LE NORMALI FUNZIONI MESTRUALI

– Gurnari! Appuntato Gurnari! – urla il Vice Brigadiere Giuseppe Carullo, comandante ad interim della stazione di Lago
– Comandi!
– Avete notizie fresche su Ortensia Ziccarelli?
– Signornò!
– Allora informatevi subito perché mi sa che se è come pensiamo, dovrebbe essere vicina al parto e le dobbiamo fare la sorpresa…
L’Appuntato Gurnari batte i tacchi e va a sentire cosa hanno da dire i suoi informatori, poi ritorna a relazionare
– Pare che la pancia sia sparita… forse si è sgravata
– Uhm… andiamo a farle una visitina – dice Carullo alzandosi dalla sedia e indossando la giberna. Sono le cinque di pomeriggio del 16 luglio 1930 e fa molto caldo.
La casa della trentacinquenne Ortensia Ziccarelli è in contrada Ponticelli. Ha un basso adibito a stalla e una stanza a cui si accede da una scala in pietra di pochi gradini. La porta è aperta per cercare di arieggiare il locale e Ortensia è seduta all’ombra dietro l’uscio
– Vedo che sei dimagrita… che hai fatto? – le chiede ironicamente Carullo
– Brigadiè… e basta! Io non ho fatto niente, io sono una donna onesta, sono i miei nemici, i miei parenti dai quali sono terribilmente odiata, che mettono in giro queste calunnie – protesta la donna, sposata con due figli
Le insistenze del Vice Brigadiere si fanno sempre più pressanti ma Ortensia non si smuove e continua a sostenere la sua tesi.
– E va bene… visto che non vuoi confessare procediamo a perquisire la casa…
Così i militari rovistano dappertutto cominciando dalla stalla, dove non trovano niente, fin nei vari cassoni e sotto i due letti, uno matrimoniale ed uno a una piazza. E qui c’è una sorpresa: una cesta con dentro un paio di lenzuola, una camicia ed un paio di mutande tutte intrise di sangue. Troppo sangue, da non potersi trattare delle normali funzioni fisiologiche mestruali.
– E questi che sono? Dai, confessa e falla finita – la incalza Carullo, ma la donna continua a negare. Spazientito, il Vice Brigadiere gioca la sua ultima carta, quella del bastone e della carota –. Non vuoi parlare? Non fa niente, tanto ti faccio portare egualmente in caserma per sottoporti a una visita medica … invece se confessi ed assicuri che il neonato è vivo tutto si risolverà e ti lasceremo andare
– Va bene… vi dico che cosa è successo… – Ortensia cede – ho partorito un maschietto vivo e vegeto che, a mezzo di certa Muto Carolina, ho mandato a Grimaldi a balia
È quasi mezzanotte quando Ortensia, scortata dai Carabinieri che portano la cesta con i panni insanguinati, entra in caserma mentre un militare va a svegliare l’anziana Carolina Muto per metterla a confronto con Ortensia
– Ma quando mai! Non so proprio di che cosa stai parlando! – sbotta Carolina. La sua accusatrice cambia colore e atteggiamento: da spavalda diventa titubante, farfuglia qualcosa di incomprensibile, poi ammette
– Ha ragione Carolina… lei non sa niente del fatto e l’ho accusata ingiustamente… le cose sono andate così: durante lo sgravio non c’era nessuno con me ed è nato un maschietto ma dopo pochi minuti decedette e il giorno dopo, all’alba lo portai al cimitero, nel quale penetrai scavalcando il muro di cinta, e posi il bambino in una buca già scavata
La povera Carolina viene subito rilasciata e Carullo mette di nuovo alle strette Ortensia
– Va bene, tutto risolto. Adesso prendiamo un paio di lanterne e andiamo subito al cimitero a recuperare il corpicino. Tu verrai con noi così ci indicherai il posto preciso dove lo hai messo
L’affermazione del Vice Brigadiere fa crollare le ultime speranze della madre snaturata, la quale verso le 4 del mattino, vinte le ormai inutili reticenze, confessò
