FAMMI SUONARE

È la sera del primo novembre 1895. In contrada Valle di Mela del comune di Colosimi, tre uomini, dopo una dura giornata di lavoro, si stanno divertendo a suonare un organetto e a bere un bicchiere di vino all’interno della capanna nella quale dormono.

La musica allegra inonda la campagna ed attira l’attenzione del diciannovenne Filippo Falvo il quale si avvicina ed entra nella capanna. I tre, Antonio Scalzo, Francesco Talarico e Cesare Gualtieri, notano subito che il giovanotto è alquanto alterato dal vino, ma lo accolgono lo stesso di buon grado.

– Fammi suonare! – dice Falvo a Gualtieri che lo guarda e gli fa cenno di no con la testa – Fammi suonare perlamadonna! – insiste con modi bruschi

– È meglio se te ne vai, sei ubriaco e dai fastidio – gli dice Antonio Scalzo

– Cornuti! Pezzi di merda! Fatevi avanti ad uno ad uno che vi rompo il culo!

Proprio in questo istante entra nella capanna un amico di Falvo, il diciassettenne Vincenzo Gigliotti e allora Falvo caccia di tasca una rivoltella e la porge all’amico dicendogli

Spara e guardami le spalle!

Poi afferra un pezzo di legno e comincia a tirare bastonate a destra e a manca, ma i tre gli sono addosso con altri bastoni e hanno il sopravvento, colpendolo ripetutamente. Gigliotti, vedendo la mal parata che bastonavano il compagno e che inseguivano pure lui, si dà a precipitosa fuga buttando la rivoltella nella campagna e lasciando l’amico in balia dei tre che continuano a bastonarlo e calpestarlo.

A questa brutta scena che si svolge nel buio della sera, assistono due bambini che cominciano, terrorizzati, ad urlare a squarciagola, attirando l’attenzione di contadini e pastori che dormono in capanne più o meno vicine.

Falvo è a terra con la testa rotta. Lo soccorre, tra gli altri, Vincenzo Leo, un amico di famiglia, il quale lo osserva attentamente per vedere che tipo di ferite abbia ma, tranne un poco di sangue che caccia dalla bocca, non nota nulla di strano

– Filì… rispondimi, dove ti fa male? – gli chiede, approfittando del fatto che il ragazzo ha aperto gli occhi.

Filippo non parla, ma gli fa capire a gesti che gli duole il collo e che non riesce a parlare. Leo lo aiuta a rialzarsi e, aiutato da altre persone, lo porta a casa sua, dove lo fa stendere su di un letto. Poi pensa bene di andare ad avvisare i familiari del ragazzo e si avvia

Vincenzo… Vincenzo, vedi quello che fai… – gli dice Antonio Scalzo, uno degli aggressori di Filippo, parandoglisi davanti all’improvviso

Se la cosa è buona non posso farla cattiva e se è cattiva non posso farla buona – gli risponde, continuando il suo cammino.

Quando Leo e il padre di Filippo vedono il ragazzo, entrambi pensano che si tratti solo di una sbornia e che tutto passerà con una bella dormita

Levati e andiamocene – gli dice il padre, ma Filippo si gira su un fianco e nemmeno risponde

– Lascialo dormire, domani mattina lo riporto io a casa – suggerisce Leo. E così fanno.

Tre ore prima di far giorno, però, i due uomini lo adagiano con cuscini su di un asinello e lo riportano a casa, senza che Filippo dia segni di essersi ripreso. E non si riprenderà perché muore poco dopo essere stato messo a letto.

Il mattino successivo, alle 5,30 i Carabinieri di Colosimi, guidati dal Brigadiere Giuseppe Podestà arrivano sul posto e cominciano le indagini proprio nel momento in cui si sparge la notizia della morte di Filippo Falvo, dovuta alle gravi lesioni riportate nella regione temporale sinistra e sulla regione cervicale.

È il caso di sentire la versione di Vincenzo Gigliotti, l’amico di Filippo Falvo

– Eravamo stati a Serra di Piro a divertirci io, Benedetto Gigliotti e Filippo Falvo. Al ritorno, Filippo era proprio ubbriaco e cadde in un corso d’acqua. Io e Benedetto gli togliemmo dalla borsa il revolver malandato che Filippo aveva già scaricato in precedenza e io lo detenevo. Giunti che fummo a Trearie, Filippo, che mal si sorreggeva sulle gambe, disse che si fotteva delle puttane di Trearie. Poi sentì suonare un organetto e si avviò al pagliaio che colà vi è. Io e Benedetto Gigliotti seguitammo a camminare però, fatti duecento passi circa, ci fermammo sembrandoci cosa disdicevole lasciare Filippo solo mentre era ubbriaco. Dal pagliaio sentimmo una persona che disse: “Vattene altrimenti ti ammazziamo”. Io detti per cosa dabbene andare a vedere cosa avveniva e mi avviai verso il pagliaio. Sulla strada incontrai Filippo il quale cercava la rivoltella che io gli avevo tolta e mi domandò se io ce l’avevo. Io gli risposi “tu l’hai discaricata…” e lui mi disse: “restati là” e si avviò di nuovo verso il pagliaio. Io credetti mio dovere di dire a voce alta: “Ragazzi, lasciatelo stare perché è ubbriaco!”. Filippo pigliò a terra un bastone e vibrò un colpo prima sulla pagliaia, poi un altro a Cesare Gualtieri ed un altro ad Antonio Scalzo, colpi che non erano vibrati con forza. Scalzo pigliò da terra un bastone più nodoso di quello che aveva Filippo e gli diè un colpo sulla testa, facendolo cadere per terra. Fu allora che fuggii temendo che fossi stato percosso anch’io

Dei tre aggressori non c’è traccia, poi qualcuno sussurra al Brigadiere che potrebbero essere nascosti in casa di tale Raffaele Leo nella frazione Mascari di Colosimi e all’alba del 4 novembre, in seguito ad appiattamento fatto attorno all’abitazione indicata, li vedono uscire e li arrestano.

