COME E’ MORTO IL BAMBINO?

È il 3 febbraio 1926, verso mezzogiorno. Nella caserma dei Carabinieri di Mongrassano si sta preparando il pranzo quando si sente bussare alla porta. “Brutto segno” pensa il Brigadiere Giuseppe Ponzio, comandante la stazione.
Sulla porta c’è un uomo che, imbarazzato, consegna al piantone un foglio piegato in due:
– Per il Brigadiere… da parte del dottor Mario Manfredi, l’Ufficiale Sanitario.
Ponzio apre il foglio e, man mano che va avanti nella lettura, il suo viso si rabbuia.
Oggi, dietro invito del Sig. Sindaco, ho proceduto alla visita necroscopica di un feto. 
Dall’esame mi risulta trattarsi di un feto nato a termine circa sette giorni fa. La morte data da circa 24 ore. Presenta in corrispondenza delle regioni laterali del collo numerose ecchimosi; al lato destro, al di sotto dell’orecchio, si nota un’impronta digitale. Ha il labbro inferiore ecchimotico e cianotico tutto il torace anteriore.
Ritengo che sul detto feto siano state praticate delle violenze esterne che ne hanno potuto determinare la morte violenta.
Sacramentando, il Brigadiere si rimette la divisa e va a chiedere maggiori informazioni al dottor Manfredi:
– Mi ha mandato a chiamare stamattina Giuseppe Bruno, il Vice Segretario del Comune, per fare la visita di rito prima di autorizzare la tumulazione, non so come si chiamino i genitori…
– Qualche giorno fa venne al Municipio una certa Vittoria Rimedio di Cervicati, che esercita abusivamente per la campagna la professione di levatrice, a fare la denunzia di nascita di un bambino, pretendendo che risultasse dai relativi registri dello stato civile come riconosciuto solo dalla madre. Osservai che ciò poteva avvenire solo nel caso che quest’ultima, personalmente, nei cinque giorni dalla nascita, si fosse recata al Municipio a fare il riconoscimento del neonato – racconta il Vice Segretario –. Stamattina è venuta da me Carmela Zavattolo, accompagnata da Rosa Verta, per denunziare la morte di suo figlio ed ottenere il permesso di seppellimento, dicendo che il bambino era morto lungo la strada. Osservai alla Zavattolo che pel rilascio del permesso richiesto occorreva che il cadaverino fosse sottoposto a visita medica, che venne eseguita dal dottor Manfredi dietro invito da parte del Sindaco, per il resto non so altro
Ponzio comincia a chiedere in giro e viene a sapere che Carmela, 19 anni, il bambino lo ha avuto in concubinaggio con certo Golemme Anselmo da Cavallerizzo. E poiché diverse dicerie corrono nella bocca di tutti circa le cause che hanno determinato la morte del figlio della Zavattolo, alle ore 13 del giorno tre corrente, va a prendere la ragazza e la arresta, mentre fervono le indagini per stabilire le eventuali responsabilità di altri complici nell’omicidio, confusamente additati dalla voce pubblica.
Quando il Brigadiere interroga Carmela alla presenza di due testimoni, Beniamino Giambarella e Lorenzo Maierà, in seguito a stringente interrogatorio, scoppia la bomba:
Da circa un anno sono l’amante di Anselmo Golemme. Venuta incinta, lo stesso, unitamente a sua moglie Grazia Aloise, mi incitavano che io andassi a sgravare in un ospedale di Cosenza, adducendo che loro non volevano “muli” in casa
– Cioè stai dicendo che la moglie di Golemme sapeva tutto della vostra tresca?
– Si.
– Continua.
Io mi rifiutai dicendo di voler sgravare in casa e perciò la moglie, gelosa del suo marito del quale io ero incinta, mi ha da quel giorno aumentato l’odio, dicendo: “Quando partorisci fai sparire il bambino perché altrimenti ti caccio da casa”.
– Tu vivevi in casa con loro?
– Si… il giorno 24 gennaio 1926 mi sgravai dando alla luce un bambino ed allora la stessa Grazia Aloise mi disse ancora: “ora cosa ti credi, che rimani in casa col “mulo”? Fai sparire il bambino perché io non voglio vedere davanti ai miei occhi sangue di mio marito e che i “muli” stiano in casa mia!”. Io le risposi: “Tuo marito mi ha tolto l’onore all’età di 18 anni ed il bambino lo devo crescere perché un altro giorno mi desse del pane”. Però, il giorno due febbraio alle ore 9, lasciato il bambino nella mia stanza, mi recai per prendere dell’acqua ad una fontana distante circa 60 metri, lasciando il mio mantenuto con la propria moglie sulla soglia della casa. al ritorno che feci, dopo 30 minuti, notai con dispiacere che il bambino era sul letto ed annerito del collo e ancora caldo perché da pochi minuti era morto! Incominciai a gridare e piangere, la moglie intese le mie grida e venne nella mia stanza e, come se nulla fosse avvenuto, mi cacciò fuori di casa dicendo: “Stai zitta altrimenti andiamo tutti in galera!”