LE EBBREZZE INSPERATE

Domenico Rotunno è un minatore nativo di Mottola in provincia di Taranto, ma lavora a Castrovillari, dove conosce una bella ragazza, Rosina Tutino. I due si innamorano ed il 23 marzo 1924 si sposano e si stabiliscono nella città del Pollino. Passano una decina di anni senza che arrivino figli, ma non per questo è turbata la pace di quel casolare. Poi Domenico, verso la fine del 1933 o gli inizi del 1934, stringe amicizia con la guardia municipale Giovanni Battista D’Atri, appartenente a distinta famiglia di Castrovillari, e ne è onoratissimo, secondandola con tutto il disinteresse e l’affetto della sua anima semplice, tanto da non venire minimamente turbato dagli avvertimenti in contrario dei congiunti, le mormorazioni della gente e le insinuazioni fattegli a mezzo di anonimi. Ma perché tutti mettono in guardia Domenico? Perché Giovanni Battista D’Atri è considerato un depravato donnaiuolo. E la fama non è affatto usurpata perché D’Atri si sa troppo presto intendere con Rosina e ne diviene l’amante!

Egli, cinquantenne, è tutto preso di lei che, per essere giovane, gli dà ebbrezze insperate e lei si avvinghia a lui che, per appartenere a casta più alta e raffinata, sa dirle parole mai uscite dalla bocca del rozzo marito il quale, rientrando stanco dall’aspra fatica, varca il talamo nuziale madido di sudore e forse senza velleità erotiche.

Giovanni Battista e Rosina si prendono così tanto da perdere ogni ritegno e l’adulterio diventa di dominio pubblico. E, guarda caso, Rosina, che è stata per tanto tempo sterile, il 6 settembre 1935 dà alla luce una bambina, che Domenico registra all’anagrafe come figlia sua, ma che il pubblico attribuisce a D’Atri, come d’altronde il comportamento di costui conferma.

D’Atri, infatti, pur essendo vedovo e padre di due figlie alle quali dovrebbe riversare tutto il suo affetto e tutti i suoi risparmi, stipula un’assicurazione sulla vita e dispone, con testamento olografo del 29 giugno 1936, che in caso di premorienza la beneficiaria sarà la bambina nata da Rosina. Molti, maliziosamente, gli chiedono il perché della scelta e D’Atri ha pronta una risposta che sembra non fare una grinza:

La polizza è stata intestata a me per espresso desiderio di Domenico, che ne paga i premi nell’interesse della bimba, onde io ho dovuto, per l’eventualità della mia premorienza, far testamento in favore della bimba al fine di impedire che a costei venga contesa la somma assicurata

Eppure una grinza, a voler essere cattivi, potrebbe esserci: Domenico, pagando i premi dell’assicurazione, non avrebbe avuto motivo di farla intestare a D’Atri o ad altri, poi costretti a fare testamento in favore della bambina. E questo, per il pubblico, non è altro che la conferma della tresca tra D’Atri e Rosina.

E Domenico? Domenico sa perfettamente che i premi della polizza li paga D’Atri, ma si fida ciecamente dell’amico e non fa una piega. Ovviamente la fiducia cieca di Domenico favorisce gli incontri tra i due amanti, che avvengono di giorno, mentre l’ignaro si spacca la schiena in campagna. Ma ai due amanti gli incontri limitati solo al giorno non bastano più, volendo che anche le notti siano testimoni della loro impudicizia, e così tanto fanno e tanto dicono da convincere Domenico a cercare fortuna in Africa Orientale ed è Giovanni Battista a preparargli le carte necessarie a farlo partire. I due amanti ora sono liberi di vedersi quando vogliono. Ma una notte di agosto del 1936, mentre D’Atri si accinge a raggiungere la casa di Rosina, volendo impedire che alcuni passanti lo riconoscano, si nasconde in un magazzino e fa cadere qualcosa che fa molto rumore, destando l’allarme della proprietaria del magazzino che, convinta che qualche ladro stia tentando un furto, si affaccia ed urla, ma D’atri riesce a svignarsela senza essere riconosciuto. Il mattino dopo la donna va a denunciare l’accaduto ai Carabinieri, che dispongono dei servizi di appostamento nella zona per acciuffare i presunti ladri e gli incontri notturni tra i due amanti vanno a farsi benedire. D’Atri, però, irriflessivo e sfacciato come di sua natura, abborda l’Appuntato Nicastro e gli parla a muso duro

