L’OMICIDIO DEL SINDACO

È la sera del
27 maggio 1864, giorno del Corpus Domini, e piove a dirotto. A casa di don
Giovanni De Fiore a Rota Greca si sta festeggiando il matrimonio di sua figlia
Carmela con Pasquale Perugini di Rende. A partecipare al ballo ci sono molti
invitati e tra questi anche don Bruno Cistari, sindaco del paese e cugino della
sposa, nonché  tutti i suoi fratelli e
sorelle.
Alle 21,00
circa, Maria Peppina Marchese, che abita di fronte ai De Fiore, esce di casa
per gettare il vaso immondo e nel
buio, sotto la pioggia battente, intravede due sagome accovacciate dietro la siepe del giardino di D. Beniamino
De Fiore che ciguliavano fra di loro
. Impauritasi,
gittò subito il cesso e fuggissene in casa
.
Sono ormai le
23,00, la festa sta finendo e gli invitati se ne vanno alla spicciolata. Se ne
vanno anche Bruno Cistari e i suoi fratelli che si attardano un po’ sotto la loggia a salutare gli sposi.
All’improvviso il buio viene squarciato da due lampi contemporanei a due forti
esplosioni. Tuoni? No. Sono due colpi di schioppo che, da dietro la siepe,
lasciano partire una quantità di pallettoni di piombo che colpiscono il sindaco
alle spalle
Ohi frate! Ohi frate! – urlano le
sorelle di Bruno Cistari che si buttano su di lui, che a sua volta urla per il dolore
delle ferite. Immediatamente la musica cessa e tutti, invitati ancora in casa e
vicini svegliati dai colpi e dalle urla, si riversano in strada per soccorrere
il ferito che viene trasportato immediatamente in casa De Fiore, dove c’è
ancora il medico del paese che lo visita. Può cavarsela, le ferite non sembrano
così gravi. Qualcuno viene immediatamente incaricato di andare a Cerzeto per
avvisare il Pretore e i Carabinieri.
Bruno passa
una notte relativamente tranquilla e la mattina seguente, poco dopo l’alba,
quando arrivano il Pretore e i Carabinieri risponde alle domande
Per ora non ho elementi contro di
chicchessia. Però non debbo tacere che da più di un anno vivo in inimicizia non
interrotta, non solo per ragione della carica di sindaco di cui vado rivestito,
con i fratelli D. Filippo, D. Carlo, Antonio e Michele Dores, miei compaesani,
ma eziandio perché dissenzienti al mio modo di vedere in fatto di politica,
essendosi essi addimostrati in ogni tempo acerrimi nemici dell’attuale sistema
governativo, tanto vero che, or sono due anni dietro, colla veste di sindaco
fui costretto scrivere al Prefetto della Provincia che il predetto D. Filippo
Dores, colla qualità di Parroco, rifiutavasi dare sepoltura ad un defunto mio
cugino, Gaspare De Fiore, pel pretesto di essere costui capitano garibaldino e
comandante questa Guardia Nazionale e dietro il mio rapporto, il Parroco ed il
di lui fratello Carlo furono sottoposti a giudizio e condannati. Suppongo
quindi che gli anzidetti Dores, D. Carlo ed Antonio come agenti materiali, D.
Filippo e Michele nella qualità di mandanti di animo malvaggio e tirannico,
siansi determinati ad assassinarmi per libidine di vendetta e per disfarsi di
un uomo che, riconfermato nella carica di Sindaco giorni fa, vegliava
attentamente sui loro passi
Le ferite
però sono molto più gravi di quanto si pensasse e dopo qualche ora Bruno
Cistari muore.
