IL FARMACISTA, SUA MOGLIE E L’EMIGRATO

Nel mese di novembre del 1918 il farmacista di Pedace Mosè Cava corona, nell’aspro dissenso di sua madre, il suo sogno d’amore sposando l’avvenente e formosa diciassettenne Amelia Pisano, figlia di agiati contadini, andando ad abitare a Casole Bruzio.

Però il rapporto tra i due, dopo un breve periodo di idillio, si deteriora per una serie di cause dolorose ed avverse (reciproche gelosie, intemperanze del marito, aggressività della moglie amareggiata dai continui litigi) e la conseguenza è che Amelia lascia Mosè andando ad abitare per conto suo a Cosenza. Ma i problemi non finiscono perché i due continuano a litigare per la divisione dei mobili di casa, come il 6 dicembre 1924 quando arrivano ad una violenta discussione per l’attribuzione della macchina per cucire.

Amelia è esasperata e quando vede Mosè mettere una mano in tasca per prendere qualcosa, come un fulmine mette la mano nella sua borsetta, estrae un revolver e spara un colpo quasi a bruciapelo al marito che, colpito a un polmone, stramazza al suolo e nel giro di pochi minuti muore.

Lei lascia l’arma sul luogo del delitto e scappa, torna in città, mette qualcosa in una borsa, va alla stazione e prende il treno per Paola e da qui verso Napoli. Ma la notizia dell’omicidio si sparge in men che non si dica e viene subito diramato un mandato di cattura. Qualcuno che la conosce l’ha vista salire sul treno e lo riferisce ai Carabinieri, così non ci vuole molto ad avvisare tutte le caserme dei paesi dove ci sono stazioni ferroviarie ed in una di queste Amelia viene fermata, arrestata e condotta nel carcere del capoluogo.

– Non ce la facevo più a sopportare le sue scenate, ho perso la testa e gli ho sparato un colpo quando ho visto che cercava di prendere la sua rivoltella… ho dovuto farlo per difendermi perché altrimenti mi avrebbe ammazzata…

– L’arma chi ve l’ha data?

L’avevo sottratta a mio marito per difendermi da eventuali violenze essendo stata più volte minacciata di morte

– E il coltello detto scannaturu che avevate nella borsetta?

– Sempre per difendermi…

Potrebbe avere detto la verità perché addosso al cadavere di Mosè Cava è stata effettivamente trovata una rivoltella a sei colpi carica e dalle indagini si scopre che l’aveva acquistata pochi giorni prima di essere ammazzato e che la portava in giro abusivamente perché non risulta essere stata fatta la prescritta denuncia di possesso dell’arma.

Durante le indagini, però, sorge il sospetto che tal Giuseppe Spina, intimo di Amelia Pisano, potrebbe averle fornito il revolver e le cartucce serviti per l’omicidio. Come è sorto il sospetto? È sorto perché Giuseppe Spina fu visto, sulla pubblica via, limare con carta vetrata alcune cartucce, nonché le camere del tamburo di un revolver e, per di più, si fece aiutare da Eugenio Casole e Gaetano Perri alla presenza di Raffaele Gallo, Francesco Ferro, Luigi Sabatino e altri, e quindi a qualcuna di queste persone viene spontaneo pensare che il delitto possa avere avuto relazione con l’opera di Spina, tanto più che tre giorni prima del delitto Spina emigrò Allamerica.

Chiamato a dire se il revolver che Spina limò e che lui aiutò a limare sia lo stesso di quello usato per uccidere Mosè Cava, Eugenio Casole risponde:

Mi sembra di riconoscere questa arma come quella sulla quale lo Spina aveva compiuto la detta manovra, limando altresì con lo stesso mezzo l’anima dei fori del tamburo.

Un brutto colpo, anche perché la perizia svolta sull’arma usata ha riscontrato che fori e cartucce furono constatati limati con la carta smerigliata.

– La rivoltella ve l’ha data Giuseppe Spina, confessate!

– Assolutamente no!

– Magari non ve l’ha fornita personalmente ma ve l’ha procurata…

– No, Spina non mi ha mai dato o procurato la rivoltella, che, ripeto, ho sottratto a mio marito per difendermi.

Ma poi emergono alcune circostanze che potrebbero inguaiare definitivamente Giuseppe Spina: pare che non fosse in buoni rapporti con la vittima perché lo aveva denunciato quale ex disertore, il che gl’impedì di venir nominato caposquadra della milizia e per giunta fu escluso dalle  liste elettorali. Inoltre Spina era una delle persone sospettate dal Cava di avere avuto illeciti rapporti con la Pisano e nella perquisizione fatta in casa sua non fu rinvenuta la rivoltella che non avea mancato di denunciare. Nonostante gli inquirenti ammettano che la coincidenza della sua partenza non sia una prova sicura e possa ritenersi che la rivoltella abbia portato con sé, gli elementi a suo carico nel loro complesso sono gravi e non consentono un’assoluzione di lui in fase istruttoria.

