IO TI PUNIRÒ – parte seconda

IO TI PUNIRÒ – parte prima

 

PARTE SECONDA

1.

Passarono un paio di mesi durante i quali Giulia aveva trovato un equilibrio, seppure precario, con l’aiuto di Ida stranamente accomodante. Le lettere di Giacinto arrivavano regolarmente e tutto faceva pensare che non se la passasse troppo male, ora impegnato nelle retrovie del fronte. Ida, da parte sua, era seriamente preoccupata: l’assenza delle sue cose e una strana sensazione, non proprio di malessere, che la portava ad avere giramenti di testa e insofferenza, quasi di schifo, per il cibo.

Una mattina che stava facendo passeggiare il cane si confidò con la serva del farmacista Feraco che le disse chiaramente di non illudersi sui suoi malesseri perché era incinta.

Ida si sentì persa pensando alle disgrazie che gliene sarebbero venute: la padrona l’avrebbe certamente cacciata di casa. Che fare? Decise di chiedere consiglio alla serva del farmacista e quella, che sapeva come va il mondo, le disse che c’era una donna che faceva perdere i figli senza che nessuno se ne accorgesse, ma ci voleva qualche lira per il compenso. Le disse anche di parlare chiaramente al suo soldato facendogli capire che sborsasse la somma senza fiatare, altrimenti lo avrebbe denunciato in quanto lei era minorenne. E così fece. Paolo sborsò le cinque lire, ma la fece quasi abortire con il ceffone che le mollò in pieno viso.

Il caso volle che Giulia fu invitata a pranzo dal cavaliere D’Angelo e così Ida poté prendere accordi con la sua amica che l’accompagnò in casa di una donna sui cinquant’anni.

Maria Concetta Covello le mise una sorta di batuffolo di elleboro nero nella bocca dell’utero così da provocare la reazione caustica dell’erba. A poco a poco l’utero si infiammò, si ingrossò e rimase aperto per parecchio tempo favorendo la mestruazione e l’espulsione del feto. Ma ci vollero nove giorni perché ciò avvenisse e Ida stette molto male per la terribile emorragia che subì.

Giulia si disperò pensando che la ragazza le morisse tra le mani, la notte che fu svegliata dalle sue grida. Si fece forza e andò a bussare alla porta del dottor Ranieri che si precipitò in ospedale e in pochi minuti, bastava solo girare l’angolo, ritornò con una barella e due portantini.

Ranieri era consapevole di non essere abbastanza esperto per poter procedere oltre e decise di mandare a chiamare il primario chirurgo, Raffaele Giani, un vero luminare.

La mattina seguente, Giulia andò in ospedale per ringraziare il primario per quanto aveva fatto. Aveva indossato una gonna di lanetta marrone leggermente più corta di quelle che non davano adito a pettegolezzi e bastò il movimento di chiudere dietro di sé la porta per fargliela salire un po’, poggiandosi mollemente sulle pieghe che le calze le facevano sulle gambe; ma Giulia non se ne accorse e avanzò con precauzione verso la scrivania del dottor Giani che la stava osservando con grande interesse.

Lui era ormai una celebrità. Era considerato, nell’ambiente medico italiano, uno dei migliori chirurghi in circolazione. Ma era anche un bell’uomo di quarant’anni, bruno, occhi neri, le braccia forti e una voce calda e amichevole con quell’accento da toscanaccio. Proprio il medico che vedeva la mattina affacciarsi alla finestra!

– Buongiorno, sono Giulia Moro, la padrona di quella disgraziata… – esordì facendo un gesto con il capo, come a voler indicare qualcuno accanto a lei – quella disgraziata che ha abortito…

– Buongiorno signora, prego – rispose Giani, facendole segno di accomodarsi sulla poltroncina davanti la scrivania – la ragazza per fortuna sta bene, ma ha corso un brutto rischio se avesse tardato ancora un po’

– Che vergogna dottore, che vergogna! In casa mia una cosa del genere… oh! Ma l’ho cacciata, sa? – si giustificò.

– Non dica così, signora, lei non ha colpa – la rincuorò guardandola intensamente negli occhi.

– No dottore, io ho colpa perché è sotto la mia responsabilità, avrei dovuto essere più attenta… – replicò con imbarazzo per quello sguardo che la fulminava.

– I giovani hanno il sangue caldo, hai voglia a tenerli sotto controllo. Quando meno te lo aspetti, ecco che la frittata è fatta! Ma la cosa adesso è risolta e non c’è niente da temere.

– Grazie dottore, grazie davvero io… da sola… – scoppiò in lacrime senza terminare quello che avrebbe voluto dire. Ma aveva davvero qualcosa da dire?

Giani si alzò di scatto e girò intorno alla scrivania, le prese le mani e gliele strinse forte, poi, con dolcezza:

– Si calmi, signora, è tutto passato… adesso le faccio portare qualcosa che la aiuterà a calmarsi – terminò dirigendosi verso la porta e chiamando ad alta voce un infermiere, poi tornò da lei e, tirandola delicatamente, la invitò ad alzarsi – venga, la faccio stendere un po’

– No… no… sto già meglio…

– Uhm… signora… signora… dimentica che io sono medico – le disse con un largo sorriso – e il medico dice che lei non sta affatto bene!

