IL MISTERO DI LUNGO CRATI

La mattina del 2 dicembre 1945 a Cosenza fa freddo, ma il freddo si percepisce ancora più pungente sia lungo le sponde del Busento, che lungo quelle del Crati dove l’umidità dei fiumi si ghiaccia sulle strade e sulle bancarelle, imbiancando tutto.

Sono da poco passate le 6,30 quando il quattordicenne Antonio Rizzo esce di casa per andare a prendere il carretto con le stoffe che suo padre vende in una bancarella del mercatino di Lungo Crati. Antonio ogni sera va a conservare le stoffe  a casa di sua nonna, che abita nei pressi del mercatino, per riprenderle il mattino successivo e tutto questo perché i ladri sono molto attivi e altri commercianti sono stati ridotti sul lastrico dai continui furti. Ma il 2 dicembre per Antonio non è un giorno come gli altri, perché suo padre sta partendo per Napoli e gli ha affidato, per la prima volta, la bancarella. Da oggi sarà un vero e proprio commerciate!

Riscaldandosi le mani con l’alito e poi sfregandole una nell’altra arriva davanti al civico 5 di Lungo Crati, dove abita Angela Mauro vedova Rizzo, la sua settantunenne nonna paterna. La porta è socchiusa, forse la donna sta per uscire prima del solito o, forse, Giovanni Arnone, altro commerciante di tessuti, sta prendendo le sue pezze di stoffa, perché anche lui le conserva in casa della donna.

Antonio spinge la porta e la poca luce che penetra nel corridoio gli è sufficiente per mettersi ad urlare, terrorizzato: sua nonna è stesa a terra supina e sembra morta!

Il ragazzo non pensa nemmeno di tentare di soccorrerla, ma gira sui tacchi e si mette a correre verso casa di una zia, Franca Rizzo, che abita in via Oberdan e, con parole smozzicate, interrotte dal respiro affannoso e dal terrore che ancora si legge nei suoi occhi, la avvisa della scoperta, poi aggiunge:

– Corri, corri da nonna, io vado alla stazione, forse il treno non è partito e fermo papà!

In effetti il treno non è ancora partito e fa in tempo ad avvisarlo, poi corrono a casa della nonna ma, quando arrivano – sono ormai quasi le 8,00 – sul posto c’è già la Polizia che blocca la piccola folla di curiosi. Evidentemente qualcun altro è entrato e ha dato l’allarme.

Il Vice Commissario Umberto Iannielli e il Vice Brigadiere Antonio Frontera stanno verbalizzando ciò che appare alla loro vista:

Mauro Angela giace cadavere, distesa supina, nel vano di ingresso del suo appartamento. Regolarmente vestita, coi piedi privi degli zoccoli che trovansi vicino al braciere poco discosto e con le gambe ricoperte da un cappotto oscuro, la Mauro presenta il viso leggermente congestionato ed i capelli intrisi di sangue. Sulla tempia sinistra si notano delle lividure e, poiché nessuna lesione esterna appare né sul corpo, né sulla testa, si ritiene che la Mauro sia stata colpita con corpo contundente alla testa che le ha causato una emorragia interna con fuori uscita di sangue dalla bocca e dal naso. In ogni caso sarà la perizia autoptica a chiarire la causa della morte, intanto è molto strano che qualcuno si sia preoccupato di coprire le gambe della donna con il cappotto: è un messaggio diretto a qualcuno?

Un’altra cosa che al momento appare strana è l’ordine che regna nell’ambiente dove giace il cadavere, come se la donna fosse stata colpita di sorpresa dal suo assalitore e lasciata morta sul posto. Assalitore che Angela Mauro doveva conoscere perché è chiaro che ha aperto la porta volontariamente, dal momento che non ci sono segni di effrazione, ma lievi impronte digitali insanguinate. E questo potrebbe essere un indizio importante. Un altro indizio importante potrebbero essere le cicche di sigarette rinvenute vicino al cadavere, il che porta a pensare che ignoti, la sera precedente e ad ora imprecisata, fossero potuti trattenersi con la Mauro presso il braciere. Il problema è che nessuno annota la marca o il tipo di sigaretta.

I due funzionari di Polizia passano ad esaminare la camera attigua e anche qui tutto è in perfetto ordine, compresi i quattro letti che, di tanto in tanto, Angela Mauro affittava a qualcuno di passaggio. Ora, mediante una scaletta interna, bisogna salire al piano superiore. Nella prima camera tutto è in ordine, ma nella seconda, adibita a camera da letto, le cose cambiano: da un armadio un tiretto era stato aperto regolarmente con chiavi e da esso diversi oggetti e capi di biancheria varia erano stati estratti alla rinfusa e lasciati sul pavimento, il che era stato fatto anche da un ripostiglio a muro, presso il quale, per terra, giacciono delle cassette di legno che sono state evidentemente aperte e svuotate degli oggetti d’oro e del denaro che contenevano.

