IO TI UCCIDERO’

– Papà è da te? – chiede Domenico Bitonti alla sorella Lucrezia
– No, stavo per chiederti se l’avessi visto… ieri sera, quando se n’è andato, mi ha detto che sarebbe tornato stamattina per prendere della carne da portare a mio marito in Sila
– Deve essergli successo qualcosa, ho sentito dire in paese che manca pure Maria… vado a chiamare qualcuno e cerco di entrare in casa
È la mattina di domenica 18 luglio 1915 e ancora non fa molto caldo a San Giovanni in Fiore. Domenico, dopo aver bussato insistentemente senza ottenere risposta, si fa prestare una scala a pioli e incarica due operai di entrare attraverso la finestrella della soffitta e di aprire la porta dal di dentro. Il primo a salire è Michele Tripodi il quale, sbirciando attraverso le fessure del tavolato nota qualcosa che lo fa trasalire
– C’è del sangue sul pavimento… io non scendo ché ho paura
– Spostati che entro io per primo – gli dice Gaetano Andale. Tripodi si rassicura e segue l’altro lungo la ripida scala che dalla soffitta scende nell’unica stanza di cui è composta la casa di Luigi Bitonti
Lo spettacolo che si presenta ai loro occhi è raccapricciante: nel letto matrimoniale, leggermente girato verso sinistra, c’è il cadavere di Luigi Bitonti. Addosso ha solo la camicia, le calze e le mutande. Il volto, irriconoscibile, è una maschera di sangue e piene di sangue sono anche le braccia e le mani, così come la camicia e le lenzuola. Da sotto il letto esce un rivolo di sangue ormai rinsecchito e macchioline sono spare dappertutto sui muri. C’è del sangue anche su un forcone appoggiato alla parete opposta del letto e delle impronte di piedi che vanno fino al balcone, dove c’è un’altra pozza secca. Resistendo all’istinto di vomitare, Andale cerca di aprire la porta che, secondo lui, è chiusa dall’interno. “il vecchio si è sparato”, pensa.
In questo frattempo arrivano il Pretore, il medico legale e i Carabinieri, i quali faticano non poco a fare uscire parenti e curiosi dall’abitazione.
La prima cosa che il Maresciallo Donato Perrini nota sono le feci umane a pochi centimetri dalla pozza di sangue accanto al balcone e poi il portamonete con qualche spicciolo sulla colonnetta da notte accanto al letto. Nota anche che Bitonti ha al dito la fede e la cura con la quale i vestiti sono riposti su una sedia.
– Tutto lascia pensare che si è ammazzato – dice al Pretore – se è così nel letto dovrebbe esserci l’arma
Ma l’arma non c’è e tutto cambia prospettiva. Qualcuno ha sparato due colpi in testa a Luigi Bitonti. Si, ma come si spiega il fatto che la porta pare essere stata chiusa dall’interno? Un vero mistero.
I figli della vittima si affrettano a dire al Magistrato che se si tratta di omicidio, l’unica persona che ha potuto commetterlo è una certa Maria Oliverio di quasi settant’anni
– È l’unica che aveva dei rancori verso nostro padre per questione di soldi e se è stata lei, allora deve essere stata aiutata dalla figlia che non lo poteva vedere per le stesse ragioni della madre
Maria Oliverio a casa non c’è e la figlia sostiene che è uscita la mattina presto e che dell’omicidio non ne sa niente
– Sono andata a cercarla ma non l’ho trovata… l’ho cercata anche a casa di un’altra figlia di Bitonti perché temevo potesse essere andata lì e fare qualche sproposito…
I Carabinieri impiegano pochissimo ad appurare che Maria Giuseppa Talarico, trentaduenne figlia di Maria Oliverio, era nuora dell’assassinato avendo sposato, appena quattordicenne, il figlio Saverio che dopo un paio di anni emigrò a Spokane – Washington – negli Stati Uniti e non ne volle più sapere di lei.
Il fatto che Maria Giuseppa e sua madre convivano e abbiano nei confronti della vittima le stesse ragioni per odiarlo fa si che gli inquirenti decidano di arrestarla per concorso in omicidio premeditato, nonostante la donna spieghi con dati di fatto che in quell’omicidio non c’entri nulla. Anche i familiari di Luigi Bitonti sono costretti ad ammettere che Maria Giuseppa si è sempre adoperata per dissuadere la madre a mettere in atto i suoi propositi omicidi
– Si è vero, ma come mai proprio questa volta non è venuta ad avvisarci? – è il dubbio che insinuano i familiari di Bitonti
– Era sera tardi, ero a letto e mi sono addormentata, non l’ho sentita uscire – si difende Maria Giuseppa.