Giulia si lasciò condurre come una bambina al lettino delle visite e vi si lasciò adagiare. Giani le aprì le palpebre e osservò attentamente gli occhi, poi le sentì il polso. Nel frattempo, l’infermiere chiamato dal medico aveva portato un bicchiere con dell’acqua e il medicinale, ma Giani gli fece segno di no.

– Collasserebbe con quelle… aspettiamo un po’, vediamo come va…

 

2.

Da quel giorno le fece una corte spietata per alcuni mesi, fin quando Giulia acconsentì a riceverlo in casa per un bicchierino. E un bicchierino fu, dopo una lunga chiacchierata. A un certo punto Raffaele cercò di abbracciarla, ma Giulia lo dissuase garbatamente

– Sono sposata dottore…

Giani però non aveva nessuna intenzione di mollare la presa su quella donna che lo intrigava da morire. Quando se ne andò accennò a un languido baciamani e vedendo Giulia che non si ritraeva sorrise sotto i baffi ma non volle infierire. Aspettò che chiudesse la porta prima di scendere le scale. “Sprangati pure…  sei una brava sposa col marito al fronte a difendere la patria” pensò ironicamente, poi si lisciò i baffi, accese un sigaro e col petto gonfio per la sicura vittoria nella prossima battaglia, si diresse allegramente verso l’ospedale.

Giulia era rimasta dietro la porta trasognata. Era molto lusingata per le mille attenzioni e premure di Raffaele. Adorava, dal primo giorno che l’aveva incontrato, la sua parlantina toscana e i suoi occhi luminosi e fieri. E poi faceva la corte da vero signore, non come quei buzzurri che le dicevano ogni sconcezza possibile.

Poi l’angoscia del dubbio, il tormento del pianto e pensò che avrebbe dovuto piangere d’altro. “Vergogna!” si disse, “mio marito è al fronte e io penso a fare la civetta… vergogna!”.

“Il tuo unico pensiero deve essere lui che è là a combattere” le suggeriva la coscienza, rigida come una monaca di clausura. “Poveretto!” si diceva cercando ogni possibile appiglio per resistere.

Pensava a sé stessa, sola in quella città che non le apparteneva, pensava alle mille carezze che Raffaele avrebbe potuto farle. Poi rientrò in sé

– Sta fresco Raffaele! – disse a voce alta, arrossendo per un pensiero così abietto, atterrita di poter precipitare nell’abisso. Ma, sussurrando a sé stessa, pronunciò quel nome,  Raffaele – e subito arrossì di nuovo, passandosi le mani tra i capelli per rassettarli, o forse per cercare di scacciare quei pensieri. Sospirò – questa guerra… questa guerra non ci voleva proprio…

Ma ormai sapeva, in cuor suo, che non c’era più niente da fare, Raffaele le era scoppiato dentro. Alzò le spalle, irritata: “Pazienza” pensò, “sarà quel che sarà”. Poi con due lacrimoni negli occhi pensò a Raffaele perché, finalmente lo ammise a sé stessa, era solo lui il suo pensiero. Pensò di andare con lui in capo al mondo, perché lui era capace di portarla dovunque. Lo vide coglierle un fiore in un giardino proibito, lo vide prenderla per mano e condurla in una città da sogno dove non c’era l’esattore delle tasse, non c’era la guerra e nemmeno il Generale Cadorna, “che il diavolo se lo porti”.

Sognò a lungo ad occhi aperti e, a volte, nella meraviglia del sogno arrossì.

Quando Raffaele la invitò a casa sua, con la scusa di visitarla con calma perché aveva notato uno strano sibilo nel suo respiro, era un pomeriggio tiepido e assolato di fine inverno, Giulia chiuse gli occhi e si sentì pronta a seguirlo dove non era mai stata. Lui la abbracciò all’improvviso baciandola teneramente, poi si abbandonarono su un divanetto e, prima che Raffaele la soffocasse di nuovo con i suoi baci, Giulia gli parlò:

– Ricordi il nostro primo colloquio in ospedale? Allora io ero come una che si rialza da sotto le macerie del terremoto dove ha perso tutto. Mi sentivo come una bambina che sa di dovere stare zitta e far fare tutto ai grandi. Dalle braccia di mia madre sono passata nelle braccia di mio marito e mi lasciavo guidare. Ora che sono rimasta sola per questa maledetta guerra devo camminare da sola e ho capito che niente di quello che mia madre e mio marito mi hanno insegnato mi serve. La prima cosa che mi serve è essere sincera con me stessa.

– E quindi? – fece lui, impaziente.

– Io ti amo, Raffaele, ma non credere che io sia una di quelle. Solo una forte passione poteva farmi decidere a questo passo, ma ho un debito con mio marito. Non me la sento di lasciarlo finché non torna sano e salvo.

– Ma cosa vai a pensare… vieni qui, sciocchina…

– Raffaele, io non voglio perderti tanto presto.