Anche
Giuseppe Cistari, il padre della vittima, sospetta che dietro all’omicidio ci
siano i fratelli Dores e non perde tempo a raccontare altri fatti che li
avrebbero determinati a liberarsi del figlio. Intanto racconta altri
particolari sul mancato funerale
Dovendolo portare in chiesa, si pretendeva
di averlo trasportato per la strada consolare o sia per dove doveva passare il
Santissimo. Il Parroco D. Filippo Dores si oppose e lo condusse in chiesa per
altro viottolo. Bruno aveva fatto fare una orazione funebre al suo fratello
Filaredo, ma il Parroco non volle che l’avesse recitata. Di questo il Bruno se
ne rammaricò tanto per l’offesa che avea pratticato al cugino Fiore, quanto per
non avere fatto recitare al fratello. In questo frattempo sopraggiunse il
Capitano D. Alfonso Vaccaro ed informatosi del affare predetto, all’arrivo del
D. Filippo lo costitì in carcere. Questo fu fatto per assertiva che fece il
Bruno essendo corrivo per l’antecedenti fatti ai suoi parenti e considerate che
nemicizia ave potuto incorrere
Poi passa a
narrare le colpe politiche in senso stretto
Fu incolpato pure come che i sbannati non
volevano partire mediante suo discernimento che faceva con dire che Francesco
era per venire di nuovo al trono e tutto ciò appare da sentenza scritta da
questa giudicatura. Venghiamo all’altro fratello D. Carlo Dores. Lo stesso
andava imparando versi ai ragazzi e l’istruiva in questo modo: Voi Galantuomini
tagliatevi il mustazzo, appicatelo a prosciutto che Francesco è loco sutta…
(i
versi esatti, riportati nel ricorso fatto da Carlo Dores al Ministro di Grazia
e Giustizia per la revoca del domicilio coatto – respinto per difetto di bollo
– sono: Oh voi galantuomini tagliativi lu
mustazzu; appenditilo a nu prisutti; che Franciscu è locu sutta; Oh voi
galantuomini vinditivi lu granu e fativi lu tavutu che Franciscu è venutu
.
Versi che sarebbero stati canticchiati nel paese da una bambina Proietta di circa anni quattro che
girava il paese mendicando un tozzo di pane)
fatti che risultano da sentenza e Bruno come Sindaco riferì alla giustizia e ne
fu carcerato e ne subì la pena in Spezzano
(Carlo Dores fu condannato a sei
mesi di domicilio coatto a Spezzano Albanese) e considerate che inimicizia poteva conseguire. In quei tempi e
positamente nel giorno del 1° 9mbre è solito che i preti vanno a fare visita al
Parroco e siccome il fratello del detto Bruno è anche prete, così unito agli
altri fece anche visita al scellerato Parroco. Tutti i fratelli si avventarono
sopra al detto Luigi e lo cacciarono fuori col dirli che per amore del suo
fratello non lo vollero ricevere in casa; se ne andiede senza cappello perché
lo volevano uccidere e se non fosse stato pei suoi amici ciò sarebbe seguito
E le accuse
non si fermano qui
Fu vibrato un colpo di fucile alla finestra
o sia ad uno bassetto diretto a D. Carlo e nel fare il suo pensiero pensò che
fosse stato Bruno Cistari il colpevole, anzi andò da D. Emilio Mari il suo
nipote e disse che bruno Cistari aveva sparato una fucilata al suo zio Carlo… v’è
altro elemento anche chiaro. Bruno mandò alcuni travagliatori per cacciare
l’acquaro del molino. Il fratello di D. Carlo a nome Antonio si presentò al
Guardiano Giuseppe
(Spallato) e che
cosa li disse? Li disse che il suo patrone non vuole trovarvi qui e li disse
che se si lo vuole fare a cortillati, a fucilati, a muzzicuni in qualunque
maniera che voleva attaccarsi  ma poi
all’ultimo conchiuse  che doveva aggire e
che delli loro mani doveva morire, come accaduto… Vi è altra inimicizia con un
certo Fiore Francesco (Palagatta) che prettendeva certi pistilli e che nel
carnevale si liticarono e n’è pienamente a conoscenza il pubblico. Il mio
pensiero è che il mandante sia D. Filippo, l’uccisori l’altri due fratelli
d’unità all’altro nemico Francesco Fiore Palagatta
Per non
sbagliare Giuseppe Cistari ce li mette tutti, o quasi, perché i fratelli di don
Filippo sono tre e non due e se non specifica i nomi è un guaio. Ma se ci
possono essere dei dubbi su quali dei fratelli Dores puntare l’attenzione come
possibili esecutori materiali dell’omicidio, certamente il più sospettato dei
tre è Antonio per le minacce che avrebbe fatto tramite il guardiano e, perché
no, su Francesco Fiore per la lite avuta con Bruno. Antonio Dores viene
interrogato e racconta la sua versione dei fatti
La sera in cui fu ucciso Cistari io mi
ritirai da campagna alle ore 24
(16,30 circa) essendo andato alla vigna armato di fucile ed ove mi trattenni fino
all’ora che mi ritirai. Andai in campagna per vegliare i miei interessi ed il
fucile, ad una canna, lo portavo carico a pallini, onde non farmi sfuggire di
sparare a qualche uccello se mi fosse dato vederlo. Mi ritirai a casa venendo
dritto da campagna e solo, attraversando il paese per innanzi la casa di D.
