STANOTTE TI AMMAZZO

Un assai malaugurato imeneo celebravasi
innanzi all’Ufficio dello Stato Civile di San Marco Argentano, in quel di
Cosenza, nel pomeriggio del 20 gennaio 1898. Michele Noce, di condizione
civile,
orbo di un occhio, si univa
in matrimonio con Prudenza Tudda, domestica, che la voce pubblica indicava come
donna di costumi depravati, manesca e di carattere irritabile, violento
. Se
Michele avesse dato un’occhiata al certificato penale di Prudenza avrebbe
forse, scusate il gioco di parole, usato più prudenza nello sceglierla come
moglie, dati i suoi numerosi precedenti penali per reati contro la persona e la
proprietà.
Come è facile
immaginare, con questo stato di cose il
matrimonio non poteva essere foriero di pace e tranquillità fra i coniugi
.
L’incompatibilità
di carattere da un lato e la gelosia dall’altro (Michele credeva che sua
moglie, malgrado la sua età non più
giovane
, continuasse ancora
nell’antico sistema di libertinaggio
) portavano ad aspri e continui litigi
fra i due.
Michele, un po’ strano, dedito al vino e nel 1903
condannato a 18 mesi di reclusione per corruzione di minorenne, avrebbe voluto costringere
Prudenza a mantenersi riservata ed onesta
e spesso la apostrofava con gli epiteti di puttana
e porcella. Prudenza, da parte sua, ogni
volta che Michele la chiamava con quei nomi, lo minacciava di morte: ti devo ammazzare!… ti devo far provare
l’accetta!… una di queste notti ti ammazzo con l’accetta!… qualche giorno
ti debbo far peggio di quello che feci al Carabiniere!…
(nel 1888
Prudenza era stata condannata a 2 anni di reclusione per ribellione ai RR Carabinieri).
Col passare
degli anni le cose vanno sempre peggio e la gelosia di Michele diventa davvero
insopportabile: Prudenza va alla fontana? Va a fare dei servizi a qualche
famiglia? Va a fare delle spese in Piazza? Va a Cavallerizzo, suo paese natale?
Lui la accusa sempre che sono pretesti, che è uscita per congiungersi carnalmente con qualcuno.
– Ho quasi sessant’anni
Michè! Mi hai vista? Con chi mi devo congiungere?
E giù
bestemmie e maleparole, peggiori di quelle che le riserva il marito.
Poi arrivano
anche i fatti: una mattina, all’improvviso, Michele tira a Prudenza un mezzo
mattone ma per fortuna la manca. Il motivo? Sospettava
che essa guardasse due giovanotti che erano passati davanti la casa
. Ma
Prudenza non se le tiene e una sera inseguì
il marito con una pertica
, costringendolo a scappare di casa.
Ma Michele
non fa mancare nulla a Prudenza e se lei si ammala, Michele le porta a letto financo il caffè e latte.
Tra una quistione e l’altra, tra una
minaccia e l’altra, tra un turpiloquio e l’altro
, si arriva al 4 ottobre
1906, un giorno come tutti gli altri, con le solite discussioni e liti
– Puttana!
Hai dato la brocca dell’acqua a uno sconosciuto! Lo sai che può essere
pericoloso? Che gli sconosciuti ti attaccano le malattie?
– Mi aveva
chiesto da bere e l’ho fatto bere! – gli risponde con lo stesso tono aspro.
Michele, oltremodo indignato, le
strappa la brocca di mano e la scaglia violentemente a terra frantumandola.
Prudenza resta impassibile e con glaciale
freddezza
gli dice – Non dubitare,
finiranno tutte le quistioni… stanotte ti ammazzo!
Poi tra i due
sembra intervenire una tregua e per il resto della giornata non succede altro.
Poco dopo il tramonto, però, i vicini cominciano a sentire le solite urla dei
due. Qualcuno sente distintamente Prudenza che, inferocita, urla al marito
Cecatu fricatu, stanotte t’ammazzu, mannaja
a Cristo!
Ma dopo
qualche altro schiamazzo i vicini percepiscono che tra Michele e Prudenza è
tornata la calma.
