LE STRANE VOCI SULLA MONACA SANTA

Tra la fine del 1933 e i primi del 1934, a Cosenza cominciano a girare delle strane voci che vorrebbero suor Elena Aiello protagonista di violenze sulle bambine affidate alla sua custodia nell’Istituto Santa Teresa del Bambin Gesù e di altre nefandezze di carattere sessuale. A mettere in giro queste voci, secondo suor Elena, sarebbe stata una maestra elementare, tale Raffaellina Barca. Di mese in mese la situazione si incancrenisce sempre di più, fin quando, alla fine di luglio del 1934, suor Elena si decide a querelare la maestra per diffamazione.
Ill.mo
sig. Procuratore del Re
presso
il Tribunale di Cosenza
Da più tempo sono fatta segno, da parte della insegnante elementare BARCA RAFFAELINA di Battista da questa città, alla persecuzione più ostinata e meno spiegabile. Io non so attribuire se non a congenita cattiveria del suo animo o ad altri reconditi motivi, che mi sfuggono, l’atteggiamento implacabilmente ostile della Barca verso la mia modesta persona di religiosa e verso la Pia Istituzione da me fondata, sotto il titolo “Asilo di S. Teresa del Bambino Gesù”, sorta nello intento cristiano di salvare dai pericoli della strada le piccole fanciulle abbandonate.
Senza mezzi e senza risorse se non quelle, giorno per giorno, fornite – per intercessione della Provvidenza Divina – della carità pubblica, ho, fin’ora, con stenti e preoccupazioni inenarrabili, mandato avanti il modesto Istituto, in collaborazione attiva e preziosa di altre sorelle religiose, tutte volontarie della carità e di esemplare illibatezza di vita.
La signorina Barca, per nostra disgrazia, abita in un piano inferiore della stessa casa ove è sito l’Asilo da me diretto, onde le orribili diffamazioni messe in giro e che mi ripugna di ripetere, acquistano se non credibilità, consistenza, appunto per la vicinanza delle abitazioni che ella sfrutta per dare apparenza di attendibilità alla infami calunnie.
Nel febbraio scorso, essendo arrivate al mio orecchio le prime voci, dopo essermi accertata che era la signorina Barca a propagarle, mi rivolsi alla locale R. Questura che procedette a diffidare la stessa.
Speravo che tutto fosse finito e la lezione, che ero stata costretta a darle, bastevole. Senonchè, a fine maggio principi giugno scorso, mi sono state riferite le nuove atroci diffamazioni che la maestra Barca continua a ripetere, dappertutto, contro di me, delle suore e del mio Asilo.
Onde non mi resta, purtroppo, – dopo lunga deliberazione e dopo prudente consigliarmi – che rivolgermi ai presidi della punitrice Giustizia.
E poiché la signorina Barca ha, parlando in tempo diverso e sino ai principi di luglio, con diverse persone, propalato che: a) l’Asilo di S. Teresa del Bambino Gesù è stato trasformato, da me e dalle suore, in un pubblico casino; b) che io e le suore facciamo morire di fame le bambine, battendole di notte per non farne sentire i lamenti; c) che una suora si era dovuta in fretta allontanare in seguito a fatti vergognosi; d) che di notte riceviamo nell’Asilo un prete forestiero di alta statura; e) che la nostra casa era diventata un luogo di comodo del Vicario D. Angelo Sironi, il quale aveva convegni da noi con una signorina; f) che io negoziavo le suore; g) che abbiamo rubato i candelabri della Chiesa dello Spirito Santo, espongo contro la stessa formale querela pel delitto di diffamazione continuata (articoli 595 e 81 C.P.) e ne chiedo la punizione come per legge.
