GLI ALUNNI DI PADRE LUCA

Sistema Czaresco d’un Ministro d’Iddio
dell’istituto di Capocelato
[Capecelatro. Nda]
Siamo ritornati al Medeo Evo. Tempi di Barbarie, sotto governi di
Pretunzoli, amministratore della roba altrui. Sistema l’Istituto Capocelato. Governatore
il poco padre amorevole Luca Saviano dei Bigi
[1] il quale, Bigio nero, alcune sere fa ordina all’alunno Ernesto
Castriota di mettersi in ginocchi per terra, colpevole di niente – perché lo
ponno provare con testimoni – e siccome il Castriota non volle ubbidire ad una
punizione ingiusta, allora, Apriti Cieli Bigi, piovvero sul povero alunno pugni
e legnate da portare a casa sua ferite e segni per parecchi giorni, come può
attestare un certificato medico. E non contento di ciò, il pretunzolo più nero
del nerofumo, lo fece legare e spogliare col concorso del suo degno compare, il
prefetto Cosentino Igino, e poi come i tempi dell’Inquisizione di Spagna, lo
presero e lo portarono in mezzo agli alunni i quali, spaventati, assistettero a
ciò che io non trovo parole adatte a stigmatizzare. Assessore Magliari, venga
oggi a visitare l’alunno Castriota che la sua famiglia fu costretta a levarlo
dall’Istituto e che lei il giorno del fatto, chiamato dal suo Compare Bigio
disse che non aveva niente! E vedrà che per favorire il suo poco degno compare
à Mentito!
Quando questi degni Ministri della roba e
persone altrui saranno scacciati, Sistema Francese?
Speranzoso di questa mia pubblicazione, mi
creda, Signor Direttore, con i dovuti ringraziamenti, suo dev.mo
Giuseppe Verni
[1. La Congregazione dei frati della
carità, detti anche Bigi dal colore dell’abito, fu fondata nel 1859 da LUDOVICO da Casoria (al
secolo Arcangelo Palmentieri). I primi bigi erano fratelli laici cui in seguito
si aggiunsero alcuni sacerdoti, tutti professanti la regola del Terzo Ordine
francescano con particolare cura per l’istruzione dei giovani popolani in
condizioni disagiate e l’assistenza agli infermi. Da
http://www.treccani.it/enciclopedia/ludovico-da-casoria_(Dizionario-Biografico)/]
Roberto
Mirabello, trentatreenne avvocato e direttore del giornale “la Parola Repubblicana”
riceve questa lettera il 17 novembre 1908 nel suo studio di Cosenza. Il nome di
Giuseppe Verni non gli dice niente, non è un cognome della città. Certo, i
fatti che vi sono denunciati sono musica per le sue orecchie e decide di
indagare per cercare di saperne di più su quello che succede nell’Istituto
Capecelatro, diretto dal napoletano Gennaro Saviano, in religione padre Luca.
Due giorni dopo Mirabello è in Corte d’Assise per impegni professionali quando
gli si avvicina un uomo che gli dice di essere Giuseppe Verni, barbiere in Via Rivocati.

Pubblicherete la mia lettera?
– La
pubblicherò volentieri quando mi
accerterete della veridicità
del contenuto – gli risponde prudentemente
– Vi
dimostrerò che è tutto vero!
Quello stesso
pomeriggio il presunto Verni con un ragazzo che dice di essere Ernesto
Castriota si presenta nella tipografia dove si stampa il giornale di Mirabello,
il quale non è lì in quel momento. C’è il signor Federico Adami, amministratore
del giornale, ed è a lui che Castriota conferma
parola per parola il contenuto della lettera
e, per rafforzare il suo
racconto, appone la sua firma sulla lettera.
