COME BRIGANTI

A Lungro
funziona da secoli una salina che dà lavoro a centinaia di persone le quali,
però, vivono in condizioni infime, quasi come schiavi. Il misero salario viene
pagato generalmente il giorno otto del mese e le donne fanno il giro delle
botteghe per saldare i debiti e cancellare il proprio nome dalla libretta.
Ed è
generalmente tra l’8 e il 9 di ogni mese che Giuseppe Iannelli, rappresentante
della ditta Galizia di Castrovillari, fa il giro dei paesi arbreshe a bordo
della sua vecchia Balilla a quattro marce per riscuotere i crediti dai
commercianti di generi alimentari.
L’8 aprile
del 1951 Iannelli arriva in paese poco dopo mezzogiorno e comincia il suo giro.
Ha, come al solito, la sua borsa nera dove tiene la contabilità e dove ripone
le somme riscosse. In paese lo conoscono praticamente tutti e tutti lo
salutano.
Ma a Lungro
c’è molta gente disperata e pronta a tutto. Tra questa ci sono i fratelli Mario
e Nicola Pettinato, pastori, e Costantino Martino, bracciante disoccupato.
I tre stanno
andando a spendere le ultime cento lire di Mario Pettinato nella cantina del Capitano, quando Costantino Martino
scorge Giuseppe Iannelli.
– Lo vedete?
Sta facendo il giro delle botteghe a riscuotere i soldi che gli devono… Chissà
quanti soldi tiene nella borsa… sarebbe un gioco da ragazzi fregargliela…
– E come? –
fa Mario.
– Bastano un
paio di pistole e un fucile. La macchina la conosco, lo aspettiamo alla curva
grande vicino alla salina e il gioco è fatto.
– Si, abbiamo
già i soldi in tasca! Ma va! – Nicola è scettico sulla fattibilità del piano.
– Ti dico che
è un gioco da ragazzi, fidati. Allora lo facciamo o no questo colpo? – insiste
Costantino. I fratelli Pettinato si guardano negli occhi e la disperazione che
vi è impressa si tramuta in un attimo in fredda determinazione. Basta un cenno
per rispondere. Costantino sorride soddisfatto, poi continua – lo sapevo che mi
potevo fidare di voi. Ora sbrighiamoci. Io a casa ho una pistola con tre colpi,
e voi?
– Io ho un
fucile mezzo rotto ad avancarica che mi ha prestato tempo fa il mio padrone,
non spara ma la sua figura la fa! – risponde Mario.
– Io ho una
rivoltella scarica… – fa Nicola – ma mi è rimasta una bomba di Natale ed è
meglio di dieci pistole!
– Va bene. Ci
vediamo qui tra mezzo’ora – chiude Costantino.
La curva
scelta per l’appostamento è a sei chilometri dal paese percorrendo la strada
carrabile, ma prendendo le scorciatoie la distanza è quasi la metà. Arrivati
sul posto, Costantino brucia un pezzo di carta e con la cenere rimasta si tinge
il viso di nero, in più si cala il berretto sugli occhi e conciato in questo
modo non lo riconoscerebbe nemmeno la buonanima della madre. Nicola svolge un
fazzoletto, sporco, da naso, lo piega sulla diagonale e se lo mette in faccia,
lasciando scoperti solo gli occhi. Mario li guarda e ridacchia.
– Io non ho
bisogno di camuffarmi, tra poco è buio e non può riconoscermi nessuno!
All’improvviso
il rumore di un motore lungo la strada. Tutti e tre si buttano dietro un
terrapieno. Costantino sbircia nella luce ormai fioca del sole sparito dietro
le montagne e avvisa i compagni.
– È un
camioncino. Falso allarme.
Dovranno
aspettare più di un’ora perché finalmente il rombo della Balilla nera a quattro
marce di Iannelli preceda di qualche secondo la luce fioca dei fari. Ormai sta
per imboccare il tornante quando Mario Pettinato salta in mezzo alla strada con
la pistola in pugno gridando come un ossesso. Nello stesso tempo il fratello
Nicola accende la miccia della bombetta e la lancia sotto le ruote dell’auto. Il
fracasso è tremendo. Iannelli, spaventato a morte, si ferma. Costantino si
precipita a fianco del mezzo e apre la portiera puntando la sua rivoltella
contro l’uomo. Mario si piazza sull’altro lato e Nicola sul davanti col fucile
spianato.
– Scendi,
scendi perlamadonna!
– Si… scendo…
ma per carità mettete via le armi… cosa volete? – farfuglia Iannelli con un
filo di voce.
– Vogliamo la
tua borsa. Alza le mani – gli urla Nicola ma l’uomo non ubbidisce, anzi, con
estrema cautela, si allontana dall’auto di qualche passo. – Alza le mani ti ho
detto se no ti sparo!
– Lasciatemi
libero e pigliatevi la borsa e pure la macchina che io me ne vado a piedi.
Mario, nel
frattempo, approfittando del fatto che Iannelli si è scostato dalla macchina,
si impossessa della borsa poggiata sul sedile e si allontana lungo una
mulattiera.
– Te ne devi
andare mò! Hai capito brutto stronzo? – urla Costantino mollandogli un
manrovescio.
– No… non ce
la faccio a proseguire… torno a piedi a Lungro… – piagnucola.
– Sali in
quella cazza di macchina e vattene a Castrovillari! – rincara Nicola,
colpendolo a sua volta.
Schre! Spara! – urla da lontano Mario
che sta sentendo tutto. Il fratello Nicola, allora, punta il fucile al petto
del disgraziato e alza il cane.
