UNA SCIARPA ANNODATA AL COLLO

Il 14 e 15 dicembre 1930 Giacomo Salomone e suo figlio Orazio si fermano nel castagneto di loro proprietà in contrada Rubano di Cetraro per attendere all’allevamento dei maiali che hanno in un casolare ivi esistente. La mattina del 16, Giacomo si avvia verso casa nella frazione Sant’Angelo e impartisce le istruzioni per la giornata a suo figlio, con l’intesa che il ragazzo dovrà tornare a casa per l’ora di cena perché il tempo sta peggiorando in fretta e potrebbe anche nevicare.

L’ora di cena arriva ma Orazio non è tornato. Sua padre e sua madre lo aspettano fino a tardi senza però preoccuparsi eccessivamente, attribuendo il mancato rientro al tempo, ormai pessimo. Di una cosa però sono preoccupati; nel casolare non ci sono provviste e il ragazzo potrebbe patire la fame. Per ovviare al problema incaricano un ragazzo, che per pochi centesimi si arrischia a partire all’alba mentre ancora infuria il temporale, con un pane da consegnare a Orazio.

Benedetto Cianni impiega più di un’ora per arrivare sul posto, ma di Orazio non c’è traccia. Lo chiama urlando e niente. Lo cerca nel porcile e niente. Forse con il freddo della notte si è sentito male ed è svenuto nel casolare. La porta è chiusa a chiave, allora Benedetto forza la serratura ed entra. Nessuno. Pensa che l’unica cosa che gli resti da fare sia tornare a casa e avvertire i genitori

– Non c’è! l’ho cercato dappertutto, ho pure scassinato la serratura e sono entrato nel casolare… non c’è!

Adesso si che c’è da preoccuparsi! Radunati in fretta parenti ed amici, i familiari iniziano le ricerche che, quel giorno, risultano infruttuose.

È il pomeriggio del 18 dicembre, Carmine Servidio e Ludovico Sandonato, migliorato il tempo, stanno scendendo dalla montagna quando, in contrada Molè, nel fondo di un piccolo burrone al di sotto della mulattiera che stanno percorrendo, scorgono una figura umana stesa per terra: è Orazio Salomone, morto!

Immediatamente vengono avvertiti i Carabinieri ed il Pretore di Cetraro i quali verbalizzano che il cadavere giace a terra quasi supino, alquanto ripiegato sul fianco destro, completamente vestito e con una sciarpa di cotone stretta al collo con due nodi, uno scorsoio e l’altro a nocca. Nelle immediate vicinanze vi è un ombrello da contadino e a tredici passi di distanza, su un rialzo del terreno, una mantellina grigio-verde accuratamente ripiegata; oggetti, questi, di pertinenza del morto.

Prima di cercare di accertare le cause della morte del povero Orazio, gli inquirenti si pongono una domanda che, al momento, resta senza risposta: cosa era venuto a fare il ragazzo in questo posto distante dal casolare ben due ore di cammino?

Quando arriva il medico legale si può procedere alla ricognizione del cadavere, che presenta un solco con due depressioni sulla regione anteriore del collo e proprio in corrispondenza dei nodi della sciarpa; la depressione maggiormente marcata è quella corrispondente alla regione carotidea di sinistra e prodotta dal nodo a nocca; quattro lesioni di continuo sulla regione anteriore del braccio destro, a margini netti e divaricati ; simile lesione sul margine destro del gran pettorale all’unione del terzo medio col terzo superiore; altra lesione lunga circa due centimetri con gli stessi caratteri delle precedenti, in corrispondenza della regione epatica con fuoriuscita di epiplon. Morte quasi immediata in seguito ad imponente emorragia interna determinata dalla perforazione del fegato e del duodeno. Tutte le lesioni, ad eccezione delle due depressioni al collo, sono state prodotte ante-mortem con arma a punta bi tagliente (pugnale). Siccome, nonostante la pioggia, sul luogo dove giace il cadavere non ci sono abbondanti tracce di sangue, il delitto è stato commesso in luogo diverso ed a poca distanza, quasi certamente da due persone, delle quali una ha trattenuto la vittima dalla parte anteriore e l’altra ha vibrato i colpi dalla parte posteriore, tirando poi il corpo per la sciarpa annodata al collo e quindi buttandolo giù nel burrone. L’autopsia accerterà che effettivamente non ci sono segni di strangolamento e quindi l’ipotesi iniziale viene confermata.

