TAMARRI

È la mattina del 15 giugno 1948. A Cosenza, nello spazio che c’è tra il ponte di San Francesco e l’incrocio tra Via dei Tribunali e Corso Plebiscito, contadini e venditori ambulanti di frutta magnificano i propri prodotti:
– Belle ‘ste albicocche, a quanto le fai? – l’ambulante Eugenio Gervasi, meglio conosciuto come “Consumato” , si rivolge ad Eugenio Gazzaruso, trentottenne contadino di Zumpano.
– A 95 lire al chilo
– Buono! Me le dai tutte?
– No… le ho già vendute. Se ti interessano, domani mattina te ne porto una cesta allo stesso prezzo
– Va bene, domani mattina presto però!
I due si stringono la mano e ognuno torna alle proprie faccende.
La mattina dopo, alle 7,20, Eugenio Gazzaruso si presenta al compratore col cesto di albicocche, accompagnato da suo fratello Giorgio e da sua nipote Lidia.
La bancarella di Gervasi è in mezzo ad altre due, tutte messe a un paio di metri di distanza dal palazzo che al piano terra ospita, da destra a sinistra per chi guarda la facciata, un’Agenzia di commercio, un salone e una farmacia.
– Ah! Le hai portate… ma dobbiamo rivedere il prezzo perché stamattina è calato e a 95 non te le posso pagare – dice Gervasi il Consumato mentre sta mettendo in un cartoccio delle patate per una cliente – al massimo posso arrivare a 80 lire al chilo.
Gazzaruso accetta e il Consumato, pesate le albicocche, le versa in una delle sue ceste mentre la cliente, spazientita perché gli sta inutilmente porgendo le 25 lire delle patate, posa i soldi sulla bancarella e se ne va.
– Non te le do 85 lire al chilo, le albicocche non sono buone, o mi lasci qualche altra cosa o te le riprendi – sbotta all’improvviso il Consumato.
– Ti ho già fatto il buon peso di mezzo chilo. Le hai pesate e messe nella tua cesta. Il contratto è concluso e mi devi pagare – gli risponde Gazzaruso, spalleggiato dal fratello.
Sti tamarri, sti farabutti vogliono guadagnare troppo!
– Pagami e facciamola finita.
Sti cornuti e figli di puttana vogliono vivere sul nostro lavoro – urla il Consumato.
– Non sono né cornuto e né figlio di puttana, dammi i soldi e finiamola! Tutti miserabili sono ‘sti venditori!
Cazzo, ancora qui siete? Se non ve ne andate son guai – e così dicendo prende in una mano un peso da mezzo chilo, mentre con l’altra afferra Gazzaruso per il bavero della giacchetta e lo strattona con violenza, minacciando di spaccargli la testa con il peso che agita furiosamente.
Il fratello del contadino si mette in mezzo per dividere i due ma il Consumato se la prende anche con lui e gli strappa la giacca facendolo quasi cadere a terra. A questo punto Eugenio Gazzaruso perde le staffe, si lancia sull’avversario e ne nasce una furibonda colluttazione con schiaffi, calci e pugni, ma gli amici e i parenti del Consumato presenti sul posto accerchiano il contadino e cominciano a suonargliele di santa ragione, colpendolo in testa con i pesi della bilancia e con bastoni. Gazzaruso si difende come può e non ha nemmeno l’aiuto di suo fratello, bloccato dagli avversari. Quelli che si danno più da fare per picchiarlo sono Luigi Toscano, cognato e socio in affari del Consumato e il genero di questi, Giorgio Romano, accorso dalla sua bancarella ai piedi della chiesetta di San Rocco. Era l’odio dei fruttivendoli, acuito da tempo contro i contadini produttori, che prorompeva nel piccolo rettangolo sito sul lato destro di piazzetta Plebiscito, determinato dalla spalliera del ponte e via Marini Serra.
Uno dei fruttivendoli interviene per sedare la rissa e trattiene il Consumato mentre sta per colpire nuovamente il contadino.
