COSENZA E L’ATTENTATO A TOGLIATTI

– Hanno
sparato a Togliatti! – si sente gridare di bocca in bocca, ormai è mezzogiorno
passato, lungo Corso Mazzini a Cosenza. La gente è sorpresa, incredula, sarà
uno scherzo stupido, pensano in molti in quel mezzogiorno di fuoco del 14
luglio 1948.

La notizia
coglie di sorpresa gli italiani intorpiditi e lo choc  politico è violentissimo. Tutti intuiscono
che potrebbe accadere il finimondo.
A sette mesi dall’entrata in vigore della Costituzione
ed a tre mesi dalle elezioni che hanno punito il Fronte Popolare
social-comunista, Antonio Pallante, un esaltato studente di destra, offre al
Pci la carta della rivincita: la rivoluzione.
Togliatti è colpito alla nuca ma il proiettile si
schiaccia contro l’osso e non fa danni. I danni, che mettono a rischio la sua
vita e la giovane e fragilissima democrazia italiana, li fa un altro proiettile
che gli perfora un polmone. Il leader comunista è immediatamente sottoposto a
un delicatissimo intervento chirurgico che gli salva la vita. 
Mentre Togliatti si risveglia dall’anestesia, la
rabbia del popolo di sinistra si scarica in una serie di confuse manifestazioni
che sfiorano l’insurrezione. Furiosi cortei imbandierati di rosso battono le
strade d’Italia. Operai e contadini scendono in piazza, prima scioperi
spontanei e poi lo sciopero generale, fabbriche occupate, sedi cattoliche
devastate, camionette della Celere in azione, comizi del Pci, i primi spari e
le prime violenze.
Il giorno dopo fanno la loro comparsa i mitra: i
dimostranti sparano, i celerini rispondono, si cominciano a contare i morti.
Togliatti, contattato Stalin, responsabilmente dal suo letto d’ospedale invita
alla calma sapendo benissimo che la rivoluzione in Italia significherebbe
l’inizio di una nuova e ancor più catastrofica guerra mondiale. Ma l’Italia è
una polveriera. Genova, Firenze, Torino e Venezia sono in rivolta. Il Governo
mette in campo l’esercito. Si spara quasi ovunque. Sono le ore più drammatiche
della breve storia repubblicana.
La guerra civile è dietro l’angolo. Il Ministro degli
Interni, il democristiano Scelba, parla alla Camera e le sue parole sono
chiare: “il Governo è in grado di controllare la situazione”. Polizia,
Carabinieri ed Esercito reagiscono duramente.
Verso il tramonto del 15 luglio dalla Francia una
notizia bomba. Bartali, a 34 anni, ha distrutto Bobet e Robic sulle montagne
del Tour e trionfa in maglia gialla. Grazie al suo potere sedativo la passione
sportiva decongestiona quella politica. Il “vecchio” catalizza le
emozioni degli italiani e contribuisce a sciogliere i grumi dell’odio che
ancora ribolle e, a fatica, prevale il buonsenso
ma il bilancio è
pesantissimo: 30 morti e 800 feriti.
A Cosenza la Camera del Lavoro e il
Fronte Popolare indicono immediatamente lo sciopero generale e manifestazioni
di protesta. Nella notte tra il 14 e il 15 luglio in città vengono affissi durissimi
manifesti di protesta: se PALMIRO
TOGLIATTI dovesse soccombere la classe operaia, i Partigiani d’Italia, FARANNO
GIUSTIZIA SULLA CLASSE RESPONSABILE della sua scomparsa
, recita uno dei
manifesti; la polizia non è in grado di
tutelare l’ordine e garantire la vita ai cittadini: dobbiamo difendere la
nostra vita da noi.
Guai ai
responsabili se Togliatti dovesse mancare
, si legge in un altro.  

In città la situazione
potrebbe precipitare e per sicurezza i
l Questore ed il Prefetto abbandonano la città rifugiandosi nel campo
trincerato delle Casermette. Cosenza è in mano ai manifestanti comunisti e
socialisti, i cui dirigenti inviano al Presidente della Repubblica e al
Presidente del Consiglio un telegramma di viva protesta: ”Popolazione Cosenza
indignata attentato a Togliatti frutto campagne odio contro classe operaia,
chiede dimissioni governo”
E la Questura
interviene
QUESTURA DI COSENZA
Pr. 03537 Di. Gab.
Cosenza li 18 luglio 1948
Nei giorni 14 e 15 andante, durante lo
sciopero generale indetto dalla C:D.L. in segno di protesta per l’attentato
alla persone di Palmiro Togliatti, la locale federazione Comunista e Socialista
faceva affiggere sui muri cittadini manifesti incitanti all’odio fra le classi
sociali e alla rivolta qualora Palmiro Togliatti dovesse soccombere.
