SE TI SPOSI TI SCANNO

Giuseppina Moliterno ha 29 anni, è vedova di guerra e ha tre figli. Abita in contrada Luisi di Fiumefreddo Bruzio e la sera del 21 agosto 1920, dopo aver messo a letto i bambini, prende la lucerna accesa e li avvisa
– Vado a far mangiare i maialini e torno, mi raccomando fate i bravi… vi sento… – poi scende la scala di legno che porta alla stanza al pianterreno della casetta dove sono custoditi due maialini
Rosa, la figlia maggiore – ha 10 anni – dal letto ascolta divertita il grugnire soddisfatto delle bestiole che mangiano, poi sente sua madre discorrere con qualcuno. Tende l’orecchio e dalla voce capisce che si tratta della loro vicina Giuseppina Catroppa. Vorrebbe capire di cosa stanno parlando ma si addormenta di botto.
Ora è mattina, la mattina del 22 agosto. Nicola, il secondogenito, si sveglia che sono da poco passate le 6,00 e non vede sua madre nel letto
– Mamma… mamma! – nessuna risposta. Nicola si alza senza che le sorelline si accorgano di nulla e scende nel locale sottostante dove ci sono i maialini e nemmeno qui vede sua madre. Nota, però, che la porta di casa è socchiusa e, stropicciandosi gli occhi, la apre. L’urlo di terrore che esce dalla sua gola è straziante. Istintivamente si gira e risale le scale più in fretta che può ed entra nell’unica camera di cui è composta la casa e si butta in mezzo alle sorelle che, svegliate di soprassalto dal suo urlo, lo guardano attonite. Nicola fa segno con la mano verso il basso ma non riesce a parlare e Rosa allora decide di andare a vedere cosa mai ci può essere di sotto.
Anche lei urla quando vede il corpo di sua madre riverso ai piedi dei quattro gradini che immettono in casa.
Accorrono subito i vicini richiamati da quelle urla disperate e li portano via, cercando di nascondere ai loro occhi l’orrore della gola squarciata di Giuseppina.
Il Pretore di Fiumefreddo Luigi D’Andrea e il Maresciallo Capo Giovanni Primiero, comandante della stazione dei Carabinieri del paese, arrivano sul posto verso le 7,30 e notano immediatamente che sul muro esterno della casa sono presenti tracce di sangue come se qualcuno, con gli abiti sporchi vi si fosse strusciato. Poi si concentrano sulla vittima e vedono che i corpetti e la camicia sono aperti in corrispondenza del petto e lasciano vedere le mammelle. I piedi scalzi, le mani, gli avambracci e la guancia sinistra sono intrisi di sangue raggrumito e la rigidità cadaverica è quasi completa. Sulla gola e precisamente sul lato sinistro si nota una larga ferita da arma da taglio, dalla quale fuoriesce una discreta quantità di liquido spumoso. La ferita, abbastanza profonda, è lunga una decina di centimetri e sopra e sotto di questa ce ne sono altre due, più piccole e superficiali. Un’altra piccola ferita è sullo zigomo sinistro. Sollevato il capo della donna, sulla regione temporale destra notano un’altra piccola ferita lacero-contusa ormai secca. Poi alzano la gonna nera, risalita fino alle ginocchia e scoprono l’impronta insanguinata di una mano sulla coscia sinistra. Ciò che li incuriosisce è la presenza di tre o quattro peli sul ginocchio sinistro che non hanno il colore né dei capelli – castani – né dei peli del pube dell’uccisa.
– Signor Pretore, guardate qui – fa il Maresciallo Primiero indicando la mano destra della vittima – deve essersi difesa disperatamente.
Il Maresciallo ha ragione visto che il pollice e l’indice, nonché nella regione interdigitale tra dette dita, presentano tre tagli lineari
– I primi due colpi alla gola li ha parati con la mano – suppone il Pretore – ma non il terzo che le è stato certamente fatale, visto che non ci sono altri segni evidenti di colpi. Secondo voi hanno cercato di usarle violenza? – poi continua – saliamo di sopra perché vorrei ascoltare i bambini
– Non lo so… però il particolare delle mammelle lascia da pensare… la cosa strana è che intorno al cadavere, vista la ferita alla gola, c’è troppo poco sangue…
Ma appena entrati nel locale a piano terra, la macchia di sangue sul pavimento di terra, leccata e calpestata dai maialini, non lascia più dubbi: è nel mezzo di quel basso che Giuseppina è stata aggredita e ferita mortalmente. Si potrebbe pensare che si sia trascinata fuori per chiedere aiuto e che sia caduta esanime ai piedi dei quattro gradini, ma forse è più plausibile che l’aggressore l’abbia trascinata fuori prendendola per i capelli, visto che sono tutti in disordine. Ma a quale scopo?