Adesso
Mirabello non ha più dubbi e ritiene inutile ogni altra indagine, così, nel
numero 46 del 20 novembre 1908, fa pubblicare in seconda pagina la noticina di cronaca relativa al fatto. Ma
Mirabello non si ferma qui. Il 6 dicembre successivo scrive un lungo e duro
articolo contro Padre Luca e i suoi metodi, intitolato “I confetti di Padre Luca”, ma anche contro le altre istituzioni benefiche cittadine:
“Tutti gli
uomini dovrebbero amare profondamente i bambini, tutti gli uomini dovrebbero
desiderare che le piccole creature fossero felici. I bambini sono sempre belli
perché niente più attrae della sincerità e della ingenuità. (…) La civiltà, il
progresso della società viene misurato dalla più o meno protezione accordata ai
fanciulli e l’umanità potrà solamente dirsi redenta quando non vi saranno più
bambini nudi, macilenti, pitoccanti per le vie l’elemosina o travaglianti i
fragili corpi con il lavoro faticoso. Per questo nostro affetto per le
creaturine deboli, per questo grande amore per i bimbi noi non osammo
protestare e gridare contro l’impomatato canonico Vallega [Eugenio Vallega
vescovo campano. Nda], quando in nome di un sentimento nobilissimo chiedeva l’aiuto
dei buoni per fondare in Cosenza un istituto per i bimbi poveri.
Non ci
illudevamo, l’istituto doveva essere la fucina dalla quale doveva uscire la
gran schiera dei clericali, marciante alla conquista della Calabria, ma noi
mazziniani tacemmo, ma noi repubblicani non schiamazzammo perché non volevamo
con le nostre grida ostacolare un’opera che avrebbe contribuito in un modo
qualsiasi a dar ai poveri bambini nudi e derelitti una casa, un pane. Forse
peccammo (…) intanto dalle camerate bianche giunge a noi la eco dolorante, i
poveri bimbi sono maltrattati, sono battuti crudelmente, ferocemente,
selvaggiamente. La figura allampanata, magra, brutta del padre Luca che, armata
la mano della frusta, colpisce ferocemente le spalle nude del povero bambino,
colpevole solo di essersi ribellato ad una imposizione balorda e sciocca, ci fa
orrore, ci fa sentire tutta intera la crudeltà umana. Colpiva ferocemente il
crudele, godeva forse per una malattia dell’anima sua, per le grida strazianti
della vittima, sorrideva per le lagrime e forse dalle pareti della stanza dove
si svolgeva la scena di dolore, pendeva l’immagine dolcissima di Gesù,
l’immagine di Cristo che, sotto le palme fiorite della sua galilea amava con i
bambini parlare. Raccogliemmo il grido di dolore dei poveri vecchi torturati
nell’istituto di carità, raccogliemmo il grido di strazio dei poveri malati
perseguitati nell’ospedale, senza preoccuparci della fede dei carnefici e delle
vittime; raccogliamo ancora il grido angoscioso dei poveri bambini, non in odio
al padre feroce, ma per ubbidire alla nostra religione, per compiere il nostro
dovere.
Domenica
nella nostra Villa illuminata dal sole, nella nostra Villa popolata sfilavano i
bambini infagottati nei loro costumini neri filettati di rosso, sfilavano i
poveri innocenti innanzi al carnefice per ricevere il dono di pochi confetti.
Ricevevano il
dono, ma invano si sforzavano per sorridere, erano tristi e la tristezza nei
bambini è la morte, è l’angoscia. Ricevevano il dono ma invano si sforzavano
per sorridere; le vittime ancora sentivano tutto il dolore, avevano nell’anima
la paura per avere assistito alla crudele punizione del loro compagno.
