HO AMMAZZATO MIA MOGLIE

Sono le 9,00 del 6 agosto 1929 e fa già caldo. Il mare è una tavola blu e alcune barche di pescatori hanno buttato l’ancora intorno all’isolotto che è a poche decine di metri dalla spiaggia di Praia a Mare. Un uomo si asciuga il sudore dalla fronte con un fazzoletto liso, poi tira un lungo respiro e bussa alla porta della caserma dei Carabinieri. Gli apre il piantone che, con aria stanca e annoiata, gli chiede cosa voglia
– Mi costituisco perché ho ammazzato mia moglie – risponde l’uomo, Giuseppe Priolo di 22 anni da Rizziconi in provincia di Reggio Calabria, con massima freddezza ed indifferenza
– E come l’hai ammazzata – gli chiede il piantone, risvegliatosi in un attimo dal suo torpore
Con un colpo di rivoltella… non andavamo di accordo e siccome mi minacciava di morte e mi ingiuriava cornuto, l’ho ammazzata…
– Dove è stato?
– A Tortora… vicino alla fiumara…
– Come si chiamava tua moglie?
– Teresina Imperio…
Il Maresciallo Giovanni Scandurra con due Carabinieri e il medico condotto, a bordo della vettura presa a noleggio, ci mettono pochi minuti ad arrivare sul posto nella speranza di trovarla ancora viva e cercare di apportarle un pronto soccorso, ma è tutto inutile, è già fredda. Alcune donne piangono e si disperano chinate sul cadavere.
Il cadavere giace supino un metro e mezzo distante dall’acqua sulla sponda destra del fiumarello di Tortora, alla contrada Poiarelli e precisamente vicino il viottolo che da detto fiumarello conduce sullo stradale di Praia. L’attenzione di Scandurra viene attratta, ancor prima che dalle macchie di sangue, dai segni di morsi di denti umani sull’avambraccio sinistro della poveretta e storce la bocca. Poi passa ad esaminare le ferite: sul petto, poco più sotto del collo, c’è una chiazza di sangue con un piccolo foro di forma circolare e in quel punto anche la camicetta bianca setificata è forata e bruciacchiata tutta intorno; un altro foro bruciacchiato è sul lato destro, sotto la regione mammellare, con una macchia di sangue che scende fino alla cintura, dove è annodato un grembiule bleu che copre una gonna lilla.
– Qualcuna di voi è stata presente al fatto? – chiede il Maresciallo alle donne presenti. Una alza la mano, è certa Francesca Carluccio Verso le otto di stamane, mentre mi recavo a prendere una quartara d’acqua al fiumarello, vicino il ponte dello stradale, ho visto in detto fiume Priolo Giuseppe che ragionava con la propria moglie. Ad un certo punto il marito divenne violento verso la moglie, tanto che le menò uno schiaffo ed un calcio. Io allora intervenni e afferrai il marito per impedire che continuasse a battere la moglie. La Imperio rivolgendosi al marito disse: “Dato che tu non vuoi sentire a me, io mi rivolgo alla legge”. Il marito allora si slanciò verso la moglie attraversando il fiumicello e dicendo: “Io oggi m’aggiu diciso che aggiu andà in galera!” e sparò un colpo di rivoltella contro la moglie, la quale in quel momento cercava di ripararsi dietro una ragazza a nome Annina che trovavasi presente. Teresina, appena colpita, abbandonò la ragazza e si abbracciò col marito dicendogli: “Marito mio che hai fatto… mi hai ammazzato…”. Il marito, mentre ancora era stretto dalla moglie, nell’uscire fuori dell’acqua si staccò da lei con violenza per qualche passo e le sparò un altro colpo nel petto ripetendo: “M’aggiu diciso andà in galera!”. La moglie cadde a terra mentre il marito si avviò a passo regolare verso casa sua ch’è poco distante dal punto in cui avvenne il delitto
– C’erano altre persone presenti? – le chiede Scandurra
– Biagio Spaccarotella e la ragazza che ho nominato prima, Annina Miranda
– Sapete come erano i rapporti tra i due? – le chiede ancora il Maresciallo
