ARSENICO E VECCHI RANCORI

È la notte tra il 14 e il 15 giugno 1927 quando un uomo bussa insistentemente alla porta del dottor Giuseppe Evoli a Saline Joniche.

– Chi siete? Che volete?

– Scusate, ma in contrada Molaro, a Montebello, ci sono quattro o cinque persone che stanno morendo tra atroci dolori, dovete correre subito!

“E nemmeno stanotte si dorme”, pensa il medico mentre si veste in fretta ed esce. L’uomo lo fa montare su di un asino e si allontanano inghiottiti dal buio. Dopo una decina di chilometri di cammino arrivano a casa di Antonio Foti, da cui provengono atroci lamenti. Il dottor Evoli visita il padrone di casa, sua moglie Antonina, le loro figlie Angela e Maria ed il nipotino Domenico: tutti accusano nausea, vomito, forti dolori addominali e irritazioni della pelle. Poi scuote la testa e dice all’uomo:

– Vostra moglie è molto grave, voialtri ve la caverete. Dai sintomi siete stati avvelenati con arsenico…

– Arsenico?

– Si, arsenico

Curnutu e figghiu i buttana!

– Chi?

– Mio genero, Domenico Mallamace! – a questo nome tutti i familiari cominciano ad inveire contro il congiunto, che non è in casa.

Il dottor Evoli ha ragione, Antonietta muore poche ore dopo tra gli spasmi provocati dall’intossicazione e la notizia si sparge in fretta, arrivando, di prima mattina, anche alle orecchie del milite fascista Diego Febbo a Saline. Febbo decide di intervenire e va a casa di Mallamace in contrada Molaro, lo trova, lo dichiara in arresto e lo porta a Saline da dove telegrafa ai Carabinieri di Montebello Jonico.

Il Brigadiere Giuseppe Iemma prende in consegna l’uomo, lo porta in caserma e lo interroga, mentre altri militari vanno a casa Foti:

Tra me e mia moglie Angela Foti non corrono buoni rapporti e non corrono buoni rapporti nemmeno tra me e la sua famiglia perché, nel compimento del settimo mese di matrimonio, mia moglie diede alla luce un maschietto di sana e robusta costituzione, così da farmi avvalorare i sospetti di infedeltà che già avevo fondati nella mia mente prima di sposarla e cioè che Angela era in intima relazione amorosa col cognato Francesco Malacrinò, marito di Maria Foti. Perciò, fin dalla data del matrimonio, nacquero i dissidi e più volte ebbi ad allontanarmi da casa, ma venivo ivi ricondotto per interposizione di amici e parenti. Qualche settimana fa, poiché Angela ebbe a questionare a parole con sua sorella Maria, mi disse che dovevamo liberarcene e mi invitò a procurarle del veleno. Io, perciò, ed anche perché invitato a far ciò da Antonio Pizzichemi, il 12 giugno mi portai a Melito Porto Salvo e dopo essermi fatto rilasciare una ricetta per 250 grammi di arsenico ad uso topicida dal dottor Andrea Familiare, ottenni solo 50 grammi di veleno dal farmacista. Dissi a mia moglie che avevo il veleno, ma che non lo propinai nei cibi per mancanza di coraggio. Il 13 andai in campagna per lavorare e non trovai nella tasca il veleno per come lo avevo lasciato chiuso la sera precedente, né conforme al quantitativo acquistato. Giunto al lavoro dovetti sospenderlo a causa di forti dolori che avvertivo al ventre e andai a casa di mia madre, ove mi raggiunse mia moglie. Il 14 mattina fui portato dal medico e poiché era assente mi feci portare su di un asino a casa mia, accompagnato da mia moglie. Mi coricai e, dopo avere sorbito del latte, mi accorsi che tutti gridavano dal dolore di stomaco, senza saperne il perché

– E questo Antonio Pizzichemi da dove esce adesso?

