L’INDEMONIATA di Cinzia Altomare

Lucrezia
sedeva sul pagliericcio e guardava verso la feritoia con inferriate che dava
sul cielo.
Era una bella
giornata di maggio del 1619 e cercava di respirare un po’di aria fresca che
veniva da fuori, per non pensare al male odore umano che infestava la prigione
in cui si trovava.
Lucrezia
Bruna era povera e già vedova. Tre mesi prima abitava nella sua umile casetta a
Carolei e mentre si stava preparando a cuocere la cena era stata afferrata per le
spalle da due energumeni incappucciati e, con un bavaglio in bocca, portata con
la forza in un carro e condotta nel castello del signore di Fiumefreddo.
Dopo la
comprensibile confusione e disperazione iniziale, la ragione e il buon senso cominciarono
a tornarle per focalizzare la situazione e cominciare a chiedersi: perché proprio
io? Nonostante gli sforzi, però, non riuscì a trovare la benché minima ragione
a ciò che le stava accadendo.
Quando
finalmente il carro si fermò e fu trascinata giù per una ripida scala nelle
segrete del castello, si accorse che non era la sola in quelle condizioni: Vincenzo
Pugliese e Antonia Rescia, sua moglie, e ancora Persia moglie di Pietro Domma,
così si erano presentati, erano stati condotti con la stessa “gentilezza” e
avevano iniziato a scambiarsi informazioni per fare luce su quel mistero.
Col passare
della notte e del giorno, ad uno ad uno i prigionieri furono condotti in altri locali,
picchiati e, sotto minaccia di tortura, costretti a sostenere di essere stati testimoni
di fatti di cui non sapevano nulla.
Lucrezia,
lasciata per ultima, aveva elaborato un piano per riuscire a mantenere la sua
dignità di donna. Siccome aveva sentito che le altre due erano state minacciate
di violenza carnale se non avessero accettato di sottoscrivere quelle maledette
carte e le poverine per salvarsi avevano confessato tutte quello che gli era
stato ordinato, così lei aveva pensato di fare leva sulla superstizione degli
uomini e decise che se qualcuno l’avesse minacciata di stupro avrebbe fatto la
parte della posseduta dal demonio.
La sera del giorno
seguente al rapimento venne portata da due soldati in una stanza dove un altro militare
seduto dietro un tavolo leggeva dei fogli, tenendo in mano una penna d’oca. Lei
rimase ferma in mezzo alla stanza.
– Vieni e
firma questi fogli!
– Non so
scrivere!
– Metti una
croce o un simbolo tuo!
– Cosa dovrei
firmare?
– Una
confessione. Prima firmi, poi ti cuntu
che hai firmato e quindi vai via da qua. Se non firmi na passa i legnate un ‘ta nega nessunu e poi…si na fimmina…
Fino ad
allora non erano stati gentili, ma ora il vero volto veniva fuori.
– Che
confessione è, io non firmo na cosa chi
nun sacciu
.
Aveva detto
quelle parole senza neanche credere a se stessa, perché si era impuntata… forse
la sua coscienza era più forte di lei…
Quella sera
non firmò nonostante le legnate promesse fossero diventate realtà e ad un certo
punto, con i capelli arruffati e gli occhi iniettati di sangue per la rabbia che
le dava la sua situazione, guardò uno dei suoi aguzzini che in quel momento le
stava alzando il vestito con quegli occhi che sembravano accesi dal fuoco
dell’inferno e gridò con tutta la voce che aveva in corpo, alzando l’indice
verso il cielo:
– Ti maledico,
miserabile essere, che tu possa sentire tutto il male che hai fatto a me!
Il vigliacco,
intimorito per il modo in cui gli era stato lanciato l’anatema e, perché
superstizioso, impaurito dal terrificante aspetto di Lucrezia, si fermò come
paralizzato credendola posseduta dal demonio.
A rigor dei
fatti si deve riportare che la sera dopo, a seguito di una potente ubriacatura
in una cantina e a una lite in cui ebbe la peggio, quell’uomo giurò ai compagni
del castello che mai e poi mai avrebbe più tentato di toccare la strega.
Il piano attuato
da Lucrezia, almeno in parte e almeno per il momento, la salvò.
I suoi
compagni di cella furono tutti liberati, rimase solo lei e tenne duro per mesi
col suo ostinato rifiuto a cedere al ricatto, sebbene continuamente minacciata
e torturata fisicamente e psicologicamente. Ormai si era intestardita che la
falsa testimonianza voluta dal signore di Fiumefreddo non sarebbe mai uscita
dalla sua bocca. “Devi dire che eri la druda del dottore Sallustio Ragusa di
Carolei e che lui, dopo averti messa incinta, ti ha procurato l’aborto”.