Giovanni De Fiore, indi mi recai dall’apprezzatore Giacinto Fiore per andare
insieme il giorno seguente a stimare la fronda serica di proprietà della mia
famiglia ed ivi mi trattenni circa mezz’ora, che fu il solo trattenimento che
feci venendo da campagna e, ritirandomi a casa di poi passai per innanzi la
chiesa e per la strada Gancarella mi ridussi a casa
– Avete
incontrato qualcuno per strada che possa confermare?
Non ricordo con quali persone io sia
scontrato andando a casa, sebbene fossero state moltissime
– Pare che
abbiate fatto delle minacce al Sindaco, minacce di morte tramite il suo
guardiano…
Io non ho fatto mai minacce al Sindaco
Cistari per mezzo del suo servo Giuseppe Spallato… io feci le lagnanze contro
il padrone perché a tutti permetteva lo scavo della creta in un suo fondo ed a
me l’avea vietato, ma minacce mai! Lo Spallato alle mie doglianze rispose:
“Questi son gli ordini… non ho che dirti…”. È vero altresì che la mia famiglia
ha speso qualche moneta per la causa di mio fratello don Carlo il quale ha
anche scontato la pena di sette mesi d’esilio in Spezzano Albanese, ma per tale
dispendio della mia famiglia ed umiliazione del detto mio fratello ci avevano
colpa più di uno, ma il Sindaco Cistari più di tutti. Ma questo finì poi avendo
fatto pace
– E quando
siete rientrato a casa, i vostri fratelli c’erano o erano ancora fuori?
Allorchè mi ritirai da campagna gli altri
tre miei fratelli Carlo, Filippo e Michele erano in casa e, ritiratomi, di noi
non uscì più nessuno in quella sera
Antonio Dores
ha parlato di un fucile ad una canna e questo contrasta con i fatti perché i
colpi sparati contro Bruno Cistari furono due e a brevissima distanza uno
dall’altro, quindi, se è stato Antonio a sparare, deve avere avuto un complice
– come risulta già agli atti dalla testimonianza di Maria Peppina Marchese e le
cose si complicano. Il Pretore interroga anche la servitù di casa Dores e come
prima cosa ha la conferma che solo Antonio possiede un fucile e che il fucile è
effettivamente ad una canna. Per il resto le testimonianze rischiano davvero di
inguaiare Antonio perché tanto Maria Rosaria Maida che Francesco D’Elia si
contraddicono tra di loro e contraddicono quanto ha affermato il loro padrone
Il giorno del Corpus Domini, quello
dell’omicidio del Sindaco, i due preti D. Filippo e D. Carlo, dopo la Chiesa si ritirarono
insieme in casa e potevano essere le ore 22 d’Italia. L’altro fratello don
Michele si ritirò circa un quarto d’ora dopo i due preti. Don Antonio poi venne
a casa al tocco delle ore 24. niuno di essi quel giorno uscì con fucile, non
escluso don Antonio. Questi non va mai in campagna nei giorni festivi,
festeggiando il giorno dedicato al Signore
– dice Maria Rosaria Maida
– Sei sicura
che don Antonio è uscito senza fucile?
La sera del Corpus Domini alle ore 24 don
Antonio si ritirò e perché il portone era chiuso, al picchio andai io ad
aprirlo e vidi bene che non aveva fucile
– Sicuro? –
insiste il Pretore
Mentre egli era fuori di casa, il fucile io
l’ho visto per tutto il giorno vicino al capezzale del suo letto dove era
solito tenerlo e tiene di presente
Chiarissimo.
Io vidi tutti i quattro fratelli Dores in
casa. Don Antonio stava già ritirato sin dalle ore 21. Nel giorno del Corpus
Domini, don Antonio dopo mezzogiorno andò dall’apprezzatore senza fucile. Nel
tempo della sua assenza il fucile l’ho visto al suo posto in una stanza tutta
diversa da quella del suo letto, dormendo egli in quel tempo, come adesso, in
cucina
Guai in
vista. E guai in vista perché le persone che abitano lungo il tragitto indicato
da Antonio dicono, interrogate, di non averlo visto e addirittura che quella
strada, cioè la strada che passa per il rione Magnocavallo, la Fontana e, quindi, dal
rione Migliano dove è situata la casa
dei De Fiore teatro dell’omicidio, non è mai praticata da don Antonio.