Noi ci conosciamo – alludendo al fatto che è a conoscenza della tresca dell’Appuntato – questo allarme di furti e di ladri è un falso allarme; sono io che frequento quella strada di notte e spesso sono costretto, quando non ho la via libera per persone che possono scorgermi, a nascondermi in qualche vano di porta. Può darsi che nella fretta qualche volta ho prodotto dei rumori

Intanto pare che il soggiorno africano abbia incrinato la fiducia di Domenico nell’amico, tanto da sentire il bisogno di ordinare alla moglie di non ricevere D’Atri. Rosina, però, fa solo finta di ubbidire poiché, seppure di giorno nessuno si accorge che riceve in casa l’amante, è certo che i due continuano ad avere convegni a quattro occhi di notte.

Poi Domenico ha un incidente nel quale perde un occhio ed è costretto a rimpatriare, arrivando a Castrovillari il 18 novembre 1936 e, sebbene la libertà per i due amanti finisca, riprende la vecchia consuetudine di vita con Giovanni Battista che spesso pranza e cena a casa dei coniugi, onde la gente, che vede più lungo di quel semplicione, comincia un fuoco di fila di lettere anonime, del cui contenuto Domenico ne fa partecipe l’amico e poi straccia le lettere, tranne una che conserva, dove sta scritto che la bambina non è figlia di Domenico ma di D’Atri. E per questo Domenico comincia a considerare l’opportunità di trasferirsi con la famiglia a Mottola, suscitando il disappunto di Rosina:

Che cosa debbo andare a fare a Mottola? – si lamenta con una vicina

Sicuramente la lettera anonima ha sortito l’effetto di modificare i rapporti tra D’Atri e Domenico, che diventa meno disinteressato e più guardingo, sebbene ne sopporti la presenza in casa, forse per non mostrare di aver dato credito agli avvertimenti anonimi. E nel giro di poco tempo Domenico passa dalla stima al disappunto, dalla ospitale larghezza e dal disinteresse alle restrizioni, proprio nel momento in cui gode di una certa floridezza economica, avendo ricevuto dodicimilasettecentotrentasei lire di indennizzo per la perdita dell’occhio e si può dire che mette anche in atto una piccola rivalsa: lui, che è sempre stato un morto di fame, si permette il lusso di rifiutare a Giovanni Battista D’Atri un prestito di mille lire!

Ma D’Atri è furbo e si fa dare da Rosina un libretto al portatore dove Domenico ha depositato tremila lire e preleva la somma che gli serve.

Poi accade una cosa strana: verso le 9,00 del 20 gennaio 1937, D’Atri chiede all’autista di piazza Giuseppe Bartucci se può portarlo d’urgenza alla contrada Vigne dove, abbandonata la Nazionale, gli fa imboccare una carrozzabile e lo fa fermare all’imbocco di una mulattiera la quale, nei suoi primi 500 metri è piana e percorribile in bicicletta. D’Atri scende e percorre a piedi la mulattiera che diventa sassosa ed in salita per altri 500 metri. Poi si ferma, dà un’occhiata in giro e torna all’automobile:

Sai di chi è quella vigna?

– Del cavaliere Bonifati

Adesso Domenico e D’Atri cominciano anche a litigare, come accade la sera del 23 gennaio 1937, quando li vedono discutere animatamente in campagna per circa un’ora e probabilmente il mutato contegno di Domenico adesso preoccupa i due amanti, ma è difficile precisare da quando e quanto sinistramente. Di certo c’è che Giovanni Battista si fa prestare un fucile calibro 12.

La sera del 25 gennaio Domenico torna a casa in bicicletta dopo aver lavorato nella vigna del cavaliere Bonifati. A cena c’è, come al solito, D’Atri, che rimane fino alle 22,00 e poi esce in compagnia di Domenico, che lo accompagna per qualche centinaio di metri, poi rincasa e si mette a letto.

Sono le 5,00 di martedì 26 gennaio 1937. L’autista Giuseppe Bartucci sente bussare violentemente alla porta. Si affaccia alla finestra e vede Giovanni Battista D’Atri

Vestiti che dobbiamo andare alle Vigne!