Verso le
23,00 tutti, o quasi, dormono. Anche Michele si è già posto a letto e dorme placidamente. Nel basso sottostante alla
camera da letto di Michele e Prudenza, anche Pasquale Ceravolo dorme
placidamente ma il suo sonno viene disturbato da qualcosa che somiglia a un
lamento, poi il cigolio di una porta che si apre e il rumore di un oggetto pesante lanciato sulla via. Pasquale Ceravolo
si gira dall’altra parte e comincia di nuovo a ronfare.
Al piano di
sopra, però, c’è poco da ronfare placidamente. Invasa dalla libidine del sangue e ardente del desiderio di vendetta,
Prudenza sta mantenendo la sua promessa e colpisce ripetutamente Michele con
una scure: 4 colpi tra la testa e il collo, 5 tra il petto e la parte anteriore
della spalla sinistra, 2 alle spalle. 11 colpi violentissimi che devastano
Michele e ne determinano la morte quasi istantanea, mentre il sangue schizza
pulsando dalle arterie recise invadendo la stanza.
Prudenza
resta per ore a vegliare Michele che giace supino nel suo sangue con la testa,
leggermente reclinata sulla destra, appoggiata al muro che è dietro al letto,
le braccia sull’addome, la gamba destra piegata, quella sinistra completamente
stesa. Poi, verso le 4,00, gli mette un fazzoletto sulla testa e si affaccia
alla finestra della stanza. I primi braccianti che escono per andare a zappare
la notano, ma è ancora buio e non si accorgono del sangue secco che le adorna
la faccia. Alle prime luci dell’alba, dopo una veloce passata per pulirsi il
viso, Prudenza esce di casa e va verso il suo paese.
Poi cambia
idea e prosegue fino a Rota Greca. Qui va al Comune, chiede del Sindaco e
quando gli è davanti, a suo modo, confessa ciò che ha fatto
– Ieri sera
io e mio marito abbiamo litigato… mi maltrattava e malmenava continuamente… poi
ha cominciato a dirmi le solite brutte parole… puttanaporcella… e mi
ha colpito con calci e pugni… poi ha preso una roncola e io non ci ho visto più.
L’ho colpito alla testa con un bastone, così forte da farlo cadere a terra morto
– E proprio
qua dovevate venire? – le fa il Sindaco, stizzito per la grana capitatagli
– Volevo
andare a Cerzeto, ma una donna di Mongrassano che ho incontrato per strada mi
ha consigliato di costituirmi da voi… voglio che mi portiate al carcere di
Cosenza
– Ah!
Quando
arrivano i Carabinieri e le fanno ripetere il racconto, nasce subito il
sospetto che il racconto è molto strano, potendosi
trattare ch’essa fosse alienata di mente
, così telegrafano subito ai
colleghi di San Marco Argentano e la risposta che arriva poco dopo conferma che
il morto c’è scappato davvero e arriva anche l’ordine di portare subito
l’assassina nel carcere di San Marco.
Quando
l’avvocato Antonio Macrì, Pretore del Mandamento di San Marco Argentano, il
Maresciallo Innocenzo Marone e il medico legale, per mezzo di una ripida scala
entrano nella casa di Via della Torre 25, appare subito chiaro che il racconto
fatto da Prudenza non quadra: nella
stanza tutto era in ordine e nessuno indizio di colluttazione si era osservato
.
Nel letto, e propriamente in
corrispondenza del sito ove trovasi il cadavere, che non indossa vestimenta
all’infuori di una camicia e un paio di mutande di tela bianca intrise di
sangue, si notano larghissime macchie di sangue sul cuscino, sulle fodere del
materasso, sul pagliericcio e sulle tavole del letto
. Tolto il fazzoletto
che copre la testa della vittima, le orrende ferite destano un senso di ribrezzo in chi guarda.
– Qui non si
tratta di legittima difesa ma di omicidio premeditato… l’ha ammazzato a sangue
freddo mentre dormiva – osserva il Pretore
Il giorno
dopo, 6 ottobre, Prudenza arriva a San Marco proprio mentre viene consegnata in
Pretura la scure usata per l’omicidio, rinvenuta sul tetto di una casupola
adiacente alla casa dell’orrore.  Subito
cominciano le sorprese
Mi reputo innocente della imputazione. Vado
di accordo con mio marito Michele Noce. Cinque giorni or sono andai a
Cavallerizzo dove ho un mio fratello di cui non intendo palesare il nome

dice quasi meccanicamente Prudenza, rifiutandosi di rispondere alle altre
domande del Magistrato. Resta chiusa in
un mutismo ostinato o dice frasi inconcludenti
, annota il cancelliere. Dopo
ore di insistenza, finalmente la donna si decide a dire qualcosa sulla sua
permanenza a Cavallerizzo – pernottai
all’aperto e mangiai del pane che comprai
– E ieri
mattina perché siete andata a Rota Greca?
