MIA FIGLIA DORMIVA

È una notte dei primi giorni del mese di agosto 1938. In un fondo agricolo del comune di Buonvicino, Antonio e sua figlia, la diciassettenne Tommasina, dopo una durissima giornata di lavoro devono tornare a casa, ma forse non se la sentono.

– Tommasì, è meglio se ci corichiamo qui, tanto domani mattina dobbiamo tornare… vai e vieni da casa ci vogliono almeno due ore…

– E si papà, se restiamo qui dormiamo un paio di ore in più.

Così si stendono sotto un albero e cercano ristoro alla fatica. Tommasina, stremata, abbrutita dalla fatica disumana della giornata cade in un sonno profondo, di quelli che potrebbero anche spararvi una fucilata a cinque centimetri da un orecchio senza riuscire a farvi svegliare. Un sonno di piombo.

Antonio no, si gira e rigira sull’erba senza trovare pace. Ad un certo punto la luce della mezza luna alta nel cielo che occhieggia tra le foglie dell’albero, gli fa andare lo sguardo addosso a sua figlia, addormentata a pancia in giù. La gonnella le si è alzata fin sopra l’incavo delle ginocchia e i deboli raggi della luna si riflettono sulle sue cosce ben tornite.

Come una folata di vento che scompiglia i capelli, così quella visione gli scompiglia il cervello ed annuncia ad Antonio la sua bestiale eccitazione. Non sa o non vuole resistere a quella orrenda idea che gli lancia scosse elettriche dalla testa al membro, sempre più gonfio e pronto ad esplodere.

Si cala i calzoni e si avvicina in silenzio a Tommasina, sempre immersa nel suo sonno di piombo a pancia in giù. Le alza la gonnella e non ha bisogno di abbassarle le mutande perché non le porta, si sa che i poveri non hanno né scarpe e né mutande. Le si corica sopra e senza fiatare entra dentro di lei muovendosi ritmicamente, senza nemmeno che Tommasina se ne renda conto, eppure dovrebbe sentire dolore perché quella è la sua prima volta. Poi un grugnito di soddisfazione, qualche respiro profondo e tutto finisce.

Antonio si stende supino con le mani sotto la testa e guarda il cielo attraverso le foglie dell’albero. Accanto a lui Tommasina ha un sussulto, forse ha sognato quella che sarebbe potuta essere la sua prima, bellissima notte di nozze con l’uomo che amerà, bellissimo anche se senza volto o forse ha avuto un incubo, causato dal sangue che le scorre in mezzo alle cosce.

È stato un incubo. Il respiro corto, gli occhi sbarrati, la mano che le va in mezzo alle gambe e l’urlo che lancia appena scorge quel liquido scuro e caldo. Guarda suo padre e lo vede sorridere ammiccante, guarda tutto intorno e non c’è anima viva.

– Che cosa hai fatto? Che cosa mi hai fatto?

– Ci siamo divertiti…

– Ma… – Tommasina non riesce a dire ciò che avrebbe voluto perché suo padre le è di nuovo sopra e la costringe a mettersi bocconi, però questa volta le cosce della ragazza sono serrate e non gli riesce ciò che avrebbe voluto fare. Allora la solleva di peso, le tira i capelli all’indietro per vincerne la resistenza, la costringe a mettersi a quattro zampe e ripete ancora più brutalmente lo scempio di sua figlia, di quella creatura che invece avrebbe dovuto difendere dai pericoli della vita.

Quando finisce si comporta come se nulla fosse accaduto e a Tommasina, rannicchiata vicino al tronco dell’albero, rivolge solo il segno dell’indice della mano destra che tocca naso e labbra, il segno del silenzio.

La mattina dopo comincia un’altra giornata di lavoro bestiale e Tommasina resiste. Ma la sera torna a casa e racconta tutto a sua madre, Annina, la quale non aspetta nemmeno un minuto e si incammina con Tommasina verso la caserma dei Carabinieri per sporgere denuncia.

Antonio viene immediatamente rintracciato ed arrestato.

L’istruzione del processo non presenta difficoltà di sorta, giacché l’imputato nel suo interrogatorio dichiara che, effettivamente, in un momento di aberrazione, si è congiunto con la figlia, dapprima mentre questa dormiva in uno stato di profonda stanchezza per il lavoro e la lunga veglia e poscia, quando si fu svegliata, usandole violenza, stretta tra le sue braccia in posizione bocconi.

Ma c’è un problema: forse i Carabinieri interpretano male le parole di Antonio perché, invece di denunciarlo all’Autorità Giudiziaria per il reato di violenta congiunzione carnale, aggravato dalla relazione di parentela, lo denunciano per incesto e atti osceni in luogo esposto al pubblico. Il problema viene risolto dal Giudice Istruttore che rettifica il capo di imputazione e lo rinvia al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza.

Da quella orrenda notte sono ormai passati quasi quindici mesi e Tommasina da sei mesi ha tra le braccia una bambina, frutto del bestiale, violento amplesso.

L’equivoco creato dai Carabinieri da lo spunto alla difesa, appena inizia il dibattimento, per chiedere l’assoluzione di Antonio in quanto, secondo il verbale di arresto, non ci fu alcuna violenza carnale.

Ma Antonio, interrogato in udienza, ripete di aver violentato sua figlia e la Corte respinge la richiesta della difesa, motivando: questa situazione irreparabile creata a lei da chi avrebbe dovuto essere il naturale protettore, non può trovare sanatoria nella inesatta definizione giuridica che i Carabinieri hanno creduto di dare al reato, quando ancora gli elementi essenziali della prova non erano acquisiti al processo. L’imputato, perciò, deve rispondere di violenta congiunzione carnale, aggravata dalla relazione di parentela e di atti osceni in luogo esposto al pubblico.

Per il reato più grave, la Corte ritiene equa la pena di 8 anni di reclusione, ma per il reato di atti osceni, ritenendo che tale concetto giuridico mal si concili con l’ora in cui avvenne il fatto (le due di notte) e col sito riposto, lo assolve per insufficienza di prove.[1]

È il 27 ottobre 1939 e ci vorranno ancora 57 anni perché, con legge n. 66 del 15 febbraio 1996, lo stupro diventi un crimine contro la persona e non contro la morale pubblica.

57 come gli anni che avrà il 15 febbraio 1996 la bambina nata dalla bestiale violenza.

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.