SCOSTATI CHE DEBBO AMMAZZARLO

L’urlo della giovinetta quando l’uomo le si para davanti all’improvviso non può essere sentito da nessuno perché i due sono in un luogo isolato, contrada Spasetto di Orsomarso. È il 22 maggio 1933 e il sole sta tramontando.

Le intenzioni del ventiquattrenne Paolo Parlato sono chiare, ma lui vuol fare il galante

– Ti devo possedere!

– No, non voglio… ti prego, lasciami andare… – lo implora Genoveffa Russo

– Ti devo possedere. Accetta con le buone… – insiste

– No… non voglio! – urla disperata mentre tenta una impossibile fuga. Troppa differenza fisica tra i due.

Paolo afferra la ragazza per la vita, la butta a terra con violenza, le mette un ginocchio sul petto per non farla muovere, poi toglie dalla tasca una rivoltella e la punta sul collo di Genoveffa

– Spogliati!

– Non… non voglio… – il cane della rivoltella si solleva minacciosamente e Genoveffa è costretta a cedere – non farmi male… ti prego…

Sfogate la sue voglie, Paolo punta di nuovo la rivoltella contro la ragazza e le intima di non fare parola dell’accaduto altrimenti l’ammazzerà.

Infatti nei primi tempi il fatto passa sotto silenzio, poi, forse perché Paolo si vanta della cosa, la notizia comincia a divulgarsi, fino a venire a conoscenza della madre di Genoveffa, che va a parlare immediatamente con Paolo per indurlo a riparare il fallo commesso, ma sia il giovane che i suoi genitori oppongono un reciso rifiuto.

In realtà anche Domenico Russo, il padre di Genoveffa, è contrario al matrimonio, ignaro dello stupro. Ma quando sua moglie gli racconta tutto, pretende che il matrimonio si celebri al più presto. Facile a dirsi. Paolo Parlato da questo orecchio sembra non sentirci e continua a mostrarsi contrario al matrimonio riparatore, ma è solo una tattica per trarre il maggior vantaggio possibile dalla necessità dei genitori di Genoveffa di darle un marito per non vederla zitella a vita. Una casetta con annesso orto, un altro appezzamento di terreno, un discreto corredo e tutti i mobili della casa. È questo il prezzo di Paolo e il 7 gennaio 1934 vengono celebrate, col solo rito civile, le tanto sospirate nozze.

Nei primi due o tre giorni gli sposini coabitano nella casetta avuta in dote da Genoveffa, poi Paolo pretende che sua moglie vada ad abitare in casa dei suoi genitori, ove porta una coperta imbottita e un vaso da notte, manifestando il proposito di vendere la casa della moglie per aprire, col ricavato, un negozio a Scalea.

Genoveffa resiste in casa dei suoceri solo uno o due giorni, poi torna nella sua casetta e, siccome il marito non la segue, sua madre va a tenerle compagnia. Ovviamente deve raccontare tutto a suo padre il quale, la mattina del 15 gennaio, va a casa di uno fratello di Paolo, Carmelo Parlato, per pregarlo di andare a chiamare il consuocero ed indurlo nelle vie bonarie a riportare la coperta e il vaso in casa di sua figlia e persuadere con le buone il figlio a tornare a convivere con la moglie, desistendo dal proposito di vendere i beni dotali di costei. Quando, poco dopo, sopraggiunge Santo Parlato e vede il padre di Genoveffa, con il quale i rapporti non sono mai stati buoni, lo aggredisce verbalmente

Vigliacco! Carogna! Hai viziato tua figlia!

– Vigliacco e carogna sei tu che permetti a tuo figlio di vendere la dote della moglie! – gli risponde a tono, con calma e restando sempre avvolto nel suo mantello.

Da una parola all’altra si accende una discussione abbastanza vivace, durante la quale arriva, lupus in fabula, Paolo che si ferma sul limitare della porta, estrae di tasca una pistola automatica e dice a suo padre

Scostati che debbo ammazzarlo!

E un colpo parte davvero. Domenico Russo non dice nemmeno “Ah!”, si inginocchia e poi cade lentamente di lato. I presenti sono increduli, non hanno nemmeno capito bene se Russo sia stato colpito o si stia sentendo male per lo spavento, dal momento che a terra non vedono sangue, ma a Paolo Parlato basta un’occhiata per capire che non servono altri colpi perché ha visto chiaramente la pallottola penetrare nel collo del suocero e sicuramente è riuscito nell’intento di ammazzarlo. Il proiettile, infatti, penetrando dal collo ha cambiato repentinamente direzione perforando un polmone e causando una imponente emorragia con la conseguente, quasi istantanea, morte dello sventurato Domenico Russo.

L’assassino rimette in tasca la pistola, prende sottobraccio suo padre e lo porta via di corsa, lasciando di stucco i presenti.

Tra i primi rilievi che fanno i Carabinieri c’è la perquisizione del cadavere, ancora avvolto nel mantello. L’unica cosa di interessante che gli viene trovata addosso è un coltello da potatore, di quelli con la punta ricurva, inadatto ad azioni offensive. Interrogati i testimoni e avuta l’autorizzazione a rimuovere il corpo, questo viene piantonato nella camera mortuaria del cimitero, dove il giorno seguente sarà eseguita l’autopsia. E qui c’è una sorpresa: nel denudare il cadavere, il perito rinviene sul nudo della natica sinistra un pugnale senza fodero, la cui impugnatura è sospesa alla cintola del pantalone. Molto, troppo strano perché la sera prima quel pugnale addosso alla vittima non c’era.