– Mia madre non andava d’accordo con il nostro vicino Gennaro Longo per via di un sacco di nostra proprietà che gli aveva prestato. Giorni fa mi mandò da lui per farci restituire il sacco e per tutta risposta mi disse: Vallo a prendere in culo tu, tua madre e tuo padre dove si trova! Allora mia madre lo affrontò, litigarono di brutto e lui la chiamò puttana.
– Solo con questo Gennaro Longo non andava d’accordo? – le chiede il Pretore
– Veramente non andava d’accordo nemmeno con mia nonna paterna e con le mie zie e zii paterni…
– Ah! E quando è stata l’ultima volta che hai visto tua nonna?
– Stamattina prima che arrivasse vussuria… mi ha anche detto che se i Carabinieri mi chiedevano qualcosa, avrei dovuto loro narrare il diverbio tra mia madre ed il Longo. Mi ricordo anche che una mattina trovai la serratura della porta guastata e per accomodarla finii con lo spezzare il paletto di ferro della toppa… non so altro… – dice la bambina tra le lacrime
– Le hanno recisa completamente la trachea e la morte è stata praticamente immediata – riferisce il medico al Pretore e al Maresciallo quando ridiscendono.
I Carabinieri vanno a bussare a casa di Gennaro Longo ed effettuano una minuziosa perquisizione alla ricerca di indumenti insanguinati e dell’arma del delitto ma non trovano niente e, dagli interrogatori a cui sottopongono l’uomo e sua moglie capiscono che non c’entrano con la brutta storia, ma capiscono anche che sanno più di quel che dicono e li tengono d’occhio.
Rosa Aloise, la sessantaseienne suocera di Giuseppina viene, ovviamente, interrogata subito dopo e appare molto decisa nei toni delle sue affermazioni
– Ho saputo del fatto da mio nipote Nicola che è venuto ad avvisarmi stamattina presto. Da parecchio tempo non frequentavo la casa di mia nuora perché costei amoreggiava con tale Picciola Marino Raffaele il quale diceva volerla sposare, mentre io ritenevo che non avesse serie intenzioni. Avendo tale convinzione non vedevo bene il fatto che il Picciola frequentasse la casa di mia nuora. Un giorno chiamai il Picciola e gli dissi: “Se hai serie intenzioni frequenta pure la casa di mia nuora, in caso diverso astieniti dall’andarci”. Il Picciola mi rispose che egli avrebbe voluto
sposare la defunta al che aggiunsi: “Bada però di trattare bene i miei nipotini perché in caso diverso io ti scanno”. So che posteriormente a tale discorso il progettato matrimonio tra il Picciola e la defunta non si combinò.
Inoltre, so che mia nuora una ventina di giorni fa litigò con Gennaro Longo per via di un sacco che non voleva restituirle. Ieri pomeriggio – continua Rosa – ho mandato mia figlia Teresa e mio genero Pasquale Saporito, il marito dell’altra figlia mia Angela, alla marina di Longobardi a fare i bagni
Il Pretore e il Maresciallo si guardano istintivamente come a chiedersi il perché di quest’ultima affermazione non richiesta e cominciano a sospettare che ci sia qualche cosa sotto, forse addirittura che l’orrendo delitto sia potuto maturare in ambito familiare.
Tornato dal servizio militare verso la fine del 1918, non nascondo che incominciai ad amoreggiare con la Molinaro, la quale però, più tardi, si è persuasa che il matrimonio tra me e lei non era possibile perché in tal caso ella avrebbe perduto la pensione a lei liquidata in seguito alla morte del marito avvenuta in guerra – dichiara Marino Picciola senza accennare minimamente alle minacce che avrebbe ricevuto da Rosa Aloise, né gliene viene chiesto conto.