Piuttosto, invece, pratica l’altra strada, più
breve e più comoda
per andare nelle sue terre, che, da Casa Dores in via Babillonia, passa per la chiesa e per il
Vallone. Qualcuno, invece, dice che
Antonio Dores in campagna ci va quando vuole, a prescindere che sia festa o
meno.
Ma, si
chiedono i giudici, è mai possibile che una persona che abbia in mente di
ucciderne un’altra se ne va in giro per le strade del paese con il fucile in
spalla mostrandosi potenzialmente a tutti? E poi, come mai nessuno lo ha visto
passare? Certo è che dall’apprezzatore c’è stato perché lo testimonia tutta la
famiglia di quest’ultimo e testimoniano anche di averlo visto con il fucile a
una canna in spalla. Molto strano. Tutto ciò fa chiedere al padre di Bruno
Cistari di arrestare don Filippo che, nella sua qualità di parroco, è in grado
di condizionare i testimoni, ma non se ne fa niente.
Però emergono
altre circostanze, queste molto più serie di quelle indicate dal padre di
Bruno, che potrebbero essere un buon movente per uccidere.
Circa un anno prima della morte del Cistari,
questi avea avuto domanda dal Parroco di supplimento di congrua, al quale egli
rispose che, non solo non gliela avrebbe accordata, ma opinava ritirare al
comune, cui pria appartenevano, i beni depredati dal Parroco, qual congrua, ed
allora gli avrebbe assegnato in contante la competente congrua, a tenore dei
regolamenti che la stabilisce. A tale oggetto iniziò il Sindaco Cistari una
corrispondenza, il cui esito è tuttavia pendente – racconta Beniamino De Fiore
–. Qualche giorno prima della morte del Cistari, avuta la comunicazione della
conferma a Sindaco, mi fece la confidenza che oramai che aveva altri tre anni
di carica innanzi di se, opinava promuovere la nomina del Parroco definitivo,
mercè legale concorso, essendo il Filippo Dores un semplice economo
parrocchiale e non coi tempi, avendo impresso nell’animo principi retrivi e
contrari all’attuali libere e civili istituzioni. Mi diceva ancora che se non
aveva sfogo dalla Prefettura, ne avrebbe fatto istanza financo al Guardasigilli
e Ministro dei Culti. Io gli dissi allora di lasciar stare questo e non
curarlo, ma l’amico Sindaco mi rispose: “Oh caro Beniamino, abbi sempre fitta
in mente la massima Inimico tuo ne crederis in aeternum… ti troverai bene”.
ricordo che nell’inverno del 1863 e propriamente nel giorno della
commemorazione dei morti, poiché vi è costumanza qui che la notte dalle due ore
in poi il Parroco vestiva dieci o dodici suoi dipendenti con camice bianco,
rappresentando le anime del purgatorio, li faceva girare nel paese, sempre di
notte tempo, questuando le castagne in suffragio che esse rappresentavano. Tale
usanza dalle autorità locali si tollerava, ma quando, avvenuto il fatto che la
mattina precedente, il fratello del Sindaco, signor Luigi Cestari sacerdote, di
coscienza delicata e scrupolosa, teneva a male quella inimicizia esternata fra
le due famiglie e di tanto in tanto andava furtivamente a visitare il Parroco,
ebbe a soffrire l’umiliazione di esser messo alla porta come il più vile servo
o come un uomo che soffre la lebbra, con le parole “La tua famiglia ci vuole
rovinare e tu hai il coraggio di venirci a visitare?”. Tale azione, indegna di
chi vanta avere animo gentile, toccò sul vivo l’animo sensibile del Sindaco
Bruno Cistari ed immantinente, come per reagire, non volle tollerare la
scandalosa questua notturna e perciò fece bandire che chi oltre le due ore
trovavasi girovago per il paese, siino vivi o anime purganti, sarebbe stato
arrestato. La mattina de’ tre novembre, Carlo Dores dall’altare, dopo compiuto
il sacrificio incruento, predicò al popolo che, giacchè il Sindaco avea vietato
con bando e con la forza la questua delle consueta delle castagne, chi avrebbe
