MEGLIO PUTTANA CHE SPOSATA A QUELLO

È sabato 21 aprile 1894, il sole deve ancora spuntare, tira vento e piove. Molti contadini di Rose pensano che non sia il caso di alzarsi per andare a zappare e decidono di restare a letto ancora un po’, sperando che il tempo migliori. Ma c’è chi del tempo non può o non vuole infischiarsene ed è già per strada. È il caso di Luigi Gabriele, 36 anni di Rogliano ma residente a Rose, e di sua moglie Filomena Esposito, di 8 anni più grande. I due si stanno inerpicando, in contrada Cona, lungo una viuzza stretta, ripida, erta, tortuosa, in alcuni punti tagliata fra grossi macigni, in altri fra cumuli di terra friabile ed argillosa, sempre incomoda, pericolosa e difficile. Così, sempre salendo per un chilometro circa come meglio si puote, arrivano al punto in cui per un brevissimo corso il sentiero si presenta piano, poi nuovamente erto, fino a che hanno, a poca distanza, principio le diverse svoltole e direzioni. Questo brevissimo corso piano e leggermente curvo tiene alla sua destra il monte ed alla sua sinistra, fra due cumuli di terra, un burrone inaccessibile, stretto, profondo, formato per lo spanamento di quel terreno friabile ed argilloso. Il Timpone di Lanno.
Annaanna… (cammina… cammina…) – il marito esorta la moglie – prendiamo il grano alla torre di Francesco Rende e andiamo a lavorare…
– E poi andiamo dalla padrona  e ci facciamo dare dei ceci e li cucino…
Francesco Rende è uno di quelli che sono rimasti a letto. Il sole è spuntato da pochi minuti quando sente provenire dalla zona del timpone una voce:
Disgrazia! Malanova!
Si alza, si veste alla meno peggio e corre a piedi scalzi verso il luogo da cui pensa sia arrivata la voce. Sul ciglio del burrone c’è Luigi Gabriele in lacrime che si batte il viso, mugliava, farfugliando che sua moglie è precipitata giù. Rende sente dei lamenti che provengono dal fondo del burrone, quasi 15 metri più sotto, e sa che se vuole aiutare la donna c’è bisogno di altre braccia, così corre a chiamare altri vicini che accorrono subito, ma quando stanno per calarsi lungo le pareti a strapiombo, Luigi Gabriele dice loro che è già sceso lui e che non c’è più niente da fare, sua moglie è morta! Ma Francesco Rende non si dà per vinto e con una zappa allarga le pareti degli strettoi che servono d’ingresso e comincia a calarsi, seguito subito dagli altri.
Filomena è bocconi, ammunzellata, col capo scoperto pieno di sangue e in mezzo a due pietre. Non è vero che è già morta, i soccorritori si accorgono che il cuore batte ancora e allora cercano, prendendola dalle braccia, dai piedi e per altre parti, di metterla supina sul terreno, che Rende ha appianato colla zappa, per farla respirare meglio.
– Come è successo? – chiedono a Luigi.
– Mentre camminavamo, lei davanti e io quattro o cinque passi più indietro, è precipitata senza che io avessi potuto fare niente – poi comincia di nuovo a piangere ed a battersi il viso.
La voce della disgrazia è più impetuosa del vento che tira e si diffonde in un baleno. La Guardia Municipale Battista Arcuri è già in servizio da un po’ quando viene avvisato e si inerpica lungo il viottolo che porta al Timpone di Lanno. Quando arriva non può che constatare la morte della povera Filomena e ordinare ad uno dei presenti di andare ad avvisare i Carabinieri del paese. Nell’attesa decide di dare un’occhiata in giro per capire come la donna possa aver fatto a scivolare e precipitare giù fratturandosi il cranio e varie altre ossa, così si accorge che lungo la strada di passaggio soprastante al fosso erano stati costruiti due piccoli fossi a trappola, coperti falsamente di frasche, in modo che mettendovi il piede sopra, si doveva assolutamente precipitare, come in fatti avvenne, nel burrone.
Chi ha costruito quelle micidiali trappole? È questa la domanda che si pone il Brigadiere Antonio Savoldi, comandante la stazione di Rose. La prima e ovvia risposta è: il marito Luigi Gabriele perché circa un anno dietro era sempre in lite con la defunta per una pratica illecita con altre donne. Ma interrogato tutto il vicinato è risultato che da otto mesi a questa parte i due coniugi si amavano a vicenda, avendo il marito troncato ogni illecita relazione. Se non è stato il marito allora le fossette potrebbero essere state fatte da ragazzi pecorai affine di scherzo, senza l’idea di far male ad alcuno imperrocché si poteva passare benissimo per il sentiero anche essendovi le fossette. La conclusione logica è che la caduta è stata una disgrazia causata anche dal cattivo tempo.