Padre Luca
solo, dalla faccia enorme, rideva, padre Luca solo era contento, padre Luca
solo godeva. Perché il feroce vedeva tremare i poveri derelitti, il feroce
sentiva fremere i poveri deboli. Ma perché tanta e così brutale ferocia? (…)
Padre Luca ha la coscienza magagnata, padre Luca è un grande ammalato, ed in
noi è così profondo, è così intenso il sentimento di compassione che non
riusciamo ad incrudelire contro questo disgraziato uomo che non può sentire la
gran gioia dell’amore e della bontà. Ma un disgraziato, ma uno sciagurato che,
aiutato da un suo compagno, si diverte a denudare un bambino ed a colpirlo per
deliziarsi e per godere delle sofferenze 
e delle lagrime della vittima, non può rimanere ancora al posto di
direttore. Contro questa belva hanno il dovere d’insorgere tutti i buoni, hanno
il dovere di gridargli sul viso la bestemmia tutti coloro che hanno l’anima
aperta ai sentimenti di generosità e di pietà.
Lasciateli
sulla strada, lasciateli nelle case umide, lasciateli nella miseria e nel
dolore i poveri figli della misera gente ma non torturateli, non maltrattateli.
Mentre i
bambini tristi e malinconici sfilavano per ricevere i confetti dalle mani del
carnefice, un bambino dai vestitini laceri guardava e rideva. Il piccolo
scugnizzo era lieto, il piccolo scugnizzo era felice perché era libero, perché
era il padrone dei sentieri e delle viuzze della villa e della campagna nostra.
Padre Luca
non è un prete, padre Luca non è un uomo, è solamente un criminale. Guai se i
due termini nella coscienza popolare si confondono o s’integrano.”
Il giornale è
ancora in edicola quando, l’11 dicembre, si presenta in Questura Ernesto Castriota
– Mio padre
mi ha tolto dall’Istituto circa quindici giorni fa per il seguente motivo: io era il più grande degli alunni ch’erano
nella mia camerata e, perché tale, mi era stato dato l’incarico di chiudere
ogni sera le finestre della stanza ove dormivamo io, il Direttore suddetto e 25
alunni
. Il 19 novembre, verso le sei di pomeriggio chiusi, come al solito,
le finestre e poscia mi recai nella
camera da studio ove erano gli altri miei compagni. Il prefetto, a nome Igino
Cosentino come mi vide disse: “perché sei venuto così tardi?” e senza voler
sentire alcuna giustificazione ne informò immediatamente il direttore
. Costui allora mi ordinò, come punizione, di
mettermi in ginocchio, al che io mi rifiutai dicendo essere tale punizione
ingiusta perché il ritardo era stato causato dall’incarico datomi dal direttore
medesimo. Al mio rifiuto il direttore mi impose di uscire fuori dal convitto e
mentre stavo per andarmene chiuse le porte e incominciò a schiaffeggiarmi,
poscia da di piglio ad uno spolverino da mobili e col manico di osso mi
percosse, sempre insistendo di farmi inginocchiare. In seguito mi legò le
braccia al di dietro e mi fece spogliare dal prefetto Cosentino Igino e
continuò a percuotermi.
Due giorni dopo, andatomene dall’Istituto, mio
padre mi ha fatto visitare dal dottor Francesco De Fazio che mi ha trovato
numerose lesioni – racconta presentando il certificato medico che parla di
contusioni di primo e secondo grado in varie parti del corpo, un occhio nero e
vari bozzi in testa.
– Vuoi
sporgere querela contro padre Luca?
