GILDA

– Adesso che
la guerra è finita e sei tornato sano e salvo ci dobbiamo sposare, me lo hai
promesso… – dice Gilda Ruffolo, 22 anni, a Lorenzo Cartaginese, 24 anni; i due
sono entrambi di Marano Marchesato e dal 1940 si incontrano segretamente nel
basso della casa di Gilda mentre i suoi genitori dormono tranquillamente.
Lorenzo entra dalla porticina che si apre sull’orto e lei scende
silenziosamente la ripida scala a pioli poggiata all’imbocco della botola nella
cucina e sulla paglia fanno l’amore.
– Si, ma non
è il momento… che matrimonio sarebbe senza i tuoi fratelli? Quando torneranno
dalla prigionia ci sposeremo.
Così,
aspettando il ritorno dei fratelli di Gilda, passano la primavera e l’estate
del 1945, quando la ragazza scopre, con sua grande sorpresa, che Lorenzo si è
fidanzato con un’altra e va su tutte le furie.
– Ma stai
tranquilla! Io a quella non la voglio, è mia madre che si è messa in testa che
me la devo sposare… io voglio te… stai tranquilla… – la rassicura con voce
suadente, mentre le accarezza i capelli. Gilda lo ama, gli crede, lo abbraccia
e lo bacia lasciandolo senza respiro.
Verso la fine
di ottobre, una domenica, a casa di Gilda ci sono anche le sorelle maggiori,
Maria e Raffaela, con i rispettivi mariti e, da una parola all’altra, il
discorso cade sul fidanzamento di Lorenzo. Uno dei cognati, amico intimo del
giovane, esprime il suo compiacimento per il futuro matrimonio e dice che
Lorenzo corre sempre dalla fidanzata non appena ha un momento libero. Gilda si
fa bianca come un lenzuolo, si sente venire meno ma non può rivelare il suo
segreto. Inventa una scusa e si mette a letto soffocando i singhiozzi.
“Me la
pagherà quel disgraziato… mi devo vendicare… se lo ricorderà il mio nome…”
pensa e ripensa mille volte, poi decide: racconterà tutto alle sorelle e alla
madre e che succeda la fine del mondo!
Raffaela, la
sorella, racconta tutto al marito e questi va a parlare con Lorenzo per
convincerlo a rispettare la sua parola e non lasciare disonorata Gilda.
Lorenzo, per tutta risposta, gli dice che non la sposerà mai perché lei,
durante la sua assenza, lo ha tradito con cani e porci.
La madre
invece riferisce tutto al padre che prende a cinghiate la ragazza e la caccia
di casa. Gilda  va dalla sorella e soffre
nel vedere Lorenzo che passeggia per la via principale del paese con la sua
promessa sposa, così come soffre nel constatare che i suoi propositi di
vendetta stanno naufragando miseramente.
Ma la sua
famiglia non se ne sta con le mani in mano. Maria, l’altra sorella di Gilda, va
a casa della nuova fidanzata di Lorenzo a parlare con i genitori
– L’ha
disonorata e la deve sposare… mi dispiace per voi, ma la deve sposare!
– Noi non ne
sappiamo niente, ma se il fatto dovesse risultare vero non abbiamo nessuna
difficoltà a rompere il fidanzamento e lasciarlo libero di sposare Gilda – le
risponde il padre della ragazza.
– È una
volgare calunnia! Io non ho mai fatto all’amore con quella, né mai l’ho
toccata! – si difende Lorenzo davanti ai futuri suoceri che gli credono, anche
perché in paese nessuno sa o ha mai sentito parlare di una possibile relazione
tra Gilda e Lorenzo. È la fine di dicembre 1945 e viene stabilito che le nozze
si celebreranno nel mese di settembre dell’anno a venire.
Il padre di
Gilda, venuto a conoscenza delle opposte dichiarazioni fatte da Lorenzo, decide
di querelarlo per violenza carnale ai danni della figlia e per la violazione di
domicilio in tempo di notte. È il 5 gennaio 1946 e per dare più forza alla
querela fa rientrare Gilda in casa.