In ogni caso bisogna indagare per scoprire chi ha fatto quelle maledette fossette, ma sorge subito un primo dubbio: è sicuro che mettendo un piede dentro una delle due fossette si può scivolare e precipitare nel timpone? Meglio fare una perizia.
Il fossetto praticato sul sentiero superiore al burrone non poteva essere un trabocchetto destinato a far cadere il passante nella voragine o burrone perché immettendo in esso il piede sinistro, questi era sul sodo e l’appoggio si sarebbe verificato anche sul piede destro ed allora il corpo si sarebbe dovuto riversare a monte, il cui terreno, essendo a scarpa conveniente, avrebbe potuto sostenerlo; immettendo il piede destro in quella fossa avrebbe trovato di certo il suo sostegno poggiandosi sullo stesso piede per non cadere.
Forse allora la povera donna si è sentita male ed è precipitata. Forse. Il perito Francesco Santoro la pensa diversamente: per cadere e precipitare è stata necessaria una spinta oppure, ma molto più difficilmente, chi sa per quali circostanze determinate, anche casualmente, mettere il piede sinistro in fallo e proprio sul ciglione del terreno dove era appunto quella sporgenza di terra, parte della quale si trova caduta, e quindi precipitare nel burrone. Comincia a diventare un brutto affare da gestire, soprattutto per Luigi Gabriele, l’unica persona presente al fatto e quindi, eventualmente, l’unica in grado di spingerla nel burrone e farla precipitare per quasi 15 metri e schiantarsi al suolo.
Poi arriva l’esito dell’autopsia e sorge un altro dubbio sulla dinamica dei fatti: possibile che dopo un volo di quasi 15 metri Filomena si sia procurata solo delle fratture multiple alle gambe e quella, fatale, al cranio? Come è possibile che non ci siano emorragie agli organi interni? Servono delle indagini più approfondite sia dal punto di vista medico, sia dal punto di vista della morfologia del luogo, così vengono ordinate altre perizie per accertare se le fratture alle gambe si siano potute verificare prima di quella al cranio. Perché? Perché, se così fosse, ci si potrebbe trovare a perseguire un caso di omicidio premeditato. La seconda perizia viene ordinata per verificare se, precipitando nel burrone, le fratture riportate dalla povera Filomena siano compatibili con il terreno sul quale è precipitata. I mezzi tecnici sono limitati, ma si proverà lo stesso.
Intanto, perizie o non perizie, per Luigi Gabriele cominciano davvero i guai perché si presenta dai Carabinieri un vicino di casa, Lorenzo Infante, che ha delle cose importanti da dire:
La mattina del 21 aprile mancava più che un’ora per far giorno e io, perché dovevo attendere a pascere i maiali, mi recavo in quell’ora ad attingere acqua per la provvista della giornata in casa. Presso alla fontana vidi Filomena Esposito e Luigi Gabriele, l’una innanzi e l’altro dietro a circa tre metri di distanza che andavano bisticciandosi fra di loro. Sentii che la Esposito diceva: “E sini… sini Luigi…” e questi che rispondeva: “Atru ca tu devi morire dalle mie mani, anna… anna… (cammina… cammina…)”. Io li raggiunsi e perché capii il motivo di queste parole e sapevo gli antecedenti bisticci tra quei coniugi, dissi al Gabriele: “Tu non vedi che siamo fatti vecchi? Lasciaci stare con questa storia di femmine…”. Essi, però, senza darmi risposta, continuarono a camminare per la loro via. Quando era passato un pezzo da che era fatto giorno seppi della disgrazia della Esposito. Me ne meravigliai e sospettai che ne fosse stato uccisore il Gabriele perché è un ammarrato, brutto uccello!
– Perché non siete venuto prima a dire queste cose?
Perché io temevo del Gabriele il quale diceva che io solo potevo condannarlo, che me l’avrebbe fatta pagare cara
Poi qualcun altro comincia a parlare delle frequenti liti tra i due e delle botte che Luigi dava a Filomena. Spunta anche il nome di una delle amanti di Luigi.
Filomena era sempre in continui dissapori e dissidi col marito e spesso ella veniva percossa, tanto che una volta riportò delle lesioni alla faccia ed all’occhio destro. Causa di tali maltrattamenti erano le relazioni illecite che Luigi aveva colla propria cognata Rosaria… – racconta Fortuna Pugliese.