Perché V.S. Ill.ma possa farsi un concetto della perversità della Barca è bene sappia che ella è arrivata ad affrontare le persone che chiedevano del nostro Asilo per recarci la carità sconsigliando il gesto pietoso e soggiungendo che recare soccorso a noi era lo stesso che aiutare il diavolo…
Indico a testimoni:
1°) Birardi Alimena Marchesa Adele
2°) Leone Alimena Ida
3°) Alimena Olga di Federico
4°) Perris Palmieri Ermelinda
5°) Gigliotti Lina, dattilografa
6°) Ritacco Pilerio, falegname
7°) Domma Giulio, sarto
8°) Noto Antonio, pensionato
TUTTI DA COSENZA ALLO INFUORI DELLA TERZA CHE RISIEDE A MONTALTO UFFUGO.
Mi riservo di costituirmi parte civile e di indicare, eventualmente, altri testimoni.
Cosenza,
24 luglio 1934 XII°
La querela viene depositata nelle mani del Procuratore del re, commendator Tommaso Rolli, e subito partono le
indagini.
La prima testimone a essere interrogata è la signora Aida Montera Alimena fu Tommaso, la quale racconta 
La signorina Raffaella Barca venne a farmi visita ed essendo caduto il discorso sull’Asilo di S. Teresa del Bambino Gesù, prese a criticare aspramente la condotta di suor Elena Aiello. Ricordo che diceva che bastonava le bambine alzandosi perfino di notte, che chiudeva le bambine fuori dalla finestra, che riceveva nell’asilo una signorina per permetterle di fare i suoi comodi con il segretario di Monsignor Sironi e che di notte nell’asilo entravano dei preti. Quella volta, con me c’erano mia sorella Olga ed il barone Carlo Passalacqua. Io redarguii la Barca chiedendole se avesse effettivamente visto tutto quello che affermava in ordine alla tresca del segretario di Monsignor Sironi e mi rispose che lo aveva saputo da una sua amica con la quale si era confidata suor Elena.
Poi è la volta del sarto Giulio Domma
Non so niente in merito. Però posso dire che nel 1931, in occasione di una cerimonia religiosa, regalai alla chiesa dell’Istituto Santa Teresa del Bambin Gesù sei candelieri ed un crocefisso. Non so se sono questi i candelieri a cui avete accennato – continua guardando il Procuratore – perché io non so niente di niente 
Michelina Gigliotti, dattilografa, racconta altri particolari
 – Un giorno che ero andata a trovare la mia amica Iolanda Cerzosimo, si presentò Raffaellina Barca chiedendomi che firmassi un esposto che aveva in mano, dicendo che era necessario provvedere allo sconcio della suora Elena Aiello che, a suo dire, aveva trasformato l’asilo in una casa pubblica. Precisò che alcuni preti andavano ad ogni ora della notte e che una suora se ne era andata da Cosenza incinta. Disse pure che una delle bambine ricoverate nell’asilo era figlia di suor Elena stessa. Io e la mia amica rifiutammo di firmare l’esposto perché quei fatti ci risultavano infondati.
Il falegname Pietro Ritacco
So che verso lo scorso aprile, Raffaellina Barca, con una lettera diretta all’Arcivescovo, denunciò che dalla chiesa dello Spirito Santo mancavano sei candelabri d’argento. Pochi giorni dopo suor Elena mi disse che la Barca spargeva la voce che era stata lei l’autrice del furto. In coscienza debbo dire che i sei candelabri sono esistiti solo nella fantasia della Barca e posso fare questa affermazione perché tutti gli oggetti di quella chiesa sono affidati a me.