Mi recai a Rota Greca per affari miei e non
intendo specificare in che cosa consistono detti miei affari. È certo che
parlai col signor Mari, che confessai al Sindaco di avere ucciso mio marito, ma
ciò dissi per coglionare
– Per quale
motivo?
Non intendo dire le ragioni per le quali ho
creduto di coglionare il Sindaco
– poi si chiude di nuovo nel mutismo
Ma le domande
da fare sono tante e Prudenza, il giorno successivo, viene fatta di nuovo
accomodare davanti al Pretore e stavolta sembra un fiume in piena
Litigammo quella sera come al solito e ciò
perché egli avea infondati sospetti di gelosia contro di me .È verissimo che io
la sera del 4 ottobre, con quella scure
– attacca indicando l’arma che le
viene mostrata – colpii mio marito sulla
testa, ma ciò feci perché egli voleva uccidere me con una specie di roncola,
che noi in dialetto chiamiamo chisa. Gli tirai però un solo colpo in
testa mentre egli era all’impiedi e nello stato di legittima difesa. Lo colpii
a notte inoltrata, poi dormii in casa fin quasi all’alba, dopo partii per
Mongrassano dove una donna, di cui non voglio dire il nome, mi consigliò di
recarmi a Rota Greca per costituirmi a quel Sindaco e così feci
Almeno ha
ammesso di avere colpito il marito con una scure, ma sul resto non ci siamo
proprio, così il Pretore continua a insistere per arrivare a farle confessare
di avere premeditato il delitto, ma Prudenza nega ogni cosa che possa portare a
questa conclusione. Poi, seccata, aggiunge
Non voglio aggiungere altro e vi prego di
non farmi altre domande e contestazioni perché non intendo rispondere in nessun
modo
soffro nella camera di
sicurezza, questa caserma dove son tenuta fin da ieri puzza e vi prego di portarmi
in carceri più igieniche
!
Chissà, forse
accontentandola si riuscirà a farla confessare. Prudenza viene trasferita nel
carcere femminile di Cosenza, ma continua a fare scena muta e non si può
aspettare in eterno. Il 20 febbraio 1907 Prudenza viene rinviata a giudizio per
omicidio volontario aggravato dalla premeditazione.
Quando il 22
ottobre 1907 comincia il dibattimento davanti alla Corte d’Assise di Cosenza, l’avvocato
Nicola Serra, difensore di Prudenza, avanza il dubbio che la sua assistita fosse malata di mente al momento della
consumazione del reato
e chiede che sia sottoposta a perizia psichiatrica.
La richiesta viene accolta e Prudenza viene mandata nel manicomio di Girifalco
e affidata, il 14 gennaio 1908, alle cure del professore Romano Pellegrini.
Dopo un lungo
e complicato calcolo delle misure antropometriche, Pellegrini conclude che
queste non sono in perfetta armonia con quelle indicate dall’illustre clinico di Padova De Giovanni, secondo il quale le dimensioni devono essere considerate non
in senso assoluto ma secondo i rapporti di proporzione
. Passando all’esame
psichico, Pellegrini osserva che: se noi
dovessimo giudicarla dai disturbi presentati nei primi giorni del suo ingresso
nel manicomio, dovremmo concludere che la Tudda era in preda ad alterazioni di coscienza,
della percezione e disordini ideativi e pervertimenti sensoriali, specialmente
allucinazioni visive, ma siccome tale contegno troppo assoluto, tale
incoscienza completa a fronte di una mimica dissimulatrice per la quale essa
sfuggiva d’incontrare lo sguardo suo col nostro, ci parve poco sincero, anzi
simulato, tanto che finì completamente appena noi le abbiamo fatto comprendere
che agendo in tal modo avrebbe maggiormente compromesso la sua posizione e le
abbiamo inoculato la sicurezza della nostra protezione, così di esso non
teniamo alcun conto, come se non fosse nemmeno esistito, almeno per ciò che
riguarda le sue funzioni psichiche. Per tutto il resto della sua dimora nel
manicomio, la Tudda
mantenne un contegno costantemente uniforme, ogni giorno facendo un passo. Nei
primi giorni della sua calma non si ottiene che qualche sguardo, in seguito si
avvicina e, sempre muta, bacia con trasporto la mano al medico e al Direttore,
allontanandosi poscia lentamente, senza curarsi di rispondere alle domande; più
tardi aggiunge il “buon giorno, signoria” e nient’altro; più tardi ancora,
oltre al buon giorno, implora con sguardo dolce e tenero “signoria non mi
battete… signoria non mi uccidete… signoria non mi tagliate la testa…” e finalmente
poco per volta incomincia a dare qualche risposta:
– Perché hai ucciso tuo marito?