– Perché dovresti perdermi? Non vedo il motivo per lasciarti ora che ti ho – cercò di rassicurarla.

– Non fare il finto tonto, dottore. Ci sono modi di volere bene a una donna che sono peggio di abbandonarla – terminò strizzandogli l’occhio e, abbandonandosi nella sue braccia, posò la testa sul petto di lui che le accarezzava i capelli con la calma dell’uomo che sa di avere il mondo tra le sue mani.

Spesso, quando il tempo era buono, Raffaele prendeva a nolo un carrozzino e si dirigeva fuori città; Giulia prendeva il treno e lo aspettava in una stazioncina di campagna e poi, insieme, andavano fino al ponte di ferro sul Crati e si stendevano sulla rena asciutta aspettando lo sferragliare assordante di qualche treno che passava sopra di loro per abbracciarsi fingendo di aver paura. Raffaele si sentiva felice quando era con Giulia ma, restato solo, godeva del distacco. Gioiva di una crudele soddisfazione, come se avesse finto quegli atteggiamenti amorevoli per rubarle il suo piacere. Era una sensazione mista di viltà e soddisfazione.

Aveva creduto, dapprincipio, di amarla veramente ma col tempo, l’intimità dei loro incontri, di cui abusavano, invece di legarlo a Giulia, lentamente lo distaccavano da lei. L’intimità stava diventando abitudine.

Giulia era sempre docile e tenera, ma il gusto della conquista su cui ormai aveva capito di aver fondato il suo affetto vacillava perché non c’era più nessun segreto di lei che potesse ancora scoprire. Capiva che aveva creduto di amarla per la dedizione con la quale lei gli si donava anima e corpo. E capì che tutto ciò lo annoiava. In fin dei conti non le aveva dato nulla di suo. Non aveva partecipato attivamente a quello scambio infinito e inspiegabile che è l’amore ed era giunto al punto in cui guardava all’amore di Giulia come ad una rappresentazione angosciante che non lo riguardava se non nel momento in cui i suoi sensi erano esaltati. Eppure andava avanti.

Una sera, tornando dal teatro dopo aver accompagnato Giulia con altri amici comuni, decise di fare una passeggiata solitaria e, senza rendersene conto, si trovò sotto il palazzotto dove abitava la famiglia Boccuti. Gli avevano presentato, giorni prima, Elvira, la ricchissima e sfortunata ereditiera di quella famiglia, sfortunata visto che per ben due volte era stata sul punto di sposarsi e aveva perso i fidanzati: il primo perché sorpreso a baciare, il giorno del fidanzamento ufficiale, una cugina di Elvira e l’altro morto al fronte nei primi mesi di guerra; istintivamente alzò gli occhi verso le finestre illuminate e gli sembrò di vederla dietro i vetri. Aspirò il sigaro e, sorridendo tra sé e sé mentre scrollava la testa come per allontanare dei pensieri strani, continuò la passeggiata. Ma il tarlo gli si era insinuato e da quella sera, approfittando del tepore primaverile, cominciò a passeggiare intorno al palazzotto, finché, finalmente, non la incontrò che scendeva dalla carrozza, accompagnata dal padre.

Grandi cerimonie per magnificare la sua scienza medica e l’invito del padre a bere un bicchierino di sciacchetrà. Il resto avvenne in pochi giorni.

“Devo rompere con Giulia”, cominciò a pensare, “ma come? E con quale pretesto? Nonostante ormai mi annoi, non mi va di darle una sofferenza inaspettata e brutale. In fondo mi ha amato e mi ama, per me sfida le maldicenze della gente e anche la galera se il marito venisse a saperlo; meglio prepararla lentamente, dicendole una parola oggi e una domani, portarla a capire con esempi insistenti quello che è giusto che faccia. Si, è molto meglio lasciarle intuire certe cose, che dirgliele direttamente”.

Cominciò così ad inventare dei pretesti per limitare gli orari delle visite di Giulia e non appena se ne andava, correva a casa Boccuti per parlare con Elvira ed ogni dissidio interiore gli si calmava. In quei momenti l’amante svaniva nei suoi pensieri come la nebbia mattutina appena il sole riscalda l’aria; rivedeva la ragazza in quelle sue pose inebrianti che gli rivolgeva occhiate languide, sensuali, mentre gli parlava con quelle labbra che sembravano fatte per dare baci. Si, Elvira era la donna per lui: giovane, bella, libera e per di più con un considerevole patrimonio in dote.

Con Giulia ormai si comportava come il più cinico degli amanti. Le sue effusioni lo infastidivano, così come la sua allegra risata gli suscitava un sentimento di rancore. Ma possedere Giulia era un bisogno quotidiano che, se non soddisfatto, lo lasciava smanioso nel letto.

L’occasione per cominciare a prepararla al distacco gli si presentò la volta in cui non poté fare a meno di accettare un invito a casa di Elvira, dove si fermò fino a notte fonda.