Bartucci si veste, va al garage dove lo sta aspettando D’Atri avvolto in una mantella nera. L’autista mette in moto l’automobile e nota che D’Atri, prima di montare, prende una seconda mantella arrotolata ad involto

Passa per Vico Piazza, poi imbocca Via Mazzini fino a Via Roma e poi scendiamo alle Vigne

Quando arrivano ad imboccare la carrozzabile che avevano percorso una settimana prima, dopo una cinquantina di metri D’Atri fa fermare l’autista e scende. Dall’involto tira fuori un pantalone che infila su quello che già indossa, si cambia le scarpe, si toglie la giacca e ne indossa un’altra. Poi tira fuori un fucile da caccia a due canne a retrocarica smontato e lo rimonta, si mette addosso la seconda mantella e ci nasconde sotto il fucile.

L’autista riceve l’ordine di girare la macchina e di aspettarlo dopo una curva nei pressi del bivio, poi D’Atri si apposta dietro un albero di olivo fronzuto.

È l’alba. L’autista vede passare alcuni contadini, poi la sua attenzione viene richiamata da un “Ahi!”. Gira la testa e vede un uomo che porta a mano una bicicletta. L’autista chiude gli occhi per avere l’impressione che l’attesa sia meno lunga e li riapre sobbalzando quando sente la detonazione di un colpo di arma da fuoco, poi un paio di grida – ohi mamma! –, una seconda detonazione e quindi il silenzio.

Dopo pochi minuti arriva all’automobile D’Atri, tutto sconvolto, e dice all’autista:

Gira la macchina ché andiamo da quest’altra parte!

È impossibile, non c’è spazio

Allora affrettati e parti a grande velocità!

L’autista, che ha capito tutto, dice:

Don Giovà, che hai combinato? Ho sentito due colpi di fucile ed un gridare… hai ammazzato qualcuno?

Sta zitto e parti a velocità!

Don Giovà, dimmi che hai combinato! – l’autista comincia a preoccuparsi perché se è accaduta qualcosa di grave potrebbe essere coinvolto anche lui

Sta zitto! Sta zitto, non dir nulla, solo tu mi puoi aiutare!

Che cosa dici! Ho ventotto anni, due figli e la coscienza pulita!

Penso io per te

Ma che cosa pensi? Se hai ucciso qualcuno, io vado a riferirlo ai Carabinieri!

Tu mi rovini!

In questo frattempo l’automobile ha raggiunto il mattatoio cittadino e D’Atri ordina all’autista

Gira per la ferrovia e tienimi questa roba

Io non prendo nulla in consegna!

Allora accompagnami alla mia stallaTi raccomando di non dir nulla

Arrivati davanti alla stalla, D’Atri raccatta tutte le sue cose e scende, mentre l’autista parte a razzo e, terrorizzato, corre da suo cognato, l’avvocato Pace, per raccontargli ogni cosa e chiedergli consiglio

– Vai a fare subito denunzia se no sei complice…

E così fa.

I Carabinieri si fanno accompagnare sul posto dove l’autista ha sentito le due detonazioni e, sulla mulattiera, al principio del tratto che è in salita e pietroso, e circa a venti metri al di là della casa colonica disabitata avente alle spalle il vigneto nel quale vegeta l’ulivo, trovano il cadavere di Domenico Rotunno. Presso l’ulivo vengono trovati un tacchetto di feltro e quattro cartucce di fucile a retrocarica calibro 12, nonché orme di scarpe da uomo senza chiodi, con direzione al punto in cui l’automobile di Bartucci si era fermata.

Immediatamente mettono in stato di fermo sia D’Atri che Rosina Tutino, poi perquisiscono l’abitazione ed i luoghi di pertinenza del presunto assassino e trovano: A) nella casa del D’Atri il libretto al portatore nel quale il Rotunno aveva depositate le 3.000 lire e donde appariva che erano stata prelevate le 1.000 lire (mediante due prelievi da 500 lire ciascuno); B) nel cassetto del tavolo di ufficio della casa Comunale la polizza di assicurazione ed il testamento; C) nella stalla ove D’Atri ebbe a fermarsi dopo il delitto, un mantello, un berretto, una giacca, un pantalone, un paio di scarpe vecchie su cui è aderente del terriccio rosso e fresco, simile a quello del vigneto che attraversò l’assassino per appostarsi all’albero di olivo.

