LE SUE TURPI VOGLIE

È il primo settembre 1943, non manca molto a mezzogiorno. Una ragazzina, 15 o 16 anni al massimo, bussa alla porta della caserma dei Carabinieri di Soveria Mannelli. Quando il piantone apre la porta e vede la figura di quella che sembra essere poco più di una bambina e le grosse lacrime che le scendono da quei due occhi neri come il carbone, ha un sussulto. La fa entrare, le offre un bicchiere d’acqua fresca e la fa sedere davanti alla scrivania del Maresciallo, che arriva subito dopo. Con delicatezza, il Comandante le chiede che cosa le sia successo e Antonietta Scalise, così si chiama la ragazzina, torcendo tra le dita un fazzoletto liso e trattenendo a stento i singhiozzi, racconta:

– Mio padre, da molto tempo, sottoponeva me e mia madre a continui maltrattamenti, tanto da renderci la vita impossibile. Però abbiamo dovuto tacere per il timore che ci incuteva…

– Aspetta un attimo – la ferma il Maresciallo – di dove sei?

– Di Colosimi, ma per poter vivere, la mia famiglia era andata a lavorare in località Mangonisi in un terreno di proprietà di Giuseppe Sirianni e… posso continuare? – il Maresciallo le fa cenno di si e Antonietta, tirando su con il naso, ricomincia – il 23 agosto scorso, mio padre mi ingiunse di seguirlo a Soveria e durante la notte, profittando che ero da sola, mediante violenze e gravi minacce, riuscì a deflorarmi. Tornata a casa raccontai tutto a mia madre… lei ha provato a protestare per quella cosa orrenda, ma lui aveva gli occhi di fuori, ha preso il coltello del pane e glielo ha messo alla gola… saremmo volute venire per denunciarlo, ma lui ci stava sempre addosso… avevamo troppa paura e siamo rimaste lì… stamattina, approfittando della momentanea assenza di mio padre, sono corsa da voi per denunciarlo…

– Hai fatto bene, ci pensiamo noi, ma prima ti devo far visitare da un medico, lo capisci, vero?

– Si, lo capisco…

Antonietta ha detto la verità, nonostante i giorni trascorsi porta ancora i segni della violenza subita. Adesso non c’è tempo da perdere, i Carabinieri corrono a Mangonisi e arrestano Pietro Scalise, lo snaturato genitore. Si dichiara innocente, dice che è tutta una montatura ordita da sua moglie per liberarsi da lui, ma la porta del carcere mandamentale di Soveria Mannelli si chiude alle sue spalle.

5 settembre 1943. Il rombo degli aerei alleati è sempre più vicino a Soveria e sembra un tuono che non vuole finire mai. Si cominciano a sentire degli strani sibili sempre più vicini. La gente ha paura e cerca di scappare prima che le bombe comincino a fare una strage. Anche i tedeschi del XXXI Corpo d’Armata che hanno il comando vicino alla stazione ferroviaria cercano scampo, lasciando anche le armi incustodite. Poi le esplosioni e la devastazione del paese. Tra gli altri edifici, anche il carcere viene seriamente danneggiato, ma nessuno dei detenuti rimane colpito. È una botta di fortuna assolutamente inaspettata anche per Pietro Scalise, che evade e si nasconde subito in montagna. Dopo qualche giorno arriva l’armistizio, poi la confusione totale e la fuga dei tedeschi che lasciano quasi tutto quello che hanno.

Dalla fuga di Pietro Scalise e degli altri detenuti sono passati 22 giorni, senza che a nessuno sia potuto venire in mente di andare a cercarli, ma forse nessuno ne ha avuto nemmeno la voglia, troppo rischioso andare in montagna con tutti gli sbandati armati che girano.

È la sera del 27 settembre 1943 e qualcuno bussa alla porta dei Carabinieri. Questa volta quelli di Colosimi. Il piantone apre e si trova davanti Antonietta in lacrime. Deve raccontare tutto daccapo, poi una dichiarazione che fa saltare dalla sedia il Maresciallo:

– Dopo che mio padre è evaso, è tornato a casa…

– Cosa? E perché nessuno ci ha avvisati?

