LE DUE MENDICANTI

Baracche di Via Milano
Filomena Ruffa è una mendicante di una settantina di anni che gira per le strade di Cosenza reggendosi con due bastoni. Il Comune le ha assegnato una baracca in Via Milano 7, terza porta Stalle De Rose. A dire dei vicini non le manca nulla e spesso la vedono sorbirsi per diverse volte al giorno il cioccolato. Nell’estate del 1940 l’Amministrazione Comunale, non avendo a disposizione altre baracche, decide di far risiedere con Filomena un’ex prostituta semiparalizzata, Francesca Pate che ha una cinquantina di anni.
Filomena accetta male  questa coabitazione e maltratta continuamente la coinquilina per costringerla ad andarsene. In verità talvolta ci scappa anche qualche ceffone, come quando, nei primi giorni del mese di gennaio 1941, per non permettere a Francesca di riscaldarsi al braciere, le molla due sonori manrovesci e un pugno alle spalle, costringendola a sedersi su di una cassetta di legno in un angolino ed a tremare per il freddo.
La mattina del 4 gennaio Rosina Caliò sente gridare la povera Pate, come se cercasse aiuto. Si avvicina alla porta e vede Filomena che colpisce alle spalle Francesca con un pezzo di legno.
– Smettila, non la picchiare più, non la vedi com’è? – la rimprovera.
Vatinni! Vatinni alla casa tua e fatti i cazzi tua! – le risponde, adirata.
Rosina segue il consiglio e si ritira in buon ordine. Ma quella notte si sveglia  sentendo di nuovo gridare Francesca:
Aiuto! Aiuto!
Questa volta si fa i cazzi suoi e si gira dall’altra parte.
Anche Rosaria Forte sente le invocazioni di Francesca, ma sente anche le parole di Filomena:
– Aspetta che adesso ti aggiusto io!
Acquaacqua… dammi acqua per l’anima dei morti – la implora Francesca.
Poi dei rumori che sembrano bastonate e di nuovo lamenti soffocati e invocazioni di aiuto. Nemmeno Rosaria si alza per vedere cosa sta accadendo nella baracca accanto alla sua. Preferisce credere che i lamenti fossero occasionati dalla sete e dalla mancata somministrazione dell’acqua. Poi, infastidita dalla confusione, urla alla vicina:
– Dalle l’acqua e fatela finita!
Ma i lamenti non cessano ancora. Cessano, almeno così percepisce Rosaria, verso le 5 di mattina, dopo il passaggio della littorina. Dopo un po’ è ora di alzarsi. Solo adesso Rosaria va alla baracca di Filomena, si avvicina alla porta, la quale non viene mai chiusa internamente, la apre e trova un intoppo. Sporge la testa all’interno e urla. Distesa dietro la porta c’è Francesca Pate, morta!
I Marescialli della Squadra Investigativa della Questura, Corrado Moccia e Pietro Marra, coadiuvati dal Vigile Urbano Scelto Raffaele Verbari, arrivano sul posto di buon’ora e osservano, nella stanza di forma quasi quadrata delle dimensioni di metri 3X3, un lettino con pagliericcio poggiato alla parete sinistra (entrando) ed altro lettino con pagliericcio disfatto trovasi poggiato alla parete destra. Tra i due lettini trovasi un orciuolo. Il cadavere, che indossa un corpetto di panno nero, una veste blu fiorata, una camicia giallognola, calze grigie, senza scarpe, è disteso bocconi sul lato destro con la guancia destra poggiata sul pavimento, le braccia distese: il destro quasi ad angolo retto ed il sinistro disteso sul corpo quasi all’altezza dell’addome. Le dita delle due mani sono contratte sui rispettivi palmi. I capelli, della lunghezza di circa tre centimetri, sono tagliati interamente per tutta l’estensione del capo. Sotto il cadavere una coperta di lana. Quando arriva il medico legale, il degrado già evidente dalle condizioni dell’abituro, appare drammatico da ciò che osserva sul corpo della vittima: tutto il corpo è picchiettato di piccole superfici abrase, evidentemente determinate da grattamento per scabbia.
Attraverso le prime indagini, gli investigatori accertano che la vittima è stata, reiterate volte, colpita nel corpo e al capo, e in più riprese, con un pezzo di legno, pezzo di legno sporco di sangue, che è accanto al cadavere.
