MI HA FATTO LA MAGIA

Per oltre un anno i giovani Umberto Docimo e Maria Dodaro di Luzzi amoreggiarono col pieno consenso dei rispettivi genitori ma, dovendo Umberto partire per il servizio militare, i genitori di Maria pensarono bene di rimandare il matrimonio al ritorno del fidanzato.

Umberto parte da Luzzi l’11 marzo 1932, destinato al 6° Reggimento Artiglieria da campagna di stanza a Gorizia, con le lacrime agli occhi vedendo singhiozzare Maria.

Qualche mese dopo Umberto, avvertendo dei dolori acuti in tutte le parti del corpo, viene ricoverato nell’ospedale militare di Gorizia e poi trasferito in quello di Udine dove gli viene concessa una licenza di convalescenza di un anno, essendosi constatato ch’egli è affetto da bronco-alveolite di origine tubercolare. La salute non migliora nemmeno con il suo ritorno a casa e, essendosi radicata nell’animo suo la triste idea che le sue sofferenze devono attribuirsi alla sua fidanzata la quale, temendo che durante il servizio militare si fosse dimenticato di lei e l’avesse abbandonata, gli ha fatto la magia.

Potrebbe rivolgersi a una di quelle donne che tolgono il malocchio, farsi sfascinare, invece prende un’altra decisione: si vendicherà di Maria uccidendola!

La mattina del 25 febbraio 1933, armatosi di un fucile, va in contrada Contessa a casa di Maria, aspetta che il portone di casa si apra e la ragazza compaia alla sua vista. È un attimo: imbraccia il fucile e non ha bisogno di prendere accuratamente la mira perché Maria è ad un paio di metri da lui, poi tira il grilletto. La ragazza non ha nemmeno il tempo di vedere il lampo della fucilata che cade a terra colpita in pieno petto, praticamente già morta.

Umberto sputa a terra e scappa senza che nessuno abbia il tempo di provare a bloccarlo, ma non si dà alla latitanza, no, va a costituirsi dai Carabinieri

– Mi ha fatto la magia e mi ha fatto cadere malato… soffrivo e soffro continuamente e dispero di guarire. L’ho sparata col proposito di ucciderla per vendicarmi

Tutto chiaro, omicidio aggravato dalla premeditazione. Rinviato a giudizio, la causa viene fissata una prima volta, ma su richiesta sia della difesa che del Pubblico Ministero, la Corte dispone che Umberto sia sottoposto a perizia psichiatrica perché sembra evidente che se il motivo per il quale ha ammazzato Maria Dodaro è quello che dice, qualche rotella non gli gira per il verso giusto. Così viene ricoverato nel manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto dove i periti lo esaminano a lungo e, il 10 luglio 1934, concludono che Umberto Docimo è affetto da demenza precoce paranoide, che tale infermità preesisteva all’epoca del reato e che nel momento in cui commise il fatto si trovava in tale stato d’infermità di mente da non avere la capacità d’intendere e volere. Poi aggiungono che, prosciogliendosi il Docimo per infermità psichica, devesi disporre il di lui ricovero in un manicomio giudiziario e la durata di esso non potrebbe essere inferiore ad anni dieci giacché l’imputato fu rinviato a giudizio per rispondere del reato di omicidio premeditato.

Quando la relazione degli alienisti arriva alla Corte d’Assise di Cosenza, viene deciso che si ritiene giusto escludere l’aggravante della premeditazione perché consistendo tale aggravante nel proponimento di delinquere accompagnato da riflessione, è manifestamente incompatibile con le condizioni d’infermità di mente in cui Docimo versava precedentemente e nel momento della consumazione del reato.

Eliminata la premeditazione, la durata minima del ricovero di Umberto Docimo in un manicomio giudiziario viene fissata in 5 anni, giacché l’omicidio volontario è punito con la reclusione da 21 a 24 anni.

È il 10 gennaio 1935. [1]

Verrebbe da chiedersi se l’omicidio commesso da una persona incapace di intendere e volere può essere considerato volontario.


[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.

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