Gli indumenti sequestrati vengono fatti vedere all’autista, che li riconosce come quelli che aveva indossato D’Atri prima di andarsi ad appostare dietro l’ulivo. I tasselli sembrano tutti al proprio posto, ma manca l’elemento essenziale: il fucile. Il mistero viene svelato in un batter d’occhio non appena si sparge la voce dell’omicidio, perché si presenta in caserma Carmine Piraino e racconta di essere stato lui, circa un mese prima, a prestare il fucile a D’Atri e di avergliene chiesto più volte la restituzione senza successo. Poi aggiunge:

– Una settimana fa gli ho chiesto il fucile e mi ha risposto che me lo avrebbe ridato dopo qualche giorno. Ieri mattina, verso le ore 7, passando dinanzi alla macelleria di Tocci, costui mi disse che D’Atri aveva lasciato il mio fucile nella sua macelleria perché io lo ritirassi

Ed il macellaio fornisce un particolare che inguaia del tutto la guardia municipale:

– Si, l’ho visto ieri mattina verso le 6,30 in Piazza Capitan Cedraro e mi domandò se dovessi andare al mio macello, risposi affermativamente e mi avviai con lui al macello. Ivi giunti, D’Atri tirò fuori  di sotto il mantello un fucile a due canne a retrocarica, scomposto, lo depositò nello stipo della carne dicendomi: “Se viene Carmine Piraino glielo consegnerai”

Giovanni Battista D’Atri e Rosina Tutino, interrogati, si dicono innocenti negando tutto, perfino l’adulterio, ma pur essendo d’accordo nella protesta d’innocenza e nella condotta difensiva, cadono in tali palesi contraddizioni, da rendere palese la rispettiva preoccupazione, così si procede formalmente contro di essi, dando carico a D’Atri di omicidio con le aggravanti della premeditazione e dell’agguato, nonché di porto abusivo di fucile; a Rosina Tutino di concorso nell’omicidio in danno del proprio marito.

Quando il fascicolo arriva al Giudice Istruttore, che deve decidere sul rinvio a giudizio dei due imputati, questi ritiene insussistente l’aggravante dell’agguato e dichiara estinto il reato di porto abusivo di fucile. I due amanti saranno giudicati dalla Corte d’Assise di Castrovillari: D’Atri per il reato di omicidio premeditato e Rosina Tutino per correità in omicidio premeditato.

Il dibattimento si svolge dall’11 al 17 marzo 1938 e la Corte, dopo aver esaminato gli atti ed ascoltati i testimoni, mette subito le cose in chiaro: Il processo offre elementi bastevoli per affermare con tranquilla sicurezza che il prevenuto D’Atri è colpevole dell’omicidio ascrittogli. A pesare in modo decisivo è, ovviamente, la testimonianza dell’autista Bartucci, persona proba e disinteressata, contro la quale il prevenuto non ha saputo trovare un solo motivo di sospetto. La detta testimonianza è così ricca di circostanze controllate ed accertate veritiere, che metterla in dubbio sarebbe voler fare mal governo della prova. E potrebbe anche bastare, ma ci sono altre circostanze che accusano D’Atri. Per esempio il fucile preso in prestito un mese prima del delitto, dello stesso calibro dei tacchetti rinvenuti sul luogo del delitto.

Mi serviva per sparare agli uccelli che, numerosi, andavano a pascolare nell’orto di Domenico – ha spiegato, ma viene smentito dai vicini che negano di averlo mai visto nell’orto di Domenico Rotunno.

E che dire del sopralluogo fatto cinque giorni prima del delitto?

Poi D’Atri porta all’attenzione della Corte un particolare passato quasi inosservato durante l’istruttoria: quando fu fatta la perizia sul fucile preso in prestito, risultò che il fucile presentava segni di recente uso solo in una delle due canne e quindi, secondo D’Atri, non può essere quella l’arma del delitto, essendo certo che Rotunno fu ucciso da due fucilate, “ergo non sono stato io a sparare”, è la conclusione dell’imputato. Ma la Corte smonta questo tentativo, rilevando che tra il primo ed il secondo colpo, ci fu il triplice grido “ohi mamma!” che si allungava sempre più nella bocca del moribondo, onde egli ebbe un lasso di tempo, tra la prima e la seconda fucilata, che gli consentì di sparare, estrarre il bossolo, ricaricare la stessa canna e sparare di nuovo. Si tratta, quindi, di un espediente a cui D’Atri ha pensato prima dell’omicidio.