Ma chi aveva interesse ad uccidere Orazio, un giovanotto che non aveva nemici, che non amoreggiava, né aveva relazioni con donne?

Nei primi giorni l’omicidio resta avvolto nel mistero, ma poi i Carabinieri vengono a sapere che qualche mese prima del delitto, i maiali dei Salomone erano penetrati nel limitrofo castagneto dei germani Vincenzo ed Antonio Servidio, i quali avevano richiesto la somma di lire cento per i danni subiti, somma che Giacomo Salomone aveva ritenuto eccessiva e si era rifiutato di pagare. Da qui a sospettare che i fratelli Servidio nutrissero odio contro i Salomone e che per vendicarsi hanno ucciso il giovane Orazio, il passo è breve e il 21 dicembre i due finiscono dietro le sbarre con la terribile accusa di omicidio premeditato.

Le indagini proseguono per qualche mese ancora e sorgono molti dubbi sulla reale responsabilità di Antonio Servidio, che viene scarcerato, restando tuttavia indagato. Alla fine di ottobre 1931, il Procuratore Generale del re chiede che l’istruttoria sia chiusa con il rinvio a giudizio del solo Vincenzo Servidio, ma il Giudice Istruttore, con ordinanza del 13 dicembre successivo, ritenendo di non avere a sua disposizione il tempo necessario per un’accurata e completa valutazione degli elementi raccolti, proroga le indagini di altri 90 giorni.

È in questi 90 giorni che scoppia la prima bomba.

Verso la fine del mese di gennaio 1932, Florindo Salomone, uno dei fratelli di Orazio, poco monta se casualmente od in seguito ad un sogno fatto da una vecchia vicina di casa, rovistando in una cassetta chiusa lasciata dal fratello ucciso, rinviene tre fogli scritti di pugno di costui: una lettera portante la data del dicembre 1930, senza indicazione del giorno e senza indirizzo, ma che era certamente diretta alla sua parente Pasqualina Occhiuzzi; un’altra lettera portante la data dello stesso mese ed anno, egualmente senza indicazione del giorno, indirizzata al marito di costei Occhiuzzi; un foglio datato 6 dicembre 1930, contenente un giuramento fatto da Orazio Salomone sulle ossa della madre defunta.

In cosa consisterebbe la bomba? Presto detto: dal contenuto di tali scritti risulta in modo certo che essa Occhiuzzi aveva relazioni illecite con tal Ciro Palermo e che di tale tresca Orazio era a conoscenza per avere visto in una notte molto tardi il Palermo penetrare nella casa della donna ed uscirne la mattina molto presto. Risulta chiaramente anche che Orazio voleva sfruttare la conoscenza di tale segreto per ottenere anch’egli i favori di Pasqualina Occhiuzzi e che, essendo state le sue richieste respinte con parole offensive, Orazio aveva fatto solenne giuramento di vendicarsi rendendo di pubblica ragione la tresca adulterina ed informandone il marito di Pasqualina emigrato in America.

Se non è una bomba questa!

Di fronte a questo fatto nuovo, il Giudice Istruttore, contro il parere del Procuratore Generale, chiude l’istruttoria e proscioglie i fratelli Servidio. Chiude l’istruttoria? Proprio adesso che è emersa una nuova e decisiva pista investigativa? Si, è proprio così e, nonostante le pressioni della famiglia Salomone per continuare le indagini, il fascicolo viene archiviato.