A questo punto è evidente che la donna è stata uccisa a scopo di furto da persone che ben conoscevano l’ambiente e le abitudini della vittima. Ma non si può nemmeno escludere che possa essere stata una, probabilmente più di una, persona che con la scusa di prendere alloggio si sia fatta aprire, uccidendola subito dopo e, indisturbata, ha portato via quello che cercava. Se così fosse, probabilmente questa persona era già stata alloggiata nella casa. Ma il problema è che, eventualmente, sarà impossibile individuarla perché, essendo la pensione abusiva, non ci sono registri con i nomi dei soggiornanti.

Comunque in città ci sono dei pregiudicati molto esperti nel ramo dei furti ed è in questo ambito che la Polizia comincia a indagare e porta in Questura numerose persone.

Il primo ad essere fermato è un siciliano, Isidoro Aliota, perché durante il corso delle indagini in merito ad un furto di tessuti subito da Giovanni Arnone nel proprio negozio in Via Lungo Crati presso l’abitazione della Mauro, questa, interrogata, aveva dichiarato che Aliota, da lei conosciuto solo di vista, la notte del 24 novembre aveva bussato alla di lei porta e che ben presto se ne era allontanato, essendo da lei riconosciuto. Ma è troppo poco e Alioto viene subito rimesso in libertà. Gli altri otto pregiudicati che vengono fermati devono essere rilasciati perché non ci sono indizi a carico. E si brancola nel buio.

Intanto l’autopsia attesta che la morte è avvenuta per commozione cerebrale in seguito a contusione della sostanza encefalica. Il mezzo che ha prodotto la morte è stato un corpo solido contundente (verosimilmente pugno armato) che, con violenza, è stato vibrato contro la regione fronto-nasale e contro la regione temporale sinistra, producendo gravi contusioni alle regioni medesime e contemporanea trasmissione degli effetti traumatici alla sostanza encefalica.

Dopo due mesi e mezzo ancora non si è arrivati a nulla, poi accade un fatto che potrebbe rappresentare la svolta nelle indagini. I familiari della povera Angela Mauro rinvengono, rimettendo a posto la casa della morta, una tessera di riconoscimento, evidentemente sfuggita alla perquisizione, intestata al pregiudicato Raffaello Marino, attualmente detenuto nel carcere di Roma. La cosa è molto strana e in Questura sospettano che sia un espediente per deviare le indagini. Indagando in merito, si scopre che Marino, prima di essere trasferito a Regina Coeli, era detenuto a Cosenza nella stessa cella con il noto pregiudicato Alfonso Del Giudice, abitante in Via Montesanto, palazzo Spezzano. Del Giudice viene ricercato ma pare che si sia allontanato dalla città da un pezzo e così vengono interessate tutte le Questure d’Italia per rintracciarlo e, nel frattempo, viene interrogata la sua amante, la diciannovenne Concetta Nobile. È l’11 dicembre 1945.

Posso affermare che Alfonso Del Giudice, col quale convivo, è partito il giorno 7 corrente di mattina per Catanzaro

– E nei giorni precedenti al 7 che cosa ha fatto il Del Giudice?

Durante i giorni precedenti a tale data il Del Giudice è sempre stato con me, né mi ha mai lasciato di notte tempo

– Sai se a Catanzaro è andato da solo o con qualcuno?

Mi risulta che si è portato a Catanzaro insieme a un mio cugino di Celico… Giovanni Ventura

Viene interrogata anche l’affittacamere presso cui la coppia solitamente risiede. La nobildonna Flavia Grandinetti è chiarissima:

– Dal primo al 4 dicembre Del Giudice non ha dormito nella mia pensione, dove ha continuato a stare, da sola, la sua amante…

Ma c’è un’altra persona che attira l’attenzione degli inquirenti, un certo Sebastiano Marta di Reggio Calabria, che da persone molto bene informate viene indicato come amico intimo di Del Giudice. Non solo: pare che Del Giudice, Ventura e Marta siano andati insieme a Catanzaro. Per fare cosa nessuno lo sa.

Sebastiano Marta viene interrogato e conferma di essere andato a Catanzaro il giorno 7 dicembre insieme ai suoi due amici. Anche Ventura conferma, ma onestamente non si capisce perché gli inquirenti insistano a indagare sugli spostamenti di questi tre individui dopo la data dell’omicidio e non approfondiscano quelli fatti prima.

E le indagini si fermano su un binario morto. Poi, verso la metà del mese di luglio 1946, la Questura sembra avere delle novità e le comunica, per competenza, al Procuratore della Repubblica. Si, da un mese e mezzo l’Italia è diventata una Repubblica.