 Nel frattempo i Carabinieri scoprono che Giuseppina Molinaro pubblicamente dichiarò che se le fosse accaduta qualcosa la facessero pagare, perché gli autori sarebbero i parenti del suo defunto marito che la minacciavano continuamente. Scoprono anche che, da una ventina di giorni prima dell’omicidio, per circa dieci ore, ad intervallo, verso mezz’ora di notte si notava la presenza di un uomo piuttosto basso col cappello calato su di un lato, appiattato in un solco fra il giardino della defunta e quello della suocera Aloise Rosa, quasi prospiciente all’abitazione dell’uccisa, il quale accendeva un fiammifero che subito spegneva.
La descrizione sembra combaciare perfettamente con la fisionomia del genero di Rosa Aloise, Pasquale Saporito, che viene subito convocato in caserma e interrogato
– La sera che è successo il fatto io ero andato con mia cognata alla marina di Longobardi dove si trovava già mia moglie e siamo arrivati ch’era ancora giorno.
– È stato visto un uomo che vi somiglia aggirarsi nell’orto davanti alla casa della Molinaro ed accendere un fiammifero… – gli fa il Maresciallo
– Ero io. Sono andato più volte nel giardino di mia suocera verso l’imbrunire e accendevo dei fiammiferi per accendermi un sigaro
Ma il Maresciallo Primiero non è affatto convinto della dichiarazione di Pasquale e manda i suoi uomini alla marina di Longobardi per cercare nuove informazioni. E ne trova di estremamente interessanti
– Pasquale Saporito e sua cognata Teresa sono arrivati la sera dei 21 ad ora molto tarda, tanto che la nominata Martire Chiara, dal balcone dello stesso fabbricato disse: “Ancora qui state che a momenti è mezzanotte?” – assicura Giovanna Chilelli
– Sono arrivati pochi minuti prima che passasse il direttissimo da Reggio – conferma Antonio Chilelli
I Carabinieri a questo punto si informano sull’orario del treno indicato e accertano che quella sera passò dalla stazione di Longobardi alle 22,53. Rosa Aloise e suo genero hanno mentito, anche perché da casa loro fino alla marina di Longobardi ci sarebbero potuti arrivare anche con meno di 45 minuti. Attraverso altri interrogatori il Maresciallo Primiero scopre anche che Rosa Aloise minacciò in pubblico sua nuora con queste precise parole: “Per gesucristo io ti scanno e mi prendo i tre nipoti!”. Scopre anche  che nel 1884 la donna spinse il proprio marito a commettere due omicidi, poi presta attenzione ad un particolare che in un primo momento era sembrato senza particolare importanza: le macchie di sangue rinvenute sul muro esterno della casa di Giuseppina Molinaro seguono il percorso che conduce alla casa di Pasquale Saporito. Non vi è più dubbio che l’autore sia stato il Saporito spinto dalla suocera e cognata, le quali ultime avevano avuto con la defunta anche questioni d’interessi, perciò è necessario assicurare questi tre alla giustizia, non senza ammettere di agire energicamente verso Longo Gennaro, moglie Pellegrino e cognata Catroppa per ottenere che dicano senz’altro la verità, sicuro che tutto pur restando ancora qualche dubbio sul conto del Longo stesso, conclude Primiero nel verbale del 23 agosto.
Rosa Aloise, Pasquale Saporito e Teresa Belsito vengono arrestati con l’accusa di omicidio premeditato e rinchiusi in due camere di sicurezza della caserma di Fiumefreddo. Ma le due donne non sospettano affatto che il Maresciallo Primiero ha fatto nascondere sotto i tavolacci due suoi uomini per sentire cosa dicevano. Infatti cominciò a parlare subito Teresa dicendo quello che aveva dichiarato e la madre che diceva di comportarsi sempre così. La Belsito diceva ancora: “mi dispiace di Commara Maria e comparo Raffaele. Meno male che i carabinieri non hanno trovato 23 mila lire nel saccone; stai accorta che quel carabiniere bruno è più furbo, mentre quello di Cosenza è buono”. La madre poi diceva, riferendosi alla defunta: “Quella puttanella fottuta si è divertita come l’è piaciuto, scialandosi…” al
che la figlia Teresa raccomandava di parlare sottovoce
e i due militari non capiscono più niente di quello che le due donne si dicono.