– Signoria non sa… era un pezzo di forca, si
ubbriacava tutti i giorni, mi maltrattava continuamente in tutte le ore… la
notte mi scacciava di casa dopo che, ubbriaco fradicio, si era servito del mio
corpo… in casa non mi lasciava nulla: se buscavo col mio lavoro qualche soldo,
me lo rubava; se acquistavo qualche oggetto di vestiario od altro, lo rubava
per venderlo e beverselo di vino e poi…
– E poi?
– E poi “svergognava” in mia presenza una
donna forestiera ed io, piangendo, dovevo volgere gli occhi altrove… Violentò
una ragazza di 12-13 anni e fu condannato a quattordici mesi di carcere. Una
volta mi ruppe un braccio, un’altra mi diede una coltellata alla gamba destra
– Ed è per questo che l’hai ucciso?
Nessuna risposta.
Come l’hai ucciso?
– Non ricordo
– Non l’hai ucciso dunque tu?
– Non ricordo
– E perché ti hanno condotta qui?
– Non lo so…
– Dove sei qui?
– In chiesa per assistere alla messa di
Natale
– Ma Natale è passato… non sai quando è
Natale?
– Nel mese di marzo…
– Ma tu scherzi molto male a proposito,
Tudda?
– Signoria, perdonatemi – e bacia la mano
con trasporto e con gli occhi umidi di lacrime.  È degno di nota che la Tudda ha evitato sempre di
pronunziare la parola marito e il verbo uccidere.
Pellegrini
riscontra il cambiamento di Prudenza che adesso è ubbidiente alla disciplina, ossequiosa con i sanitari, pronta e
volenterosa a disimpegnare il lavoro che le abbiamo affidato, si è cattivata
prestissimo la simpatia di tutto il personale e sembra veramente incredibile di
avere in lei una colpevole d’un delitto tanto atroce
.
Poi Prudenza,
negli interrogatori successivi, continuando a parlare della sua vita, una vita infernale, con Michele, ammette
– Io tolleravo più che potevo, ma la notte
del delitto non ne potei più: egli mi minacciava con una roncola pronto a
scagliarsi contro di me; io afferrai la scure che avevo a portata di mano e lo
colpii
Pellegrini riconosce
che Prudenza ripete il racconto di quella maledetta notte sempre in modo identico e sicuro. Ciò non solleva alcun dubbio nel
perito il quale, anzi, rincara la dose: cerca
di entrare sempre più nelle grazie del Perito e di commuoverlo talvolta con le
lagrime e col racconto delle sue disgrazie: vuole dimostrargli che se è
trascesa fino all’uxoricidio vi è stata costretta dai maltrattamenti
ininterrotti. La tazza era colma e doveva fatalmente e necessariamente
traboccare
.