Non ci fu
verso, per mesi e mesi Lucrezia fu torturata ma resistette e per fortuna
nessuno la violentò perché, dopo aver lanciato la maledizione, ormai tutti i
carcerieri la credevano una fattucchiera.
Le ferite
però non facevano a tempo a guarire che le frustate ricominciavano. Una volta il
dolore fu così forte che svenne e i suoi aguzzini, non riuscendo a farla rinvenire,
la ritennero morta.
Il principe
gioì: “finalmente chira fitusa è shcattata
sula
, m’ha fatto penare come mai…. non la potevo liberare e non potevo
tenerla in carcere se non la torturavo. Ho ordinato di ammazzarla, ma nessuno
ha avutu stu curaggiu… si sono
convinti che era una strega.
Il corpo di
Lucrezia fu portato in una casetta fuori le mura di Fiumefreddo e lasciato in
pasto agli animali selvaggi. Ma alcuni monaci del vicino Convento di San
Francesco di Assisi, i quali si preoccupavano di dare degna sepoltura ai morti,
passando da lì la notarono e la presero per seppellirla. Uno dei frati, mentre ne
adagiava su una lettiga di frasche il corpo, sentì un rantolo che gli sembrò provenire
dalle labbra della morta e si insospettì. Si avvicinò a Lucrezia e si accertò che
il cuore batteva ancora:
– Ma chissa è viva, fratel Lorenzo accorrete,
questa donna è viva!
– Hai ragione
fratello, presto portiamola in convento che è combinata proprio male …
Passarono altri
mesi e per fortuna, grazie alla forza di Lucrezia e alle cure dei frati, le sue
condizioni andarono migliorando, la pelle si cicatrizzò, le ferie superficiali
sparirono, ma quelle interiori erano ferme al giorno della sua presunta morte. La
violenza spietata e le torture che le si erano stampate indelebili nel cervello
la resero triste, cupa e taciturna.
Una mattina,
arrivò al Convento un folto numero di soldati con una missiva indirizzata al Priore:
era un lettera firmata dalla Marchesa della Valle, una donna ricca e
intelligente la quale, venuta a conoscenza della storia di Lucrezia, decise che
l’avrebbe aiutata ad ogni costo e per quello che le consentiva il suo potere, quindi
aveva inviato dei soldati per proteggerla, ma l’accampamento approntato dai
soldati non fece che destare le curiosità delle spie del principe di Fiumefreddo,
che solo allora venne a sapere che Lucrezia Bruna era ancora viva.
– Puttana! Chissa mò mi ruvina, e chi li ferma più!
In preda ad
una crisi isterica camminava freneticamente da una parte all’altra della stanza
non sapendo come sfogare la rabbia e ad un certo punto iniziò a buttare giù
tutto ciò che aveva a vista, un quadro, una sedia, le tende, proprio tutto. Appena
uscì dalla stanza gridando come il
demonio
, una delle cameriere ebbe la curiosità di andare a vedere quello
che il padrone aveva lasciato intatto e quando si affacciò nella stanza riuscì solo
a mettersi le mani in testa: non c’era rimasto davvero nulla!  
Lucrezia, animata
da tanta bontà – prima quella dei frati poi quella della ricca nobildonna – si
riprese dalla depressione e decise che doveva continuare a vivere perché voleva
giustizia a tutti i costi. Quindi, per dimostrare la sua innocenza, chiese che
qualcuno le scrivesse una lettera in cui raccontava la sua storia e che fu indirizzata
alla Regia Udienza di Cosenza per chiedere un regolare processo.
I fraticelli
all’inizio cercarono di farla desistere, ormai aveva ottenuto la protezione di
un potente, ma lei rispose con gentilezza:
-No, vi
ringrazio, ma a mia chissu ‘un m’ha dda
guardà chiù
Ottenuto che
il signorotto fosse sottoposto a processo, Lucrezia arrivò a Cosenza, scortata
dai soldati della Marchesa, per alloggiare in una casa approntata apposta per
lei e riuscì ad avere due procuratori per la sua difesa: Fabrizio Vitale di
Napoli e Pietro Antonio Terzano di Cosenza.[1]
Anche se può
sembrare frutto di fantasia, questa storia è, come sempre, una storia vera, ma
viene da lontano e tante cose negli atti tramandatici non sono state spiegate. Il
processo che ne è seguito probabilmente è andato perduto e non sappiamo come la
storia si è conclusa, ma Lucrezia, per il suo coraggio, può essere considerata
come una delle prime donne antimafia calabresi.

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