Con questa premessa, Giuseppe Spina viene formalmente denunciato come complice di Amalia Pisano e gli inquirenti per cercare di incastrarlo violano il segreto epistolare,  sequestrando e aprendo due lettere che l’emigrato ha scritto ai parenti e si convincono di avere trovato le prove della sua colpevolezza.

Nella prima lettera datata 26 gennaio 1925 e indirizzata al padre, tra le altre cose scrive: per mezzo di Teresina Soda ho appreso che la Signora del defunto Mosè Cava ha dichiarato che io le ho comprato le capsule, ma questa fetente puttana è uscita pazza, io non capisco un cazzo. Dì ai signori parenti che mi lascino stare; se qualcuno ha fatto quell’affare non lo carichino a me perché son lontano. Se fossi vicino saprei cosa si debba fare. Se loro mi vogliono, mi paghino il viaggio che io verrò in Italia per chiarire queste cose. State allegro e non pensate a nulla.

Nella seconda lettera, datata 5 marzo 1925 e scritta alla moglie, si lamenta che da più tempo non riceve notizie e la rimprovera se per caso non avesse scritto per paura e aggiunge: Avete paura di che? Se vogliono il mio indirizzo, dallo! Si dice ”piscia chiaro se vuoi andare in culo al medico”. Ho comprato le capsule e be? Questo è tutto il male che ho fatto? Chiunque poteva comprarle. Aspetto la tua per vedere di che si tratta sul mio conto. Stai allegra e tranquilla e scrivi, manda a far fottere tutti, pensa ai figli e basta.

Non sembra nulla di compromettente, ma forse la generica ammissione di aver “comprato le capsule” viene interpretata come la conferma ai gravi elementi raccolti a suo carico e l’11 agosto 1925 sia lui che la rea confessa vengono rinviati al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per rispondere di omicidio premeditato e complicità in omicidio premeditato.

Il 25 maggio 1927 inizia il dibattimento e il Presidente della Corte, su richiesta del Pubblico Ministero dispone di procedere contro Amelia Pisano e di stralciare il procedimento contro Giuseppe Spina in quanto contumace.

Nel dibattimento emerge che l’aggravante della premeditazione non sussiste e, concesse le attenuanti del vizio parziale di mente, della provocazione lieve e delle attenuanti generiche, il 15 giugno 1927 la Corte condanna Amelia Pisano ad anni 8 e mesi 4 di reclusione. Amelia non sconterà tutta la pena perché morirà in carcere, sostenendo sempre la stessa cosa: la rivoltella non le è stata data da alcuno ma era del marito.

Il dibattimento contro Giuseppe Spina viene tenuto due anni dopo con la formula contumaciale e l’11 giugno 1929 viene emessa la condanna, quale complice in omicidio premeditato, ad anni 14 di reclusione.

E ora viene il bello.

Emessa la condanna, come richiesto dal Codice viene diramato un regolare mandato di cattura che presuppone la richiesta di estradizione da inoltrare al governo statunitense, ma la Procura Generale ne impedisce gli effetti perché, con una nota datata 20 dicembre 1934 diretta al Procuratore del re di Cosenza, dispone:

Le comunico che non reputo opportuno richiedere l’estradizione del catturando Spina Giuseppe perché difficilmente potrebbe raggiungersi la prova della di lui colpevolezza in sede di rinnovazione del dibattimento.

Cosa? La Procura Generale ha fatto di tutto per sostenere l’accusa e ottenere la condanna di Spina e adesso praticamente ammette di avere fatto condannare un innocente? Inaudito!

La Procura del re di Cosenza obbedisce e non parte alcuna richiesta di estradizione.

Ma sarà un caso o l’informazione di un uccellino all’interno della Procura, fatto sta che Giuseppe Spina il 17 settembre 1935 rientra in Italia e la prima cosa che fa è quella di costituirsi volontariamente nel carcere di Cosenza, dove viene interrogato:

Sono assolutamente innocente! Io nemmeno sapevo che il farmacista Cava era morto, sono stato avvisato da Salvatore Leonetti che la Pisano aveva ucciso il marito servendosi di una rivoltella appartenente al suo nonno materno!

– Come spiegate l’inimicizia con la vittima, che vi aveva denunciato e vi attribuiva rapporti illeciti con la moglie?

Tra me e Mosè Cava corsero sempre intime relazioni e non è vero che abbia mai avuto rapporti carnali con la Pisano, come si è ventilato nel primo processo.

– Resta il fatto che vi hanno visto limare con carta smerigliata cartucce e tamburo e che un testimone ha riconosciuto la rivoltella usata per l’omicidio giurando che era quella che avevate limato.

– Si, ho limato cartucce e tamburo della mia rivoltella, ma me la sono portata in America!