Benché notoriamente donna libera, qui non ha
mai dimostrato pervertimenti sessuali. si ribella anzi se le si dice che fu
donna di facili costumi: lo nega recisamente, come se fosse stata donna
moralissima ed onestissima
. Insistendo
per sapere dalla di lei bocca se ciò che si diceva era vero o no, rispondeva:
“è vero che quando ero giovinetta un signore in campagna abusò di me avendomi
da una parte sopraffatta con la violenza e dall’altra minacciata con un
pugnale, tanto che ci fu un processo finito con l’assoluzione dello stupratore
poiché questo era ricco, ma è pur vero che io non ho conosciuto altro uomo che
mio marito”. E a questo punto, lacrimando e singhiozzando forte si buttò a
terra baciando il pavimento ed invocando in testimonianza l’anima di suo padre,
l’anima di sua madre, l’anima dei suoi morti. Quando si rialzò non era granché
commossa, né gli occhi davano segni di lagrime come si sarebbe aspettato dietro
una scena di quella fatta, durata almeno cinque minuti; c’era dunque tutta la
probabilità che quella commozione, diciamo meglio quello stato di indignazione
fosse simulato e la scenata dei baci dati alle fredde mattonelle del pavimento
e l’invocazione alle anime dei suoi defunti servissero appunto a mentire; agli
occhi dell’osservatore quella commozione che non esisteva, nascondendo al suo
sguardo il viso freddo che non si muoveva d’una linea al ricordo di una vita di
prostituzione vissuta sfacciatamente e cinicamente come quella di tutte le
prostitute.
Nessun dubbio per Pellegrini che ritiene Prudenza sincera
quando racconta le depravazioni del marito ma non quando nega di essere stata
una prostituta.
Il giudizio
finale è presto fatto: non è malata di mente ma una degenerata, una simulatrice, una delinquente volgare e nel
momento in cui uccise il marito era nella pienezza delle sue facoltà mentali.
Deve essere processata. È il 30 giugno 1908 e sono stati necessari168 giorni di lavoro per arrivare al risultato.
Prudenza
viene riportata nel carcere di Cosenza e si attende che venga fissata la data per
riprendere il dibattimento. Dal carcere, però, arrivano inquietanti rapporti sullo
stato di Prudenza che parlano di reiterati tentativi di far violenza contro di sé e delle compagne e della continua
necessità di costringerla nel letto di
forza
. Ciò accade il 9 e il 22 ottobre e poi il primo novembre. A questo
punto il Pubblico Ministero ne chiede l’immediato ricovero in manicomio. Il 30
novembre Prudenza entra ad Aversa, dove se ne lavano in fretta le mani: essendo giudicabile non si è dichiarato se
sia o no meritevole dell’opera del manicomio
.
Sembra che
nessuno la voglia tra i piedi e comincia un palleggio di responsabilità tra il
carcere di Cosenza, la Procura
di Cosenza, la Procura Generale
di Catanzaro, la Corte
d’Assise, la Corte
d’Appello, con carte che vanno e vengono disordinatamente da un ufficio
all’altro.
Intanto
l’avvocato Nicola Serra protesta: tornata
appena dal manicomio dove era stata ricoverata in esperimento, fu presa da
eccessi di mania violenta, così spaventosi, da rendere necessari il letto di
sicurezza e la camicia di forza per la durata – incredibile a dirsi! – di quaranta
giorni, nel qual tempo né prese alimenti, né mai chiuse occhio al sonno,
riducendosi un vero scheletro, tutto cosparso di piaghe di decubito
.
Il 2
febbraio, il medico del carcere scrive una lunga e preoccupata relazione al
Direttore, nella quale fa presente, oltre a quanto già è notorio, che per la lunga degenza nel letto di sicurezza
in lei  era represso ogni sentimento,
massime quello del pudore, arrivando a masturbarsi alla presenza di tutti
.
Questo è
troppo! In fretta si decide di rimandarla temporaneamente ad Aversa in attesa
di prendere una decisione definitiva sul da farsi. Ma da Aversa fanno sapere,
il 5 marzo 1909, che per cominciare a trattare Prudenza c’è bisogno di un
regolare incarico e dell’invio di tutte le carte del processo.
Però, il 4
aprile, la Corte
d’Appello di Catanzaro decide che ad occuparsi di Prudenza dovrà essere di
nuovo il manicomio di Girifalco e vengono date istruzioni in merito e fintanto
che le carte facciano i loro percorsi tra i vari uffici, dal Municipio di Aversa
arriva un certificato.
Di morte.
Prudenza
Tudda è morta il 2 maggio 1909.
Non c’è più motivo
per continuare la causa.[1]
 

E

 PROSSIMAMENTE INSIEME A TEATRO…  
[1] ASCS, Processi Penali.

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