– Ma tu che
stai facendo? Perché mi uccidi? Che cosa ti ho fatto? Pigliatevi tutto ma
lasciatemi la vita – lo supplica Iannelli con la voce rotta dal pianto.
Nicola non ha
il coraggio di fare fuoco ma, afferrato il fucile per la canna come se fosse
una mazza, cerca di colpirlo col calcio sulla testa. Iannelli riesce a parare
il colpo col braccio sinistro e il calcio del fucile, marcio, si spezza
restando attaccato alla canna solo per mezzo di una scheggia di legno.
Schre! Schre! – continua a urlare Mario, tornato sul posto. È su tutte le
furie, si avvicina a Iannelli che, continuando a piangere, lo supplica di
risparmiarlo ma non si rende conto che la luce dei fari gli illumina
completamente il viso.
– Lasciami,
fallo per i miei quattro bambini…
Iannelli, con
gli occhi pieni di lacrime, ha solo qualche secondo di tempo per guardarlo bene
in faccia, poi una gragnuola di pugni e calci lo fa stramazzare al suolo privo
di sensi.
I tre compari
lo lasciano lì e si allontanano lungo la mulattiera che porta al fiume Tiro. È
qui che aprono la borsa e ci trovano unmionecinquecentottantremilalire in
contanti e duecentoquarantacinquemilalire in assegni. Buttano gli assegni e si
dividono il resto. Poi tornano nelle proprie case a nascondere il bottino e
ricominciare la vita di tutti i giorni in attesa che si calmino le acque.
Il povero
Giuseppe Iannelli riprende i sensi dopo quasi un’ora. A stento striscia fino
alla macchina, si aggrappa al grande parafango e riesce a sollevarsi e a
raggiungere il sedile del guidatore. Cerca le chiavi. Gli era parso, quando
l’uomo che si era introdotto nell’auto per prendere la borsa, che i rapinatori
le avessero buttate via e, in effetti manca il mazzo di chiavi a cui era
attaccata quella della messa in moto ma, miracolosamente, proprio quella è
rimasta al suo posto. Per timore che i malviventi siano ancora in giro avvia la
macchina a motore spento e, appena prende un po’ di velocità lungo la discesa,
ingrana la marcia: con grandi sbuffi di fumo nero il motore parte e Iannelli si
allontana il più velocemente possibile. Si ferma qualche chilometro dopo, a
Firmo, per chiedere a un suo conoscente se ne paese c’è la caserma dei
Carabinieri. L’uomo gli risponde negativamente ma nota il suo viso insanguinato
offrendosi di medicarlo dato che è medico.
– Grazie,
voglio tornare a casa il più presto possibile… sapeste, dottore, sapeste… –
farfuglia piangendo mentre riparte a tutta velocità e, non appena arrivato a
Castrovillari, va a denunciare l’accaduto ai Carabinieri.
Le indagini
partono subito con il fermo di una trentina di sospettati dei paesi intorno a
Lungro, ma è solo dopo una settimana che i Carabinieri si decidono a cercare i
rapinatori in paese. Quando fermano Mario Pettinato e lo perquisiscono per
cercare i soldi della rapina o una delle pistole, gli trovano in una tasca
della giubba una cartuccia da fucile da caccia scarica, tagliata a mò di
misurino per fucile ad avancarica, un anelletto di ferro per l’alloggiamento
della bacchetta di carico e seicento lire.
– Pettinato,
a che ti servono questi? – gli fa il maresciallo Domenico De Bonis facendosi
saltellare in mano gli oggetti.
– Marescià,
li ho trovati stamattina vicino al Tiro, mentre venivo in paese e me li sono
presi per farci giocare mio figlio – risponde un po’ titubante ma i Carabinieri
non gli credono e lo portano in caserma.
Fermano anche
gli altri due compari; Nicola si fa beccare con dodicimila lire in tasca e
viene portato anche lui in caserma.
Il
maresciallo De Bonis vuole accertare la provenienza dei pezzi di fucile trovati
addosso a Mario Pettinato e va a trovare un certo Martino De Marco, un
negoziante che è anche il padrone del gregge che Mario ha in custodia e gli
chiede se avesse mai dato al suo pecoraio un fucile e quello risponde che si,
un fucile vecchio ad avancarica glielo ha dato quasi un anno prima per
difendere le pecore dagli attacchi dei lupi. Mario Pettinato conferma di aver
ricevuto il fucile e aggiunge di averlo lasciato il primo di aprile al
falegname Domenico Matrangolo per far riparare il calcio che si era rotto.
Anche il
falegname conferma ma il suo tono, le sue esitazioni e qualche piccola
contraddizione convincono il maresciallo che sta mentendo. Lo interroga di
nuovo insieme al maresciallo Francesco Imerti in modo così pressante e
stringente che Matrangolo confessa  che
il fucile gli è stato consegnato l’11 di aprile con l’ordine di ripararlo
immediatamente.
Tu devi aggiustare subito il fucile perché
se noi andiamo in galera e non possiamo ammazzarti, ci sarà qualche altro a
farlo
, così mi ha detto Mario Pettinato e io che dovevo fare? Mi dovevo
fare ammazzare, marescià? – confessa in lacrime, ma una denuncia per
favoreggiamento non gliela toglierà nessuno.
Adesso è
tutto più chiaro. Mario Pettinato viene arrestato e confessa di aver fatto la
rapina insieme al fratello Nicola e a Costantino Martino.
La dura
condanna gli farà passare per sempre la voglia di giocare ai briganti.[1]

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