– La sera del primo novembre – comincia a raccontare Antonio Scalzo – io, mio cognato Francesco Talarico e Cesare Gualtieri ci divertivamo a suonare con un organetto. Scavalcando una muraglia, colui il quale poi ne è restato morto si fece vicino al pagliaio e disse a Gualtieri di dargli l’organetto. Alla risposta negativa, l’individuo disse che si era recato ove noi per fare a palate. I miei compagni, che lo conoscevano, lo esortarono a starsene quieto ed a non rissarsi. Intanto, lo stesso diede una rivoltella ad un suo compagno e disse a costui: “Guardami le spalle”. L’altro disse: “Non aggredite il mio compagno, in caso contrario vi fo uscire le palle dalle costole”. L’individuo che è morto con un bastone incominciò a vibrare colpi, uno dei quali colpì alla tempia Cesare Gualtieri. Mi venne fatto di togliergli il bastone e con esso ne diedi da lasciarlo a terra

– Pare che gli abbiate detto di andarsene e dopo caduto a terra lo avete anche calpestato

Non è punto vero che io e i miei compagni avessimo detto all’individuo “Vattene, in caso opposto ti ammazzeremo” e non è vero che, caduto a terra, lo pestammo con i piedi

Disse che era venuto per pigliarci a palate e ci sfidò ad uno per uno a farci innanzi – racconta Francesco Talarico –. Poi Cesare gli disse: “Filippo, ora ce ne andiamo assieme a Trearie suonando suonando”. Io, alla mia volta, cercai di calmarlo, ma lui sempre ci minacciava. Allorché sopraggiunse un suo compagnello non si poté tenere più. Falvo gli consegnò una rivoltella e gli disse: “Guardami le spalle”. Quello impugnò la rivoltella e minacciò noi altri di farci uscire le palle dalle spalle. Io dissi ad entrambi che se ne fossero andati e ci avessero lasciati in pace. Falvo prese un bastone e colpì Cesare Gualtieri alla testa e poi si rivolse contro mio cognato Antonio Scalzo che riuscì a levargli il bastone e a colpirlo di modo che Falvo cadde a terra e poi mio cognato lo pestò col piede. Dopo che Falvo cadde a terra, l’amico se ne fuggì e noi lo inseguimmo per arrestarlo

Mi colpì col bastone alla tempia destra; io non fui fortemente danneggiato, però per il dolore caddi a terra e non vidi quello che avvenne intorno a me – dichiara Cesare Gualtieri

Poi ci sono le persone accorse sul posto appena sentite le grida dei bambini testimoni del fatto e le cose, soprattutto per Antonio Scalzo, cominciano a farsi serie

Vidi coi miei propri occhi che il pastore Antonio Scalzo vibrò un colpo di bastone alla testa di Filippo Falvo e quest’ultimo disse: “L’anno scorso ho fatto la chiacchiera ed oggi voglio far la festa…”. Poi ho visto Scalzo che lo calpestava coi piedi alla testa – racconta Giuseppina Mirabelli –. Io, incinta, cercai di allontanarlo mentre Scalzo diceva: “Ancora sei vivo! Sei venuto nel mio fondo per ammazzarmi… è meglio veder morire e non essere ammazzato!”. Però non devo omettere di dire che vidi quando Falvo vibrò un colpo di bastone sulla mano ad Antonio Scalzo

Domandai a Scalzo cosa era successo e mi rispose che era andato Filippo Falvo a maltrattarlo per cui uscì e, gittatolo a terra, lo calpestò, confessandomi che è meglio veder morire anziché morire – dice Bernardo Mirabelli

Antonio Scalzo mi disse che Falvo con un bastone gli avea dato un colpo sulle dita della mano e che lui lo avea aggredito e gli avea calpestato la faccia – ricorda Giovanni Cerchiara

Vidi a terra Falvo e Scalzo che con i piedi gli pestava la testa e, tutto irato, diceva: “Ancora sei vivo?”. Talarico con le braccia aperte diceva: “È venuto ad ammazzarci…”. Non potei fare a meno di dire: “Voi l’avete ammazzato e dite che era venuto ad ammazzarvi?” – racconta Maria Mirabelli

Le cose sembrano chiare e così il 28 gennaio 1896 la Camera di Consiglio del Tribunale di Cosenza chiede il rinvio a giudizio di Antonio Scalzo con l’accusa di omicidio volontario e dispone il proscioglimento degli altri due accusati per non aver commesso il fatto. La richiesta è accolta e il dibattimento viene fissato per venerdì 17 aprile 1896 presso la Corte d’Assise di Cosenza.

Il giorno dopo la Giuria emette il verdetto: Antonio Scalzo è colpevole, ma gli va concessa l’attenuante di avere commesso il fatto nell’impeto d’ira determinato da ingiusta, grave provocazione. Fatti i conti, sono 8 anni e 4 mesi di reclusione, più pene accessorie.

La difesa di Scalzo annuncia ricorso per Cassazione, ma il 28 aprile successivo il cancelliere della Corte d’Assise attesta che l’imputato Scalzo Antonio non ha curato presentare nel termine di legge i motivi riferibili al suo ricorso avverso la sentenza di questa Corte del 18 aprile andante mese, per cui il 12 luglio 1896, la sentenza viene dichiarata esecutiva.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

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