– Né io e né mia madre, come vi ho raccontato, siamo riuscite ad avvisarvi… però non è questo che sono venuta a dirvi. Voglio dire che, una volta tornato a casa dopo avermi violentata, era diventato ancora più insopportabile in quanto, alle mie ripulse di esserne l’amante, mi ha seviziata in tutti i modi. Poi lo avete arrestato e stavamo più tranquille, ma quando abbiamo saputo che era scappato dal carcere abbiamo avuto paura e ci siamo nascoste. Ci ha trovate e ci ha costretto a tornare a casa… ed è cominciato tutto di nuovo con minacce, anche di morte marescià, anche di morte, se non avessi ceduto alle sue turpi voglie

– E adesso è a casa? Lo andiamo a prendere subito!

Antonietta gli fa segno con la mano di fermarsi, poi tira un lungo respiro e continua tutto d’un fiato, tenendo gli occhi a terra:

Stamattina, profittando di un momento in cui mia madre si era allontanata, mi ha costretta ancora una volta, a viva forza, ad essere posseduta… – si ferma, alza gli occhi pieni di vergogna e guarda il Maresciallo, che con lo sguardo la invita a continuare – fu perciò che, perduta la ragione, mi sono decisa ad uccidere mio padre

– Cosa?

– Si… l’ho ammazzato… gli ho sparato due colpi di un moschetto militare!

Arrivati sul posto, i Carabinieri devono constatare che il racconto di Antonietta è vero: suo padre è steso a terra morto con due fori di proiettile di grosso calibro e il moschetto militare tedesco, probabilmente abbandonato durante la fuga dell’esercito nazista, è accanto al cadavere.

Sottoposta a giudizio penale, Antonietta Scalise, con sentenza del Tribunale dei minorenni del 2 maggio 1944, viene assolta per avere agito in stato di legittima difesa.

È passato circa un anno dall’assoluzione di Antonietta e lei e sua madre hanno riacquistato un po’ di serenità. A Soveria Mannelli, intanto, è stato destinato un nuovo comandante, il Maresciallo Domenico Lo Faro, che, come è d’uso, riguarda tutti i fascicoli lasciati dal predecessore. Quando esamina quello sull’omicidio di Pietro Scalise, la cui copia è nel fascicolo relativo alla violenza sessuale denunciata nella sua caserma, si persuade che il fatto, come era stato prospettato, appare inverosimile perché una ragazza, quale è Antonietta Scalise, inesperta nell’uso delle armi, non si sarebbe potuta servire di un moschetto militare tedesco, che presenta difficoltà nel maneggio del suo otturatore. Decide di vederci chiaro e fa nuove indagini, ma  sembra non emergere nulla. Poi, avendo avuto occasione di parlare con Antonietta per altri affari d’ufficio, la interroga sull’omicidio del padre e la giovane finisce col fare un dettagliato racconto del delitto:

Stanca di tutto ciò e non potendone più, insieme a mia madre siamo andate da zio Luigi per chiedergli consiglio e per pregarlo di intervenire presso mio padre per far cessare quello stato di cose. Zio Luigi rispose che non voleva compromettersi perché ha famiglia e offrì a mia madre una rivoltella per uccidere il marito, mio padre. Mamma però rifiutò dicendo che non ne aveva il coraggio. Allora zio Luigi le consigliò di fare uccidere papà da una terza persona, facendo assumere la responsabilità a me

– Bel consiglio! Non poteva venire lui a dirci che era tornato a casa? Lasciamo stare… continua.

– Tornammo a casa e papà continuò il suo sistema di vita, maltrattandomi e perseguitandomi con le sue turpi proposte. Intanto pensavamo a come fare e quando proprio non ce l’abbiamo fatta più, finalmente ci portammo dal pastorello

– Pastorello? Quanti anni ha?

