LA PICCONATA

È quasi la mezzanotte dell’8 agosto 1949. Qualcuno bussa alla porta di Vincenzo Benincasa a San Donato di Ninea. Bestemmiando per essere stato svegliato nel pieno del sonno, Vincenzo si affaccia alla finestra

– Vincè, sono da te tuo padre e la tua matrigna? – gli chiedono Luigi De Rosa e Domenico Belvedere
– No… perché? È successo qualcosa?
– No… ma siccome siamo stati a parlare davanti casa da prima del tramonto fino ad ora e non li abbiamo visti passare, ci siamo un po’ preoccupati e siamo venuti da te…
– Saranno in campagna… vado a vedere… venite con me?
I tre si avviano, ci vogliono solo pochi minuti per arrivare in contrada San Biagio. La casetta colonica è immersa nel buio e sembra non esserci presenza umana. La porta, contrariamente al solito, è chiusa a chiave, così i tre cominciano a chiamare, ma né Francesco Benincasa, il padre di Vincenzo, né Felicia Capparelli, la matrigna, rispondono. A questo punto decidono di salire sul tetto, rimuovere alcuni coppi e calarsi dentro. De Rosa e Belvedere si offrono volontari e, rimossi i coppi, fanno un po’ di luce all’interno con un fiammifero
– Perlamadonna!
– Che c’è? – chiede Vincenzo ai due
– Che c’è? C’è un morto!
– E nessuno più?
– Sembra… sembra di no…
– Ma è maschio o femmina? – chiede Vincenzo, temendo che il morto possa essere suo padre. Tutto sommato della matrigna non gli interessa granché, visto che non si sono mai potuti sopportare
– Non si capisce… è troppo buio e noi non ci caliamo
– Vengo io?
– No, meglio se andiamo dai Carabinieri, senti a noi…
Dopo un po’ di tira e molla, i due riescono a convincere Vincenzo ad andare dai Carabinieri. Sono ormai le 3,00 del 9 agosto.
In una casetta rustica dal tetto scoperto su un angolo e priva di qualunque suppellettile, all’infuori di alcuni attrezzi da lavoro, abbiamo rinvenuto, nell’angolo a sinistra entrando, in posizione supina il cadavere di Felicia Capparelli. Da sommario esame abbiamo riscontrato che la stessa è stata colpita in varie parti della testa e presenta un foro al temporale sinistro ed uno squarcio sulla parte centrale del cranio; una larga chiazza di sangue appare sul terreno nella parte superiore del cadavere. La camicetta della morta è intrisa di sangue e di terriccio, così anche il volto della stessa e il dorso delle due mani, il che fa pensare che la stessa è caduta, in un primo momento, bocconi e che così sia rimasta per un po’ di tempo, fino a che non è stata adagiata in posizione supina. A distanza di pochi centimetri dal cadavere, dal lato sinistro, si trovano a terra tre zucche di piccola grandezza ed un fazzoletto appartenente alla morta, tutto intriso di sangue. A un metro e cinquanta dalla soglia, trovasi tutt’intorno, quasi al centro della casetta, un paniere contenente dei pomodori e dei zucchini. Poco discosto, su un sasso, un tovagliolo legato ai quattro angoli contenente pomodori, fagioli, peperoni e un pezzetto di pane. Ai piedi del cadavere una zappetta ed una zappa più grande fuori uso. Nell’angolo destro in fondo alla casetta trovasi una specie di stuoia, della paglia, un cuscino, un pantalone di tipo inglese su più parti strappato, ma senza tracce di sangue e una maglietta; di lato una scure di media grandezza che presenta, sulla parte del taglio, tracce di sangue e di capelli. Addossato alla parete destra abbiamo rinvenuto un piccone che presenta, dalla parte a punta, tracce di sangue misto a capelli. Nell’angolo sinistro su cui giace il cadavere abbiamo notato, sul terriccio frammisto a residui di ghianda, delle piccole fossette prodotte da piante di piedi ed un vecchio secchio riverso. La morta indossa una vecchia gonna tutta rattoppata che presenta alcuni strappi di cui non si può stabilire se effetto di una eventuale colluttazione.