La Marchesa Adele Alimena
Nel dicembre dell’anno scorso venne a casa mia la signorina Raffaelina Barca per farmi gli auguri di buon Natale e di buon anno, come era solita fare dati i nostri ottimi rapporti. A casa mia c’era anche mia nipote Olga che abita a Montalto e la Barca le chiese, come paesana di suor Elena, se credesse al miracolo dell’effusione del sangue dalle stimmate che si ripete ogni venerdì santo. Mia nipote le rispose che ci credeva non solo lei, ma tutto la Calabria, tanto che erano venuti a visitarla varie personalità scientifiche tra cui il defunto professor Bianchi dell’Università di Napoli. Sentito ciò, la signorina Barca rispose che non era vero e che si trattava di fenomeni di isterismo. Io risposi che anche San Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena avevano avuto le stimmate e perciò suor Elena andava collocata in questa categoria, ma la Barca replicò che per quei santi era vero ma per suor Elena no perché “prende la roba e ingannava i creditori”. Io risposi ancora che non è vero perché suor Elena ha portato una buona dote e la spende tutta per le bambine e che la stessa cosa fa suor Gigia che, pur avendo i fratelli missionari, preferisce fare la serva alle bambine. La Barca allora disse che le suore mangiano e bevono, tanto che aveva sconsigliato una sua
amica dal portare 50 lire e poi suor Elena sfogava i suoi nervi battendo le ragazze di notte e che una vicina voleva denunciarla alla Questura. Io difesi la monaca facendo osservare alla Barca che se quello che lei diceva fosse stato vero, sarebbe intervenuto il segretario del Vescovo, ma, appena sentì ciò, la Barca disse “bella cosa monsignor Sironi, se la deve portare bene con la suora
perché ha relazioni con la maestra, tanto che a passeggio mette le mani dietro le spalle e le fa i baciamani” e poi aggiunse “vi pare una cosa bella che non si può stare quieti poiché entrano sempre uomini di sera, tanto che una sera la signora Trifone, sentendo bussare, andò ad aprire il portone credendo che fosse il marito ma si trovò davanti un prete che saliva le scale?”. Io le dissi che non poteva essere vero perché c’è la portinaia ed allora la Barca cambiò discorso e dopo poco se ne andò. Non so come suor Elena sia venuta a sapere di questa conversazione, ma una settimana dopo venne a domandarmi, tutta sconvolta, se davvero la signorina Barca aveva parlato male di lei e dell’Istituto e manifestò l’intenzione di querelarla. Io la dissuasi facendole credere che erano pettegolezzi di donne e se ne andò quasi convinta, senonché dopo quindici giorni venne di nuovo a dirmi che la Barca continuava a diffamarla in parecchie case, per cui la sua pazienza era finita, non per se stessa, ma per il buon nome dell’Istituto e perciò avrebbe sporto querela e mi avrebbe citata come testimone.
Tra un interrogatorio e l’altro i giorni e i mesi passano e, il 5 ottobre 1934, il Procuratore incontra suor Elena la quale fa mettere a verbale solo di voler confermare la querela. Il magistrato ne prende atto e continua a interrogare un sacco di gente.
La maestra Teresa Caputo gli racconta
Un giorno, prima di entrare a scuola, la mia collega Raffaelina Barca mi fermò e mi disse queste testuali parole: “Si sentono piangere le bambine dell’Istituto delle orfanelle e si dice nel quartiere che vengono maltrattate”. Io le risposi che sarebbe stato bene avvertire la signora Perris, che è la presidente diocesana. Ma proprio in quel momento suonò la campanella e ci siamo divise e non ne abbiamo più parlato ma io ho riferito quelle parole alla signora Perris.
A questo punto è necessario ascoltare la signora Ermelinda Palmieri, vedova Perris che racconta
Non ho mai parlato con la signorina Barca di questa faccenda, ma me ne ha parlato la signorina Teresina Caputo, la quale mi riferì che la Barca le aveva parlato di come suor Elena Aiello trattasse male le bambine affidate alle sue cure perché le sentiva piangere e strepitare. Teresa Caputo mi disse che la Barca avrebbe avuto piacere che io fossi venuta a conoscenza di quelle cose in quanto presidente diocesana delle donne cattoliche e avessi provveduto in qualche modo a risolvere questo inconveniente. In seguito suor Elena mi mandò a chiamare al convento e si lagnò moltissimo del comportamento della Barca, dicendomi che la perseguitava e la diffamava continuamente, attribuendole fatti vergognosi. Io le raccontai quanto mi aveva riferito Teresina Caputo e la cosa finì lì.