Si scopre, a questo punto, che Giuseppina era stata affrontata in aperta campagna dai tre, armati di coltello, e che non era accaduto niente in quella circostanza per l’arrivo di tre uomini che si presentano dai Carabinieri e raccontano l’accaduto. Giuseppina aveva paura di essere uccisa da un momento all’altro e aveva cominciato a chiedere alle persone amiche di accompagnarla a casa quando tornava dai campi per non passare da sola davanti alla casa di sua suocera la quale, da parte sua, non faceva mistero delle sue intenzioni e di quelle dei suoi familiari: “Giuseppina Molinaro dalle nostre mani deve morire. Se possiamo lo facciamo”.
In paese tutti sono convinti della responsabilità dei tre e la prova principale di questa convinzione sta nelle parole di Carmina Naccarato la quale, interrogata, risponde in merito:
Lo dice il pubblico… voce di popolo, voce di Dio
Alle 5,00 di mattina del 14 settembre i Carabinieri scortano Pasquale Saporito allo scalo ferroviario di Fiumefreddo per essere trasferito nel carcere di Cosenza. Sono in anticipo e si appartano in uno stanzino della stazione. Qui lo sottopongono a stringente interrogatorio esortandolo a confessare il delitto perché così ne avrebbe ritratto un vantaggio per sé, ma egli continuò a negare recisamente e solo nel momento che si partiva, ore 6,30, sfuriò a piangere e disse:
– Se qualche cosa l’ha fatto, l’ha fatto mia suocera Aloise Rosa perché l’aveva sempre minacciata dicendo che dalle sue mani doveva morire, mentre io e mia cognata Teresa Belsito siamo innocenti… mia suocera disse che qualche sera sarebbe andata ad ammazzarla nella propria casa…
Non è ancora un’accusa circostanziata e provata però viene dall’interno della famiglia e questo può bastare. Ma quello che convince definitivamente della responsabilità di Rosa Aloise, e di conseguenza dei suoi familiari, è l’atteggiamento della donna davanti al cadavere della nuora. A riferire tutto nei minimi particolari è una vicina di casa di Giuseppina, Angela Amendola
L’Aloise odiava terribilmente la nuora Molinaro Giuseppina e quando giunse vicino al cadavere di questa non pianse affatto; sollevò il lenzuolo che la copriva e dopo rimessolo come prima si toccò la fronte con le punte delle dita unite e distese di tutte e due le mani… nemmeno la croce s’è fatta…
Vengono raccolti altre decine di indizi e si prospetta un movente diverso: la volontà di Rosa Aloise e di sua figlia Teresa di mettere le mani sui beni del figlio morto in guerra. Questo movente, visto che il matrimonio tra la povera Giuseppina e Marino Picciola è andato a monte, sembra il più plausibile ma non c’è la prova definitiva. Ce n’è comunque abbastanza, secondo la Procura del re di Cosenza, per chiedere il rinvio a giudizio dei tre sospettati con l’accusa di omicidio premeditato. Richiesta accolta il 7 luglio 1921 e il dibattimento viene fissato per il prossimo 15 giugno 1922. Tre giorni prima dell’inizio, arriva al Maresciallo Primiero una lettera a firma “Noi madri di famiglia di San Biasi” nella quale si denuncia che Angela Belsito, figlia, sorella e moglie degli imputati, minaccia sboccatamente e cioè di vendicazione, tutti coloro che faranno da testimoni nella causa.
A difendere gli imputati sono gli avvocati Stanislao Amato, Benedetto Carratelli e Domenico Zupi. La parte civile è rappresentata dall’avvocato Tommaso Corigliano, ma il dibattimento viene subito rinviato ad altra data per l’indisponibilità dell’aula. Si ricomincerà il 13 marzo 1923.