avuto tale volontà, le portasse a casa sua…
Il denaro, un
ottimo motivo per uccidere. Le indagini proseguono ma non si trova niente di
concreto né su don Filippo, né su don Carlo, né su Michele Dores e nemmeno su
Francesco Fiore, finito in questa brutta storia senza sapere come e perché. Su
Antonio restano dei dubbi soprattutto perché il padre della vittima, asserisce
che l’apprezzatore, suo parente, gli avrebbe confessato una frase molto
compromettente pronunciata da Antonio Dores poco prima che avvenisse il
delitto: “Se dimani accadesse qualcosa al
Sindaco, io non ne sono responsabile. Voi mi sarete testimone che sono stato
fino ad ora tarda qui con voi
”. L’apprezzatore nega recisamente questa
circostanza ma Antonio Dores, nel dubbio, viene arrestato. Qualche giorno dopo
anche Giacinto Fiore, l’apprezzatore, rischia l’arresto per falsa testimonianza
e ad inguaiarlo è suo figlio Pasquale che giura di aver sentito distintamente
Antonio pronunciare quella e altre frasi. L’equivoco viene chiarito perché le
frasi incriminate non furono pronunciate la sera prima del delitto, bensì la
mattina seguente: “Vedete che fatto, tale
uccisione la vogliono per forza addebitare a me. In niun conto non ci vogliono
lasciare andare, noi ci facciamo i fatti nostri ed invece ci vogliono
inquietare non ostante che siamo parenti. Voi mi potete giovare facendomi da
testimone che il giorno precedente la notte che fu ucciso il Sindaco, io sono
stato in casa vostra col fucile e se voleva fare questo non sarei andato
certamente pel paese col fucile in mano
”. Dette la mattina dopo l’omicidio
assumono un valore completamente diverso. Ma perché l’apprezzatore non lo ha
detto subito al giudice?
Deve sapere che io soffro all’udito, quindi
le parole profferite da Antonio Dores non le intesi affatto
Non c’è
altro. Il Pubblico Ministero fa le sue richieste e sottolinea:
Poiché se il prosieguo di istruzione non ha
aggiunto altri elementi sul conto di Carlo, Filippo e Michele Dores, ha
ribaditi e sempre meglio sviluppati quelli che si elevano contro Antonio Dores,
mentre che poi a riguardo di Francesco Fiore non è comparso neanche un lontano
indizio
. Quindi ci sarebbero elementi sufficienti a mandare Antonio Dores
al giudizio della Corte d’Assise, sebbene non sia affatto chiaro come abbia
fatto l’imputato a sparare due colpi consecutivi con un fucile ad avancarica a
una sola canna, visto che non è stata fatta alcuna indagine per scoprire
eventuali complici.
La Sezione d’Accusa però non
è d’accordo e ritiene che in tanta
scarsezza di indizi non è prudenza avventurare un pubblico giudizio
, per
cui dichiara non farsi luogo a
procedimento penale per la deficienza di pruove contro Antonio Dores
e
auspica nuovi lumi sulla faccenda. È
l’11 aprile 1865.
La svolta
potrebbe esserci un anno dopo quando al Procuratore del re di Cosenza arriva
una lettera anonima da Rota Greca, datata 5 maggio 1866
Signore,
Volete conoscere lu misfatto del omicidio
del anno 1864 il mese di maggio. Chiamate a fedele Milito, sa tutto il misfatto
come andato la morte di D. Bruno Cistaro della comune di Rota Greca, quanto ha
fatto questa dichiarazione  il detto
Milito vi erano anche testimoni che sono a questi prigioni che sia Vincenzo
Culletto della Rejna, a fatto questa dichiarazione il detto milito che io so
tutto il fatto, ma per detto di Dorotea Esposita e Carmela Ditanassa e Maria
Rosa Caruso Marianna Milito, Congetta Sita, Rosaria Mariamelia la
Capo Mastra della filannara di D. Giovanni
Fiore e Gennaro Milito, Angiolarosa Costanza, questi sono tutti testimoni per
il detto misfatto e sono tutti della Comune di Greca Rota. Carmino Tommaso che
a fatto questo omicidio a fatto dei minacci a Dorotea Esposita che se non
acconsentiva al suo volere la faceva come avea fatto al laltro misfatto
.