Siccome del marito Francesco Benincasa non c’è traccia, è evidente che sia lui ad essere il principale sospettato dell’omicidio della trentanovenne Felicia. Principale ma non unico sospettato perché dopo poche ore di riflessione sia il Brigadiere Gennaro Gaetano che il Pretore di San Sosti, Giuseppe Scutari, competente per territorio, sono convinti che essendo state utilizzate due diverse armi, una scure ed un piccone, ad uccidere Felicia siano state due persone. Oltre al marito, ad essere sospettato è anche Ernesto Benincasa, ventunenne figlio di primo letto di Francesco. Ma c’è un problema che contrasterebbe con questa tesi: Ernesto è  partito per Ribolla, in provincia di Grosseto, dove lavora in una miniera di carbone, intorno alle 15,30 del giorno in cui la matrigna è stata ammazzata. Fondamentale sarà stabilire con estrema accuratezza l’ora della morte, ma non sarà un’impresa facile. Intanto viene inviato un telegramma urgente ai Carabinieri di Ribolla perché procedano al suo arresto non appena scenderà dal treno. Infatti, alle 19,30 del 9 agosto 1949, Ernesto viene arrestato e subito fatto risalire in treno con i ferri ai polsi per essere trasferito nel carcere di Castrovillari.
Di suo padre ancora nessuna notizia, ma accade un fatto singolare. Durante i primi rilievi del Pretore di San Sosti, arriva sul posto l’avvocato Baldo Pisani il quale, secondo il racconto del Brigadiere Gaetano, gli ha proferito le seguenti parole:
– Se volete l’omicida vi dovete raccomandare a me
Allo zelante Brigadiere nasce il sospetto che l’omicida Benincasa Francesco si trovi rifugiato nella campagna di detto avvocato. Immediatamente riferisce queste parole al Pretore, poi torna in caserma e scrive una frettolosa richiesta:
ALLA PRETURA DI SAN SOSTI
Avendo lo scrivente fondati sospetti che l’autore dell’omicidio in persona di capparelli Felicia, a nome Benincasa Francesco si trova nascosto nella casa dell’avvocato Baldo e Alfio Pisani in contrada Gadurso, si prega voler autorizzare lo stesso scrivente a procedere a perquisizione nel suddetto domicilio, annessi e connessi dello stesso abitato, nonché lo studio dei suddetti Pisani onde trovare il Benicasa o qualche traccia circa la sua fuga.
IL BRIGADIERE AP.
COMANDANTE DELLA STAZIONE
(Gaetano Gennaro) F/to Gaetano Gennaro
V. Si autorizza S. Sosti, li 10/8/1949
Il Pretore
F/to G. Scutari
Non si è mai visto che un latitante sia ricercato nel domicilio del suo difensore!
Così, nella stessa mattina del 10 agosto, il Brigadiere Gaetano, unitamente al Carabiniere Giannuario Logiurato, va dai colleghi di San Sosti per chiedere manforte nell’esecuzione della perquisizione ma, con sua grande sorpresa (e forse delusione), gli viene detto che Francesco Benincasa si è costituito in quella caserma circa 10 minuti prima. 