Che Maria Oliverio sia l’assassina nessuno ha dubbi e ogni certezza viene rafforzata quando si scopre che un paio di settimane prima dell’omicidio ha cercato per ben due volte di acquistare una rivoltella, anche se non c’è la certezza che l’abbia realmente acquistata.
Tutto questo avviene mentre di lei non ci sono notizie da un paio di giorni ma poi arriva un telegramma dalla caserma dei Carabinieri di Cosenza nel quale si rende noto che la donna si è costituita, ha ammesso le proprie responsabilità ed è a disposizione della Magistratura.
Viene interrogata una prima volta ma sembrano esserci delle incongruenze nel suo racconto, così Maria chiede di essere interrogata una seconda volta con accanto una persona in grado di tradurre al Giudice alcune espressioni dialettali quasi incomprensibili. Non so se la mia difesa e le mie dichiarazioni siano state fedelmente raccolte perché mi accorsi che il sig. Giudice Istruttore non comprendeva bene il nostro dialetto nel quale io affrettatamente mi andavo esprimendo, spiega. Poi inizia un lungo racconto nel quale ripercorre la sua storia e quella di sua figlia.
Essendovi disparità di condizioni sociali e poco io apprezzando le qualità morali della famiglia Bitonti, non volevo assolutamente che mia figlia, appena quattordicenne, sposasse il figlio di Luigi Bitonti, ma questi già mirava, con l’animo rapace, al mio patrimonio e pertanto non lasciò mezzo intentato perché il matrimonio fosse conchiuso e celebrato: si spinse fino al punto da propalare pubblicamente notizie che la inesperta mia figlia avesse anticipatamente giaciuto col figlio di lui. Aveva egli firmato una cambiale al falegname Guarascio di qui e, quando c’erano ancora 25 lire da pagare, mi costrinse a versarle e io stessa ritirai il titolo. Partiva per Napoli a scopo di divertimento ed io dovetti dargli lire cento che realizzai vendendo un maiale, il cui ricavato mi serviva per l’acquisto del pane. Poi non potevo tenere nulla in casa perché di tutto si impossessava arbitrariamente e violentemente: avevo allevato alcuni maiali, li prese e li vendette; volle in fitto due bassi della casa, che poi mi ha fatto vendere, per custodirvi le vetture per il convenuto prezzo di £ 120, ma quando gli chiesi il denaro non mi volle dar nulla. Mi vendette altra volta un seminato di grano previo pagamento di lire duecento: al raccolto mi dette soltanto lire cento e poi, traendo in inganno mia figlia col dirle che le altre cento lire le aveva date a me, si impossessava del grano che io avevo fatto custodire in una casa cantoniera. Quando io lo seppi e pretesi di avere la mia roba fui da lui, come al solito, minacciata. Vostra Signoria ora mi domanda come io avessi subito per tanto tempo questi soprusi e queste vessazioni senza mai reagire ed opporre energico rifiuto alle sue richieste. Ma io domando a mia volta cosa avrei dovuto fare davanti a quell’uomo? Né più e né meno che ammazzarlo prima, così soltanto avrei potuto scuotere l’infame giogo. Ricordo ancora che all’atto del matrimonio, io facevo a mia figlia un assegno di lire mille sopra una mia casa: ebbene, a mia insaputa, il Bitonti induceva mia figlia a far le pratiche legali per lo svincolo di questo assegno, adducendo a pretesto che il marito dall’America l’aveva abbandonata. L’assegno veniva ceduto a tal Domenico Basile e il Bitonti intascava l’importo. Allo scopo di vendere la casa, poco tempo fa, ho dovuto io pagare i diritti del Basile versandogli il denaro. Il Bitonti, intanto, faceva nominare commessa della rivendita [di tabacchi nda] mia figlia Maria Giuseppa, ma pretendeva da noi un annuo canone di lire 120,00. Ma si fosse almeno accontentato di questo! Invece ci assillava con continue richieste di denaro e veniva in casa e nella rivendita a farla da padrone. Sappia la giustizia che il Bitonti sottrasse e vendette un tino che ci serviva per salare la carne di maiale, nonché delle pezze di tela e del panno di lana. Mia figlia, poi, per far restare me calma di fronte a tanto sfacelo, mi veniva sempre consigliando