Giulia, nonostante Raffaele pensasse il contrario, già si era accorta del cambiamento e le spiegazioni che il domestico dell’amante cercò goffamente di darle, la ingelosirono oltre ogni misura. La mattina dopo, contrariamente al volere di Raffaele, si presentò in ospedale per ottenere una spiegazione a cui avrebbe creduto qualunque fosse stata, solo perché voleva credere a ogni cosa che Raffaele le dicesse, ma fu accolta malamente:

– Insomma, mi stai seccando, mi stai sempre tra i piedi!

– Se vuoi che questo sia il pretesto, allora è meglio vuotare il sacco e smetterla con questa commedia – azzardò Giulia – tu non mi vuoi più bene o forse non me ne hai mai voluto.

– Altro che commedia! Siamo al dramma! – ironizzò lui.

– No, Raffaele. Parliamoci sinceramente una volta per tutte – attaccò senza che gli occhi si velassero, così come il suo cuore avrebbe voluto – Non hai mai pronunciato una sola parola che mi facesse veramente capire che mi amavi. Dalla prima volta ad oggi siamo andati avanti a moine, come dei ragazzini. Non so se sei stato con me per pietà, vedendomi sola in una città estranea al mio mondo. Se così fosse mi offenderebbe a morte. Non credo che tu mi abbia presa per una donnaccia perché sai che non è così. Io non ti ho mai chiesto nulla in cambio del mio amore. Posso solo pensare che tu lo abbia fatto per il gusto di avere un’amante. E questo, in fondo, salverebbe il mio orgoglio.

Raffaele stava in silenzio, esitante ad assumersi la responsabilità dell’addio e, anzi, in cuor suo era contento che Giulia avesse preso l’iniziativa di finire quella storia. Finalmente, non trovò nient’altro di meglio da dire che:

– Stai dicendo cose senza senso che non pensi.

– Oh! Capisco quello che hai in testa! Come fai a pensare che non ti capisca dopo un anno e mezzo che siamo stati vicini giorno e notte? Vuoi dare a me la responsabilità di troncare tutto? Ebbene non ti toglierò dai tuoi impicci.

– Facendo così non fai altro che anticipare la tua fine – sibilò con dispetto Raffaele.

– Io non potrei fare a meno di te… sono qui… sempre tutta per te… – disse disperatamente, quasi buttandosi ai suoi piedi.

La smorfia sul viso di Giulia a dimostrargli la sua determinazione di andare avanti, costasse quel che costasse, glielo fece sembrò all’improvviso brutto e ostile ma, nonostante tutto, averla ai suoi piedi, con indosso quel vestitino celeste di stoffa leggera stretto in vita ed una increspatura che le esaltava il seno, gli procurò un sussulto di eccitazione.

3.

Ormai stanco delle discussioni quotidiane e, temendo che tutto venisse alle orecchie di Elvira, andò a confidarsi con suo intimo amico, un Maggiore dei Carabinieri il quale gli disse che ci avrebbe pensato lui a mettere tutto a posto, ma ci voleva un pretesto per farle un po’ di paura

– L’altro giorno, durante una discussione in casa mia, ha staccato una fogliolina da un portafotografia,,, – disse Raffaele quasi pensando ad altro

– Bene! – fece il Maggiore picchiando con la mano sulla scrivania – nascondi la fotografia e fai una denuncia per furto. Manderò due Carabinieri a casa sua e la farò venire in Caserma, con quattro paroline la metterò a posto e non l’avrai più tra i piedi!

E così fece. E usò parole dure. Giulia, per difendersi dalle false accuse, raccontò al Maggiore e ai Carabinieri presenti tutti i particolari della sua storia d’amore. Troppi testimoni. Successe un putiferio. Alle minacce del Maggiore seguirono le minacce di Giulia a rivelare tutto pubblicamente in Tribunale quando si sarebbe fatta la causa. Tornata a casa, capì che ormai aveva perso Giacinto, Raffaele, l’onore e cominciò a meditare un gesto insano. Tra le lacrime prese carta e penna e scrisse una lettera all’amante:

Ma dimmi, dimmi che t’ho rubato per mandarmi i Carabinieri a casa, e farmi chiamare in caserma? Io nulla t’ho preso, solo ho staccato una foglia di edere, tu sai bene di mentire col dire che t’ho rubato un quadro, tu ora vuoi farmi del male è vero? Tu vuoi ora inveire contro la donna che ti si è data per più di un anno, e solo per affetto. Va, sei vile, e ti disprezzo, e in questo momento mi sento superiore di molto a te. Che hai ottenuto? Hai ottenuto solo che fra pochi giorni la cosa si saprà in tutta Cosenza, perché in caserma oltre il S. Maggiore c’era pure due Carabinieri, e certamente per scolparmi ho dovuto dire come sono le cose, figurati il putiferio che ci fu, certamente che io non potevo essere incolpata di ladra. Se prima potevo nascondere tutto a mio marito, ora come faccio? Che accadrà? Ora che mi resta di fare, svergognata in paese, e il timore di mio marito, ora mi resta solo che togliermi la vita. Ecco la ricompensa, ecco quello che hai fatto alla donna che t’ha voluto bene più della vita. In me era giusto, e compatibile anche se avessi minacciato come dici tu (mentre poi non è vero) ma io non avevo fatto ancora nulla, ma tu no, non hai agito lealmente, ne da gentiluomo, e la tua fidanzata dovrebbe rifiutarti solo per la parte che mi hai fatto. Io ho mancato e vero, il mio fu un fallo grave, ma se non perdonabile almeno sarà compatibile perché solo un grande e disgraziato affetto che mi ha trascinato, ma tu sei doppiamente colpevole, con avere accettato la moglie di un altro, e per di più un soldato. Io potrei anche riconoscere alla legge e avere sodisfazione della colpa che mi fai di averti rubato. Tu ora temi di perdere la tua fidanzata, e più ancora la sua vistosa dote, e per questo vuoi farmi del male, ma ti sbagli, io protesterò energicamente. Non temere, io non mi abbasserò di fare scene in mezzo alla via. Va, va Raffaele. Non meritava Giulia questa ricompensa, ma ricordati che quello che si fa, si aspetta 