Intanto viene fissata la data per il nuovo dibattimento che comincia il 2 marzo 1916. Spina ribadisce la sua innocenza e la Corte, letti gli atti e sentiti i pochi testimoni, sgombrando il campo da ogni possibile dubbio, osserva:

la di lui protesta di innocenza, per mancanza assoluta di elementi accusatori, merita piena credibilità.

Poi smonta una ad una tutte le congetture che hanno portato Giuseppe Spina a sedersi sul banco degli imputati, chiuso nella gabbia.

Già è assai significativo che gran parte di coloro che, prima di questa Corte, si son dovuti occupare dello Spina (dalla Sezione d’Accusa al P.M., dalla parte civile alla coimputata) hanno negato la di lui colpevolezza o quanto meno ne hanno fortemente dubitato. La Sezione d’Accusa lo rinviò a giudizio solo perché gli elementi raccolti non consentivano l’assoluzione in quella sede, dal che deducesi che fosse nella convinzione che in altra sede, cioè nella sede di giudizio, in base agli stessi elementi l’assoluzione sarebbe stata ben possibile. Il Pubblico Ministero è più esplicito. Egli non vuole l’estradizione dello Spina poiché presentisce l’assoluzione in sede di giudizio di rinnovazione di dibattimento. La parte civile (madre e germani dell’ucciso) che si accanivano contro la omicida, non si è affatto costituita in questa fase. La coimputata, che non è da credere si trovasse in tali rapporti con lo Spina da indulgere verso di lui, se è vero che Spina la disistimasse al segno da ingiuriarla puttana fetente, ha negato che la rivoltella di cui si servì fosse dello Spina o comunque le fosse da lui procurata e con tale negativa, senza mai disdirsi, è scesa nella tomba.

Si è detto che Spina avesse un motivo di odio contro il Cava ed in ciò si è voluto trovare la causale a delinquere. Ma a negare che tra Spina e Cava ci fossero rapporti tesi, è sufficiente la circostanza che Cava, tre giorni prima che Spina partisse per l’America, cioè sei giorni prima che egli venisse ucciso, teneva a battesimo un figliuolo di Spina. Peraltro è risultato che Amelia Pisano fu moglie onestissima nonostante i “si dice” di qualche malevolo, né il marito ebbe mai a sospettarla perché, diversamente, quando s’iniziò il giudizio di separazione per di lei colpa, avrebbe posto a base dell’istanza la causa d’adulterio, il che egli non fece.

Si è detto ancora che la rivoltella omicida fosse dello Spina poiché portava nelle camere e nelle cartucce non esplose i segni di recente limatura, ma nessuno dei testi ha deposto che veramente la rivoltella sequestrata fosse proprio quella pulita da Spina, onde non è da escludere la coincidenza, né la lunga ed elaborata istruzione ha ammonito alcun elemento che provi, se pure fu Spina a fornire la rivoltella, che egli abbia precedentemente fornito l’arma perché servisse per l’omicidio. All’uopo riesce difficile pensare che Spina, il quale possedeva due rivoltelle ed una pistola automatica, come assicura l’inchiesta dei Carabinieri, abbia dato alla sua presunta druda, per consumare il delitto, proprio la rivoltella e le cartucce arrugginite a tal segno che dovette limarle, con sforzi ed in pubblico, quando poteva consegnare armi più efficaci, quali la pistola, che per giunta non essendo conosciuta dal pubblico, non poteva diventare il filo conduttore per la di lui accusa.

Ma v’ha di più! Spina ha potuto provare da un canto di aver portato seco in America una rivoltella con cartucce limate e dall’altro che il nonno della Pisano possedeva una rivoltella con manico bianco, come quella che servì per l’omicidio. Non deve, inoltre, trascurarsi l’influenza che nel presente processo deve avere il verdetto a carico di Amelia Pisano, col quale è rimasto fermo che la Pisano uccise senza aver premeditato il delitto e quindi sarebbe antigiuridico affermare che il fornitore dell’arma, cioè il complice, abbia premeditato il delitto.

Poi la Corte sferra l’ultimo attacco, quello all’interpretazione delle lettere spedite da Spina ai familiari: finalmente, sono di massimo rilievo le confessioni di innocenza dell’imputato, scaturienti dalle di lui lettere. Egli, tanto alla moglie che al padre protesta la sua innocenza, né è da pensare che quella protesta fosse un ripiego difensivo, tenuto conto che quando scriveva non sapeva che le lettere sarebbero cadute in mano della giustizia e quindi è da escludere ch’esse fossero frutto di trucco o calcolo. Né può sofisticarsi sulla frase: “Ho comprato le capsule, è questo il male? Ognuno poteva comprarle!”, poiché questa frase, come intuitivamente voleva la sua forma, è stata scritta non per confessare, ma per concedere un argomento di discussione, come ha spiegato lo stesso prevenuto nella sua assenza di cultura letteraria.

La sentenza non può che essere di assoluzione: assoluzione piena per non aver commesso il fatto.

È il 9 marzo 1936.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.