. Uscita che fui dalla stanza, mi recai in cerca del mio mantenuto che si era portato nel proprio mulino distante circa 20 metri e gli chiesi come fosse avvenuta la morte del bambino ma questi, come se nulla fosse accaduto, disse: “Carmela, stai zitta che è meglio per tutti, vol dire che ora chiamo commare Divina Tudda e con questa porterete il bambino a Mongrassano dicendo che, mentre lo portavate per denunziare la sua nascita, è morto per la via perché da parecchi giorni aveva la tosse”. Così fece, si recò fuori di casa e tornò con Divina ed anche a questa disse: “Commare Divina, tu sola puoi aiutarci, si tratta che il bambino non si poteva tenere e perciò si è stati costretti… perciò ora, unitamente a Carmela lo porterete in paese e direte che mentre eravate per venire a Mongrassano, il bambino è morto…”. Io che non ho nessuno, mia madre è morta, mio padre è vecchio, non seppi come regolare, anche perché sapevo come la pensava male il mio mantenuto, unitamente a Divina Tudda portammo il bambino in paese dicendo che era morto per la via
Ponzio e i due testimoni si guardano allibiti, poi chiedono a Carmela se tutto ciò che ha raccontato è vero e ne ottengono conferma, le rileggono il verbale e Carmela conferma di nuovo tutto e quindi le fanno apporre il segno di croce sul verbale, firmandolo a loro volta. Poi Carmela conferma tutto anche quando è interrogata dal Pretore.
Ciò che bisogna fare adesso è andare in contrada Cataldo dove è la casa di Golemme e di Divina Tudda. Per prima cosa Ponzio interroga la commare, la quale inizialmente racconta che il bambino è morto per strada mentre lo portavano al Municipio, poi cambia versione e dice, alla presenza di altri due testimoni, Emilio Martino e Giuseppe Sabato:
Alle ore 9 del due febbraio, fui chiamata dal mio compare Anselmo Golemme nella sua abitazione e mi disse le seguenti parole: “Commare Divina, mi devi fare il favore di accompagnare la mia mantenuta. Deve portare quel bambino, figlio di Carmela, il quale è stato ammazzato… arrivati a Mongrassano dovete dire che, mentre portavate il bambino per denunziarlo al Municipio per la nascita, è morto per istrada”. Subito mi volli rendere conto del fatto e vidi Carmela che, vicino al letto era disteso il bambino morto, piangeva dirottamente. Dopo pochi minuti io col bambino morto e la Zavattolo ci siamo recate a Mongrassano e, siccome il Municipio era chiuso, ci recammo nell’abitazione del Vice Segretario il quale si rifiutò di fare l’inscrizione allo stato civile per la nascita, siccome era già morto
Ponzio ripete la stessa procedura, rilegge il verbale, ottiene la conferma di Divina Tudda e tutti appongono la propria firma o il segno di croce.
Ma ormai tutto questo schifo è di dominio pubblico e suscita molto clamore, il Brigadiere arresta la Tudda e va a casa di Golemme per arrestare marito e moglie. Anselmo non c’è, nessuno sa dove sia, e sua moglie dice di nulla saperne, aggiungendo in tono reciso che essa vide partire dalla sua abitazione Tudda Divina e Carmela insieme col bambino vivente per andare in paese, ma è inutile, Ponzio le fa mettere i ferri ai polsi e la fa portare in caserma.
I risultati dell’autopsia sono molto controversi. In una prima relazione i periti riferiscono che sono stati rilevati iperemia delle congiuntive palpebrali, cianosi alle pinna nasali ed alle labbra. Tali segni, non vagliati nel verbale redatto, sono dovuti a morte per asfissia, scartando completamente l’ipotesi, suggerita dai segni sul collo del bambino, di una morte dovuta a strozzamento. Poi aggiungono che, pur ritenendo che causa della morte sia stata la polmonite riscontrata nel polmone destro, non hanno elementi per escludere che questa asfissia possa essere stata provocata da soffocamento. Benissimo!
Qualche giorno dopo, però, presentano un’altra relazione nella quale chiariscono che la morte per soffocamento può essere devoluta o a materiale insufflato nella trachea o a panni, cuscini, posti sulle vie aeree esterne e quindi nessuna lesione dei comuni tegumenti può essere repertata. L’impronta digitale e le ecchimosi, sono lesioni post mortali pei caratteri anatomici delle lesioni stesse e perciò, non essendo state prodotte in vita, esse non hanno alcuna relazione con la causa che ha prodotto la morte del bambino. Insomma, ancora non si capisce come diavolo sia morta quella creatura innocente.