– No, non voglio
Mentre la Questura si accinge ad
interrogare padre Luca, si presenta una tedesca, Elisa Franken, che fa la cuoca
presso i signori Cardamone per denunciare i maltrattamenti subiti nell’Istituto
Capecelatro dal suo bambino di otto anni
– Ho fatto rinchiudere mio figlio nell’istituto
circa un mese e mezzo fa, pagando la
retta di £ 15 mensili
, perché la mia padrona mi aveva posto come condizione
per lavorare che io non dovessi tenerlo in casa. pochi giorni fa sono andata a
trovarlo ed avendo constatato che lo
stesso era affetto da geloni alle mani e ai piedi e anche un po sciupato in
salute, ho creduto conveniente ritirarlo a casa per farlo curare
. Arturo mi
ha raccontato che padre Luca lo maltrattava e per piccole mancanze lo percuoteva con schiaffi sulla testa e qualche
volta sulle mani con una riga larga di ferro. Oltre di ciò faceva stare
continuamente a pane e acqua il mio suddetto figliuolo
. Guardate qui –
continua nel suo italiano incerto mentre scopre una gamba ad Arturo – la
contusione gli fu procurata da padre Luca con un calcio…
– Volete
sporgere denuncia? – le chiede il delegato Pasquale Caroselli
– No, non
voglio
E padre Luca
cosa ha da dire a sua discolpa? Intanto bisogna premettere che si tratta di un
uomo intelligente, previdente e che gode dell’amicizia della nobiltà e
dell’alta borghesia cittadine che, bontà loro, sovvenzionano l’Istituto
Capecelatro.
– Respingo le
accuse con ogni forza – esordisce padre Luca –. Quanto al Sikens posso dire che
ne ebbi le maggiori cure durante la
sua permanenza nel Convitto. Quel bambino vi era ammesso gratuitamente per
raccomandazioni fatte dalla signora Raffaella Cardamone – la madre del bambino
invece ha dichiarato di pagare una retta mensile di 15 lire –. Era gracilino e linfatico e gli erano
uscite delle pustole sulle mani così lo feci visitare e non omisi di fargli
eseguire le cure previste. Quello che ha detto il bambino è tutto falso e
quando la madre lo stava portando via gli ho chiesto, davanti a testimoni, se davvero l’avessi battuto ed egli rispose di
no
. Gli chiesi il perché della sua bugia e mi rispose che era stato
istigato da Ernesto Castriota. Per questo motivo ho chiesto alla madre di
sottoscrivere una smentita e lei, in casa Cardamone, rilasciò una doppia
identica dichiarazione in cui smentiva quanto il figlio aveva dichiarato a Vostra
Signoria contro di me. Preciso che le due copie sono state inviate ai giornali
“Cronache di Calabria” e “La Parola
Repubblicana”. Quanto
poi al Castriota, io fui troppo condiscendente nell’ammetterlo nel convitto pur
avendo oltrepassato gli anni 12 d’età
. La sera del fatto, essendosi coll’altro alunno De Rose recato
durante la ricreazione nella sala di musica contro il mio divieto, ordinai ad
entrambi di stare in ginocchio per punizione
– come abbiamo visto, il racconto
di Ernesto è completamente diverso –. Il
De Rose obbedì, non così il Castriota. Cercai di costringerlo ad inginocchiarsi
usando la forza. Può darsi che gli abbia tirato qualche ceffone ma egli, lungi
dal ridursi all’obbedienza, mi dette un clacio al ventre che mi costrinse, pel
vivo dolore, a buttarmi sul letto. A quella vista accorsero gli alunni Tenuta e
Cosentini, che essendo più grandi hanno le funzioni di prefetti, e percossero
il Castriota di santa ragione, producendogli delle ecchimosi sul viso
.
Mandai a chiamare il padre che rimproverò il figlio, esortandolo a chiedermi scusa ed a venire a baciarmi la
mano
. Mi chiese anche di non cacciarlo dal convitto ma lui cominciò a
smaniare per andarsene e, rimasti soli, minacciò di volere usare violenza contro se stesso e per evitare ciò pensai di farlo
legare e dopo poco si calmò e promise di inginocchiarsi, così lo feci slegare e
poi divisi la mia cena con lui. Dopo
due giorni il padre venne a prenderselo e io lo feci osservare dal dottore Magliari prima di consegnarglielo
termina consegnando i due certificati medici relativi ad Arturo, nel quale si
attesta che ci sono delle pustole sulle mani ma non geloni, e ad Ernesto, nel
quale si parla solo di un lieve graffio sul viso.
