NETTA COME LA VERGINE SANTISSIMA di Annunziata Procida

Mi
chiamo Ignazio Aloisio. Sono nato nel 1871 ad Amantea da una famiglia che in paese godeva di buona fama
e lì ho vissuto fino a quando, nel 1920, non mi hanno portato qui, nel
Manicomio Giudiziario di Aversa.
Nel
1897 mi sono sposato con Maria Gallina Porco, dalla quale ho avuto tredici figli di cui sei morti al
parto, eccetto uno per malattia comune
. Vissi d’accordo con la mia famiglia, ero dedito al lavoro con costanza ed interesse tanto che col frutto delle mie braccia, ebbi a costruirmi una proprietà di circa 40mila lire, in
Contrada Comolo. Sono rimasto con mia moglie e i miei figli fino a quando un
pomeriggio, stanco dei continui tradimenti di mia moglie con Salvatore Falsetti,
il marito di sua sorella, e Vincenzo Lenzi, presi la rivoltella modello 1889 di
tipo militare che avevo comprato l’anno prima da mio zio Giovanni Pati, e le
sparai.
Erano
circa le due del pomeriggio del 12 febbraio 1920. Mia moglie era seduta sullo scalino del magazzino della
nostra casa colonica ed era intenta
ad appuntire alcuni paletti con una piccola scure.
Mia figlia Giovanna –
che all’epoca aveva 13 anni – teneva in
braccio il più piccolo dei fratelli
, di pochi mesi.
Io,
che mi trovavo dentro al magazzino, dissi
a Maria: “Va’ a chiamare Salvatore
Falsetti
” e lei, continuando a lavorare, mi rispose: “Io non vado a chiamare proprio nessuno”.
Allora
io presi la rivoltella dalla saccoccia
e le esplosi un primo colpo alle spalle. La
disgraziata, colpita a morte si
piegò sul
fianco sinistro reclinando la testa sullo scalino soprastante a quello in cui
era seduta.
Io uscii fuori con la
rivoltella in pugno e
portatomi a
circa un paio di metri da
mia moglie
le
esplosi contro altri tre colpi,
colpendola sotto e sopra la mammella sinistra ed al polso della mano destra,
cagionandone la morte immediata
.
Riposta
tranquillamente la rivoltella in tasca
mi diedi subito
alla latitanza
e solo il giorno seguente alle 6 mi costituii, accompagnato
da Antonio Arlia Ciommo, un fornaio del paese, in Caserma. Qui, senza mostrare alcun pentimento,
informai i Carabinieri di aver ucciso Maria per avermi disonorato e di aver
perso l’arma quando mi diedi alla fuga. A loro raccontai di non aver mai sorpreso mia moglie in flagrante
adulterio, ma
avevo ed ho l’ossessione
che ella mi abbia tradito con Falsetti Salvatore per
alcune circostanze ed è perciò che fui trascinato
ad ucciderla. Una volta, tornando da campagna, trovai mia moglie ed il Falsetti
che bevevano del vino assieme in un basso a pianterreno della mia casa di
abitazione, e ciò avvenne nell’aprile
1919, in un giorno che non ricordo. Un’altra volta, nello stesso mese,
trovai mia moglie ed il Falsetti nella cucina di mia casa a bere anche del vino
e discorrevano di donne, e Falsetti disse fra l’altro, «quando si è conosciuta
una donna, non è possibile dimenticarsi», riferendo le parole a mia moglie.
Intesi questo discorso prima di entrare in cucina, ma non dissi nulla ai due,
mostrando indifferenza. Un’altra volta […] sorpresi il solo Falsetti nel mio
fondo soprastante alla mia casa una ventina di metri. Egli, nel vedermi, fuggì
poiché io l’avevo avvertito di non introdursi nella mia proprietà.
Purtroppo,
non ho avuto nessun’altra prova dell’infedeltà di Maria, nessuno mi ha riferito
nulla a riguardo, anzi molti mi dicevano che mia moglie fosse netta come la Vergine Santissima e di essere incapace di recarmi disonore. Me
lo disse anche il medico del paese, il dottor Giuseppe Mirabelli, che mi visitò
a casa di mia madre due giorni prima che io uccidessi mia moglie, perché mi
sentivo la febbre. A lui, la domenica, confidai che le mie sofferenze derivavano dal sospetto che per disfarsi di me, in
accordo col Falsetti, mi si avvelenasse propinandomi del veleno con gli alimenti. Il
dottore, più che preoccuparsi del mio malessere, fu invece così impressionato
dal
mio stato di evidente infermità
mentale da raccomandare preoccupazioni e prudenza ai
miei familiari.
Anche
nel carcere di Amantea, dove venni rinchiuso prima di essere condotto qui ad
Aversa, sono sicuro che tentarono di avvelenarmi. Quando venne interrogato il
custode, Francesco Morello, questi ebbe a dire che il mio contegno da detenuto […] era strano, che di lui avevo
poca o nessuna fiducia tanto da temere che
lui mi somministrasse del veleno nel mangiare. É vero: più di un giorno buttai via la minestra. Una volta, preso dalla
disperazione e dalla voglia di essere liberato, presi un’asticella del letto e lo minacciai perché volevo parlare con