In paese la
maggior parte della gente – ormai tutti sanno tutto, anche i contenuti delle
conversazioni private date in pasto all’opinione pubblica ora dalla famiglia di
Gilda, ora da quella di Lorenzo – è dalla sua parte perché, tutti la ritengono
incapace di darsi a cani e porci come ha sostenuto il giovane.
Gilda è
sempre più depressa. Il colpo di grazia glielo da Lorenzo a carnevale quando,
passeggiando sottobraccio alla fidanzata, la incontra e, invece di girare lo
sguardo dall’altra parte, le sorride.
La ragazza
interpreta quel sorriso come un segno di scherno nei suoi confronti e si chiude
in se stessa, passando gran parte della giornata nel basso in cui faceva
l’amore con Lorenzo, accarezzando la rivoltella che lui dimenticò l’ultima sera
che si incontrarono. Quando non è nel basso è a casa della sorella Raffaela che
affaccia sulla via principale per cercare di vederlo.
Il pomeriggio
del 15 marzo 1946, Lorenzo è in compagnia di due suoi intimi amici, Giuseppe e
Salvatore. I tre camminano sulla via principale di Marano per andare all’ufficio
postale, Lorenzo al centro e gli altri due ai suoi lati. Per strada ci sono
solo loro. Quando passano accanto alla casa di Raffaela stanno scherzando e
ridendo. Lorenzo gira gli occhi verso le finestre e non vede nessuno. Passano
oltre.
Il suono secco
del colpo di rivoltella rimbomba tra le case. Istintivamente Giuseppe si gira e
vede dietro di loro Gilda. È pallida e ha gli occhi stralunati. Il braccio
destro è proteso in avanti in direzione di Lorenzo e nella mano ha una
rivoltella dalla quale si sta alzando una nuvoletta di fumo dall’odore acre.
Giuseppe capisce in un attimo ciò che è successo e si lancia addosso a Gilda
per disarmarla mentre, convinto che nessuno sia stato colpito, urla agli amici
– Scappate!
Giovanni si
mette subito a correre, mentre Lorenzo resta sul posto. Sul viso ha una strana
espressione mista di sorpresa e dolore, si gira e guarda verso Gilda che, nel
frattempo, è stata afferrata per le braccia da Giuseppe e spinta contro un muro
– Aiuto!
Aiuto! – a urlare questa volta è Gilda e, come d’incanto, sulla strada appaiono
le sue sorelle che si lanciano contro Giuseppe. Questi, temendo che le due
siano armate, scappa lasciando Gilda con la rivoltella ancora in mano. Lei e
Lorenzo si guardano negli occhi e, mentre Gilda rialza il braccio armato per
sparare ancora, Lorenzo le si lancia addosso e comincia una lotta furibonda.
Nessuno interviene per dividerli, poi, all’improvviso si sente un’altra
detonazione e due grida di dolore. Lo stesso proiettile ha colpito Lorenzo a
una mano e Gilda a un braccio.
La ragazza,
ansimando, si allontana. Lorenzo barcolla e cade. I due amici tornano sui
propri passi per soccorrerlo, mentre le sorelle di Gilda scompaiono così come
erano apparse. Giuseppe e Giovanni prendono l’amico da sotto le ascelle e lo
portano nello studio del medico condotto, distante qualche decina di metri.
– Non mi
abbandonate – dice con un filo di voce – mi fa male la schiena…
– È grave,
bisogna portarlo d’urgenza all’ospedale – sentenzia dopo avere notato il foro
che il giovane ha nella zona posteriore destra del torace – trovate una macchina,
bisogna fare presto!
La macchina
arriva in pochi minuti e Lorenzo viene fatto salire a fatica perché è sempre
più debole. Partono a tutta velocità, ma quando arrivano in contrada Surdo il
giovane perde conoscenza e viene deciso che è inutile proseguire per farlo
morire in ospedale. Meglio che muoia a casa sua, assistito e confortato dalla
madre.
Lorenzo muore
appena varcata la soglia di casa: il colpo ricevuto gli ha spappolato il fegato.