Due più due fa sempre quattro: la colpevole è Filomena Ruffa che viene accompagnata in Questura.
Quali i motivi della continuità dei maltrattamenti? È la domanda che gli investigatori si pongono e pongono ai vicini di casa. L’intolleranza, da parte della Ruffa, alla coabitazione con la Pate, ritenuta causa dei suoi maggiori disagi. Ma poiché sembra un movente troppo fragile, Moccia, Marra e Verbari pensano, in considerazione anche dell’età e delle condizioni di salute dell’omicida che, in lei, sia mancata l’idoneità di agire secondo la previsione delle conseguenze penali e che l’evento delitto non debba essere il prodotto cosciente della sua volontà. Bisogna approfondire e forse Filomena spiegherà qualcosa nell’interrogatoria a cui viene sottoposta:
Da circa tre mesi coabitava con me una certa Franceschina, quasi paralizzata. Essa mangiava per proprio conto e non pagava alcun fitto perché era stata collocata nella mia casa da parte del Comune. Ieri Franceschina non stava tanto bene di salute, tanto che durante la notte si abbattè al suolo chiedendomi dell’acqua. Io, che non ero in grado di potermi alzare perché vecchia ed inferma, non sono stata in grado di somministrargliela. Stamane, nell’alzarmi, ho potuto constatare che Franceschina era morta
– Pare che ieri l’avete picchiata…
In modo scherzoso le diedi un leggero schiaffo alla faccia
– Nella stanza abbiamo notato delle cose strane…per esempio come mai uno dei cavalletti del letto era fuori di casa? Come sono andate davvero le cose?
Franceschina dormiva in un lettuccio composto da due cavalletti di ferro, da due tavole e da un pagliericcio. Durante il suo attacco epilettico, il lettino si è rovesciato… non so precisare chi abbia preso uno dei due cavalletti e lo ha messo fuori la porta perché i vicini sono entrati in casa mia non appena saputa la morte di Franceschina
– E il pezzo di legno sporco di sangue trovato accanto al cadavere?
Deve trattarsi di un pezzo di legno che tenevamo per accendere del fuoco per riscaldarci.
– I vicini dicono che con quel pezzo di legno avete colpito Franceschina…
Tutto quanto è stato dichiarato dai vicini è falso perché tutti mi vogliono del male!
Rintracciati i familiari di Francesca, questi rilasciano dichiarazioni sconcertanti. Una per tutte:
Francesca era mia sorella consanguinea e visse in casa nostra con nostro padre fino all’età di diciotto anni. Di poi si trasferì a Cosenza essendosi data alla vita libera e di lei non avemmo più notizie, né ci curavamo di averne per l’onta che aveva dato alla famiglia. Non ho alcun interesse a fare istanza alla giustizia, nemmeno di punizione del colpevole, né voglio sapere niente di quanto accadrà
Quando arrivano i risultati dell’autopsia le cose non sembrano più così chiare come apparivano: se è vero che la morte di Pate Francesca è stata causata dall’azione di corpo contundente sulla regione sopraciliare sinistra dove è stata notata una contusione ecchimotica, responsabile dell’iperemia congestizia cerebrale e conseguente commozione del cervello, è pur vero che sono i caratteri obiettivi della contusione a ribaltare tutti i risultati delle indagini perché la stessa ha potuto essere prodotta dall’urto della regione sopraciliare sul suolo per effetto di caduta, piuttosto che da colpo di bastone che avrebbe dovuto produrre una contusione con caratteristiche diverse.
Quindi Filomena avrebbe detto la verità dichiarando che Francesca, cercando di alzarsi dal letto, cadde da sola. Si, però c’è un’altra possibilità, cioè che Filomena possa aver spinto Francesca facendola cadere. E le prove? Non ce ne sono dice il Giudice Istruttore il quale, il 28 aprile 1941, dichiara non doversi procedere contro l’imputata per insufficienza di prove e ne ordina l’immediata scarcerazione.[1]
Francesca è morta nel disinteresse generale e Filomena starà un po’ più comoda nella sua stanza 3X3, più o meno le dimensioni di una cella…


[1] ASCS, Processi Penali.

 

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