Alla ripresa, i testimoni scorrono velocemente e dalle varie deposizioni sembra che Pasquale Saporito sia davvero estraneo ai fatti, mentre per le due donne le cose si complicano maledettamente. A complicarle è Francesco Aloise il quale racconta:
Il giorno in cui fu preparato il letto matrimoniale di saporito Pasquale ed Angela Belsito, i quali dovevano sposarsi due giorni dopo, venne nella mia rivendita la Molinaro Giuseppina, ora defunta, e mi domandò se fossi disposto a prestarle £ 50:00 perché le doveva dare alla cognata Teresa Belsito per una certa quantità di olio avuto dalla stessa. La Molinaro aggiunse che le 50 lire le aveva già date alla Teresa Belsito ma questa, approfittando della mancanza di testimoni, negò di avere avuto le cinquanta lire e pretese novellamente il pagamento di detta somma. In verità io la sconsigliai di andare in quel momento dalla Belsito perché le poteva succedere del male. Infatti io prestai alla Molinaro le lire cinquanta e la stessa andò a consegnarle alla Teresa. Se non che, dopo pochi minuti, avendo inteso del chiasso fuori la casa di Angela Belsito e pensando che si quistionassero le due cognate Teresa e Giuseppina Molinaro, mi avvicinai e vidi un tafferuglio di gente e poi la defunta che gridava: “mi ammazzano, mi ammazzano!”. In quella circostanza notai che una donna rivolta a me di spalle aveva nella mano destra un oggetto che teneva sollevato in aria, ma non so dirvi cosa fosse, ritengo però che dovesse essere un’arma, ed un’altra donna che teneva fermo il braccio armato. All’indomani la defunta venne da me e mi raccontò di essere stata minacciata dai parenti di suo marito, aggiungendo: “se muoio, morirò certamente dalle mani loro”. Io la rimproverai dicendo: “te l’avevo detto di non andarvi in quel momento” e lei mi rispose: “dovevo per forza sfogare altrimenti mi sarei sentita male… mi hanno detto che sono una puttana… a me la Teresa non mi vedrà con la pancia gonfia mentre essa, per tre o quattro mesi ha finto di essere zoppa e poi ha gettato suo figlio… – poi aggiunge qualcosa che nessuno finora ha detto – Nella frazione San Biase correva voce che la Teresa aveva avuto relazioni illecite con Saporito Pasquale fin da prima che si sposasse con Belsito Angela. Ebbi qualche lontano sospetto per la semplice ragione che la Teresa Belsito spesse volte mandava a comprare sigarette alla mia rivendita, che certamente non poteva fumare lei, anche se le sue figlie mi dicevano che esse servivano per la madre la quale soffriva male ai denti
Quando è il turno di Marino Picciola, oltre a confermare ciò che ha già fatto mettere a verbale, questa volta aggiunge il particolare delle minacce ricevute da Rosa Aloise:
L’Aloise Rosa, a mezzo di mia zia mi mandò a dire che se io avessi messo piede in quella casa avrebbe ammazzato me e lei – minaccia dal tenore completamente diverso da quella riferita da Rosa Aloise
stessa
Poi il 16 marzo i difensori degli imputati, che ora sono Stanislao Amato, Ernesto Fagiani, Francesco Cribari e l’onorevole Nicola Serra, non si presentano in aula. Nello stesso tempo un giurato, l’avvocato Francesco Casole, si assenta giustificandosi con la motivazione di trovarsi presso la Corte di Cassazione di Napoli. I difensori degli imputati, rientrati in aula dopo qualche ora, non ritengono valida tale giustificazione perché l’avvocato Casole non è un cassazionista e quindi non si trova a Napoli per esercitare un mandato professionale ma per altre faccende.
Scoppia il finimondo fino a che i difensori degli imputati rimettono i loro mandati e il Presidente della Giuria, nel rinviare la causa a nuovo ruolo, accusa: Ritenuto che avendo la difesa abbandonato l’ufficio dando esecuzione ad un piano già prestabilito ed estrinsecato nel corso del dibattimento con una serie d’incidenti dilatori, tendenti tutti al rinvio della causa. Considerato che inutilmente sia stato largo di concessioni a favore della difesa con interruzioni e sospensioni inopportune ed illegittime tanto da ritenere che l’incidente odierno sia stato la causa occasionale per attuare il disegno già preordinato. Ritenuto che non resta altro riparo che il rinvio della causa sia perché gl’imputati sono rimasti senza difensori e non possono provvedervi, sia perché non è possibile provvedere di ufficio alla difesa, mentre è dovere di questa Presidenza riferire la condotta dei suddetti difensori alla sezione d’accusa per gli ulteriori provvedimenti a norma di legge e per l’eventuale responsabilità dei difensori circa le spese di rinvio, su conforme richiesta del P.M. rinvia la causa a nuovo ruolo.
Si riparte il 29 aprile 1924 senza più intoppi. Il 16 maggio successivo si arriva al verdetto: 30 anni di reclusione per Rosa Aloise, 15 anni e dieci mesi per Teresa Belsito e assoluzione per Pasquale Saporito.[1]

[1] ASCS, Processi Penali.

 

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