È un mio cugino. Anche lui faceva la corte a mia moglie e pare che lei corrispondesse alle sue voglie. Penso che il veleno che mi fu propinato fu opera di mio cugino Antonio perché voleva disfarsi di me per allacciare la tresca con mia moglie, la quale lo ha consigliato a fare ciò. Antonio veniva spesso in casa mia a tutte le ore e la sera precedente alla preparazione del veleno nel pane, che trovai in tasca, era anche venuto. La sera del fatto mia moglie, mia suocera e mia cognata cucinarono della pasta e contemporaneamente il caffè. Né io, né mio cognato Malacrinò mangiammo. Il caffè doveva servire per mia suocera e mia cognata, mentre la pasta serviva per mia moglie e il bambino di mia cognata. La pasta fu offerta anche a mio suocero che la trovò amara e non la mangiò. Tutti furono colti dai sintomi di avvelenamento e mia suocera morì. Nego assolutamente di essere stato io a propinare il veleno nell’acqua in cui furono cucinati il caffè e la pasta.

Quindi Domenico, senza farne espressamente il nome, accusa sua moglie e Antonio Pizzichemi di essere i responsabili di tutto, ma il racconto sembra inverosimile, così il Brigadiere Iemma va a casa Foti e raccoglie le deposizioni dei sopravvissuti, comunque ancora in pericolo di vita.

Maria Foti dice:

Non credo che mio cognato abbia preparato appositamente per me la dose di arsenico, mentre debbo supporre che fu preparata per mia sorella, sebbene egli abbia detto che di tutta la famiglia avrebbe dovuto far scampare solo i due bambini. Mia sorella mi diede del caffè, ignara certamente di quello che conteneva ed io mangiai anche della pasta, preparata fatalmente con acqua avvelenata e ciò perché fu per puro caso che ci servimmo dell’acqua contenuta in un bocale, preparata col veleno, mancando in casa altra acqua. Non voglio querelare mio cognato.

– Lui però ha detto che vostra sorella voleva disfarsi di voi per una quistione che avete avuto tra sorelle e ha detto anche che sua moglie e vostro marito se la intendono da prima del matrimonio…

Appena cominciai ad avvertire gli effetti del veleno corsi a perquisire gli indumenti di mio cognato che si trovavano presso il capezzale, ma lui, afferrando il panciotto che teneva sotto il cuscino, tentò di fuggire. Fu trattenuto dai presenti e nel panciotto rinvenimmo l’arsenico residuo, che poi consegnammo ai Carabinieri. Nonostante ciò non ho alcun elemento per ritenere che tanto mia sorella che mio cognato volevano disfarsi di me o che mio cognato, volendo disfarsi di sua moglie, per errore condusse fatalmente a morte mia madre. Nulla so dire dei rapporti tra mio marito e mia sorella, anzi debbo escluderli non essendomi mai accorta di nulla.

– Quindi, per come avete detto, pensate che sia la pasta che il caffè erano avvelenati?

– Si. Mia madre la sera aveva l’abitudine di sorbire una tazza di caffè e spesso io facevo altrettanto quando lo trovavo bello e preparato, così come feci la sera in cui fui avvelenata. Io non mangiai pasta la sera del fatto e credo che non vi fosse del veleno perché ne mangiarono mio padre ed Angela e non ebbero il più piccolo disturbo viscerale. Il veleno, secondo me, era soltanto nel caffè, che fu preparato da mia sorella. Ciò è spiegabile perché anche il mio bambino, che bevette due cucchiaini di caffè, fu assalito come me e mia madre dai sintomi dell’avvelenamento. Nemmeno mio marito mangiò perché si sentiva poco bene…

– Ma quando è arrivato il medico stavate tutti male e poi avete appena detto che l’acqua della pasta era avvelenata…

– Forse sarà stata l’impressione…

– Com’è vostro cognato? In che rapporti eravate?

Mio cognato vive di furti, e tutti noi parenti, a cominciare dai miei genitori, lo abbiamo sempre rimproverato e forse per questo Domenico, che passa notoriamente per scemo, ed è scemo, avrà potuto concepire l’idea di vendicarsi contro di noi che lo rimproveravamo.

Antonio Foti, il patriarca, dice:

Non ho ancora elementi per una querela. L’unico sospetto che ho è quello che mio genero, da me rimproverato e poi espulso da casa mia perché viveva con i furti, aveva pensato di vendicarsi contro la mia famiglia. non ho mai saputo di tresche di mia figlia Angela.