Raffaele, visto che la trappola organizzata col suo amico non aveva funzionato, preferì cambiare di nuovo strategia e sembrò diventare più tenero con Giulia e lei sembrò avere accettato il fatto che tra loro fosse finita. Ma poi tutto precipitò di nuovo quando Giulia andò a casa di Raffaele per riprendersi la fotografia che gli aveva dato e scoprì che lui l’aveva distrutta. Tutto questo glielo rinfacciò in un’altra lettera:

Perdonami ancora una volta della seccatura che ti do di leggere le mie sciocchezze come le chiami tu. Immagino il moto di noia che farai vedendo ancora una mia lettera, ma sta pur certo che sarà l’ultima. Dimmi perché hai stracciato la mia fotografia? Che diritto avevi di far questo? Ti avevo scritto di restituirmela se non la volevi, perché non l’hai fatto? Sei cattivo ed ingrato, e ti dico ancora una volta sei come tutti gli altri, mi ero illusa vedendoti superiore tanto agli altri, e in questo momento rimpiango, e piango nello stesso tempo. Ma che uomo sei tu mio Dio? Che all’impeto di una passione così profonda e leale, e che al grido di chi invoca soccorso sentendosi perdere, non ti muovi, e resti così indifferente? Mi hai detto che ti dispiace di non essere compreso, e che devo comprendere mio Dio? Comprendo abbastanza, comprendo che nulla t’importa di me, e se Domenica sei stato tanto buono parlandomi calmo, non per riguardo a me, per riguardo al mio dolore, ma solo perché temevi che in un momento di sconforto, ti recassi qualche seccatura. Ma se tu fossi certo che io me ne andassi all’altro mondo senza recarti danno, sono più che certa, che non ti farebbe né freddo, ne caldo la mia fine. Ieri quando sono venuta per la fotografia ti sarai accorto che soffro terribilmente, ti sarai accorto che in pochi giorni mi sono fatta la metà, ma dalla tua bocca non è uscita una parola, per calmare il mio dolore, eppure una tua parola mi avrebbe fatto tanto bene.

Senti, per me ormai tutto è finito, che mi resta più? Dolore vergogna e anche rimorso, e anche forse il tuo disprezzo. Fino che avevo la speranza di venire da te, soffrivo per altre ragioni, ma mi consolava di tutto il pensiero di te, ed ora? Sono così sconfortata in questo momento che solo un miracolo mi può salvare. Io mi punirò, ma nello stesso tempo punirò anche te, per non avere avuto compassione di me, per non avere voluto comprendermi. Oh sta certo ti ricorderai di me, sarà con rammarico ma ti ricorderai. Se fossi stata certa  che una forte ragione ti costringeva ad agire così, ma che mi fossi accorta che ti dispiaceva di recarmi dolore, che ti fosse dispiaciuto di vedermi soffrire, Oh allora, se non fossi stata buona di guarire, sarei morta benedicendoti, ma vedendoti così freddo indifferente soffro doppiamente. Ora perché ti fa comodo fare così, non t’importa di quello che può accadere a me. Mi sembra però che tutto ad un tratto ti sei fatto scrupoloso. Io per te avrei fatto qualunque cosa, la vita stessa avrei dato pur di vederti contento, quando leggevo nei giornali un articolo che riguardava te, io ero tanto, tanto contenta, e nello stesso tempo ero orgogliosa di te, che bella differenza che passa fra me e te, io tanto affetto, e tu nulla. Ma così va il mondo, sciocca io che credetti in un Dio superiore. Tu dirai che t’ho seccato anche troppo non e vero? Ma tu che sei più intelligente capirai anche che non è colpa mia, in questo momento sento anch’io di non ragionare perdonami, perdonami di tutte le noie recate, ma ricorda sempre che io t’ho amato più che un Dio, perdonami almeno questo

Era ormai chiaro a Giulia che avrebbe dovuto farla finita e passò alcuni giorni a procurarsi dell’altro veleno da mischiare alla fialetta di stricnina che Giacinto aveva lasciato a casa. Voleva essere sicura di non sbagliare. In un modo o nell’altro sarebbe morta.