Comincia la
lunga teoria di interrogatori: nega tutto Cosentini, nega tutto Tenuta, nega
tutto De Rose, negano tutti gli altri alunni e professori i quali dichiarano di
non aver mai visto padre Luca picchiare i ragazzi, eccetto qualche scappellotto
per correzione.
Viene
interrogata di nuovo Elisa Franken la quale chiarisce la circostanza della
smentita
– In effetti
davanti a padre Luca mio figlio disse che non lo aveva picchiato lui ma Pietro
Tenuta. Padre Luca insistette nel volere una smentita e così, sotto dettatura dell’avvocato Carlo
Cardamone, scrissi una lettera al direttore de La Parola Repubblicana,
smentendo le pubblicazioni precedenti
. Però, rimasti soli, Arturo mi disse
che aveva avuto paura del frate e aveva detto una bugia. Non avrei scritto
quella lettera se mio figlio me lo avesse detto prima e la verità è quella che
ho detto nel primo interrogatorio.
La Questura, nonostante
tutte le testimonianze acquisite agli atti siano favorevoli a padre Luca, va
avanti e convince anche i giudici della Procura del re circa la fondatezza
delle accuse nei confronti del religioso e nei confronti dei due prefetti, i
sedicenni Igino Cosentini e Pietro Tenuta e ne chiedono il rinvio a giudizio.
Il Giudice Istruttore, però, non è completamente dello stesso avviso e rinvia i
tre imputati solo per i maltrattamenti inferti al piccolo Arturo Sikens.
Il 15 giugno
1909 si apre il dibattimento. Non c’è niente di nuovo: i testimoni continuano a
giurare di non aver mai visto padre Luca o i due prefetti picchiare il piccolo
Arturo, né di avere sentito il bambino lamentarsi per i maltrattamenti o le
botte ricevute.
Non luogo a procedimento penale per
inesistenza di reato
per quanto riguarda l’imputazione di abuso dei mezzi di correzione e assoluzione per non provata reità
riguardo all’accusa di lesione volontaria.
Padre Luca
può continuare la sua opera di educatore. A pagare per questa vicenda è solo
Elisa Franken che viene licenziata in tronco dalla signora Cardamone.
Però, gira
che ti rigira, padre Luca incappa in nuove disavventure dopo nemmeno un anno
dall’assoluzione. A denunciare le sue presunte malefatte è un altro giornale,
Lotta Civile, con un altro direttore, l’avvocato Pasquale Campagna. È il 26
maggio 1910 quando a Cosenza non si parla d’altro
DOV’E’ PADRE LUCA?
L’ex direttore dell’ospizio Capecelatro si è
dunque dileguato! E dove ha piantato il suo nuovo quartier generale per
completare le nobili gesta iniziate nell’istituto che fino all’altro giorno è
rimasto affidato alle sue cure?
Pare che non ne abbian notizia, né colui che
ha dovuto accettare la triste successione dell’indegno sacerdote, né lo stesso
padre generale dell’ordine dei Bigi, una cui lettera, cosa nota ai ragazzi
dell’ospizio, parla già abbastanza chiaro. E v’è chi dice ch’egli sia scappato
in America, v’è chi afferma sia stato relegato in una comunità a far penitenza
dei suoi peccati. I suoi peccati?! Oh si, e gravi affè di Dio! Onde a ragione,
preoccupati per quanto da un certo tempo si va dicendo sul suo conto, noi
abbiamo gettato il primo grido d’allarme per dar modo al magistrato d’indagare
e di agire.
E certo padre Luca, nel tumulto della sua
turbata coscienza, ha dovuto prevedere la sorte che gli è riserbata, se qualche
tempo prima del suo allontanamento ha tentato di crearsi un alibi, che ora
precipita dinanzi ai fatti concreti risultanti dalla nostra inchiesta
.