– Vostro genero dice che ha avuto la certezza del tradimento perché Angela partorì dopo sette mesi di matrimonio…

Niente di strano, fu presa dal marito prima

– Nessun altro sospetto? Sicuro che l’altro vostro genero non c’entri niente? Come mai non cenò?

Non posso escludere che l’altro mio genero, Francesco Melacrinò, sia stato partecipe dell’avvelenamento per disfarsi della propria moglie ed essere, così, più libero nella pretesa tresca con Angela mia figlia

Ma, insomma, questa benedetta tresca c’è o non c’è? Qui sembra che ognuno giochi la propria partita per eliminare qualcun altro. La conseguenza è che, a fare compagnia a Domenico Mallamace, in carcere finiscono anche sua moglie Angela, il cognato Francesco Melacrinò e Antonio Pizzichemi i quali, interrogati, si difendono.

Angela Foti:

È vero che mi sgravai dopo sette mesi di matrimonio, ma è anche vero che fui sedotta prima del matrimonio da mio marito! In paese però correva tale voce e mio marito si lamentò qualche volta con mia madre. Penso che, adombrato da tali sospetti, giurò di vendicarsi. Infatti, il 12 giugno, allorquando fu assalito dai dolori mentre lavorava, al ritorno mi minacciò dicendomi: “Appresso a me dovranno venire metà e risparmierò soltanto i due bambini”. La sera stessa mise in atto i suoi tristi propositi, avvelenando l’acqua che doveva servire per cucinare la pasta e il caffè.

– Come mai vostro cognato non mangiò quella sera?

– Nemmeno mio marito cenò e volle soltanto il latte

– Vostro marito vi accusa di avergli proposto di uccidere col veleno vostra sorella Maria e che suo cugino Antonio Pizzichemi, che veniva spesso a casa vostra, gli consigliò di seguire la vostra proposta…

– Lo nego assolutamente! Nego anche che Pizzichemi venisse a casa nostra, non lo conosco nemmeno di vista! La verità è che io non sapevo assolutamente che mio marito detenesse il veleno. Egli progettò da solo il misfatto e da solo lo mise in atto. Faccio notare anche che mio marito aveva in odio tutta la mia famiglia perché spesse volte lo abbiamo rimproverato perché commetteva furti e portava a casa la refurtiva.

Antonio Pizzichemi:

Nego qualsiasi addebito. Non sono cugino di Mallamace e non andai mai in casa sua. Non è vero che lo consigliai a comprare il veleno per propinarlo a tutti i parenti della moglie perché non avevo nessun interesse a farlo. Ammetto che quando vedevo Mallamace lo dileggiavo dicendogli che non era capace per le donne, ma ciò facevo insieme ad altri, unicamente per beffa.

Francesco Malacrinò:

Nego l’imputazione che mi contestate, non ho mai avuto alcuna relazione men che lecita con mia cognata Angela. Dal 25 aprile a tutto il 10 giugno fui ad Ostia a lavorare e feci ritorno a casa soltanto perché colpito dalle febbri malariche. La sera dell’avvelenamento andai a letto senza cena, cosa che facevo da quando tornai a casa perché ammalato.

– Avete visto chi ha messo il veleno nell’acqua?

Non vidi chi ha propinato il veleno, però debbo ritenere che sia stato mio cognato perché a lui fu trovato l’arsenico sotto il cuscino ove lui dormiva.

– Qualcuno dei vostri parenti sospetta che volevate eliminare vostra moglie…

– Ma scusate, ammettendo che fossi d’accordo per eliminare mia moglie, non potevo certo essere d’accordo anche per il mio bambino, che ha corso anche lui tal pericolo!

Rileggendo le dichiarazioni di Maria Foti, gli inquirenti si soffermano su una frase: Domenico passa notoriamente per scemo, ed è scemo. Dalle informazioni che vengono raccolte sembra che sia proprio così e comincia a serpeggiare il dubbio se sia o meno il caso di approfondire con una perizia psichiatrica. Per non sbagliare, gli inquirenti pensano che sia meglio che se la sbrighi qualcun altro, così gli atti vengono mandati per competenza al Procuratore Generale del re presso la Corte d’Appello di Messina il quale, letti gli atti, chiede ed ottiene dalla Sezione d’Accusa che solo Domenico Mallamace debba rispondere dei reati avvenuti la notte tra il 14 ed il 15 giugno 1927, mentre gli altri tre imputati vengono prosciolti per non aver commesso il fatto. È il 3 maggio 1928.