Con fredda determinazione sgombrò l’appartamento di tutte le sue cose e di quelle del marito sistemandole in alcuni bauli, poi la mattina del 26 luglio 1918 andò a salutare il commendatore D’Angelo, pregandolo di far custodire le casse perché lei sarebbe partita per Messina e per questo motivo aveva lasciato la casa. Sarebbe passato poi Giacinto a ritirarle poiché per lui la guerra era quasi finita, dal momento che era stato ferito abbastanza seriamente e adesso era ricoverato nell’ospedale militare di Reggio Emilia. Tornò a casa e scrisse due lettere, una delle quali ripose in un baule bianco che richiuse accuratamente. L’altra la imbustò, ci scrisse sopra un indirizzo e la incollò per bene.

Ormai era scesa la notte tra il 26 e il 27 luglio 1918 e l’indomani, sabato, ci sarebbe stata la festa per il fidanzamento ufficiale tra Raffaele ed Elvira Boccuti. La mattina del sabato la passò nel letto in uno stato di estrema prostrazione. Era stanca, stanca di tutto. Nelle ultime settimane era deperita a tal punto da sembrare una vecchia e non si curava quasi più del proprio aspetto. Ma quel pomeriggio si vestì bene ed uscì, andò alla posta e imbucò la lettera, poi vagò senza meta per la città, incurante dei saluti dei conoscenti. Passò nelle vicinanze della casa dei Boccuti e stette per un po’ ad ascoltare la musica e i brindisi che provenivano dalle finestre aperte. Non più una lacrima. Aspettò, vagando senza meta per la città che il sole calasse, e poi andò a casa di Raffaele.

Luigi Susini, il domestico di Giani, stava versando del latte in un pentolino quando, erano le 20,40, sentì bussare alla porta. Aprì e restò un po’ sorpreso nel vedere Giulia. Dalle parole che aveva ascoltato qualche giorno prima aveva capito che non ci sarebbero state altre visite.

– Ho portato un piccolo presente… sto lasciando la città… – disse con un sorriso forzato.

Cercò di opporsi, ma alla fine la fece entrare e l’accompagnò nello studio. Lei tolse il cappellino di velluto nero, posò il ventaglio e la borsetta, anch’essa di velluto nero, su di una poltrona, sedette sul divano e, per ingannare l’attesa, si mise a sfogliare nervosamente un libro. Il domestico la lasciò e tornò in cucina per finire di riscaldare il latte.

Giani rientrò verso le 21,00 e, informato dal domestico della visita di Giulia, andò direttamente nello studio. Posò sul pianoforte la paglietta e il bastone e chiese conto a Giulia del motivo della visita.

– Ti avevo chiesto di rinviare il fidanzamento di un mese… sarebbe tornato mio marito e io avrei avuto il suo sostegno per continuare a vivere, ma tu niente. Adesso non mi resta altro da fare che morire e tu mi porterai sulla coscienza per tutta la vita. La vedi questa? Adesso la bevo qui davanti a te e così tutti sapranno di noi…

– Dai… falla finita… mi hai seccato con questa tiritera… ammazzati anche qui, se vuoi, ti butterò giù per le scale e poi troverò chi dirà che eri venuta per rubare di nuovo e che eri solo una povera pazza! Ti lascio sola, fai quello che devi fare…

Decise in un attimo. Prese dalla borsetta la rivoltella, armò il cane e seguì Raffaele nel corridoio.

– Guardami, Raffaele, guardami mentre ti ammazzo.

Raffaele si girò e vide la rivoltella puntata contro di lui e il dito di Giulia che tirava il grilletto. Incredulo, sgranò gli occhi. Istintivamente cercò di ripararsi mettendo il braccio sinistro davanti al viso. Il primo colpo gli trapassò il polso e gli frantumò la mascella, il secondo colpo lo colpì alla spalla sinistra e il terzo, quello fatale, gli si piantò nel petto.

Luigi Susini al primo colpo non capì ciò che stava accadendo, ma il grido di dolore del suo padrone lo fece scattare dalla sedia. Non fece in tempo a salvargli la vita e, quando cercò di disarmare Giulia, lei gli esplose contro un solo colpo che centrò la clavicola sinistra, deviando la traiettoria del proiettile che finì la sua corsa nel polmone, recidendo un’arteria. La morte fu quasi istantanea.

Poi Giulia uscì sul balcone e chiamò aiuto.

– Aiuto! Aiuto! È successa una disgrazia, correte!

Due cocchieri, accorsero trovarono Giulia ferma, al centro del corridoio; in mano aveva la rivoltella e stava piangendo.

Ai suoi piedi il cadavere di Giani, steso in posizione supina con i piedi divaricati che toccavano la porta d’ingresso, con la giacca infilata per metà ed immerso in una pozza di sangue. Giulia li guardò, svitò il tappo della boccetta, ne bevve il contenuto. poi andò nello studio, ripose la rivoltella e la boccetta nella sua borsa, tornò nel corridoio e si stese accanto al cadavere di Raffaele.