In una sera del febbraio o marzo di quest’anno, mentre io stavo in casa, sentii il Gabriele che batteva la moglie e costei, che per i colpi ricevuti era tramortita per terra e che gridava: “Aiutatemi che mi ha ammazzato!”. Filomena aveva ricevuto un colpo al fianco ed accorsi io e Francesco Gelsi e presala l’uno pel capo e l’altro pei piedi, l’adagiammo sul letto. Ella però non vi stette e si mise a sedere su di una cassa accanto al letto. In questo mentre il Gabriele borbottava dicendo che aveva percossa la moglie perché aveva mancato. La mattina del 21 aprile sentii per tempo che il Gabriele, uscendo di casa, disse alla moglie: “Pigliati i pacchi, manìati ca jamu” e costei che rispondeva: “Anna… ca mò viegnu…” – racconta Serafino Marsico.
Una sera dell’aprile dello scorso anno – ricorda Rosaria Scarnato –, mentre io mi ritiravo a casa, sentii la voce di Filomena Esposito la quale, dalla casa di Rosaria, chiamava aiuto perché l’ammazzavano. In quella casa erano Luigi Gabriele e Rosaria… io, come sentii quella voce, dissi: “Ammazzatela pure perché domani ne darete conto alla giustizia!”. Per questo fatto poi fui chiamata come testimone nella causa che ebbe luogo innanzi questa Pretura. Nel tempo che io dimoravo vicino alla casa dei coniugi Gabriele-Esposito so che questi vivevano in continui disturbi fra di loro, che Filomena veniva percossa dal marito e che veniva da lui minacciata di essere gittata nella timpa
Ma pare che ci sia stato un episodio molto più grave. A raccontarlo è Michelina Orrico:
Un giorno del mese di dicembre anno scorso, recatasi in mia casa la defunta Filomena, mi raccontò come, essendo la medesima caduta ammalata, il proprio marito, in una scodella di acqua di camomilla, le aveva messo dentro una quantità di cantaridi [La cantaride è un coleottero dei Meloidi (Lytta vesicatoria) di color verde metallico con riflessi dorati, noto per le proprietà irritanti e afrodisiache contenute nella droga che si ottiene dal suo corpo disseccato e polverizzato. Nda] infrante affine di avvelenarla. Accortasi che l’acqua della camomilla era assai nera, ne prese un sorso, il quale l’ha trovato molto disgustoso e dopo pochi minuti l’ha vommicato. Osservato il setaccio ove aveva scolato la camomilla, ha trovato i avanzi della cantaride, cioè ali e altri pezzetti delle stesse che poscia ha fatto vedere ai vicini.
Dopo tutte queste e altre testimonianze, i Carabinieri ritengono molto probabile che Luigi Gabriele possa scappare per evitare un sempre più probabile arresto e chiedono al Pretore di emettere un mandato di cattura nei suoi confronti, così il 3 giugno 1894 vanno a casa del sospetto assassino e lo arrestano:
Sono innocente non avendo motivo alcuno di disfarmi della mia moglie… io vivevo in armonia con Filomena e non è vero che io la maltrattassi, che la percuotessi e che la minacciai di precipitarla giù nel burrone; non è vero nemmeno che abbia una volta tentato di avvelenarla. Il fatto andò come io ebbi narrato già
Il colpo, anzi i colpi, di grazia arrivano pochi giorni dopo con gli esiti delle perizie e non solo…
L’ingegner Antonio Fabbri, autore della perizia tecnica sul burrone, è categorico: In tempo di giorno è assolutamente impossibile una caduta involontaria, a meno che non prodotta da capogiro od altro accidente nervoso; ammesso che il passeggero possa per un’accidentalità precipitare nel burrone, ciò può verificarsi solo nello scendere, ma mai nel salire, perché nella sola discesa, che è abbastanza forte, il passeggero venendo all’ingiù con una certa velocità non possa fermarsi al punto del precipizio. Un individuo che sale può cadere nel burrone per propria volontà od in seguito a spinta altrui, ma non involontariamente. Fabbri è altrettanto sicuro che chi dovesse precipitare nel burrone non andrebbe incontro a morte certa perché il fondo del burrone è fatto di strati orizzontali di sabbia impura però del tutto priva di sassi e, sebbene oggi nel fondo se ne trovano, devesi ritenere esser pervenuti dal piccolo fossetto superiore o gettati casualmente a bella posta.