Il dibattimento davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria comincia il 7 giugno 1929 e la difesa chiede subito di sottoporre l’imputato a perizia psichiatrica, ma la Corte prende tempo per acquisire altri elementi in merito, elementi che vengono dai testimoni ascoltati in aula e quindi viene disposto il ricovero di Mallamace nel manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto. Ad occuparsi del caso saranno gli alienisti Vittorio Madia e Mario Zalla.

Il Mallamace si è sempre mostrato tranquillo ed adattato all’ambiente; sprovvisto d’iniziativa, indifferente a quanto lo circonda e perfino a quanto lo riguarda. Taciturno, poco socievole ma non ostile; passivamente rispettoso di ogni autorità. Si dimostra povero d’attenzione attiva e passiva, provvisto di discreta memoria. Non risulta che soffra o abbia mai sofferto di disturbi psico-sensoriali (illusioni, allucinazioni, pseudo allucinazioni); non manifesta, né lascia trasparire pervertimenti dell’ideazione (idee deliranti). Ciò che evidentemente e senza possibilità d’errore caratterizza la mentalità di Mallamace è un gravissimo difetto dell’intelligenza in genere, della critica, dell’affettività, di ogni sentimento di ordine più elevato: difetti che risaltano quando lo si interroghi sull’orribile delitto di cui è imputato e messo alle strette si perde e ripete queste frasi che gli sono abituali: “cà semo… chistu è l’omo… jeu non venni cà pè fa fesso a nissunu”. L’ultima frase, in realtà, fa pensare che l’idea di “far fesso” qualcuno per sottrarsi alle conseguenze del suo delitto sia passata per la mente del periziando, ciò che sarebbe un argomento in più per dimostrare la sua fenomenale ingenuità. È inutile, forse, aggiungere che, anche sentendo parlare o parlando del suo delitto, Mallamace dimostri una veramente mostruosa mancanza d’ogni senso di affettività: non un moto della fisionomia, non un mutamento di colore del volto, non un tremito che rivelino rincrescimento, pentimento o almeno timore della punizione. Nulla, solo una serena indifferenza, che non riesce neppure ripugnante perché si capisce troppo bene che non deriva da malvagità autentica, bensì da originario difetto d’ogni potere d’immaginazione, d’ogni sentimento etico d’ordine religioso, familiare o sociale.

Esclusa la simulazione, che escludiamo con piena sicurezza, solo la psicopatologia ci può rendere ragione di questo comportamento. Mallamace è, secondo il nostro sicuro convincimento, un deficiente di alto grado d’ogni forma di attività psichica; e la forma clinica che la sua deficienza riveste è tipicamente quella dell’imbecillità originaria o biopatica, intellettuale e morale: anomalia mentale che può essere di vario grado ed è di grado elevatissimo nel nostro periziando.

Giudichiamo, pertanto, che Mallamace abbia compiuto il delitto di cui è imputato in tale stato di infermità di mente da togliergli la coscienza dei propri atti. Sarebbe perfino superfluo aggiungere che Mallamace è un soggetto eminentemente pericoloso, dal quale la società deve essere difesa mediante l’internamento in un istituto manicomiale e che la sua infermità di mente è insanabile.

È il 5 dicembre 1929 e la sorte di Domenico Mallamace è segnata. Non l’ergastolo in carcere – probabilmente con la concessione delle attenuanti generiche se la sarebbe potuta cavare con 30 anni o avrebbe, forse, potuto godere di uno dei numerosi indulti o della grazia – con il giudizio dei periti la sua pena sarà sine die, come sottolineano Vittorio Madia e Mario Zalla in un altro passaggio della perizia, e per giunta nell’inferno di un manicomio giudiziario.

La Corte d’Assise di Reggio Calabria si riunisce il 24 gennaio 1930 per prendere atto dei risultati della perizia psichiatrica ed ordina che Mallamace Domenico venga rinchiuso nel manicomio criminale.[1]

[1] ASRC Corte d’Assise di Reggio Calabria.