Dopo qualche giorno il Pretore mette a confronto Carmela e Grazia, amante e moglie. Si prevedono scintille.
Grazia Aloise: Puoi negare che il 2 febbraio, facendo giorno, mi chiamasti ed annunziasti che il neonato era morto e che alle mie domande rispondesti che egli cessò di vivere mentre lo tenevi in braccio per farlo succhiare?
Carmela Zavattolo: Quanto tu affermi è vero e se alla Giustizia riferii in modo diverso, ciò avvenne per il fatto che il Brigadiere mi mise paura col dire che sarei stata condannata con una pena grave se non avessi dichiarato nel modo in cui ebbi a deporre davanti al Giudice. Aggiungo, in modificazione del mio interrogatorio precedente, che non fui ad attingere acqua alla fontana nel momento in cui il bambino morì e che non è vero tutto ciò che riferii a carico di te e di tuo marito. Ripeto che mio figlio è morto mentre lo tenevo in braccio in seguito ad un colpo di tosse convulsiva di cui soffriva da quattro o cinque giorni.
Colpo di scena! Carmela ha calunniato e simulato un reato gravissimo. Il Brigadiere Ponzio è furibondo, non ci sta a passare per uno che estorce confessioni e chiama in causa i testimoni i quali confermano che l’interrogatorio di Carmela è stato regolarissimo e non sono state fatte minacce. Ritratta anche la commare con le stesse motivazioni, dicendo però che il bambino sarebbe morto, come le raccontò Carmela, durante la notte mentre era a letto accanto alla madre che dormiva, contraddicendo ciò che ha affermato Carmela stessa.
Anche in questo caso i testimoni negano qualsiasi condizionamento o minaccia da parte dei Carabinieri e sia il Pretore che il Pubblico Ministero sono furibondi:
La versione della morte naturale, tardiva invero, veniva dagli imputati impostata solo quando, procedutosi all’autopsia, essi potevano aver saputo che in uno dei polmoni del bambino eransi riscontrati i segni di una polmonite in germe. Senonché a tale seconda versione non si può prestar fede. Innanzitutto, specie la Tudda non avrebbe avuto alcun interesse a mentire nel primo momento, riferendo della confessione del misfatto fatto dai coniugi Golemme-Aloise. Secondariamente non è verosimile che i RR.CC. abbiano, come la Zavattolo e la Tudda affermano nelle loro tardive dichiarazioni, indotto esse ad accusare i coniugi Golemme-Aloise, che essi non potevano manco lontanamente sospettare interessati alla soppressione del bambino della Zavattolo. E in terzo luogo la dichiarazione fu dalla Tudda resa in presenza di testimoni e trascritta e confermata ancora in loro presenza e i testimoni affermano che tale dichiarazione non fu affatto estorta ma spontanea.
Gli abitanti di contrada Cataldo adesso sono divisi tra chi accusa Golemme e sua moglie di avere ucciso il bambino e chi dichiara che Grazia Aloise voleva molto bene a Carmela, tanto che fece chiamare la levatrice per assisterla durante il parto e che subito dopo le somministrò del brodo, nonché tagliolini e carne.
In tutto questo, Anselmo Golemme è sempre uccel di bosco.
La linea della Procura è quella di ritenere responsabili dell’omicidio Anselmo Golemme e sua moglie Grazia Aloise, riservando a Carmela e Divina Tudda il ruolo di favoreggiatrici. La Tudda perché si prestò a far credere fosse morto naturalmente un bimbo che sapeva invece essere stato ucciso; Carmela per non aggiungere alla perdita del figlio, ormai irreparabile, anche quella del fondo [del Golemme] e del pane che questo le dava. Così, il 4 giugno 1926, la Procura Generale chiede il rinvio a giudizio di Anselmo Golemme e sua moglie Grazia Aloise per omicidio premeditato e delle altre due, a piede libero, per favoreggiamento.
La richiesta viene accolta dalla Sezione d’Accusa il 16 luglio successivo.
Finalmente, il 14 ottobre 1926 Anselmo Golemme si costituisce e aspetta in carcere che inizi il dibattimento fissato per il 14 febbraio 1927.
Ci vogliono due udienze per arrivare a sentenza. Il 16 febbraio 1927 la giuria assolve tutti gli imputati per non aver commesso il fatto.[1] 
Amen.

 

[1] ASCS, Processi Penali.

 

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