Prima di procedere alla defissione venivano
svolte indagini per accertare se l’Autorità locale di P.S. avesse concesso il
nulla osta all’affissione. Si stabiliva che i manifesti erano stati
clandestinamente affissi senza l’autorizzazione prevista dall’Art. 113 della
legge di P.S.
Al fine di procedere all’arresto dell’autore
dei manifesti, veniva sentito il tipografo De Rose, presso il quale erano stati
stampati i manifesti di cui sopra. Questi dichiarava di non ricordare il nome
della persona che gli aveva ordinato la stampa.
Altri tre manifesti venivano affissi
successivamente a cura della Camera del Lavoro, anche questi senza la
prescritta autorizzazione prevista dall’Art. 113 della legge di P.S.
Ciò posto si denunciano CINANNI Paolo
Giuseppe e DI MIZIO Carlo per i reati previsti dagli articoli 415, 656 e 663
C.P. significando che non è stato proceduto all’arresto dei medesimi per
trascorsa flagranza ed anche perché non è stato accertato se i medesimi sono
stati i veri autori del manifesto.
Essi vengono denunziati perché entrambi
responsabili della Federazione Comunista e Socialista presso le quali ricoprono
la carica di segretario provinciale. All’uopo si fa rilevare che Di Mizio Carlo
è vicesegretario della federazione socialista e che nei giorni 14 e 15 aveva le
attribuzioni e manzioni di segretario, essendo l’On. Mancini Giacomo fuori
sede. Si denunzia altresì MONTALTO Ubaldo, segretario della C.D.L. perché
responsabile del reato previsto dall’art. 663 C.P.
A firmare la
denuncia è il Commissario di P.S. Sabino Olivieri.
Poi, come nel
resto della Nazione, la tensione scema e torna la calma ma la denuncia del
Commissario Olivieri fa il suo corso.
La mattina
del 26 luglio si presenta spontaneamente in Questura l’On. Giacomo Mancini e
dichiara:
Essendo venuto a conoscenza di una denunzia
a carico del compagno Carlo Di Mizio fu Vincenzo, al quale si addebiterebbe la
responsabilità di un manifesto affisso in città e firmato “Federazione
Socialista”, tengo a dichiarare che il Di Mizio non è il Segretario Provinciale
e né copre posti di specifica responsabilità in seno alla Federazione.
Il Segretario Provinciale della Federazione
sono io.
Nello Statuto del nostro Partito, per le
cariche federali, non è prevista la carica di V. Segretario Provinciale e
pertanto la responsabilità politica degli atti della Federazione ricade
necessariamente sulla persona del Segretario Provinciale
.
Anche Giacomo
Mancini viene denunciato. 
Carlo Di
Mizio risponde alle domande del Procuratore della Repubblica, dott. Luigi
Ammirati, il 5 agosto successivo
Non ho commesso i fatti che mi si addebitano
e che V.S. mi ha contestato perché mentre i manifesti incriminati sono stati
redatti e pubblicati dall’Esecutivo della Federazione Provinciale di Cosenza
del Partito Socialista Italiano, io sono del tutto estraneo a tale organo, in
quanto ricopro solo la carica di segretario della Sezione cosentina del P.S.I.
e non è vero che io sia il Vice Segretario Provinciale della federazione di
Cosenza e non so in base a quali elementi la Questura mi abbia
attribuito tale carica
Il
Commissario Olivieri precisa
Io ho denunziato il Di Mizio perché da
informazioni assunte mi risultò che in quei giorni, dato che l’On. Mancini era
a Roma, fu proprio lui che agì in rappresentanza della federazione socialista
Dopo Di Mizio
viene interrogato Ubaldo Montalto
Non sono stato io il redattore dei due
manifesti incriminati, né io ho provveduto alla loro stampa e pubblicazione.