La conferma ai risultati cui è pervenuto Fabbri arriva dalla perizia medica: Tenuto conto della natura argillosa della località, della diminuita violenza della caduta per la frattura verificata nella gamba sinistra, nonché per la posizione del cadavere dichiarata dai testimoni, ritengo che le lesioni riscontrate sulla fronte, sul vertice del capo e sulla regione parietale si sono potute verificare nel momento della semi-rotazione che ha dovuto eseguire il corpo per acquistare la posizione bocconi, mentre era difficile a prodursi la frattura del cranio, che ha potuto dipendere da altra causa. E quale può essere stata quest’altra causa? L’azione di un corpo contundente che ha agito sulla parte ha potuto determinare la frattura del cranio
Lette queste relazioni, il Brigadiere Savoldi vuole togliersi lo sfizio di andare nuovamente sul luogo dove Filomena venne trovata e fa una scoperta sensazionale: sotto una delle due pietre in mezzo alle quali era la testa della poveretta c’è ancora il ritorto che aveva sul capo. Questo non può che significare una cosa e cioè che Filomena è stata spinta giù da suo marito con l’intenzione di ucciderla ma la caduta produsse solo la frattura della gamba sinistra e i tagli superficiali sul cuoio capelluto. Ai lamenti di Filomena, Luigi scese nel fondo del burrone e la finì brutalmente a colpi di pietra, precisamente le due pietre che poi sistemò ai lati della testa per simularne l’impatto dovuto alla caduta. Poi risalì sulla stradina e cominciò la commedia di chiamare aiuto piangendo e disperandosi.
A questa ricostruzione manca, però, un tassello fondamentale per giustificare l’omicidio: un movente valido che non può essere la semplice relazione extraconiugale con la cognata Rosaria. No, ci deve per forza essere qualcosa di più. Savoldi indaga e scopre che tre o quattro giorni prima che avesse commesso l’atroce delitto, Luigi Gabriele disse a Filomena Padovano, una vicina di casa, additando la diciannovenne Maria Orrico la quale stava sulla pubblica via a cucire: “Se morisse la puttana di mia moglie, io sposerei questa ragazza…”. Potrebbe non significare nulla, ma una settimana dopo la morte di Filomena, Luigi si recò a casa della Padovano a dirle che ora sarebbe stato il caso di combinare il matrimonio con Maria Orrico. A tale dichiarazione, Filomena Padovano gli rispose: “Senti Luigi, se tua moglie fosse morta chiamata da Dio in sua casa, assistita da te come affettuoso marito, forse Maria Orrico, da te amata, ti avrebbe sposato, ma quando nel paese si dice che tu hai ucciso la compagna gittandola in un burrone e percuotendola con un sasso nel capo, come puoi vantarti di coniugarti con una giovanetta quale è l’Orrico?”. Savoldi interroga la ragazza e lei racconta:
Circa quindici giorni dopo la morte di Filomena, suo marito a me si presentò dicendomi: “Maria, se io andrò carcerato per il reato che mi si addebita di avere procurato la morte a mia moglie, e starò in carcere tre o quattro anni, mi aspetterai per sposarmi?”. Al che io, con contegno di donna onesta gli risposi così: “Vattene, o infame uomo, che possa finire la tua vita nelle carceri, giammai potrà attuarsi il tuo disegno. Non a me ma a puttane potrai rivolgerti!”
Filomena Iuso, la madre di Maria Orrico rivela altri particolari:
Egli frequentava la mia casa durante la vita della moglie ed io e mio marito non gli facemmo sgarbo perché lavorava con noi, credendo che fosse venuto a solo titolo di amicizia. Però dopo il chiasso della moglie gli facemmo sapere che non più avesse frequentato la nostra casa perché il paese poteva sospettare che egli avesse amoreggiato con la nostra Maria.
Il padre di Maria, Lorenzo? Una furia scatenata:
Vari miei amici, dopo l’avvenuta morte di Filomena, mi riferirono che Luigi Gabriele avrebbe voluto impalmare la mia figlia Maria che conta appena 19 anni, mentre egli ne conta 40! Io, che conosco Gabriele come un uomo di pessima condotta morale, gli feci intendere che più non fosse venuto in casa mia perché il matrimonio da lui sospirato non poteva effettuarsi ed egli fece il mio volere, contro il quale se si fosse ribellato io sarei stato buono di troncargli la vita, meglio saperla puttana in un bordello che sposata a quell’uomo!
Per gli inquirenti i risultati raggiunti dalle indagini possono bastare per chiedere il rinvio a giudizio di Luigi Gabriele con l’accusa di omicidio premeditato. Nemmeno la Sezione d’Accusa ha dubbi e lo rinvia a giudizio. È il 10 agosto 1904.
La coscienza pubblica, se talora può falsare per un momento ed essere l’effetto di una calunnia, nel caso presente, affermando che la morte di Filomena Esposito era l’opera del delitto e ne designava autore il marito Luigi Gabriele, non si era ingannata.
L’8 novembre 1904 inizia il dibattimento davanti alla Corte d’Assise di Cosenza e due giorni dopo viene emessa la sentenza: Luigi Gabriele è responsabile di avere ucciso la propria moglie con premeditazione e viene condannato a 30 anni di reclusione. Il 28 febbraio 1895 la Suprema Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell’imputato e la pena diventa definitiva.[1]
La profezia di Maria Orrico potrebbe avverarsi…

 

[1] ASCS, Processi Penali.

 

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