Perché non
tentare?
Conosco che tra Carmine Tommaso e Dorotea
Esposito vi erano trattative di matrimonio
– attacca Fedele Milito – ed in seguito la Esposito reuscì dalla
promessa fatta. Il Tommaso, indispettito dalla risoluzione fatta dalla
Esposito, più volte l’ha minacciata ed in un giorno l’impugnò il fucile contro
e le disse che da lui la polvere sapeva dolce e sapeva far cadere le persone.
Questo discorso mi veniva fatto dalla stessa Esposito, alla quale io, avendo
domandato quali erano le persone che il Tommaso avea fatto cadere, ella mi
rispose che sospettava forte che il Tommaso volea riferire quel suo discorso
all’omicidio del Sindaco D. Bruno Cistari il quale era stato ucciso uno o due
mesi prima. Lo stesso sospetto fu fatto ancora da Carmela Spallato agnomato
Ditanasso, la quale trovossi presente alla minaccia fatta alla Esposito. Questa
confidenza, trovandomi carcerato in Cosenza, la svelai a Francesco Cavallo di
Rota ed a Vincenzo Gulletta del rione Regina di Lattarico, anche carcerato
Dorotea Esposito,
però lo smentisce
Io era in trattative di matrimonio con
Carmine Tommaso ma ritirai la parola perché i miei fratelli d’affezione non
volevano, essendo il Tommaso un giovane scapestrato. Il Tommaso del mio rifiuto
fu irritato e più volte mi è venuto appresso minacciandomi, tanto che mi
ridussi a non essere più libera di uscir di casa per timor di lui. Finalmente,
una mattina di giugno o luglio del 1864, io stava alla filanda di D. Giovanni
De Fiore e venne il Tommaso il quale cominciò a farmi le solite minacce,
cacciando anche un pugnale, dicendo che l’avessi sposato per forza o mi avrebbe
uccisa. Alcune donne che trovavansi colà gli dissero che mi avesse lasciato
andare, altrimenti i miei fratelli avrebbero ucciso a lui, al che egli tosto
rispose: “A me? e chi mi uccide? Se qualcuno osa tirarmi uno schioppo, io con
la mia polvere gli fo fare una fumata… la polvere mia ti cridi ca… ti cridi ca…”
e piegava il capo di dietro innanzi. Poi io fuggii e non so più nulla
– L’arma era
un fucile o un pugnale?
Io vidi cacciare un pugnale e non un fucile
– Ti è venuto
il sospetto che Tommaso si riferisse all’omicidio del Sindaco?
Dalle parole del Tommaso niun sospetto io
conseguii in rapporto a tale omicidio poiché le sue minacce riguardavano me ed
i miei fratelli
– Hai parlato
di questo con Fedele Milito? Lui sostiene che tu sospettavi del Tommaso come
assassino del Sindaco…
Con Fedele Milito io mi lamentai di queste
minacce del Tommaso ma non gli dissi di aver formato alcun sospetto e forse
egli dovette malamente capire le mie parole
Qualcosa di
più ha sentito Carmela Spallato
Verso le ore della sera dello stesso giorno,
io trovavami addetta a raccogliere il verme serico da terra e Carmine Tommaso
stringeva i mancanelli da dietro la banchina alla stessa camera e non vedeva e
non sapeva che io trovavami nell’istessa stanza e solo solo parlava, come se
fosse un farnetico e diceva: “La debbo ammazzare, allora mi quieterò quando
l’avrò ammazzata: la polvere mia è dolce e la so sparare e quando sparo mi riesce
e so uccidere”. Io sentii questo soliloquio e non vi risposi parola alcuna, ma
solamente feci sospetto che questo suo parlare di dolcezza di polvere e di
riuscire i suoi colpi non volesse riferire all’omicidio del nostro Sindaco
– Ne avete
parlato con Fedele Milito?
Trovandomi a parlare con Fedele Milito, è
pur vero che glielo manifestai
Un po’ troppo
poco, infatti il 18 luglio 1866 il Giudice Istruttore dichiara non farsi luogo a procedimento penale contro Tommaso Carmine
per difetto d’indizi
.[1]
L’assassino
(o più probabilmente gli assassini) di Bruno Cistari resterà impunito.

[1] ASCS, Processi Penali.

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