Chiarito tutto, la Corte deve stabilire se sussista o meno l’aggravante della premeditazione. È vero che ci sono degli importantissimi indizi che qualificano l’omicidio come premeditato (il fucile preso in prestito, il sopralluogo cinque giorni prima, il travestimento, l’agguato, l’alibi), ma secondo la Corte non sono decisivi e risolutivi per il concorso di altri elementi in contrario che tolgono ogni valore di indizio, ogni impronta di sintomo o, se pur non la tolgono, ne impiccioliscono le proporzioni. Ond’è che nel tormentoso dubbio, l’aggravante della premeditazione, che sposta la pena della condanna a tempo, compatibile con i condoni e con la speranza di rivedere la luce, in quella perpetua dalla notte fonda e senza alba, non deve andare affermata. In poche parole, la Corte non vuole appiattirsi sulle posizioni del Giudice Istruttore e del Pubblico Ministero che, ognuno per la propria parte, sostengono la tesi della premeditazione e spiega: non può, la Corte, lasciarsi portare a rimorchio della opinione del P.M. e del Giudice Istruttore, ai quali la Legge ha risparmiato il tormento di dover dire l’ultima parola sulla libertà dei cittadini. Nel caso in esame, può davvero darsi valore e significato di atto conseguente al meditato e precisato proposito di uccidere, l’essersi prestato un fucile un mese prima dell’uccisione, quando è certo che D’Atri era solito prestarselo tutte le volte che dovea, insieme coi Carabinieri, far servizio di Pubblica Sicurezza, come ci fa conoscere il teste Piraino? Ed il detto indizio perde ancora più efficacia se si consideri che D’Atri, pur avendo avuto, nel corso del mese, giornaliere occasioni di uccidere Rotunno, che andava e ritornava dal lavoro col buio, tuttavia lasciò passare tanto tempo utile. Ciò dimostra, per la Corte, che il suo proposito di uccidere non era ben maturato e forse non aveva nemmeno preso una decisione definitiva, il che è incompatibile con la premeditazione.

Poco valore ha anche il sopralluogo, sia perché D’Atri ha un pezzo di terra nelle vicinanze del luogo del delitto e sia perché obbligato a battere giornalmente le campagne per la lotta al pascolo abusivo in qualità di Guardia Municipale, non aveva bisogno di un sopralluogo per stabilire un punto di agguato.

Piuttosto, secondo la Corte, la decisione di uccidere fu presa dai due amanti la sera prima del delitto, perché Rotunno, accortosi della sparizione del libretto di risparmio ne chiese spiegazione alla moglie e a D’Atri, che cenava con loro, e la risposta avuta gli diede implicitamente la prova della loro inconfessabile intimità, determinandogli un motivo di doloroso risentimento, del che essi dovettero rimanere seriamente preoccupati, onde la loro fulminea decisione di sbarazzarsi di lui, prima che egli, già giunto al termine delle sue sopportazioni per essere stato tradito anche nei suoi averi, denunziasse sia la tresca che la sottrazione di denaro. Così soltanto può spiegarsi l’omicidio del giorno dopo, compiuto senza sufficiente preparazione ed oculatezza, il che renda assolutamente problematica la premeditazione.

Per quanto riguarda la responsabilità di Rosina Tutino, la Corte ritiene che gli elementi a suo carico sono abbondanti e decisivi. Rosina ha agito in pieno accordo con D’Atri e ha voluto la morte del marito, come rivela la sua condotta anteriore e successiva al delitto. I due amanti spinsero Rotunno ad emigrare in Africa Orientale per rimanere da soli; rifiutò di trasferirsi a Mottola; ha negato la tresca per salvare l’amante, non già per salvare il suo onore irreparabilmente perduto; ha spostato l’ora dell’uscita di casa del marito, facendola cadere nell’ora del ritorno in paese di D’Atri dopo consumato l’omicidio; due ore dopo il delitto si fece sorprendere ilare e giuliva a confabulare col D’Atri, al quale chiese, non senza allegoria, se le avesse già procurato le budella di maiale per insaccarvi la salsiccia.

Ormai è tempo di emettere il verdetto: Giovanni Battista D’Atri e Rosina Tutino sono colpevoli del delitto a loro rispettivamente ascritto, esclusa per entrambi l’aggravante della premeditazione e sono condannati entrambi alla pena di anni ventiquattro di reclusione, più spese, danni e pene accessorie. Per effetto del R.D. 15/2/1937 N. 77, dichiara condonati ad entrambi anni quattro della pena.[1]

Non risultano ricorsi.

Tutti i diritti riservati. ©Francesco Caravetta

Il plagio letterario costituisce reato ai sensi dell’articolo 171 comma 1, lettera a)-bis della legge sul diritto d’autore, che sanziona chiunque metta a disposizione del pubblico, immettendola in un sistema di reti telematiche mediante connessioni di qualsiasi genere, un’opera protetta (o parte di essa).

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Castrovillari.