– Ero vedovo di Carmela Santoro, deceduta nel gennaio 1936 lasciandomi con quattro figli a carico. Il 24/10/1936 passai a seconde nozze con Felicia Capparelli, dalla quale ebbi in seguito tre figli. Dopo la nascita del nostro primo figlio, Felicia continuamente maltrattava i miei figli avuti in primo letto. Ho sempre cercato di richiamarla all’ordine, ma inveiva anche nei miei confronti, tanto che ero diventato una vittima. Per evitare le liti, nl 1941 mi allontanai per la Toscana, occupandomi quale minatore presso una miniera di carbone. Da Ribolla, dove lavoravo, spedii sempre alla famiglia i soldi che occorrevano per vivere. Rientrai in famiglia nel 1943 per l’armistizio fra l’Italia e gli Anglo-Americani. Per poco siamo andati d’accordo. Nel 1946, la sorella di mia moglie andò a nozze e siccome le condizioni dello sposo non erano floride, si portavano spesso a casa mia per mangiare. Incominciarono di nuovo le liti perché mia moglie mi rimproverava sempre, dicendomi che la sorella aveva sposato un giovane, mentre lei aveva sposato me, vecchio e vedovo con figli a carico e così continuarono i maltrattamenti… per evitare liti mi sono recato nelle campagne di Macellara esplicando l’attività di muratore, ritornando in casa ogni settimana oppure per ogni quindicina. In famiglia venivo messo al corrente che mia moglie maltrattava i miei figli, dicendo loro che non lavoravano, che mangiavano molto e che non li voleva vedere davanti. In questi ultimi tempi Felicia non mi ha permesso di allontanarmi dal paese per lavorare, tanto che guadagnavo poco e lei voleva sempre soldi che io non potevo fornirle, così nascevano liti… mi chiedeva sempre di farle atto di donazione della mia roba, minacciandomi di ammazzarmi nel sonno oppure di farmi la magia… “io sono figlia di uno ch’è parente al demonio ed io di fronte ai tuoi figli sono un serpente!” mi diceva… per evitare discussioni, le promisi che dopo aver sistemato i figli, avrei provveduto a sistemare anche lei. “Tu muori e a me resta la figa di tua madre!”  rispondeva la svergognata…– racconta Francesco Benincasa
– Perché l’avete sposata?
– Era abbandonata dal padre perché malvaggio e di animo crudele
– Raccontate cosa è successo nella casetta… c’era Ernesto con voi?
– No, eravamo io e mia moglie nell’orto, poi si è messo a piovere e ci  siamo ricoverati dentro la casetta e mia moglie incominciò la discussione sulla roba che dovevo farle. Nella discussione mi vibrò un colpo di secchio sulla testa. Io cercai di toglierle il secchio dalle mani, ma lei lo gettò per terra e prese un piccone con la punta da un lato e il taglio a forma di zappa dall’altro. Cercai di guardarmi e nella lotta la colpii nella testa col piccone che ancora si trovava nelle sue mani
– Con quale parte del piccone l’avete colpita e quante volte?
– Non ricordo… ero alterato… forse le vibrai due o tre colpi con la scure, poi è caduta per terra ed io tirai la porta chiudendola a chiave
– Perché a chiave?
– Per paura che qualche animale entrasse, dato che lei non si poteva difendere
Non gli chiedono che ora fosse, eppure per dimostrare la partecipazione del figlio Ernesto all’omicidio agli inquirenti è necessario dimostrare che sia avvenuto prima delle 15,30, orario in cui il giovanotto è salito sulla corriera diretta a Belvedere Marittimo per prendere il treno. Oppure non gliel’hanno chiesta proprio per questo motivo. Vedremo.
Ernesto Benincasa, appena arrivato dalla Toscana, si difende e fornisce un alibi dettagliatissimo con orari, percorsi e persone che sono stati con lui tutto il tempo fino alla partenza della corriera. In attesa delle necessarie verifiche, suo padre, interrogato dai Carabinieri di San Donato, in seguito a reiterate domande e la presenza del quadro che egli aveva posto in mezzo ad una strada i suoi figli, che egli stesso li aveva resi orfani togliendo egli stesso la loro madre, invitatolo ad un esatto esame di coscienza non davanti al brigadiere, ma come se si trovasse davanti ad un confessore in forma di peccatore pentito al quale occorre dire tutto e non la metà, piagnucolando cambia versione
– Siamo stati io ed Ernesto… io l’ho colpita con la scure e lui col piccone… Ernesto e Felicia quella mattina avevano litigato perché mio figlio mi aveva portato dalla Toscana un pantalone ed una maglietta e Felicia glieli buttò in faccia dicendo che non ne avevo bisogno e anche perché il giorno prima Ernesto aveva portato in casa un chilo di carne e la nadrigna non l’aveva voluta cucinare
L’ora del delitto? Adesso Francesco Benincasa la colloca tra le 14,00 e le 15,00. Perfetto!