– Andate a chiamare qualcuno…

Un agente della Pubblica Sicurezza non ci mise molto ad arrivare e la trovò stesa che si stava contorcendo

– Signora, per l’amor di Dio, che cosa è successo?

– Ho ucciso due uomini, l’altro è nel salottino… dirò tutto al giudice…

Ma non disse niente a nessuno perché morì nel giro di pochi minuti, non prima, però, di riuscire a baciare il cadavere dell’amante, sebbene scossa violentemente dalle contrazioni provocate dal veleno che aveva ingerito.

Poi tutto quel trambusto di curiosi e autorità che passavano e ripassavano sui corpi.

La mattina successiva, domenica, il portalettere recapitò al cavaliere D’Angelo una lettera. Lui la aprì e restò di sasso:

Egregio Cavaliere,

non è vero che io parto per Messina, parto per non tornare più. Mi sono resa colpevole e non avendo la forza di sopportare l’abbandono dell’uomo che ho avuto la disgrazia di amare (il dottor Giani) e il rimorso di avere ingannato il marito, muoio.

Non mi disprezzi Signor Cavaliere, mi compianga, vede, ho mancato, è vero, ma ho anche il coraggio di punirmi. Dica a mio marito che non ho mai cessato di volergli bene e che solo una forte passione mi fece mancare. Io la ringrazio di tutto quello che ha fatto per me. Mandi a prendere le mie casse. Dica a mio marito che nella cassa bianca e dentro la scatola bianca c’è una lettera per lui.

Io non sono stata alla banca a prendermi i soldi, andrà mio marito. Gli scriva subito quando saprà della mia morte.

Addio Signor Cavaliere

Il cavaliere D’Angelo, appena appresa la notizia della tragedia, andò in Questura e consegnò la lettera. Venne eseguita una perquisizione nella casa dove Giulia e Giacinto avevano abitato e fu sequestrata la lettera contenuta nella cassa bianca:

Mio caro Pisito

Quando leggerai questa io non sarò più, perdonami, perdonami Pisito mio il dolore che ti recco. La causa fu tutta di quella birbona, non è per scolparmi ma per farti capire come sono andate le cose. Quando fece quell’abborto (e mi sembra anche di avertelo scritto) sono andata (mandata dal dottore Ranieri) dal Direttore dell’ospedale Raffaele Giani, per pregarlo di tenerla all’Ospedale fino a tanto che fosse guarita completamente, per poi mandarla, poi ho dovuto andare, per informarmi di altre cose (sempre riguardo a quella birbona), perché essa aveva incolpato te, e per dirtela bene mi sono affezzionata a questo Giani, lui dopo che ero stata a casa sua mi ha fatto la corte, e dopo pochi mesi sono diventata la sua amante. Ma non disprezzarmi Pisito compiangimi, anch’io mi sono trovata qui sola, in mezzo a gente che non hanno fatto altro che insultarmi, specialmente Feracco e la moglie, e tanto la famiglia ranieri e tutti quelli della corte lo potrebbero dire, e io giuro di non averli fatto nulla. Ma non credere Pisito che io abbia goduto della mia mancanza  tutt’altro, anche dalle mie lettere tu avrai capito quanto io soffrivo, credimi Pisito solo una forte passione mi spinse a mancare, ho lottato molto contro questa passione, ma non ho mai avuto la forza di smettere, lui sembrava avesse per me più che simpatia, ma il giorno 28 Giugno quando sono andata a trovarlo, lo trovai cambiato, mi disse che non dovevo andare più perché lui non era più libero, e che doveva prendere moglie, una signorina di Cosenza con anche una vistosa dote. io ho pregato, e pianto tanto di essere ancora buono, ma inutilmente. trovandomi abbandonata da lui, il rimorso di averti ingannato, e non avendo più il coraggio di presentarmi davanti a te, ho pensato di punirmi del fallo commesso, ma nello stesso tempo punire chi non ha avuto compassione del mio dolore, ho mancato io e vero, ma lui ha mancato doppiamente con l’accettare la donna di un altro , e per di più soldato. Ultimamente poi si è mostrato vile, e poco leale. quando ho saputo del fidanzamento ufficiale, io andai a casa sua e le dissi che non volevo che per ora si sposasse, perché sarebbe come troncare la mia vita, e in un momento di gelosia, tracciai una foglia di edere che teneva in un quadro sopra la sua scrivania, lui appena uscita io, andò dai Carabinieri, a denunciarmi col dire che io avevo minacciato, e rubato, tanto che vennero a casa mia due Carabinieri, e poi ho dovuto presentarmi in caserma, e davanti al Maggiore (amico intimo del dottor Giani) e due Carabinieri, per scolparmi dell’accusa, ho dovuto dire come stavano le cose, figurati che ci fu, il Maggiore difendeva l’amico, e certamente incolpava. Certamente ormai la cosa si è resa pubblica. Ecco che ha fatto quel vile della donna che si è data a lui per più di un anno e solo per affetto, perché credimi mai io ho accettato nulla, ma spero di riuscire a punire anche lui. E tu Pisito perdonami, perdonami, per il bene che t’ho voluto, solo una forte passione e un disgraziato affetto mi ha fatto mancare. Pisito è vero che mi perdonerai? Sapessi quanto ho sofferto, e in che stato mi trovo in questo momento che scrivo. Pisito, Pisito perdono, ti chiedo perdono con le mani giunte di quello che ho fatto, e tu perdona alla donna che un tempo avrebbe volentieri dato la vita per te, compiangimi, ma non disprezzarmi. Tu sai se io in 18 anni ho mai dato motivo di dubbitare di me, Pisito di nuovo perdono, perdono per quello che soffro in questo momento, e vero Pisito che mi perdonerai? E verrai a trovarmi al camposanto? Oh la guerra, la guerra. In questo momento mi sembra d’impazzire. I miei padroni e la mia serva ti potranno dire in che stato mi trovavo il giorno 27. i miei padronio ti potranno dire quante porcherie a detto sul mio conto quella brutta infame ancora quando era con me, ora si trova a servizio col prof. De Luca.