Fatti i cazzi tuoi! – gli dice spingendolo lontano. Questo contrattempo consente a Gazzaruso, per pochi secondi, di avere un solo avversario e di replicare alle botte che gli altri due gli stanno dando alle spalle. Ma è appunto una questione di secondi. Il Consumato torna alla carica, ma viene di nuovo fermato da un Agente di Custodia che si trova a passare da lì per caso. Anche questo tentativo, però, va a vuoto perché l’Agente viene trattenuto a sua volta da alcuni presenti e spinto via con violenza. La confusione è totale e in questa confusione Giorgio Gazzaruso, il fratello del contadino, riesce a liberarsi e aiutare il congiunto che sta per soccombere sotto i colpi di Toscano e Romano.
Il Consumato, divincolatosi per l’ennesima volta da chi vuole impedire che faccia una sciocchezza, afferra un altro peso e lo tira in faccia a Gazzaruso, colpendolo in bocca. Il contadino cade sulle ginocchia e il Consumato, non contento, con i capelli scompigliati, gli occhi accesi d’ira  ed il giubone svolazzante si chinava sul contadino colpendolo con pugni, mentre Toscano e Romano gli percuotevano le spalle.
Il contadino, che perde sangue dalla bocca e dalla testa, adesso teme seriamente per la propria vita e decide di fare ciò che non avrebbe mai pensato di fare. Subissato dai colpi riesce a mettere la mano in tasca.
Occhio che ha una pistola! – urla una donna e, come d’incanto, il capannello di curiosi svanisce nel nulla, ma Toscano, Romano e il Consumato sono ancora addosso al contadino che spara due colpi verso quest’ultimo. Il primo va a vuoto e il Consumato, sorpreso, prima indietreggia di un passo e poi si scaglia di nuovo sul contadino  ma il secondo colpo lo centra sotto l’ascella sinistra mentre sta tirando un terribile pugno.
La pallottola attraversa tutto il torace perforando entrambi i polmoni e recidendo numerosi vasi sanguigni. Il Consumato si gira su sé stesso e cade pesantemente a terra. Toscano e Romano se la danno a gambe e adesso nel rettangolo sito sul lato destro di piazzetta Plebiscito regna un silenzio irreale, pervaso dall’odore acre della polvere da sparo.
Ma Giorgio Romano ci ripensa: suo suocero è lì per terra e lui non può scappare. Torna indietro, afferra un peso da due chili e si lancia sul contadino che ha la rivoltella in mano e il braccio disteso lungo il corpo. Il sangue che gli cola sul viso gli conferisce un aspetto orribile e quando Romano fa per colpirlo col peso, il contadino gli punta la rivoltella contro:
Se fai un altro passo ti ammazzo – gli dice con voce stanca ma decisa e Romano si ferma di colpo lasciando cadere il peso.
L’Agente di Pubblica Sicurezza Antonio Damiano è stato richiamato sul luogo del delitto dalle urla della gente, ma non ha fatto in tempo ad evitare i colpi di rivoltella. Gazzaruso è appoggiato con le spalle al muro tra la farmacia e il salone con la rivoltella in mano; Damiano gli punta contro la sua arma e, con il tesserino di riconoscimento in bella mostra, gli ordina di consegnargliela, cosa che il contadino fa docilmente, poi viene dichiarato in arresto e Damiano, aiutato dall’Agente di Custodia, da un Vigile Urbano e da un altro poliziotto nel frattempo arrivati sul posto, deve sudare sette camicie per sottrarlo al tentativo di linciaggio da parte dei parenti e degli amici del Consumato, il quale giace a terra boccheggiante. Fallito il linciaggio, i familiari si dedicano al ferito e lo portano a casa, che è a poche decine di metri, in Via Arenella, dove però giunge cadavere.