Priolo non andava di accordo con sua moglie perché era poco amante del lavoro, mentre la moglie desiderava che egli  lavorasse… non so altro…
– Stavo scendendo al fiumarello per mettere a bagno alcune verghe per fare cestini quando ho visto Priolo che litigava con la moglie scambiandosi offese – racconta Biagio Spaccarotella –. Lui la chiamava puttana e lei lo chiamava cornuto. Poi lei è scesa al fiume con Francesca Carluccio e dopo poco il marito l’ha raggiunta e ha cominciato di nuovo a chiamarla puttana dandole schiaffi e calci. Io e la Carluccio ci siamo intromessi e lo abbiamo invitato a non battere la moglie perché non stava bene che la percotesse così. Allora lui si è fermato e la moglie ha detto che lo avrebbe denunciato. È stato in questo momento che, all’improvviso, Priolo ha cacciato la rivoltella e ha sparato un colpo da vicino alla moglie che cercava di nascondersi dietro Annina Miranda. Appena colpita, Teresina ha abbracciato il marito dicendogli: “Marito mio, cosa fai?”. Disse anche altre parole che io non ho capito, poi sono usciti dall’acqua e Priolo si è liberato dall’abbraccio della moglie e le ha sparato un altro colpo a bruciapelo. “Madonna… sono morta!” ha detto Teresina mentre cadeva a terra. Priolo si è puntato la rivoltella vicino all’orecchio dando l’impressione che si volesse suicidare, ma non fece partire il colpo e se ne è andato verso casa ed è stato allora che abbiamo sentito un’altra detonazione…
Mentre i Carabinieri cercano di rintracciare Annina Miranda, si presenta al Maresciallo Scandurra Vito Antonio D’Agostino, un bracciante di Brindisi che lavora a Tortora, il quale pare abbia delle cose molto importanti da dire. Scandurra lo conosce molto bene perché famoso pregiudicato
– Ieri sera verso le cinque sono venuti a casa mia Priolo e sua moglie. Lei ha chiesto un ago e un po’ di filo per rammendare una maglia al marito che si è messo a discorrere con me. Quando ha finito ha invitato il marito di andarsene assieme ad essa in paese perché doveva vendere delle cose, ma lui le ha risposto con queste parole: “Se te ne voi andare te ne vai perché io non vengo”. La moglie, sorridendo rispose: “Allora ti fai prendere per un cornuto se non mi accompagni fino al paese che si fa tardi”. E lui: “Vattenne a fa nculo a mammita, io non voglio venire appresso a te!”. Lei se ne è andata senza dire nulla e lui ha chiesto a un ragazzino se gli volesse tenere compagnia a casa visto che era rimasto da solo. Il ragazzino lo ha seguito ma dopo un po’ è venuto a casa mia dicendo che aveva avuto paura di dormire ivi perché il Priolo voleva sparare in casa un topo con la rivoltella. Stamattina ho trovato Priolo seduto nel cortiletto della mia casa e gli ho chiesto cosa facesse lì e lui mi ha risposto che se ne doveva andare a Sapri. In questo frattempo è arrivata la moglie che ha cominciato a rimproverarlo dicendogli: “Lazzarone perché non vai a lavorare anziché stare nelle case degli altri che io moio di fame con la mia ragazza?”  e lui le ha risposto: “Io non voglio lavorare perché me ne voglio andare!”. A questa risposta la moglie, piangendo, gli ha detto: “Allora tu voi mangiare sopra le mie spalle, io vado a guadagnare due lire a viaggio portando paglia al paese e tu vuoi sfruttare il mio sudore”. Mi sono intromesso nella discussione dicendo a Teresina di andare a chiamare suo padre per sistemare la questione e lei ha mandato una sua sorellina a chiamarlo e poi è scesa al fiume, mentre lui è andato a casa sua e io sono andato a zappare…
Ascoltati questi racconti, Scandurra torna in caserma per farsi un’idea di come GiuseppePriolo giustifichi l’uccisione della moglie. Scandurra conosce bene anche l’assassino, pessimo pregiudicato per furto ed altro, sottoposto alla giudiziale ammonizione che terminò nel febbraio di quest’anno.