È il 29 maggio 1933 quando scoppia la seconda bomba.

Ufficio del Procuratore del re di Cosenza. Una donna in avanzato stato di gravidanza chiede di essere ricevuta dal Magistrato, dice di avere importanti rivelazioni da fare su di un omicidio, ma che riferirà tutto solo al signor Procuratore. Dopo un po’ di anticamera, la donna viene fatta entrare e, invitata a qualificarsi, a riferire ciò che ha da dire

– Mi chiamo Occhiuzzi Pasqualina, sono di Cetraro e ho ventisei anni. Sono venuta per confessare di essere l’autrice dell’omicidio di Orazio Salomone avvenuto il 16 dicembre 1930. Ecco come andarono i fatti: Orazio si era messo in testa di possedermi ad ogni costo e all’uopo un giorno, mentre attingevo l’acqua alla fontana, mi consegnò una lettera in cui erano contenute espressioni d’amore ed anche di minaccia se non avessi acconsentito a dargli un appuntamento. Io non risposi alla lettera nella speranza che i bollori giovanili di Orazio si calmassero, ma lui continuò imperterrito e non mi dava un momento di pace. Si aggirava continuamente nei pressi della mia casa spiandomi e pedinandomi quando uscivo. Stanca di quella spietata persecuzione, decisi di avere un abboccamento con lui per persuaderlo a lasciarmi in pace, così il 16 dicembre, accompagnata dal mio amico Ciro Palermo, al quale avevo confidato le mie pene, nell’ora in cui i contadini sono soliti tornare dalla campagna mi incamminai per la strada che Orazio doveva percorrere per tornare a casa. Ad un certo momento, avendolo visto spuntare da lontano, feci nascondere Ciro dietro alcuni cespugli e lo affrontai. “È inutile mi vai cercando perché io non sono donna per te!” gli dissi. Lui rinnovò la minaccia che mi sarei pentita se non mi fossi concessa a lui e mi afferrò violentemente, forse per percuotermi o per congiungersi con me. Allora io mi opposi afferrandolo per la sciarpa che aveva al collo, tirandola con tutte le mie forza. Orazio estrasse di tasca un coltello o un pugnale, di cui però non riuscì a fare uso perché io lo disarmai con una certa facilità in quanto la stretta della sciarpa al collo lo aveva alquanto indebolito e con quella stessa arma lo ferii ripetutamente fino a che non lo vidi cadere a terra. Durante la colluttazione gridai e Ciro Palermo mi disse: “Se non ti lascia in pace, ammazzalo!”… poi mi ha aiutata a trascinare il cadavere nel burrone

Tutto sommato potrebbe essere plausibile, anche perché il Procuratore non ricorda bene il fatto, essendo passato molto tempo dal fatto. In attesa di far riesumare il fascicolo sepolto sotto la polvere dell’archivio, il Magistrato è incuriosito dalla gravidanza di Pasqualina. Indicandole il pancione le chiede:

– Il padre?

– Ciro Palermo… ma i rapporti carnali sono avvenuti solo dopo il delitto!

Ovviamente Pasqualina viene arrestata seduta stante. Il suo amante viene preso il giorno dopo a Cetraro e, interrogato, conferma tutto parola per parola. Poi aggiunge

Pasqualina, nell’affrontare Orazio gli disse: “Ormai tu sai tutto, adesso viene mio marito… non mi accusare… non svelare il segreto della mia infedeltà…” – la frittata è fatta.

– Il marito della Occhiuzzi tornò quando?

– I primi di dicembre arrivò il telegramma che annunciava il ritorno… in paese arrivò il 21 dicembre…

Ecco l’urgenza di arrivare ad una soluzione al problema il prima possibile, con le buone o con le cattive.

Pasqualina, intanto, verso la fine di giugno partorisce in carcere.