Detti manifesti furono frutto di un momento di agitazione generale per
l’attentato alla persona dell’On. Togliatti e furono compilati da un Comitato
di agitazione, composto da numerosi membri, fra cui sono pure io. Non so
indicare quale membro del Comitato provvide a far stampare il manifesto e chi
lo fece affiggere in quanto, ripeto, tutto ciò avvenne in momento di grave
confusione, durante la quale io non ebbi il normale controllo sul funzionamento
della Camera del Lavoro. tengo a precisare che sono del tutto estraneo alla
compilazione e pubblicazione degli altri due manifesti pubblicati dalla
Federazione Provinciale Comunista perché, pur facendo parte di detta
Federazione, non ho partecipato alla compilazione, stampa e affissione dei due
manifesti
Paolo Cinanni
viene interrogato l’8 agosto
I due manifesti incriminati, che vennero
pubblicati dalle due federazioni Provinciali, Comunista e Socialista, dei quali
uno soltanto dalla prima, furono compilati dai Comitati Federali, ai quali ho
partecipato come Segretario provinciale della federazione Comunista. Con detti
manifesti, che denunciavano l’attentato alla persona dell’On. Togliatti, si
voleva far presente al popolo la responsabilità dell’attentato, ispirato dalla
campagna di odio fatta dagli altri partiti. In tali sensi fu telegrafato al
Presidente della Repubblica ed al Presidente del Consiglio dei Ministri, giusto
telegramma di cui esibisco copia. Non si è voluto affatto istigare all’odio fra
le classi sociali, ma si sono soltanto riportate espressioni pronunciate nel
Parlamento da deputati e senatori del Fronte nel corso del dibattito
parlamentare successivo all’attentato. Si è voluto quindi criticare
l’orientamento governativo. Della stampa ed affissione dei manifesti è stato
incaricato il personale della federazione ma io, quale capo di essa, intendo
assumere la responsabilità. Ricordo che le bozze dei manifesti furono mandate
in Questura per l’autorizzazione e dato il momento di vivo fermento non ho
potuto seguire lo svolgimento della pratica
.
Il 7
settembre è la volta di Giacomo Mancini, questa volta nelle vesti di imputato
Il manifesto affisso in seguito
all’attentato contro l’On. Togliatti dalle Federazioni Provinciali dei Partiti
Comunista e Socialista, fu sottoposto alla mia approvazione quale Segretario
Provinciale della Federazione Socialista e quindi responsabile di ogni
conseguenza per l’affissione di esso. Ho approvato il manifesto e ne ho
autorizzato l’affissione perché nel contenuto di esso non ho ravvisato alcun
elemento costitutivo di reato, ma soltanto una appropriata protesta per il
grave delitto commesso in danno dell’On. Togliatti. Se dovesse riscontrarsi
alcun reato, ne assumo la responsabilità, escludendo quella del compagno Di
Mizio Carlo, che è stato del tutto estraneo alla compilazione ed affissione del
manifesto medesimo e che non è Vice Segretario della federazione
Il
Procuratore della Repubblica di Cosenza non la pensa come l’On. Mancini e
chiede alla Camera dei Deputati l’autorizzazione a procedere contro di lui.
L’iter della pratica richiede qualche mese e la Camera nella seduta del 25
marzo 1949 nega l’autorizzazione, così il Giudice Istruttore del Tribunale di
Cosenza, il 23 aprile 1949 dichiara il non luogo a procedere contro l’On.
Mancini. Caduto il procedimento contro Mancini, il Giudice, nella stessa
sentenza deve ammettere che nei confronti di Carlo Di Mizio non sono emerse prove sufficienti di
responsabilità in ordine ai reati a lui ascritti
e ne ordina il non luogo a
procedere. Di Mizio, difeso da Pietro Mancini, propone appello chiedendo
l’assoluzione con formula piena ma la
Corte d’Appello di Catanzaro rigetta il ricorso e conferma la
formula dubitativa.
Così, a
rispondere dei reati restano Paolo Cinanni e Ubaldo Montalto. 
È il 6
dicembre 1949 quando il Pubblico Ministero presenta una strana richiesta al
Giudice istruttore nei confronti dei due imputati
Poiché l’art. 113 della Legge di P.S., che
richiede l’autorizzazione preventiva dell’Autorità di P.S. per la distribuzione
e affissione di scritti o disegni in luogo pubblico o aperto al pubblico e
conseguentemente parla dell’art. 663 C.P. che stabilisce la sanzione per le
relative infrazioni, debbono intendersi abrogate per effetto del secondo comma
dell’art. 21 della Costituzione, il quale dice che la stampa non può essere
soggetta ad autorizzazioni o censure
CHIEDE
Che il G.I. dichiari non doversi procedere
contro Cinanni Paolo e Montalto Ubaldo per il reato di contravvenzione di cui
alla lettera c) della rubrica, perché il fatto non costituisce reato,
restituendo gli atti a questo ufficio per l’ulteriore corso
.
In poche
parole il Pubblico Ministero vuole proseguire l’azione penale per gli altri
reati di istigazione all’odio fra le
classi sociali
e di mancata indicazione dello stampatore sui manifesti. Il
Giudice Istruttore accoglie la richiesta e il procedimento penale continua.
Il 22 maggio
1950 si apre il dibattimento contro i due imputati difesi dall’avvocato Fausto
Gullo.
In pochi
minuti si risolve tutto: il Pubblico Ministero, che già aveva chiesto
l’archiviazione in istruttoria, rimane fedele alla sua impostazione e chiede
l’assoluzione per insufficienza di prove, mentre la difesa vuole la formula
piena.
La Corte dà ragione al Pubblico
Ministero e finisce l’assurda commedia voluta dal Commissario Sabino Olivieri.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.

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