a tacere, mentre a mia insaputa (io lo sapevo sempre dopo, quando lo sapevo) continuava a da denaro. La elencazione non finirebbe mai: mi limito a dire che le ultime cento lire, che il Bitonti prese in prestito dalla figlia sua Filomena, che è ricca, fui costretta a pagarle io e la Filomena avea, anzi, preteso un pegno d’oro. Adunque  le vessazioni non potevano finire che con la fine del Bitonti e il proposito, lungamente meditato, di ucciderlo, e sempre procrastinato per le preghiere di mia figlia, diventava nell’animo mio sempre più deciso, concreto. Intanto il Bitonti, sempre per estorcere denaro da noi e dagli altri, andava offrendo a tutti la rivendita, facendo pubblicamente sapere che mia figlia non era degna di starci dentro perché si era prostituita con l’avv. Tommaso Nicoletti di qui. Lo scopo, come dissi, invece era quello di far denaro che da noi non poteva più avere e a questo scopo aveva promesso di dare a Caterina Veltri la rivendita per lire 200; quando noi protestammo ed implorammo pietà, egli disse che cedeva al solo patto che avessimo noi dato, invece della veltri, il denaro che desiderava e quando noi obbiettammo che più non ne avevamo, ci fu risposto: “vendetevi le coperte che avete tessuto”. A tutto questo si aggiunse da ultimo la cessione che egli fece della rivendita ad Angelo Cataldo. Per la sincerità debbo dire che forse lo avrei ammazzato lo stesso, ma questa nuova, implacabile, sua decisione valse per la determinazione definitiva. Bitonti voleva mandarci all’elemosina e ci mandava davvero. Pensai che era ora di ammazzarlo: la sera di sabato chiusa la rivendita verso due ore di notte, mi recai a casa con mia figlia: mi indugiai finchè ella non si fu messa a letto e quindi le dissi che dovevo uscire per andare a visitare una nostra parente ammalata, avvertendola che sarei tornata o non, a seconda che avessi trovato la parente in buone o in cattive condizioni di salute. Invece io pensavo che sarei tornata se il colpo non fosse riuscito e non sarei tornata se lo avessi ammazzato. Mia figlia protestò dicendo che quella non era ora di uscire, ma io aspettai che ella si assopisse, scesi e mi avviai verso la casa del Bitonti. Nelle vicinanze della casa del Bitonti trovai della gente e passai oltre, non senza essermi accorta che la porta era ancora chiusa e quindi, probabilmente, il Bitonti non avea rincasato. Mi nascosi e ritornai verso mezzanotte; per mia fortuna trovai la porta aperta e la chiave nella toppa; il lume era acceso sulla colonnetta da notte e il balcone era chiuso. Bitonti dormiva tranquillamente quasi supino, presentandomi, rispetto alla porta di entrata, la guancia destra. Avrei voluto sparare subito ma passavano sulla via alcuni cantatori e quindi credetti di aspettare, non senza aver prima chiuso la porta. Dopo un’ora, quando tutto era silenzio, mi avvicinai al letto dal lato destro, puntai la rivoltella sulla tempia della vittima e feci esplodere due colpi. Bitonti non si mosse né fece un lamento ed io, compiuta la mia vendetta, uscii chiudendo la porta con la chiave, che buttai lungo la via, quindi mi avviai a piedi, digiuna ed esausta, verso Cosenza per costituirmi. Vostra Signoria ora mi dice che il balcone fu trovato aperto e fu trovato del sangue sul blocco di pavimentazione, che vi erano a terra nella casa delle impronte insanguinate, che un grosso bastone fu trovato con le impronte digitali intrise di sangue, che sangue vi era al muro, sul pavimento e su tutte le coperte del letto. Di tutto ciò io non so e non posso dare alcuna spiegazione. Evidentemente il Bitonti non è morto subito come io ritenevo. Sarà stato lui ad alzarsi, ad aprire il balcone e forse anche a chiudere con la maniglia all’interno la porta per paura che l’aggressore potesse tornare, se è vero – come ora mi informa – che in un primo momento quelli che scesero ad aprire ebbero l’impressione che la porta fosse chiusa all’interno con la maniglia. Per conto mio non esito a dichiarare che coi due colpi ritenevo di non avergli dato il tempo e il modo