Ma cosa
avrebbe combinato questa volta padre Luca? Secondo le prime indagini della
Questura, basate sulle informazioni ricevute dall’avvocato Campagna, parrebbe trattarsi di possibili atti di
libidine in persona degli alunni
. Ma potrebbe esserci anche dell’altro
secondo Campagna, che racconta al Pretore di Cosenza
Venni a conoscenza di dissidi sorti tra il
[vescovo Eugenio] Vallega e padre Luca e
si diceva che dissidi dipendevano da un dissesto finanziario provocato da
quest’ultimo nell’Ospizio Capecelatro
– debiti e pedofilia, un miscuglio
altamente esplosivo –. Più tardi però io
e il professor Pasquale Leporace venimmo a conoscere che padre Luca erasi
improvvisamente allontanato da Cosenza perché sulla sua condotta cominciavano
già ad esser noti dei fatti di una certa importanza. Il ragazzo Domenico
Felicetti mi disse di essere stato vittima di un tentativo di congiunzione
carnale da parte di padre Luca, tentativo che il Felicetti dice di aver
respinto
, ma che con i giovanetti Ragusa, Bria, Blasi ed altri ci era
riuscito. Addirittura, in seguito a ciò, Blasi si era dovuto allontanare
dall’istituto. Un tale Ardes, convittore dell’istituto, parlandomi del
Felicetti me lo descrisse come persona
che abbia subito la congiunzione
. Ardes aggiunse anche che gli scolari, attraverso un foro praticato in
una porta che comunicava con la stanza di padre Luca, potevano osservare tutto
ciò che egli commetteva
. Il padre
Luca era, si può dire, lo schiavo di tale Igino Cosentini
– toh! Chi si
rivede! – il quale, consapevole o
complice dei fatti commessi da padre Luca, frequentemente si allontanava
dall’istituto e mandava a fare richieste di denaro a quest’ultimo, il quale
premurosamente gli forniva diverse somme
– poi cala il carico da undici –. So pure che l’avvocato Luigi Amato l’anno
passato ebbe un abboccamento con padre Luca per manifestargli che il Vallega,
in seguito al ricorso di un giovinetto di Puglia, tal Del Corno, era nauseato
dal contegno di esso padre Luca, che riteneva non più meritevole di dirigere
l’ospizio e perciò lo stesso avvocato Amato esortavalo ad abbandonare
l’istituto ad evitare possibili scandali
L’avvocato
Amato, interrogato, conferma tutto e aggiunge dei particolari interessanti
– Monsignor
Eugenio Vallega, mio amico e cliente, mi
aggiungeva, perché lo riferissi a padre Luca, che egli, se non fosse andato via
volontariamente evitando così che lo scandalo si facesse pubblico e grave, ne
avrebbe riferito al generale dei Bigi e da parte sua avrebbe tolto qualunque
sussidio ed aiuto all’Istituto che era stato creato e si manteneva in
grandissima parte per mezzo suo
. Padre Luca protestò energicamente contro
le accuse che gli venivano mosse e quanto
al denaro mi profferse tutti i libri, i conti e la corrispondenza tra lui e il
Vallega, donandomi anche un resoconto generale che io non esaminai neanche e
mandai integralmente al Vallega
. Intanto,
poiché il Padre generale aveva avuto delle denunzie, mandò qui appositamente un
certo frate Angelo col quale io mi abboccai parecchie volte, ma costui si mise
dalla parte di padre Luca, almeno per quello che risultava a me del suo
contegno, e contro Vallega, al quale riferii esattamente ogni cosa. Per questa
ragione ritengo che il Vallega si sia seccato del Padre generale, dell’Istituto
e di tutto il resto ed abbandonò l’opera alla quale aveva sacrificato non solo
il suo denaro ma il suo ingegno ed il suo lavoro
– Padre Luca?