Per arrivare alla sentenza di rinvio a giudizio dei due amanti assassini bisognerà aspettare il 27 marzo 1934: correità nel delitto di omicidio in persona di Salomone Orazio con l’aggravante della premeditazione.

Il dibattimento si tiene il 17 ottobre successivo e scoppia la terza bomba.

Ciro Palermo ritratta. Adesso nega di aver mai detto a Pasqualina: “Se non ti lascia in pace, ammazzalo!”; nega di avere aiutato la sua amante a trascinare il cadavere nel burrone e nega anche di aver mai sentito Pasqualina pregare Orazio di non rivelare al marito il segreto della sua infedeltà.

Di fronte alla ritrattazione di Ciro, Pasqualina è costretta ad ammettere di avere mentito e adesso esclude qualsiasi partecipazione al delitto da parte di Ciro Palermo.

A questo punto la Corte osserva che la versione della donna non è seria perché non trova riscontro né negli atti del processo, né negli elementi raccolti nel pubblico dibattimento e non può, perciò, essere presa in considerazione e ne spiega il perché: innanzi tutto non appare possibile che una donna di scarse risorse fisiche, come è l’Occhiuzzi, abbia affrontato da sola un giovane diciottenne molto robusto, già dichiarato idoneo a prestare servizio nell’Arma dei Carabinieri, lo abbia afferrato per la sciarpa che aveva al collo, disarmato di un pugnale e ferito ripetutamente. E la stranezza e insincerità del racconto appare ancor più evidente se per poco non si consideri che per avere un abboccamento, la Occhiuzzi abbia scelto una giornata in cui la pioggia ed il nevischio si scatenavano furiosamente. Comunque, se vere le persecuzioni a lei fatte da Orazio per possederla, è lecito pensare che non un abboccamento pacifico, ma ben altro occorrerebbe per indurre un giovane a desistere da ogni proposito malsano e lasciarla una buona volta in pace. Né si può dire che si tratta di una confessione di responsabilità e devesi accettarla così come viene fatta perché, a parte che l’attendibilità di tale confessione è stata scossa dalla ritrattazione fatta in udienza in ordine alle responsabilità del Palermo, essa appare manifestamente menzognera ed artificiosa in quanto ha messo in essere circostanze tali da far escludere, o per lo meno attenuare, anche la sua responsabilità. Poi il colpo di scena: in altri termini, ha confessato per salvare il vero esecutore del delitto, Ciro Palermo, ed anche se stessa. La inoltrata gravidanza che invano ella aveva cercato di occultare e di far scomparire abortendo, avrebbe costituito la prova apodittica sul vero autore della uccisione di Orazio Salomone, nella persona del suo amante.

Secondo la Corte i fatti si svolsero in questo modo: tutti a Sant’Angelo sospettavano della tresca tra Pasqualina e Ciro e che questi e la moglie, anche essa consapevole e consenziente, sfruttassero tale relazione beneficiandosi del denaro che il marito di Pasqualina mandava dall’America. Orazio Salomone ebbe la certezza della tresca quando sorprese Ciro entrare di notte in casa della donna e uscirne la mattina seguente prima dell’alba. Il giovane pensò di sfruttare tale segreto chiedendo alla donna che si concedesse anche a lui, ma la pregò di non rivelare a nessuno tale sua proposta. La Occhiuzzi rivelò tutto al suo amante e respinse la proposta con parole ingiuriose, mentre il Palermo, in un giorno non precisato, invitato con un pretesto l’Orazio in contrada Croce, a mano armata di rivoltella gl’impose di lasciare in pace l’Occhiuzzi e di non occuparsi dei rapporti che intercedevano tra lui e costei. Il giovane Salomone, rimasto offeso dell’ingiurioso rifiuto e delle minacce fattegli dal Palermo, formulò il giuramento contenuto nello scritto ed il proposito di quel giuramento comunicò alla Occhiuzzi. Tale proposito destò preoccupazione nei due adulteri, preoccupazioni che divennero assillanti quando arrivò il telegramma che annunziava il ritorno del marito. Occorreva perciò risolvere la questione al più presto ed allora fu che il Palermo, ex Carabiniere, pensò che non vi era che un’unica via di scampo: la soppressione del Salomone. La Occhiuzzi non poteva essere estranea al proposito delittuoso perché comune a lei era la ragione del delitto. E così, nel tardo pomeriggio del 16 dicembre il Palermo, armato di pugnale ed in compagnia di altra persona rimasta ignota, si avviò per la via che mena alla contrada Robano, donde sapeva che il Salomone doveva tornare, ed incontratolo in contrada Mole lo affrontò e, mentre l’ignoto suo compagno lo tratteneva dalla parte anteriore, egli lo pugnalò alle spalle, trascinando poscia il cadavere nel burrone.