– Ieri, verso le 14,00, ho chiesto a mia moglie di lavarmi un pantalone e di rammendarmi una maglia e siccome non aveva né l’ago, né il filo e né il sapone, ha detto che sarebbe andata a casa di D’Agostino a farseli dare. “Vieni anche tu”, mi ha detto e allora siamo andati. Lei si è messa a fare quello che doveva e io mi sono messo a riparare la sveglia di D’Agostino che non funzionava. Quando finì mi disse di andarcene a casa ma io, siccome non avevo finito di riparare la sveglia, le ho detto di aspettare ma lei si è alzata e se ne è andata. Dopo un po’ si è messa a gridare di tornare a casa e rivolta a D’Agostino e alla moglie, ha urlato: “Perché ve lo chiudete dentro? Cacciatelo fuori!”. D’Agostino le rispose: “Tu lo hai portato, nessuno lo chiude tuo marito, mia moglie tiene il marito, tu lo tieni e quindi appena accomoda la sveglia se ne viene, senza bisogno di gridare così e di far sentire le cose alle persone!”. Anche io ho risposto dicendole: “Quando si tratta di questo, tu te ne puoi andare che io me ne stò per i fatti miei!”. Dopo poco mi sono ritirato in casa ed ho visto mia moglie che raccoglieva alcuni oggetti di sua biancheria prendendo il pane, il lardo e l’olio che si trovava in casa e se ne andò. Io la invitai a desistere ma visto che non potevo persuaderla la lasciai andare. Stamane mia moglie ritornò dal paese; io in quel momento mi trovavo in casa del mio amico D’Agostino ed ivi ci siamo di nuovo bisticciati, al che il D’Agostino c’invitò ad uscire di casa sua poiché non aveva piacere che avessimo fatto quistioni in casa sua. usciti dalla casa del mio amico ci siamo avviati verso il fiume. Ivi giunti c’era un certo Spaccarotella Biagio, io e una donna che chiamasi Francesca con cui mia moglie si mise a parlare contro di me e contro il mio amico D’Agostino nonché contro la moglie di lui… a questo punto diedi una spinta a mia moglie ed un calcio perché la finisse e se ne andasse. E poiché essa ancora insisteva dicendo che sarebbe venuta a denunziarmi, io estrassi la rivoltella che mi trovavo in tasca e feci partire un colpo contro di lei. Essa, appena colpita, ritornò indietro mentre stava attraversando il fiumicello e mi afferrò. Usciti fuori dall’acqua feci partire altro colpo contro di lei; essa cadde a terra fuori dell’acqua ed io mi recai in casa mia, lasciai la rivoltella e venni a costituirmimia moglie era onesta e laboriosa
Peccato che questa ricostruzione dei fatti sia smentita soprattutto dalle dichiarazioni dell’amico D’Agostino il quale, come abbiamo visto, assicura che la mattina del delitto Giuseppe non andò subito al fiume con la moglie ma si diresse prima verso casa sua. Per fare cosa? Evidentemente per prendere la rivoltella, ipotizza il Maresciallo Scandurra, che continua: quindi il suo delitto è stato consumato freddamente e senza un giustificato motivo, appunto perché da tempo premeditato. Poiché se così non fosse stato, i motivi non erano sufficienti né tali da determinare nell’animo del colpevole un così grave e barbaro delitto in persona di colei che tanto affetto per lui aveva avuto lavorando da mane a sera per sostentare lui stesso e la famiglia, mantenendo immacolata la sua dignità di sposa e di madre (il che non è un giudizio di noi verbalizzanti, ma è la voce di tutta la popolazione di Tortora e di quanti la conoscevano).