È in congedo a Napoli per visitare il
padre vecchio ricoverato in un ospizio. Non saprei dire quando egli ritorni, né
conosco il suo indirizzo. Nulla so delle accuse turpi che gli si fanno
… –
riferisce, imbarazzato, padre Agostino Costanzo, il sostituto di padre Luca
Che
nell’Istituto Capecelatro siano accadute delle cose strane è fuori di dubbio per la Questura e la Procura del re. Pensano che la
prova più evidente di ciò sia il progressivo allontanamento volontario di quasi
tutti gli studenti che vengono rintracciati e interrogati ma negano tutti di
avere personalmente subito le attenzioni
particolari
di padre Luca, indicando ognuno altri studenti come vittime. Perché
hanno lasciato l’Istituto? “ C’è stato
qualche caso di scabbia
”; “Non ero
contento dell’istruzione che s’impartiva a mio figlio
”. Da una situazione
del genere non c’è via d’uscita: o qualcuno ammette e denuncia o amen.
Nega tutto, e
come pensare diversamente, anche Igino Cosentini.
Poi nel muro
di omertà si apre una crepa: il quindicenne Giuseppe Blasi, dopo vari tentativi
andati a vuoto, ammette
In un giorno che non so precisare, all’ora
della ricreazione, e cioè verso le 11, il rettore padre Luca Saviano mi invitò
nella sua stanza, ove giunto lo trovai a letto e m’invitò di chiudere la porta.
Fattomi avvicinare al letto, incominciò a baciarmi e accarezzarmi, facendomi
nel contempo proposte oscene. Ad un certo punto mi disse se avevo piacere che
io gl’introducessi il mio membro virile nel suo ano ed avutane risposta
affermativa, alzò un lembo delle coltri del letto scoprendosi; poscia  si abbassò le mutande e messosi in ginocchio
sul letto e bassata la testa, m’invitò a salire sul letto e sfogai la mia
libidine come lui desiderava. dopo di ciò mi ordinò che gli dimenassi il suo
membro virile, operazione che eseguii per ben due volte consecutive fino al
momento che gli veniva fuori lo sperma che m’imbrattava tutte le mani.
soddisfatto in quel modo mi disse di andarmene, non senza prima raccomandarmi
di don far parola con chicchessia di quanto era passato fra noi
Querela?
Nemmeno a parlarne.
Conosco padre Luca Saviano ed ho avuto
occasione di visitare due volte, dal Febbraio al Giugno scorsi, l’istituto Capecelatro
di Cosenza, constatando come egli avesse subiti colà due procedimenti penali
per abuso di mezzi di correzione, rimanendone però assolto
– racconta padre
Tommaso Perniciaro, superiore dei frati bigi, al Delegato di Polizia nella
Questura di Roma –. Sul suo conto ebbi
ottime informazioni da parte del Sindaco di Cosenza, signor Cundari, giusta sua
lettera 11 febbraio 1910, con cui il Sindaco lo definiva addirittura “degno di
ogni elogio perché persona correttissima, modello ed esemplare, sia come
sacerdote che come capo dell’Istituto”. Sul posto ebbi pure eccellenti
informazioni di lui dal Segretario Comunale, da Consiglieri e da altre tante
rispettabili persone
Possono
bastare le denunce di un giornale e le dichiarazioni di due ragazzini contro le
smentite di quasi tutte le altre probabili vittime, contro le assicurazioni del
superiore dei frati bigi e, soprattutto, sulle assicurazioni del Sindaco della
città per mandare a processo il latitante Gennaro Saviano, in religione padre
Luca?
Secondo il
Pubblico Ministero ed il Giudice Istruttore, no.
I giovanetti sui quali dette turpitudini
sarebbero state consumate, non hanno creduto doversi querelare e i fatti
attribuiti al Saviano sono stati sufficientemente smentiti.
Non farsi luogo a procedimento penale per
difetto di istanza di punizione
.
È il 20
ottobre 1910 e padre Luca può uscire dal suo nascondiglio.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

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