Di seguito ai rapporti pari numero relativi alla nota banda, già inviati alla S.V. Ill.ma, si trasmettono i verbali di interrogatorio resi da:

Fortino Saverio di anni 37, detenuto nelle locali carceri;

Garofalo Anna abitante in Cosenza, albergo Leonetti;

Esposito Giorgio abitante in Via Plebiscito 22.

I detti verbali erano stati assunti perché questo ufficio aveva fondati motivi di ritenere che gli autori della rapina e dell’omicidio in danno di Rizzo Mauro Angelina fossero stati Fortino Saverio, Ricciotto Calabria ed i due paganesi Papa Alfredo e Lamberti Antonio.

Fortino nega ogni addebito e offre una ipotesi su cui indagare:

Io ho sentito parlare a tutti quelli di Piazza Valdesi che la Rizzo poteva essere stata uccisa da certi napoletani che spesso avevano dormito a casa sua.

– Abbiamo saputo che la notte dell’omicidio eri in giro per cercare un’automobile, che cosa ci dovevi fare? Forse dovevi scappare?

– Non è vero! Non ricordo bene se quella notte stavo in casa di mia moglie oppure in casa della mia amante

– Che cosa ci dici di Ricciotto Calabria?

– L’ho conosciuto una quindicina di giorni fa mentre parlavo con suo fratello. Si è intromesso e mi ha chiesto che mestiere facevo. Io gli ho risposto che facevo il carpentiere e lui mi ha detto: “Non sai fare altro? Perché non vieni a rubare con noi?”. Io gli ho risposto: “E che rubiamo?”. Ricciotto ha risposto: “E vediamo che rubiamo…”. Poi se ne è andato e ci siamo rivisti dopo tre o quattro giorni e abbiamo parlato di nuovo, ma ci siamo subito lasciati perché non c’era nulla da fare e per non farci vedere insieme con altri dalla Polizia

Dopo una settimana la Polizia fa irruzione nell’Albergo Leonetti sito in Corso Telesio 60 al fine di identificare un amico dei due fantomatici napoletani, ma non lo trovano. Identificano, però, la cameriera dell’albergo che, pare, sa qualcosa. Si tratta della ventisettenne Anna Garofalo. Gli agenti perquisiscono la valigia della donna ma non trovano niente di interessante, tranne un paio di orecchini di metallo placcato in oro a forma di cerchio.

– Me li hanno regalati i due napoletani, dei quali non ricordo i nomi, un paio di mesi fa perché avevo lavato la loro biancheria. Dicevano di essere fratelli e hanno dormito qui in albergo una sola notte.

Gli agenti le fanno vedere le foto segnaletiche di due pregiudicati campani, ma dice categoricamente che non sono quelli che le hanno regalato gli orecchini.

Adesso anche un oste, Giorgio Esposito, che ha il locale su Lungo Crati, si presenta e dice che la sera prima che Angelina Mauro venisse rapinata e uccisa, si presentò nel suo locale, tutta spaventata, chiedendogli se nell’osteria fossero andati a mangiare due napoletani e raccontandogli che pochi minuti prima, quattro napoletani si erano recati da lei e avevano contrattato i letti per dormire in casa sua, che le avevano lasciato 500 lire di anticipo ma, a sua richiesta, i quattro napoletani si erano rifiutati di consegnarle le loro carte d’identità, adducendo che non ne possedevano perché esercitavano il contrabbando di caffè e di sigarette e dicevano che se la polizia li sorprendeva, loro potevano dare nome falso. Perciò essa, si preoccupò e venne da me a cercare i napoletani allo scopo di restituire le 500 lire perché ne diffidava. Non avendoli trovati, se ne tornò subito a casa. Poi aggiunge che la Mauro gli disse che uno dei napoletani portava al collo un fazzoletto a fondo rosso con palline bianche e che era piuttosto alto.

Questa deposizione lascia molti dubbi agli investigatori perché, come avevano già accertato nell’immediatezza dell’omicidio, Angelina Mauro affittava abusivamente i quattro letti e per questo motivo non teneva alcun registro e non si capisce il motivo per cui, proprio la sera in cui fu uccisa, avrebbe dovuto chiedere i documenti ai quattro fantomatici napoletani.

Probabilmente un tentativo di depistare le indagini che già languono per conto loro e continuano a languire fino al 14 gennaio 1947 quando il Questore scrive al Giudice Istruttore per comunicargli che dalle ulteriori indagini espletate non sono emersi altri elementi atti alla identificazione degli autori dell’omicidio di Mauro Angelina.

Ci vorrà il 28 agosto successivo perché la Sezione Istruttoria della Corte d’Appello di Catanzaro dichiari formalmente non doversi procedere perché rimasti ignoti gli autori del reato.[1]

Nessuno pagherà.


[1] ASCS, Processi definiti in istruttoria.

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