IL PENTITO DELLA “SCORDATA”

Nel 1933 avvennero nel Comune di Platì diversi reati contro la proprietà, alcuni dei quali commessi da più persone riunite e, siccome non se ne poterono scoprire gli autori malgrado l’attività all’uopo spiegata dalla Polizia Giudiziaria, la popolazione ne rimase allarmata. Si sparse poi la voce che si fosse, in quel comune, costituita – o stava per costituirsi – un’associazione a delinquere denominata “La Scordata”. E si diceva anche che tra gli affiliati ci fossero anche il diciassettenne Antonio Calabria, il ventenne Giuseppe Catanzariti, il diciottenne Saverio Strangio, il ventenne Francesco Violi, il ventunenne Francesco Trimboli e Francesco Aspromonte. Quest’ultimo era entrato a far parte della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale ma, dopo breve periodo, ne era stato espulso mentre nei riguardi dell’associazione aveva serbato condotta equivoca giacché, in primo tempo, aderendo ai desideri dei maggiori esponenti della “Scordata”, aveva dichiarato di volere anch’egli farne parte ed in seguito, impressionato dalla gravità dei delitti da commettere, aveva revocato il suo consenso facendo intendere di voler rimanere libero da ogni impegno.

Ovviamente questa condotta non era gradita agli altri affiliati, specialmente perché si sparse la voce che, alla prima occasione, egli avrebbe parlato, denunziando gli autori dei reati sino allora avvenuti e dei quali aveva avuto conoscenza per via dell’intimità in cui si era trovato con gli associati.

È l’imbrunire del 12 ottobre 1933, a Platì è il giorno della festa della Madonna del Rosario e tra poco tutta la popolazione assisterà allo spettacolo dei fuochi d’artificio. Giuseppe Catanzariti gira per le strade del paese chiedendo di Francesco Aspromonte. Forse è con sua figlia nella bottega di Domenico Sergi, gli dice qualcuno.

Catanzariti ci va ed entra

– Avete visto Ciccio Aspromonte? – chiede al proprietario e, prima che questi abbia il tempo di aprire bocca, dal retrobottega esce Aspromonte che tiene per mano la sua bambina

– Mi cercavi? Cosa vuoi?

– Ti debbo parlare… usciamo

– Puoi parlarmi qui, che vuoi? Non vedi che sono con mia figlia?

– Ciccio, ti debbo parlare da solo a solo. Fai andare la bambina a casa e vieni con me – il tono non ammette repliche e Ciccio Aspromonte fa segno alla bambina di tornare a casa, mentre lui esce con Catanzariti e i due si avviano verso Figurella, a 100 metri circa fuori l’abitato di Platì. Ormai è buio pesto.

Arrivati a Figurella i due trovano ad aspettarli Antonio Calabria e si mettono a parlare ma, dopo qualche minuto, improvvisamente, Ciccio Aspromonte viene messo in mezzo e aggredito. Calabria gli assesta dapprima vari colpi di bastone con tale violenza che il bastone si spezza, quindi mette mano al coltello e gli si avventa contro. Ciccio Aspromonte cerca di parare i colpi con il braccio che viene trafitto. A questo punto interviene anche Catanzariti  che comincia a colpirlo con il suo coltello.

Ciccio Aspromonte cade a terra rantolando, poi sviene. Gli aggressori lo credono morto e si allontanano tornando in paese proprio mentre il cielo viene illuminato dal primo fuoco d’artificio.

Poco dopo Ciccio rinviene e, tenendosi la mano premuta sulla parte posteriore del fianco destro colpita da una coltellata, dolorante per le bastonate ricevute, si trascina fino in paese e, invece di tornare a casa, va dai Carabinieri

– Sono stati Totò Calabria e Pepè Catanzariti – denuncia, raccontando come sono andati i fatti. Poi aggiunge – vi posso pure dire i nomi degli autori di parecchi furti e della rapina fatta a Pasquale Trimboli… l’hanno fatta Saverio Strangio, Francesco Violi e Francesco Trimboli…

Poi non è più in grado di parlare e morirà la notte successiva a causa della imponente emorragia interna causata dalla coltellata alla regione dorsale destra che, penetrando in cavità, ha perforato la pleura e il polmone.

Ma per i Carabinieri, che intanto si sono messi alla caccia degli assassini e dei sospetti autori della rapina, la rivelazione degli autori di quest’ultimo reato, avvenuto il primo agosto 1933, è una manna dal cielo perché in un primo tempo era stata attribuita a tale Francesco Vilardi il quale, arrestato e sottoposto a procedimento penale, fu prosciolto in sede istruttoria per insufficienza di prove, in seguito alla ritrattazione fatta dalla vittima che in un primo tempo aveva dichiarato di avere riconosciuto Vilardi.

Per primi vengono rintracciati ed arrestati Calabria e Catanzariti i quali, interrogati, si difendono

– La sera del 12 ottobre tornavo dal mio fondo in località Pullorino e ho incontrato i miei amici Catanzariti e Aspromonte. Mi sono fermato per chiedere a Ciccio Aspromonte il pagamento del prezzo di due tomoli di grano che gli avevo venduto, ma sono stato non solo accolto scortesemente da lui, sibbene aggredito con un coltello, di tal che, per difendere la mia esistenza, ho dovuto ferirlo

– Hai dovuto ferirlo una volta? Due volte?

– Una volta…

– In verità le ferite sono due…

– Non so… io l’ho colpito una volta sola…

– E l’altra?