Con questa dichiarazione è Ernesto ad essere cucinato a puntino. Ma suo padre, interrogato successivamente sia dal Pretore che dal Sostituto Procuratore della Repubblica, ritratta e accusa i Carabinieri di San Sosti di avergli estorto la dichiarazione che è falsa
– Io colpii mia moglie alla testa solo con la scure, non ricordo con quanti colpi, e non pure col piccone, contro il quale essa mia moglie urtò con al tempia sinistra, cadendo. Non è vero che mio figlio Ernesto abbia partecipato al delitto. se ciò dichiarai ai Carabinieri di San Donato, fu perché non potetti resistere alle pressioni del Brigadiere il quale sosteneva che, essendo mia moglie molto più giovane di me, non se la sarebbe lasciata fare se io non avessi avuto un aiuto. Io negavo perché mio figlio era estraneo alla cosa, ma i Carabinieri mi imposero di spogliarmi e indi di coricarmi per terra, facendomi passare i piedi tra i bastoni inferiori di una sedia. Un Carabiniere mi teneva una salvietta stretta sulla bocca per non farmi gridare, mentre un altro mi teneva fermo per terra ed il Brigadiere poggiava un suo piede ai piedi miei, tirandomi dei colpi di scudiscio sulle piante dei piedi; inoltre, il Carabiniere che mi teneva la salvietta stretta alla bocca, con una pinza mi tirava i peli intorno al membro dalla parte superiore… – prende fiato, poi continua – fu così che io, non potendo reggere a tutto questo, fui costretto ad accusare mio figlio, secondo come voleva il Brigadiere
È passato quasi un anno dall’omicidio di Felicia Capparelli e i due imputati sono sempre in carcere a Castrovillari. Francesco Benincasa sta andando fuori di testa ed il medico del carcere, dottor Vincenzo Liguori, ne chiede il ricovero d’urgenza in un manicomio giudiziario. A questa richiesta si associa l’avvocato difensore Baldo Pisani. Il Giudice Istruttore accoglie la richiesta e, finalmente, il 10 febbraio 1951, Francesco entra nel manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto.
Intanto il Pubblico Ministero tira le somme delle indagini e nella sua relazione al Procuratore della Repubblica attacca duramente: è davvero puerile pensare che quell’accusa [al figlio] sia stata estorta con violenza da parte dei verbalizzanti. Infatti, mentre egli aveva affermato di avere ricevuto colpi di scudiscio alle piante dei piedi ed estirpazione con una pinza di peli delle parti pubende, s’è accertato genericamente che nessuna estirpazione di peli vi fu e che nessuna traccia di violenza fu riscontrata sulla pianta dei piedi. Solo sul malleolo esterno del piede sinistro si riscontrano delle piccolissime escoriazioni di recente formazione (dieci giorni al massimo). Ora tale termine smentisce appieno l’imputato poiché detto esame generico fu compiuto il 30 agosto, mentre le sopradette lesioni, a dire dell’imputato, sarebbero state cagionate l’11 agosto [1949], cioè ad una distanza di tempo di gran lunga superiore a quella fissata dal perito. Poi passa ad Ernesto Benincasa: mentre l’imputato ha provato di essere stato in compagnia di varie persone lungo la strada che porta da S. Donato Ninea alla contrada Pantano e da qui al bivio della nazionale per Belvedere Marittimo, non ha indicato alcun teste per il tragitto dal bivio alla casa della Policastro Maria dove si incontrò con la fidanzata. E la mancata indicazione dei testi per tale tragitto è oltremodo significativa sol se si pensa che la distanza dal bivio alla contrada San Biagio è di pochi minuti di cammino ed il delitto non ha richiesto molto tempo nella sua esecuzione. È il 25 settembre 1950. Questa impostazione trova il consenso del Procuratore il quale aggiunge che i testi a discarico di Ernesto Benincasa in gran parte sono amici o parenti dell’imputato e chiede il rinvio a giudizio per entrambi gli imputati.