altri funzionari della giustizia
visto che lui continuava a ripetere che i miei discorsi non avevano connessione e continuava a chiedermi se fossi
pentito per quanto avessi compiuto. Ma io con lui dell’omicidio non parlai mai
né gli manifestai sentimenti di affetto
verso la
mia famiglia o pentimento.
Io
so solo che ero gelosissimo di mia moglie, delle mie figlie Barbara e Giovanna,
di Falsetti Salvatore e di Vincenzo Linza. Minacciai tutti di ammazzarli con la
rivoltella. No, non tutti insieme. Uno alla volta. No, mia moglie e le mie
figlie le ho anche minacciate in contemporanea con le armi, coltelli e pistola e qualunque oggetto che
avesse trovato a portata di mano,
e sempre
fuori della presenza di estranei
soprattutto quando tornavo da casa di mia
madre. Le minacciavo in tal modo violento
che
le donne restavano pietrificate
per lo spavento. Qualche volta le avevo minacciate con la rivoltella in pugno,
rivolta verso di loro, con gli occhi accesi, il viso rosso da sembrare quasi
indemoniato
.
Come
vi dicevo, dopo essere stato rinchiuso nel carcere di Amantea, mi portarono ad
Aversa dove il dottor Filippo Saporito (direttore del Manicomio Giudiziario, nda) e
il dottor Raffaele Canger (direttore del Manicomio Interprovinciale di Nocera
Inferiore, nda) mi sottoposero a perizia psichiatrica, che richiesi sotto consiglio
del mio difensore, l’avvocato Tommaso Corigliano.
Dal
mio arrivo ad Aversa sono diventato
sudicio e trasandato nella persona, disorientato nel tempo e nello spazio,
smemorato, più che mai depresso e taciturno, indifferente di
me stesso e
della mia sorte, disamorato ed incurante
dei
miei familiari con i quali
avevo mantenuto inizialmente un certo
carteggio epistolare.
Non ho più mostrato quelle aspirazioni alla libertà, che, per quanto in forma limitata, non
erano mancate per lo innanzi.
Lamento un continuo senso di profonda depressione, accompagnato da stordimento,
vuoto alla testa, nonché penosa impressione di vuoto e di smarrimento. Si sono
ampliati ed estesi i
miei disordini
sensoriali
e ho iniziato ad avere vere
e proprie illusioni ed allucinazioni acustiche e visive.
Quando
uccisi mia moglie, scrivono i periti, ero in forza dei miei errati convincimenti delirosi che mi
avevano condotto a dubitare della sua onestà: “Per l’Aloisio […] non si discute; sono i suoi nemici quelli che lo
fanno soffrire a tal modo, che gli bruciano e gli tormentano la persona,
mettendogli il veleno nei cibi, ed anche da lontano, con i gas asfissianti o
con altri mezzi offensivi, che devono essere stati escogitati dal governo
durante il periodo della guerra. L’esperienza gli ha dolorosamente dimostrato
che egli è impotente a lottare contro siffatti nemici, i quali, prima che
venisse carcerato, entravano ed uscivano di casa sua come il vento, senza che
egli potesse accorgersene ed impedirlo, per cui ha dovuto rassegnarsi a subire
il suo destino, ed adattarsi alla sua triste condizione, pur covando nell’animo
suo l’aspirazione a sottrarsi, in un modo qualsiasi, a siffatta terribile
persecuzione, e non mancando nemmeno di carrezzar qualche vaga e lontana idea
di vendetta, che non esiterebbe, forse a tradurre in atti, qualora gliene
venisse fatta la opportunità. Ciò che maggiormente esaspera ed addolora il
soggetto è il fatto che i più accaniti tra i suoi nemici sono appunto due
individui che un tempo furono tra i suoi migliori amici ed ai quali egli mai
nulla fece per provocarne l’odio e la persecuzione. Falsetti Salvatore e Lenzi
Vincenzo sono stati i suoi carnefici, i quali, non contenti di avergli rubato
salute e felicità, vollero rubargli anche l’onore, al punto di diventare gli
amanti non solo della moglie, ma anche delle due figlie. Prove irrefragabili
del tradimento e del disonore l’Aloisio non ebbe mai, siccome egli stesso è
costretto esplicitamente a confessare, ciò non ostante la sua convinzione al
riguardo è salda ed irremovibile più che se non fosse venuto in possesso delle
prove dirette più schiaccianti al riguardo. Egli parte da presupposto che senza
la colpevole complicità dei suoi familiari, e specialmente della moglie,
complicità che, a sua volta, non poteva basarsi che su illecite relazioni, i
suoi nemici non avrebbero potuto fargli tutto quel male che gli hanno fatto
”.
Per
i periti io sono, prima di tutto, un delirante, un paranoico e questo fa di me una persona tuttora pericolosa.
Aversa, 25 luglio 1921[1]


[1] ASCS,
Processi Penali.

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