di camminare per la stanza, diversamente gliene avrei sparato un altro. Ho già detto al Giudice Istruttore che la colpa per la prostituzione di mia figlia con l’avvocato Tommaso Nicoletti risale al marito di lei; aggiungo ora che anch’io sento la responsabilità di questo triste fatto. L’avvocato Nicoletti, con la famiglia del quale vi erano buoni rapporti di amicizia, veniva sempre in casa mia a manifestare propositi di suicidio, adducendo dissapori di famiglia per ragioni di interesse; io ebbi il torto di prenderlo sul serio, accoglierlo in casa e dargli anche da mangiare. Egli tradiva la mia buona fede. Desidero che la giustizia indaghi in proposito per sapere se io sono donna d’onore o donna capace di fare la ruffiana a mia figlia. Desidero che si indaghi, ripeto, perché se ho ucciso ritengo di avere bene ucciso, ma non voglio che queste ombre esistano attorno alla mia persona. Giuro che mia figlia, non solo non mi ha consigliato di ammazzare il Bitonti, ma anzi mi ha sempre dissuaso. Dei miei propositi di questi ultimi giorni io usai ogni mezzo per non metterla a conoscenza. Faccia la giustizia quello che vuole, io non sono pentita di quello che ho fatto. Provo, anzi, un grande senso di liberazione.
Ciò che Maria Oliverio ha raccontato nel suo interrogatorio è solo la punta dell’iceberg. Che Luigi Bitonti abbia letteralmente spogliato le due donne di tutti i loro averi è confermato dalle somme, 6.800 lire, che Maria Giuseppa riesce a documentare ai giudici, oltre a innumerevoli piccole somme che dice di avergli elargito. Che sommate  a quelle sborsate dalla madre ammontano a più di 10.000 lire.
Le indagini portate avanti dal maresciallo Perrini con molta solerzia arrivano a un punto cruciale. Non ostante le più attive ed alacri indagini, non fu possibile raccogliere elementi concreti di fatto in ordine alla complicità della Maria Giuseppa Talarico nel delitto commesso dalla madre Maria Oliverio. Sembra ormai accertato che quest’ultima abbia agito di sua iniziativa, inducendosi alla perpetrazione del misfatto per la miseria incalzante cui veniva tratta dall’opera sfruttatrice del defunto Bitonti. La complicità della Maria Giuseppa Talarico sembrerebbe doversi escludere, a modesto avviso di questo Comando.  Perrini si convince dell’estraneità di Maria Giuseppa quando scopre che la madre era abituata ad uscir di casa a qualunque ora senza dar conto alla figlia ed in questa occasione sembrerebbe che si sia allontanata la sera quando già la figlia, messasi a letto, si era addormentata. Comunque anche ammessa la conoscenza, lascio all’autorità giudicare sulla questione se la sola conoscenza possa essere elemento di complicità. Aggiungo da ultimo che il Bitonti fu sempre ritenuto in paese come un imbroglione.
A questo punto le porte del carcere mandamentale di San Giovanni in Fiore dovrebbero aprirsi e fare uscire Maria Giuseppa ma non è così per una serie incredibile di errori procedurali commessi dai suoi difensori, Pietro Mancini e Luigi Funari. Mentre per il secondo esiste la nomina, per il primo no ed è proprio Pietro Mancini che firma a più riprese istanze di scarcerazione nonostante i puntuali rigetti del giudice che gli fa notare la circostanza e la poveretta langue nella sua cella fino al 9 novembre 1915 quando, su richiesta del Procuratore del re, la Sezione d’Accusa decreta il non luogo a procedere nei suoi confronti, rinviando a giudizio solo la madre, Maria Oliverio per omicidio volontario con premeditazione.
Il 19 febbraio 1917, un anno e sette mesi dopo l’omicidio, la Corte d’Assise di Cosenza assolve Maria Oliverio stabilendo che nel momento in cui uccise Luigi Bitonti si trovava in tale stato d’infermità di mente da toglierle la coscienza o la liberta dei propri atti. La condanna, però, a quattro mesi di reclusione per la detenzione e il porto abusivo della rivoltella con la quale ha ucciso il consuocero[1]
Non esiste alcuna certificazione medica che attesti ciò che la giuria sentenzia.

 

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