Durante le prime indagini viene fermato un fratello della vittima, Francesco Gervasi, il quale, cercando di scagionare Toscano ed istruito in ogni sua parte da alcuni ben noti pregiudicati di questa città, ha falsamente dichiarato che quella mattina, mentre da Piazza Piccola si dirigeva al mercato, all’altezza del ponte, aveva sentito esplodere due colpi di arma da fuoco e che per curiosare era accorso sul posto giungendovi quando già i curiosi si erano accalcati, disponendosi a semicerchio dalla spalliera del ponte all’angolo di Via Marini Serra. Il Gervasi dice di essersi fermato all’angolo di Via Marini Serra e che di là, avendo visto suo fratello Eugenio giacere per terra, aveva preso dal banco di vendita di Aversente Giorgio un peso di kg 2 e lo aveva lanciato contro uno dei due individui che, armati di pistola, sostavano vicino al fratello e di avere colpito Eugenio Gazzaruso all’occipite, mentre è certo che a colpire in testa con un peso da mezzo chilo è stato Luigi Toscano ed è altrettanto certo che quando Francesco Gervasi ha preso il peso per lanciarlo contro Gazzaruso, che era in mezzo ai due poliziotti, per iniziare il tentativo di linciaggio, il peso stesso gli fu tolto dalle mani dal Vigile Urbano, il quale lo invitava ad allontanarsi.
Vengono fermati, ovviamente, anche Giorgio Romano e Luigi Toscano ma, nonostante tutti i testimoni giurino che è stata la loro partecipazione attiva alla lite, colpendo selvaggiamente alle spalle Eugenio Gazzaruso, a determinare quest’ultimo a sparare, vengono rilasciati dopo poche ore perché Eugenio Gazzaruso si rifiuta di firmare la querela contro di loro.
Le indagini accertano anche che il contadino è munito di regolare porto d’armi e ha sempre tenuto una regolare condotta, a differenza del Consumato che aveva precedenti per lesioni con arma da taglio ed era ritenuto elemento violento, attaccabrighe ed insidioso. Queste circostanze, seppure non giustifichino moralmente la perdita di una vita umana, offrono all’avvocato Orlando Mazzotta, difensore di Eugenio Gazzaruso, la possibilità di impostare più agevolmente la strategia difensiva sostenendo che il contadino ha sparato per legittima difesa e continua a non voler sporgere querela contro gli altri due assalitori per le lesioni riportate.
E questa è anche l’impostazione della Procura della Repubblica di Cosenza e del Procuratore Generale della Repubblica di Catanzaro che, nella richiesta di non luogo a procedere nei confronti di Eugenio Gazzaruso, scrive:
È evidente la legittima difesa; abbiamo una persona ingiustamente assalita da tre energumeni che incessantemente lo colpivano, che non desistevano né quando lo videro cadere in ginocchio, né quando incominciò a sgorgare il sangue; non si profilava la possibilità di un soccorso efficace e sovratutto tempestivo perché, dei numerosi presenti, solo Berardelli ed Aversente avevano tentato di fare qualche cosa ed erano stati respinti; nemmeno il primo sparo aveva giovato a far desistere gli assalitori; il Gazzaruso si vedeva colpito al capo, in parti vitali, vedeva gli avversari armati di pesi che possono costituire uno strumento offensivo di non dubbia efficacia. Sparò. Se in tutto questo non si ravvisa il concorso di quegli estremi voluti dall’art. 52 C.P. per aversi il “moderamen inculpatae tutelae” , non si saprebbe escogitare un’ipotesi in cui tale ipotesi si avveri. E ciò anche per quanto riguarda il criterio di proporzionalità tra offesa e difesa; era la sua vita, direttamente ed efficacemente minacciata, ch’egli difendeva, era sommamente probabile ch’egli risultasse ucciso, tanto che se si volesse usare un criterio che il requirente trova eccessivamente rigoroso, si potrebbe anche prospettare nell’operato del Toscano, del Romano e del Gervasi una ipotesi di tentato omicidio, anziché quella di lesioni non querelate.
Il rappresentante la parte civile, avvocato Pietro Mancini, non ci sta e presenta un’accorata e articolata memoria difensiva per smontare le conclusioni della Procura Generale, protestando soprattutto per la mancata escussione di un testimone, Francesco Gagliardi, che ritiene essenziale perché si trovava in compagnia di Francesco Gervasi quando questi accorse sul luogo del delitto:
Basta notare che vi sono “testimoni” che nulla videro e che riferiscono il SENTITO DIRE non appena sopraggiunti. Non commento. Chi ha pratica di processi sa cosa voglia dire la “voce pubblica”, che è la voce interessata del testimone.
