‘U TIGNUSU

Giovanni Mannarino ha 13 anni e ad Amantea tutti lo conoscono per un sempliciotto, ‘nu ciotarellu. “E’ nato quando la madre era ammalata ed è cresciuto sempre malaticcio tanto nel fisico che nella intelligenza” racconta una vicina di casa. “Ho assistito alla nascita di Giovanni e nessuno di quelli che lo videro pensarono che egli potesse vivere. Con grandi cure fu mantenuto in vita ma si è poi cresciuto sempre malaticcio. Oltre le malattie di corpo egli ha l’intelligenza poco sviluppata. Ènu ciuatu”, racconta un’altra.
La mattina del 19 maggio 1908 i genitori di Giovanni lo mandano a prendere l’acqua alla fontana della ficuzza. Il ragazzo prende l’orciuolo e si avvia giocherellando spensieratamente come al solito. Passa dietro le sciolle, le rovine, della chiesa di San Francesco dove un altro ragazzino, Cecchinello Pulice di dieci anni, sta facendo pascolare cinque capre e scende verso il Vallone Mungo dove c’è la fontana. Alle spalle di Giovanni, all’improvviso, sbuca Settimio Munno ‘U Tignusu che lo afferra e lo trascina in fondo al Vallone
T’aio pigliato mò! – esclama soddisfatto della facile impresa. Poi gli punta un coltellino alla gola, slaccia la cordicella che fa da cintura ai calzoni di Giovannino e glieli fa cadere ai piedi. Lo prende per il collo e continua – mettiti alla pecorina.
Giovanni ubbidisce. ‘U Tignusu, cacciata fuori dai pantaloni la minchia si coricò sopra del Mannarino indirizzando la minchia medesima verso il culo scoperto del Mannarino, lo stupra. Il ragazzo urla a squarciagola mentre dall’alto della rupe Cecchinello si gusta la scena, impotente.
Statti, statti… – gli dice ‘U Tignusu mentre il sangue comincia a colare tra le gambe di Giovanni. Poi, quando finisce, è lui stesso a rialzarlo da terra e gli intima – Mò vattene!
Giovanni, dolorante, si avvia verso casa camminando a fatica. Nel frattempo, Cecchinello si è messo a correre verso il paese e va di filato a casa di Giovanni ad avvertire i genitori
‘U Tignusu l’ha misu a lu culu a figliuta che, uh!, quante gridate ha fatto! Ero dietro la chiesa di San Francesco a pascolare le capre e ho visto tutto… l’ha portato in fondo al vallone…
I genitori del ragazzo capiscono subito che non è uno scherzo perché sanno che la fontana presso cui l’hanno mandato è lì vicino e da dietro la chiesa si può davvero vedere ciò che accade nel vallone. La madre, con gli occhi gonfi di rabbia e di lacrime, afferra un pezzo di legno abbastanza lungo e robusto e, prima che il marito riesca ad aprire bocca, si lancia sulla strada in cerca dello stupratore. Lo trova dopo un po’ nel rione Catocastro che sta giocando a bocce. ‘U Tignusu la vede e cerca di allontanarsi ma la donna è una vera furia: lo raggiunge e comincia a colpirlo alla schiena col bastone, inseguita dalle urla del marito che le dice di fermarsi perché quello è un tipo pericoloso e potrebbe tirare fuori un coltello e ammazzarla.
‘U Tignusu il coltello lo ha per davvero ma non può tirarlo fuori, impegnato a ripararsi dai colpi. Però riesce a raccattare da terra un sasso e, girando su sé stesso, a lanciarlo contro la donna che viene colpita alla testa e deve smettere di colpire per il dolore. ‘U Tignusu ne approfitta per divincolarsi e, raccolto un altro sasso, lo lancia contro il marito della donna, colpendolo alla testa e spaccandogliela. Poi scappa verso la Marina. Ma la notizia dello stupro e del tentativo di vendetta è più veloce di lui e arriva alle orecchie di Giuseppe, il fratello più grande di Giovanni, il quale lo avvista nei pressi di un casello ferroviario e gli si lancia addosso bloccandolo. Non gli usa violenza, solo gli lega le mani con una cordicella ma è costretto a lasciarlo andare per l’intervento di alcuni amici dell’uomo che, riconoscente, si allontana.
Non resta molto tempo in libertà ‘U Tignusu. Una guardia municipale lo avvista, lo blocca e lo porta nella caserma dei Carabinieri.
– Mi trovavo alla fontana della ficuzza per lavare un fazzoletto quando mi si è avvicinato Giovanni che è alquanto cioto e mi si è buttato addosso. Io gli ho dato un paio di schiaffi per allontanarlo ma non ricordo esattamente ciò che è successo perché avevo bevuto un mezzo litro di vino ed ero ubriaco…
– È successo che lo hai stuprato… c’è un testimone oculare, non dire altre fesserie ché è peggio – gli suggerisce il Brigadiere Vincenzo Derobertis. L’uomo sta in silenzio per un po’, poi parla
Ora che mi trovo, voglio dire la verità! – esordisce – siccome mi trovavo con un bicchiere di vino, è proprio vero che gli ho calato i pantaloni e gli ho ficcato la mia asta virile al culo. Per ottenere l’introduzione mi pare che abbia fatto uso di saliva. Ricordo però che al ragazzo uscì un po’ di sangue dall’ano
‘U Tignusu viene rinchiuso nel carcere mandamentale di Amantea in attesa di giudizio ma la sua natura violenta non si placa. La mattina del 22 maggio sta aggrappato alla grata della cella per vedere chi passa lungo la strada e vede Cecchinello, il responsabile principale della sua permanenza in carcere
Non haio d’escere,  t’ammazzo e zumpo a pede allu carcere! – urla mentre il ragazzino scappa terrorizzato.
Ma è possibile che un ragazzo di 14 anni non sia riuscito a opporre la benché minima resistenza alla violenza? I testimoni interrogati giurano che Giovanni è incapace di ribellarsi:
Consideriamo il ragazzo Mannarino come ciotigno vero e contro del quale si possa tutto permettere
È un cioto vero. e per conseguenza, secondo me, non è in grado di resistere ad alcuna violenza che altri a lui voglia fare
È incapace di resistere ad una violenza che altri voglia fare contro di lui anche perché fisicamente è poco sviluppato 
‘U Tignusu aspetta poco più di un anno prima di conoscere la sentenza pronunciata contro di lui dalla Corte d’Assise di Cosenza: anni cinque di reclusione.[1]

 


 

[1] ASCS, Processi Penali.

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