– Quello è il pugnale di mio figlio! – confessa ingenuamente la madre di Paolo. A questo punto gli inquirenti non possono non ritenere che trattasi di un trucco escogitato dai familiari dell’imputato per cercare di alleggerirne la posizione. Ma non possono provarlo e la difesa gioca tutte le proprie carte sostenendo che Paolo ha sparato per difendersi.

– Si, ho sparato un colpo contro mio suocero, ma solo per difendere la vita di mio padre che era fatto oggetto a colpi di scure da parte di Domenico Russo – dichiara Paolo

Il problema per Paolo Parlato è che nessuno dei testimoni oculari, compresi i suoi familiari, ha mai fatto cenno ad una scure in mano alla vittima, né ad altre armi e il Giudice Istruttore, il 19 aprile 1934, rinvia Paolo Parlato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza, con l’accusa di omicidio volontario.

Il dibattimento si tiene il 5 ottobre 1934 e l’imputato chiede di poter modificare la sua unica dichiarazione fatta agli inquirenti

– Ho detto che mio padre era fatto oggetto a colpi di scure da parte di mio suocero,  ma non è esatto. La verità è che ho visto mio suocero che minacciava mio padre con un corpo che non distinsi

La tesi della legittima difesa faceva acqua all’inizio e continua a fare acqua da tutte le parti anche nel dibattimento. Infatti, scrivono i giudici, deve ammettersi anche il concorso dell’elemento intenzionale è determinato da causali molto semplici: l’aver dovuto sposare Genoveffa Russo contro il suo volere e l’aver dovuto rinunziare, pel mancato consenso da parte dei familiari di costei, specie del padre, al proposito di vendere i beni dotali. Questo porta a respingere le richieste della difesa sia riguardo la concessione del riconoscimento della legittima difesa che quella dell’eccesso colposo di legittima difesa. Domenico Russo, secondo quanto dichiarato da tutti i testimoni presenti al fatto, compresi i familiari dell’imputato, si era recato nella casa di Carmelo Parlato per indurre il consuocero a persuadere il figlio a ritornare nel tetto coniugale, a riportare la coperta e a desistere dal proposito di vendere i beni dotali della moglie. Nessun pericolo quindi correva il vecchio Parlato in quanto è accertato che durante la discussione, per quanto vivace e animata, Domenico Russo non fece nessun atto di violenza o di minaccia, né poteva fare perché non aveva le braccia libere, essendo la sua persona rimasta sempre avvolta nel mantello e tutti hanno affermato che la sua intenzione era quella di comporre la vertenza nelle vie bonarie. Paolo Parlato, quindi, non poteva né esagerare, né errare in buona fede nella valutazione di un pericolo insussistente. La Corte ritiene di non poter concedere l’attenuante di aver sparato a causa dello stato d’ira che, secondo la teoria della difesa, sarebbe stato causato dal rifiuto opposto alla vendita dei beni dotali perché, se anche il rifiuto fosse stato accompagnato da qualche generica minaccia, tale rifiuto è legittimo e non può costituire fatto ingiusto. Ci sarebbe la questione che la morte di Domenico Russo potrebbe configurarsi come omicidio preterintenzionale perché suo genero ha sparato un unico colpo e poi è scappato, quindi si potrebbe pensare che non avesse avuto la volontà di uccidere. la Corte risolve la questione affermando che la volontà omicida si desume chiaramente dalla idoneità dell’arma adoperata, dalla breve distanza da cui il colpo fu esploso (circa due metri), dalla regione vitale presa di mira e colpita ed infine dalla manifestazione del proposito omicida contenuta nelle parole dette dall’imputato al padre, quando sparò: “Scostati che debbo ammazzarlo”. Poco conta che abbia esploso un solo colpo, dal momento che la vittima subito si abbatté sul pavimento: l’intento era stato raggiunto e quindi non era affatto necessario reiterare i colpi.

Intanto la difesa, falliti tutti i piani difensivi, gioca la carta della semi-infermità mentale, forte di qualche testimone che dichiara: “non ha la testa a posto, dice una cosa e ne fa un’altra”. Ma la Corte stronca tutto dicendo che i testimoni devono deporre soltanto su fatti specifici. Allora la difesa afferma che Paolo Parlato fu riformato dal servizio militare per problemi psichiatrici, ma quando è chiamata ad esibire il foglio di congedo non è in grado di produrlo e gli accertamenti d’ufficio riferiscono solo di una generica dichiarazione di esonero. Quindi presenta, all’ultima ora, un certificato medico di parte, ma la Corte non lo prende in considerazione, definendolo “compiacente”: Paolo Parlato è un uomo normale, per quanto violento e senza scrupoli.

Tutto questo ragionare porta la Corte a riconoscere la piena responsabilità dell’imputato riguardo al reato contestatogli e, considerate le modalità del fatto, le causali che lo determinarono, l’entità del danno e le condizioni di vita dell’imputato, ritiene equo condannarlo a 26 anni di reclusione, più pene accessorie, nonché a 5 mesi di arresti per il porto abusivo di arma da fuoco che, comunque rientrano nell’ultima legge di condono.

Il 18 febbraio 1935, la Suprema Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell’imputato.

Per un banale errore materiale nella sentenza non viene trascritta la pena dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici, errore sanato soltanto il 23 marzo 1983 con sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro.[1]


[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.

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