Sembrerebbe una ricostruzione, anche questa, fantasiosa, ma la Corte si basa sulla testimonianza, tenuta nascosta fino all’ultimo momento,  di tale Mario Tripicchio il quale sostiene che una quindicina di giorni prima del delitto, la moglie di Ciro Palermo gli confidò che Orazio dava fastidio a Pasqualina  e che se non l’avesse smessa, la cosa sarebbe finita male per qualcuno e forse anch’essa ci si sarebbe compromessa. Tripicchio racconta anche che la sera del delitto la moglie di Ciro gli aveva raccomandato di non far parola del discorso tenuto circa quindici giorni prima ed alle sue insistenze gli aveva confidato che autore dell’omicidio era stato proprio suo marito. Rivela ancora, sempre per confidenza della moglie di Palermo, che Ciro, tornato a casa dopo aver commesso il delitto, mandò a chiamare Pasqualina e la mise al corrente di tutto. Essendosi costei messa a piangere, l’altro esclamò: “Come, fai tanto la coraggiosa ed ora piangi?”.

Resta un mistero il perché abbia impiegato 4 anni a raccontare quello che sapeva e tutto ciò non fa che alimentare dubbi e sospetti che la testimonianza sia stata costruita apposta per vecchi rancori personali tra Tripicchio e Palermo, dovuti alle avance che il teste fece alla moglie di Ciro, ma dal confronto in aula tra i due viene fuori che la questione era stata appianata e i due si erano perfino abbracciati e baciati.

Delineata la posizione di Ciro Palermo, quella di Pasqualina potrebbe cambiare radicalmente: fu la mandante o una complice? La Corte non ha elementi per chiarire il dubbio e nel dubbio ritiene doveroso e corretto seguire l’ipotesi più favorevole all’imputata. Pasqualina, sostiene la Corte, con la sua tardiva e ponderata confessione vorrebbe apparire come un’eroina, costretta ad uccidere per salvare il suo onore già compromesso e la propria incolumità personale, invece dimostra che al delitto non fu estranea e che, per lo meno, eccitò e rafforzò il proposito del Palermo.

I due imputati sono entrambi responsabili e agirono unicamente per impedire che Orazio parlasse, ma non ci sono elementi per confermare ai due la contestata aggravante della premeditazione, così come non ci sono i presupposti per concedere l’attenuante della provocazione. La Corte ritiene di poter concedere solo le attenuanti generiche e quindi condanna Ciro Palermo per il reato di omicidio alla pena di anni venti e mesi due di reclusione, dichiarando condonati anni sette. Condanna Pasqualina Occhiuzzi per il reato di concorso in omicidio alla pena di anni dieci di reclusione, di cui dichiara condonati anni cinque.

La Corte di Cassazione, l’8 aprile 1935, rigetta i ricorsi degli imputati, rettificando però le pene loro inflitte, nel senso che il Palermo dovrà espiare anni diciassette e mesi otto di reclusione, di cui anni sette condonati, e la Occhiuzzi dovrà espiare anni otto e mesi nove di reclusione, di cui condonati anni cinque.[1]

Il terzo complice resta sconosciuto.


[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.

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