Di nuovo Pisito perdono, e perdonami, io benché avevo un amante non ho mai cessato di volerti bene. Febo l’ho condotto al macello prima di morire, povero animale l’unico essere affezzionato a me, ed io stessa l’ho portato a morire, povero, povero animale, povero Febo, però era troppo vecchio è puzzava già. Non so se capirai gran che di questa lettera, ma quello che ti chiedo e il perdono, e nell’ultimo momento sarà solo il tuo nome sulle mie labbra. Addio Pisito mio, possa tu essere felice, quanto sono stata io disgraziata. Addio, addio perdonami

 

– Non si vergogna almeno un po’, Maggiore? – disse Stanganelli gettando il sigaro, poi se ne andò, lasciandolo solo con i suoi fantasmi. Aveva finito il suo compito, era ormai domenica e il Delegato Francesco Cilento sarebbe arrivato dai bagni col treno delle 7,15.

 

Quella stessa domenica, ironia della sorte, su “Cronaca di Calabria” uscì l’articolo sul fidanzamento del Prof. Comm. Raffaele Giani con la signorina Elvira Boccuti

Fidanzamento cospicuo.

L’illustre prof. comm. Raffaello Giani, lo scienziato insigne ed il chirurgo eminente, che con tanta competenza dirige il nostro Ospedale Civile, questo professionista valoroso che da pochi anni fra noi ha già conquistato, per il suo valore reale e per le squisite doti dell’animo l’ammirazione unanime non soltanto della nostra città ma della nostra provincia, si è fidanzato con una fanciulla elettissima, appartenente ad una delle più note e cospicue famiglie della provincia, Elvira Boccuti da Longobucco, signorina colta e distinta che unisce, in mirabile fusione tutte le più squisite e suggestive virtù muliebri e che sarà perciò la compagna degna dell’uomo che l’ha prescelta.

Questo fidanzamento, che prelude alla ben auspicata unione di due anime elette, sarà appreso con viva gioia dagli amici ed ammiratori dell’illustre prof Giani e di quanti conoscono pur attraverso un velo di modestia che ne rendono più fragranti le virtù, la gentile signorina Boccuti.

Da parte nostra inviamo ai fidanzati, con vivo sentimento di amicizia devota, con le nostre congratulazioni gli auguri più cordialmente fervidi.

Le indagini furono frettolose e stabilirono solamente che nella boccetta c’era anche cianuro, ma nessuno si preoccupò di scoprire come Giulia se lo fosse procurato.

Giovedì 1 agosto uscì un lungo articolo con la notizia della tragedia e i funerali di Giani e del povero Susini. I lettori, oltre alla cronaca degli eventi lessero anche queste parole:

(…) Nello spasimo doloroso che dava a tutti una profonda sensazione di sciagura immensa fu sollievo quando si seppe che autrice era stata una veneta: non l’atto insano di una donna nostra aveva resa inerte la mano benefica che a tante creature aveva dato salute, la vita! (…) Un eletto – ché tale era per bellezza fisica e per l’intelletto nobilissimo, Raffaele Giani – non doveva finire vittima della follia erotica e della gelosia aberrata di una isterica.

 

 

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Per Giulia Moro, suicida, non ci furono funerali. Venticinque anni dopo i suoi resti furono dissotterrati e distrutti.

Le spoglie di Raffaele Giani e Luigi Susini dopo qualche anno furono tumulate nella cappella della famiglia Giani a Fucecchio.

Giacinto Sanavio tornò a Cosenza qualche mese dopo per riprendere la sua roba e portò con sé Ida. Un paio di anni dopo si sposarono e misero al mondo tre figli. Nel 1940 morì suicida.

Elvira Boccuti rinunciò a sposarsi e si ritirò a Longobucco dedicandosi ad opere di bene.

Del Maggiore dei Carabinieri negli atti non compare nemmeno il nome.

 

 

Fonti: ASCS, Processi Penali; BCCS, “Cronaca di Calabria”

Ringrazio Tatiana e Ginevra per aver condiviso con me i loro ricordi familiari.

 

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