Nel frattempo
arrivano i Carabinieri ai quali viene narrato l’accaduto. Subito si precipitano
a casa di Gilda per arrestarla, ma non la trovano e non trovano nemmeno la
rivoltella. Gilda si costituisce il mattino dopo agli agenti di servizio presso
il carcere di Cosenza.
La ragazza si
assume le sue responsabilità affermando di avere agito perché Lorenzo l’ha
ingannata con le sue false promesse di matrimonio.
– Che dovevo
fare? Mi ha disonorata e mi ha mentito. In paese lo scandalo era ormai
scoppiato… dovevo fare qualcosa… quella mattina sono uscita di casa con la
rivoltella perché ho cominciato ad avere paura che lui mi potesse fare del male
per la querela che gli aveva fatto mio padre. Io non ho ben capito che cosa
volesse significare quel sorrisino ironico che mi faceva ogni volta che mi
incontrava… mi sfotteva o voleva essere una minaccia? Quando l’ho visto
dirigersi verso casa di mia sorella ho avuto paura… e gli ho sparato…
Tutto chiaro,
caso risolto. Così sembra, ma sia la madre di Lorenzo attraverso gli avvocati
di parte civile che gli amici presenti al momento dei fatti, sostengono davanti
al Giudice Istruttore come, secondo loro, non sia stato un gesto impulsivo, un
delitto d’impeto, ma piuttosto un omicidio premeditato nel quale devono
certamente essere implicate altre persone perché è difficile immaginare che ad
architettare tutto sia stata solamente Gilda. Come mai le sorelle della ragazza
sono apparse sulla scena dopo pochissimi secondi che Gilda aveva chiesto aiuto
urlando? Certamente erano d’accordo e aspettavano il segnale per intervenire e
garantire la riuscita dell’omicidio. Ma
soprattutto
, scrive in un esposto l’avvocato Orlando Mazzotta, queste persone devono aver determinato la Gilda al grave fatto di
sangue che non può e non deve trovare né giustificazione né spiegazione in una
voluta relazione d’amore più o meno remota. Tutta la condotta della donna e dei
suoi familiari dopo il delitto conferma questa nostra certezza. Comprendiamo
che le indagini saranno rese più difficili alla S.V. da un interrogatorio ben
preparato e ben dosato secondo i suggerimenti di persona esperta a cui la Ruffolo, prima di
costituirsi, si sarà rivolta…
E la condotta dei familiari, prima del
delitto, rafforza la nostra certezza: con quella querela per violenza carnale
che rivela tutto lo spirito di speculazione con cui la famiglia Ruffolo si
accaniva contro questo giovane tornato, dopo anni di guerra, stanco e deluso
.
Bisogna
vederci più chiaro. Viene preparata una lista di trentacinque testimoni da
interrogare e il paese si spacca in due.
Alla fine, il
30 novembre 1946, Gilda viene rinviata a giudizio per omicidio premeditato ma
gli inquirenti non riescono a trovare alcuna prova o almeno un indizio circa il
coinvolgimento di altre persone nell’organizzazione e nella esecuzione del
delitto.
Il processo
in Corte d’Assise si apre il 26 aprile 1947 e, dopo una dura battaglia tra le
parti, la Corte,
il 30 gennaio 1948, condanna Gilda a dieci anni di reclusione.
Ma l’onorevole
Pietro Mancini, difensore di Gilda ritiene che la sentenza sia contraddittoria
e illogica su molte questioni, perciò, senza perdere tempo ricorre direttamente
in Cassazione
La Cassazione, dopo quasi
due anni, accoglie parzialmente il ricorso e rinvia il processo alla Corte di
Assise di Catanzaro. E quasi altri due anni passano prima che si celebri il
nuovo processo.
Gilda è in
carcere da ormai sei anni quando arriva la nuova sentenza: la pena viene
ridotta a sei anni di reclusione, di cui tre condonati. A conti fatti, Gilda ha
scontato una pena doppia di quella dovuta.[1]


[1] ASCS, Processi Penali.

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