 – Sono sgravata durante la notte dal 9 al 10 andante. Ero sola e da me stessa praticai le necessarie operazioni ginecologiche. Ero al buio e dopo espulsa la placenta accesi il lume e feci un nodo al cordone ombelicale, che recisi come ordinariamente si fa; vidi che era un maschietto ben sviluppato ma che dimostrava di non essere vitale, tale era lo spasimo che lo agitava perché affannava reiteratamente senza emettere alcun vagito, neppure alla immediata sua espulsione e dopo pochi minuti (due o tre) cessò di vivere. Io ne avvolsi il corpicino dentro una mantiglia di lana, cui sovrapposi un po’ di biancheria molto usata, riducendo il tutto in un involto che assicurai con dei brandelli di tela. Fatta una sommaria pulizia personale e tolta la biancheria sporca dal letto, ravvolsi questa in una cesta che posi sotto il letto e l’indomani verso le ore 13, infagottato con alcuni indumenti di lana il morticino e, per evitare ormai inutili commenti e malignazioni, decisi sotterrarlo in un valloncello a circa 200 metri dalla mia abitazioneIo visitai due o tre volte al giorno il luogo dove aveva seppellito il mio bambino e ciò per assicurarmi della permanenza dell’involto in quel posto. Aspettavo che mi rimettessi completamente in salute per vedere se mi riusciva di seppellirlo nel cimitero
– Sei davvero sicura di quello che dici?
– Si!
– Andiamo subito! – ordina Carullo scattando dalla sedia.
Il posto che Ortensia indica è a Vallone Ricco, ove, a ridosso di un masso sporgente dalla collina, nel punto in cui questo fa angolo morto col terreno sottostante, coperto di terriccio e di poca erba, c’è, avvolto di stracci, il feto in via di putrefazione. La donna viene rinchiusa in camera di sicurezza e Carullo si mette in moto per far eseguire l’autopsia: (…) non avendo riscontrato tracce violenti visibili chiaramente all’esterno ma soltanto congestione degli organi interni, il bambino, nato vivo e vitale, è dovuto decedere con tutta probabilità per soffocamento per compressione tra arnesi soffici (biancheria, guanciali). Forse è passato dal sonno alla morte senza accorgersene. O forse no. Comunque sia andata è terribile.
Carullo mette a verbale ciò che ha trovato su Ortensia e non usa mezze parole: è risultato che la Ziccarelli non ha avuto alcun complice nell’opera delittuosa. Essa è donna di facili costumi e si vuole che altre volte ha soppresso il frutto delle sue colpe, riuscendo a sfuggire alla giustizia.
Resterebbe solo da chiedere ad Ortensia con chi intrattenne relazioni carnali e lei rivela cose che potrebbero risultare molto interessanti
– Mio cognato Bruno… e penso che sia stato lui a denunziarmi – Carullo la guarda e non risponde, poi la donna continua – devo pure dirvi che mi consigliò di prendere una medicina per fare uscire morto il frutto dei nostri illeciti amori. Medicina che egli stesso mi consegnò tre mesi or sono e che consisteva in un po’ di liquido di colore oscuro in una fialetta che io, a suo consiglio, distrussi
E un testimone aggiunge
Circa un anno fa insorsero tra la Ziccarelli ed il cognato Bruno delle questioni di interesse, cui non dovevano essere estranei i dissapori sorti fra i due per essere il loro progettato matrimonio andato a monte per l’opposizione dei familiari di Bruno che comunque di tanto in tanto si fermava a parlare con l’Ortensia innanzi all’abitazione di lei, ma da circa tre mesi non ho più visto il giovane recarsi dalla cognata
Ce n’è abbastanza per rinviarla a giudizio con l’accusa di avere, mediante soffocazione da essa praticata a fine di uccidere, cagionata la morte
di un infante da lei partorito, non ancora iscritto nei registri dello stato civile e nei primi cinque giorni dalla nascita per salvare il proprio onore
. È il 9 ottobre 1930.
Il dibattimento comincia il 15 giugno 1931 e si conclude il giorno dopo con la condanna a 1 anno e 3 mesi di reclusione dopo che, su richiesta della difesa, le sono state riconosciute le attenuanti generiche e quella di avere agito al fine di salvare il proprio onore e quindi in uno stato di mente tale da scemare grandemente la sua imputabilità senza escluderla.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.

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