Poi il Maresciallo va a casa di Giuseppe Priolo per trovare la rivoltella e la trova sul letto, chiusa in uno scatolo di cartone verde. Si tratta di una rivoltella automatica calibro 6,35 della fabbrica Calesi di Brescia, tipo brevettato nel 1923, con un solo colpo nel caricatore ed un altro in canna.
La faccenda diventa ancora più torbida quando Francesco Imperio, padre della povera Teresina, racconta alcuni retroscena che rafforzano l’ipotesi della premeditazione
La mattina del 28 luglio mi furono rubati due conigli. Mia figlia Teresa ne informò il marito e questi, temendo d’esser sospettato del furto, bastonò la moglie e poi è corso a trovarmi, certo non con buone intenzioni. Così mi raccontò Teresa la quale, la mattina del delitto aveva detto alla sorella Maria di venirmi a chiamare perché non poteva più stare assieme al marito… però arrivò prima la notizia del misfatto
Se mai ce ne fosse bisogno, la madre di Teresina rincara la dose
Una mattina dello scorso luglio mia figlia affidò la sua figliuola al marito e si recò a Tortora per portare della paglia. Al ritorno a casa trovò la figlia con la fronte gonfia e paonazza. Si mise a piangere muovendo rimprovero al marito di non aver vegliato sulla piccola creatura e il marito la bastonò nel modo più inumano E tutte le altre testimonianze raccolte confermano questa triste realtà. Ma Giuseppe, che nel frattempo ha nominato suo difensore l’avvocato Pietro Mancini, tenta un’estrema difesa e modifica quanto ha già dichiarato, aggiungendo dell’altro nella speranza di far rientrare il suo delitto nei benefici previsti per il cosiddetto delitto d’onore
– Non è vero che la mattina del fatto mia moglie mi trovò davanti la casa di D’Agostino perché mi trovò a letto, esprimendomi il desiderio di ritornare con me e io accondiscesi. Dopo averle sparato il primo colpo mi ero allontanato di pochi passi quando mia moglie prese un sasso per scagliarlo contro di me. fu allora che mi decisi ad ammazzarla – poi l’affondo finale –. Espongo inoltre che sono stato congedato dal servizio militare il 30 ottobre 1928 e che mia moglie durante la mia permanenza sotto le armi mi fu infedele dandosi ad altri uomini. Ho i testimoni!
Peccato per lui che le persone indicate neghino recisamente questa circostanza: “Ho conosciuto sempre Imperio Teresa per una donna onesta e laboriosa… non ho mai inteso nessuna voce contro di lei”.
Adesso c’è materiale in abbondanza per poter chiudere l’istruttoria e chiedere il rinvio a giudizio dell’imputato per omicidio volontario. È il 20 febbraio 1930.
Nessuna attenuante egli può invocare, in considerazione delle qualità morali della moglie, sia perché egli stesso riconobbe che la Imperio era giovane onesta e laboriosa, sia perché la notizia dell’adulterio non fu confermata, anzi fu smentita dalle ricerche che in seguito si eseguirono. Con queste parole la Sezione d’Accusa rinvia Giuseppe Priolo al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per omicidio aggravato.
Il 21 maggio 1931 si apre il dibattimento e il giorno dopo la Corte è pronta ad emettere la sentenza. Il Pubblico Ministero chiede la condanna per omicidio aggravato. La difesa invece, ascoltata la testimonianza del dottor Michele Perris, medico del carcere di Cosenza, il quale riferisce di avere trovato, un mese prima, l’imputato legato al letto di forza perché di temperamento facilmente eccitabile ed assai nervoso – “Ritengo che il Priolo in quell’occasione non simulò affatto”, risponderà alla domanda del Presidente – chiede che vengano riconosciuti all’imputato il vizio parziale di mente e le attenuanti.
La Giuria concorda con la tesi della difesa e condanna Giuseppe Priolo a 8 anni, 4 mesi e 20 giorni di reclusione, al pagamento del sestuplo della tassa sulle concessioni governative per non aver denunciato il possesso della rivoltella e a 3 anni di sorveglianza speciale. È il 22 maggio 1931.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.

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