– Una quindicina… ci portammo dal pastorello Giacomo Grande che faceva pascolare le pecore di suo padre nella stessa contrada. Gli raccontammo tutta la grave situazione nella quale versavamo e, dopo molte insistenze, finimmo per persuaderlo ad uccidere mio padre, promettendogli in compenso quaranta chilogrammi di patate… così, il 27 settembre 1943, Giacomino esplose i due colpi di moschetto contro mio padre, che decedeva all’istante

In caserma cala un silenzio surreale. Tutti si guardano increduli negli occhi, mentre Antonietta non ha più lacrime da versare. Sembra davvero serena.

Il Maresciallo Lo Faro interroga la madre e lo zio della ragazza e tutti e due confermano parola per parola. Conferma anche Giacomo Grande. Si è proprio lui che ha sparato col moschetto militare tedesco. E si fa avanti anche un altro ragazzotto, che all’epoca del fatto era garzone presso la famiglia Grande, assicurando di essere stato presente nel momento in cui Antonietta e sua madre raccontarono a Giacomino la loro triste storia, pregandolo di ammazzare Pietro Scalise ed era presente anche quando il pastorello aderì alla proposta.

Ma Teresa Marasco, interrogata dal Magistrato, ritratta la sua confessione:

– Io non ne sapevo niente… ha organizzato tutto mia figlia…

È comprensibile, Antonietta è stata già assolta, Giacomo Grande è minorenne e quindi lei è l’unica che rischia una ventina di anni di carcere.

Completate le indagini, la Sezione Istruttoria ordina il rinvio a giudizio davanti alla Corte d’Assise di Cosenza di Teresa Marasco e Giacomo Grande con l’accusa di concorso in omicidio volontario aggravato. È il 26 marzo 1949.

Due mesi e mezzo dopo, il 13 giugno, si tiene il dibattimento.

La Corte inizia osservando che Giacomo Grande, al momento del fatto, era minore degli anni 18 e quindi si deve esaminare se a quell’epoca avesse la capacità di intendere e volere.

L’imputato, quando esplose i colpi di moschetto aveva da poco compiuto gli anni quindici. Esercitava il mestiere di pastore e viveva solitario in montagna. Il suo sviluppo psichico, quindi, anche perché analfabeta, era veramente scarso. Dato ciò non poteva avere la coscienza del contenuto immorale dell’atto che doveva compiere, non poteva capirne l’importanza. La conferma che l’imputato non aveva la capacità di intendere, si ricava dalla circostanza che egli ha accettato di uccidere lo Scalise mediante il compenso veramente irrisorio di quaranta chili di patate che, all’epoca del fatto, potevano avere il valore di circa quattrocento lire. Se egli si fosse reso conto dell’immoralità, dell’antigiuridicità dell’atto che gli richiedevano, avrebbe evidentemente preteso molto di più.

La Marasco, in istruttoria ha negato di aver partecipato al delitto di omicidio in persona di Pietro Scalise, ma la prova del suo concorso è certa perché essa ha confessato ai Carabinieri e la sua prima dichiarazione trova conferma nei detti della figlia Antonietta e di Giacomo Grande.

La giudicabile ha però agito in stato di legittima difesa in quanto si è decisa a commettere il fatto  per difendere l’onore e la vita della figlia, che era stata deflorata dal padre, il quale con le violenze e con le minacce di morte voleva ancora continuare a sottoporla alle sue turpi voglie e non vi era possibilità di comportarsi diversamente, dato che in quel difficile periodo le autorità non potevano efficacemente provvedere alla tutela dei cittadini, tanto che Scalise, messo in carcere dietro denunzia della figlia per il delitto di violenza carnale, riuscì facilmente ad evadere a seguito di un bombardamento aereo. La sussistenza dell’attualità del pericolo è dimostrata dal fatto che proprio la mattina del delitto lo Scalise, con la violenza, era riuscito nuovamente a possedere la figlia Antonietta.

La conseguenza del ragionamento della Corte è l’assoluzione di Teresa Marasco in quanto non punibile per avere agito in stato di legittima difesa e di Giacomo Grande perché non imputabile per incapacità di intendere e volere.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.

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