Eccellenza, dobbiamo noi dire alle EE.VV. che cosa significa legittima difesa?
Le due parole lo dicono e specialmente la prima parola.
Le EE.VV. dovrebbero scrivere in una sentenza che fu “legittima” l’uccisione di Gervasi.
Una magistrutura come quella a cui rivolgiamo la nostra voce di sorpresa, di dolore, di allarme, dovrebbe dire a Gazzaruso, che spara contro inermi dinanzi a mille persone, presenti gli agenti, tu hai fatto bene ad uccidere perché anche io, giudice e galantuomo, mi sarei regolato come ti sei regolato tu ed avrei pure io, cristiano, ucciso un mio simile, cioè un altro cristiano.
Eccellenza,
necessità, pericolo, proporzione sono i termini della legittima difesa. Necessità? Quando bastava soltanto una voce e sarebbero accorsi Guardie Municipali ed Agenti di P.S. Necessità? Quando vi era tanta gente presente. La quale non pensava mai e poi mai a prevedere l’estrazione di quella rivoltella e l’uccisione di un uomo inerme.
Non esiste l’ animus defendendi, criterio ed elemento essenziale. Qui esiste solo l’ impeto d’ira. Ma il pericolo non esiste. È inesistente dal punto di vista psicologico e da quello di fatto. Il pericolo non si inventa agli effetti di una elargizione di una legittima difesa. Occorre che sia effettivo. Vide un’arma nelle mani di alcuno? No. Era solo? No. Vide in gioco la sua vita? NO.
Art. 52… Sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa. Qualunque sia l’ipotesi di fatto, la più stiracchiata a favore della difesa, non si può parlare di proporzione. 
Eccellenza, la legittima difesa rappresenta un assurdo morale e giuridico.
La legittima difesa in periodo istruttorio è un’offesa all’oralità del dibattimento. La legittima difesa senza assumere la testimonianza di Gagliardi e senza averlo posto in confronto con i testi compiacenti è soltanto un premio al delinquente.
Il Giudice Istruttore a questo punto dispone un supplemento d’istruttoria e finalmente si procede all’interrogatorio del teste voluto dalla parte civile:
La mattina in cui avvenne il fatto io mi trovavo seduto dinanzi la mia bottega in Corso Plebiscito, a circa una cinquantina di metri dal posto ove avvenne la lite, ma siccome ero distratto non ebbi modo di rendermi conto del come ebbe inizio. Posso semplicemente dire che ad un certo momento sentii l’esplosione di due colpi di arma da fuoco e volto lo sguardo da dove questi provenivano, notai un tafferuglio che mi impedì di seguire lo svolgersi della lite; però distinsi una persona – successivamente appresi essere Gervasi Francesco – con un peso in mano che tentava di colpire un individuo che poi si disse essere l’uccisore di Gervasi Eugenio. Il Gazzaruso si trovava con le spalle al muro ma vicino l’angolo dove il muro finisce. Il Gazzaruso aveva la pistola in mano e vicino a lui non vi era in quel momento alcuna persona.
Un fiasco per la parte civile! Il Procuratore Generale può riformulare la richiesta di non luogo a procedere nei confronti dell’imputato e il Giudice Istruttore prende la sua salomonica decisione ordinando il rinvio a giudizio di Eugenio Gazzaruso per avere cagionato la morte di Gervasi Eugenio eccedendo colposamente i limiti stabiliti dalla legge per la legittima difesa. Il processo si farà e, nel frattempo, a Gazzaruso viene concessa la libertà provvisoria.
Di rinvio in rinvio la sentenza arriverà il 20 marzo 1950: il Tribunale assolve Eugenio Gazzaruso perchè non punibile per non avere ecceduto colposamente i limiti impostigli dalla necessità di difendersi.[1]

 

Tutti i diritti riservati. ©Francesco Caravetta

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[1] ASCS, Processi Penali.

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