Ovviamente la difesa non sta a guardare e smonta punto per punto la ricostruzione dell’accusa. Gli snodi fondamentali che riguardano Ernesto Benincasa sono tre: 1) Ernesto Benincasa non ha indicato testi a discarico dal bivio alla casa della Policastro Maria dove si incontrò con la fidanzata per il semplice motivo che la casa è proprio sul bivio, sulla sinistra andando verso l’abitato, come è confermato nel verbale di constatazione dei luoghi e come avrebbe potuto il P.G. ancora meglio precisare richiedendo uno schizzo topografico. Ciò tradisce una incompleta conoscenza della verità reale e di quella processuale da parte degli inquirenti. 2) L’arresto del Benincasa Ernesto, disposto ed eseguito prima che qualsiasi elemento fosse risultato a suo carico, rivela la prevenzione ostinata dei Carabinieri. 3) La descrizione particolareggiata delle pratiche torturanti che il povero Benincasa Francesco fa e non avrebbe potuto, nella sua scarsa e rozza esperienza, inventare; descrizione, peraltro, non solo non smentita dall’esame generico compiuto dopo venti giorni – strappi di peli e scudisciate sulle callosità plantari di un contadino non lasciano così durevoli tracce – ma in un certo senso da esso confermata, se è vero che al tardivo esame medico persistevano sul malleolo sinistro le tracce delle escoriazioni prodotte “da lieve azione contundente o strofinio”, esattamente ascrivibili ai bastoncini delle sedie e alla positura di cui narra Benincasa Francesco.
In attesa della sentenza del Giudice Istruttore, dal manicomio di Barcellona Pozzo di Gotto arriva una prima relazione medica sulle condizioni di Francesco Benincasa: Deficiente di freni inibitori, mantiene una condotta disarmonica, alternando periodi di eccitamento sub-confusionale con impulsività ad altri di relativa calma, durante i quali rimane appartato, mostrandosi poco socievole, apatico, ipobulico. È stata fatta diagnosi di “Stato confusionale” e si giudica tuttora abbisognevole di cure e custodia manicomiale. È il 21 marzo 1951. Custodia che termina il 27 aprile successivo quando viene dichiarato in grado di sottostare al regime carcerario comune e quindi dimesso per essere trasferito nel carcere di Castrovillari.
Quasi tre mesi dopo, il 9 giugno, arriva la tanto attesa sentenza istruttoria. È una netta stroncatura del lavoro della Procura della Repubblica di Castrovillari: l’assunto d’innocenza vibratamente protestato da Benincasa Ernesto non può esser sminuito nel suo valore dalle osservazioni del P.M. che i testi, in gran parte (non tutti) sarebbero o amici o parenti del prevenuto e che l’alibi presenterebbe una “frattura incolmabile” perché non sarebbe stato “indicato alcun teste per il tragitto dal bivio alla casa di Policastro Maria dove si incontrò con la fidanzata”. La prima osservazione appare del tutto gratuita e arbitraria, mentre la seconda è destituita di ogni fondamento, reale e processuale. Benincasa Ernesto nessun interesse aveva di macchiarsi di omicidio, vivendo da più anni in Toscana, lontano dalla casa paterna. A proposito del padre, il Giudice Istruttore osserva che non si può dar fiducia al terzo dei quattro interrogatori di Benincasa Francesco ai Carabinieri perché, senza credere all’uso dei vietati sistemi di polizia lamentati dall’imputato, venne ritrattato, nel suo contenuto, subito dopo nella disamina davanti al Pretore di San Sosti e poi davanti agli altri magistrati. Resta da chiarire se l’uso di due armi diverse implichi necessariamente il coinvolgimento di due distinte persone. Il Giudice Istruttore risolve la questione osservando che se, normalmente, l’omicida adopera un unico mezzo offensivo, ciò non toglie che in qualche caso si giovi di diverse armi a sua disposizione. Quindi Ernesto Benincasa viene prosciolto dalle accuse a suo carico per insufficienza di prove ed a rispondere dell’omicidio di Felicia Capparelli, esclusa la premeditazione, resta soltanto Francesco Benincasa.
Il primo febbraio 1952, la Corte d’Assise di Castrovillari dichiara Francesco Benincasa colpevole di omicidio volontario aggravatocon l’attenuante di avere agito in stato d’ira e con le attenuanti generiche, e lo condanna a 14 anni di reclusione, più pene accessorie, dichiarando condonati 3 anni della pena.
Il 5 dicembre 1953, la Corte d’Appello di Catanzaro riduce la condanna a 11 anni di reclusione. Il 23 giugno 1954, la Suprema Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell’imputato.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.

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