente di natura transitoria, che il difensore di Concetta Bradascio richiese alla Corte. Nessun tentennamento agitò lo spirito di lei; il freddo calcolo, invece, armò la sua mano: l’inganno per il marito e per i congiunti; all’inganno ed alla frode della compiuta violazione della fedeltà coniugale, sacrificò la vita del suo amante. Concetta Bradascio è un animo freddo, calcolatore che concepì l’inganno e con l’inganno il delitto. Non le compete il beneficio della provocazione. Poi l’affondo finale: la spinta criminosa, il motivo a delinquere non fu il bisogno di una rigenerazione morale, ma l’altro basso, fraudolento, spregevole di ingannare il marito onde fargli credere che ella era stata vittima ed ottenerne il perdono.

Per la Corte la pena deve essere fissata in anni 21 di reclusione, oltre alle spese, ai danni e alla pene accessorie.

È il 20 gennaio 1943 e in Russia è cominciata la drammatica ritirata dell’Armir.

Il 7 febbraio 1945 la Suprema Corte di Cassazione rigetta il ricorso di Concetta Bradascio.

Il 4 giugno 1951, in virtù del D.P. 23 dicembre 1949 N. 930, la Corte d’Appello di Catanzaro dichiara condonato un anno della pena.

Il 25 febbraio 1954, in virtù del D.P. 19 dicembre 1953, la Corte d’Appello di Catanzaro dichiara condonati anni tre della pena.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.