– Forse l’altra gliel’ha data Catanzariti, ma sono convinto di averlo colpito solo io

– Catanzariti quindi ti ha aiutato

– Gli ha dato due colpi di nerbo o bastone

– Quanto ti doveva dare Aspromonte per il grano?

Totò Calabria farfuglia qualcosa ma non sa indicare alcuna cifra. In più c’è l’evidente contraddizione riguardo alle ferite da coltello e, secondo gli inquirenti, ci sono altre cose che non quadrano nella sua versione. Per esempio, se anche la richiesta di pagamento fosse avvenuta e l’altro avesse risposto negativamente (sia pure in modo scortese), Calabria (nell’ipotesi che fosse stato animato da intenzioni pacifiche) avrebbe avuto motivo soltanto di continuare nel suo cammino e giungere al più presto a casa perché di li a poco avrebbero dovuto accendersi i fuochi pirotecnici, il cui spettacolo allettava tanto la popolazione; e ancora, sarebbe inspiegabile la fatale coincidenza per cui egli si fosse trovato a passare per la strada Figurella proprio nel momento in cui Catanzariti vi conduceva Francesco Aspromonte, al quale doveva essere fatta la domanda di pagamento.

– Io e Ciccio ci siamo incontrati per strada e siamo andati a Figurella per parlare delle riparazioni che Ciccio avrebbe dovuto fare al basto del mio mulo, poi è arrivato Totò Calabria e hanno litigato… io sono intervenuto per dividere e mi ritrovo questo… – dice Catanzariti mostrando una ferita da taglio che va dal padiglione auricolare sinistro fino alla regione mastoidea dello stesso lato.

– Quindi non sei andato a cercarlo e non lo hai colpito col coltello?

– No, ci siamo incontrati per caso ed è stato Calabria a colpirlo

– Strano, perché Calabria dice che gli hai dato due colpi di nerbo o di bastone e una delle due coltellate gliel’hai data tu. Aspromonte ha giurato, prima di morire, che tu lo hai accoltellato… in più parecchi testimoni dicono che te ne andavi in giro per cercare Aspromonte e che poi lo hai trovato nella bottega di Strangio con la figlia

– Non è vero! E io non l’ho colpito né col bastone e né col coltello. Ma poi, siccome Calabria si è assunto la responsabilità del fatto, alle dichiarazioni di Aspromonte non si può attribuire alcuna efficacia di prova… che volete da me?

– Vogliamo che tu a Calabria eravate d’accordo nel voler sopprimere Aspromonte perché minacciava di fare rivelazioni sui reati che voi e i vostri compari della Scordata avevate commesso!

Interrogato nuovamente Calabria, modifica la sua prima dichiarazione

Ammetto di aver potuto assestare ad Aspromonte due colpi di coltello

Poi viene il turno dei sospetti autori della rapina. Francesco Violi e Francesco Trimboli si dichiarano estranei ai fatti, mentre Saverio Strangio firma un verbale nel quale dichiara di essere stato, insieme agli altri due, a compiere la rapina, precisando che l’autore materiale fu Trimboli mentre lui e Violi facevano da palo.

Viene interrogato anche Francesco Vilardi, l’uomo che fu arrestato e prosciolto per la stessa rapina, il quale dichiara

– Strangio mi confesso che lui e i suoi due compagni fecero la rapina. Anzi mi promise di risarcirmi per i danni subiti per la sofferta carcerazione preventiva

Ma Strangio, quando viene interrogato dal Giudice Istruttore, ritratta e dice di non aver mai confessato niente ai Carabinieri e di avere firmato il verbale, di cui non gli venne nemmeno letto il contenuto, perché in istato di coazione fisica.

Il Giudice Istruttore del Tribunale di Palmi non gli crede e il 24 marzo 1934 il rinvia tutti gli imputati a giudizio.

Il 30 luglio 1934 si apre il dibattimento presso la Corte d’Assise di Palmi. Dopo esaminata la posizione di Calabria e Catanzariti ed esclusa con ampie motivazioni la richiesta della difesa di Calabria tesa a considerare l’omicidio come commesso in stato di legittima difesa, fatti nuovi e importanti emergono per quanto riguarda la rapina.

Dalle deposizioni di alcuni testimoni uditi a discarico, risulta che Vilardi, ora emigrato in America, trovandosi in carcere, mandava a dire alla moglie che tacitasse Pasquale Trimboli, il rapinato, e lo inducesse a ritrattare la dichiarazione di riconoscimento, al che Trimboli avrebbe risposto che egli, per far la ritrattazione, pretendeva lire 1.000, ovvero la cessione di un fonducolo. Quindi la bontà della ritrattazione successivamente fatta dalla vittima non è più certa e se è così non può essere nemmeno certa la responsabilità di Strangio e dei suoi compagni, anche perché la Corte, ragionando sulla confessione di Strangio, poi ritrattata, osserva che siccome il fatto si svolse istantaneamente, non v’era bisogno di affidare a due degli imputati l’incarico di vigilare, né v’era tempo di preparare, in quella guisa, l’esecuzione del reato.

Quindi non resta che emettere la sentenza: Antonio Calabria e Giuseppe Catanzariti, responsabili di omicidio volontario il primo e di concorso in omicidio il secondo, vengono rispettivamente condannati a 14 anni di reclusione (con la diminuente di un terzo della pena per l’età minore degli anni 18) e a 21 anni di reclusione, più pene accessorie.

Saverio Strangio, Francesco Violi e Francesco Trimboli vengono assolti per non aver commesso il fatto.

La Suprema Corte di Cassazione, il 16 gennaio 1935, rigetta il ricorso dei due imputati.[1]


[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Palmi.

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