Raffaelina Barca non può restare inerte davanti a tutta la schiera di testimoni che giurano di avere sentito le sue parole e così il suo avvocato, Stanislao Amato, scrive al Giudice
Istruttore:
Ill.mo
Sig. Giudice Istruttore
COSENZA
Si rivolge istanza a V.S.Ill.ma perché si compiaccia di escutere a discolpa della sig.na Raffaella Barca, insegnante da Cosenza, i sotto notati testi:
1.     Atella Mons. D. Michele, Parroco di S. Nicola in Cosenza. Si cooperò per risolvere cristianamente l’increscioso pettegolezzo e può dire che l’Aiello lamentava e quindi conosceva perfettamente i fatti per i quali si è in seguito querelata, anche prima del marzo 1934.
2.     De Cardona Sac. Prof. D. Carlo, Cosenza. Può dire che egli ebbe ad interrogare la Barca sull’Aiello e che Barca, pur conoscendo l’assoluta discrezione dell’interrogante, non ebbe affatto ad esprimere giudizi od a riferire fatti od a fare allusioni comunque lesivi dell’onore dell’Aiello.
3.     Mele Comm. Avv. Eugenio, Cosenza. Può dire che la Barca è stata spesso a fare visita a lui ed alla sua signora e che non ha mai espresso giudizi o riferito fatti lesivi a carico dell’Aiello. Sa, essendosi anch’egli interposto, che l’Aiello si lamentava dei fatti per cui poi è stata sporta querela, anche prima del marzo 1934.
4.     Caruso D’Acri Cristina, quartiere Spirito Santo, Cosenza. E’ la portiera dello stabile e può dire che la Barca mai si è soffermata nel portone, tanto meno di notte o di sera per spiare i coinquilini od i vicini o per discreditarli.
5.     Serafini De Vuono Giulia, via Spirito Santo, Cosenza. Può dire che, trovandosi in casa della Barca insieme con Trifone Iolanda maritata Cerzoso, udì che quest’ultima s’informava minutamente da una ragazza dell’Istituto Aiello (che si era recata in casa della Barca insieme con una monaca per fare delle ostie) circa l’andamento dell’Istituto, il trattamento, l’opera dell’Aiello, etc…
6.     S.E. Monsignor Fra Luca Ermenegildo Pasetti, Vescovo titolare di Giarre, Roma Via Sardegna N.40. fu a Cosenza per un’inchiesta, può dire se la Barca, da lui interrogata per un’inchiesta con tutte le garenzie del più assoluto segreto, ebbe ad esprimere giudizi od a riferire fatti lesivi per l’Aiello.
7.     Sig.ra Spizzirri Maria maritata Gallo, Marano Principato. Può dire che l’Aiello negli 11 febbraio 1934 chiamò la sorella della Barca e l’aggredì per le diffamazioni a torto a questa attribuite. Ai rimproveri aspri la sorella dell’imputata oppose la più recisa e cortese smentita, ma a nulla valse a placare l’Aiello.
Si fa riserva di indicare altri testi.
Cosenza 27 ottobre 1934, XII
Monsignor Pasetto (e non Pasetti) viene interrogato a Roma, per rogatoria, il 23 novembre alle 17,00
Effettivamente ho compiuto per mandato della S. Sede una inchiesta a Cosenza per affari di Curia di cui non posso parlare perché vincolato dal segreto ecclesiastico. Posso però dire che a tale inchiesta era affatto estranea l’Aiello, tanto che non ebbi neppure occasione di conoscerla e tanto meno di interrogarla. Nella mia gita a Cosenza ne sentii parlare come di una donna che ha fama di santa. Ecclesiasticamente, però, non è affatto suora. Tornato a Roma ricevetti una lettera in data 18-8-934 con cui
certa Barca Raffaella, maestra in Cosenza, si lagnava che l’Aiello ed altri avrebbero voluto che venisse destituita perché avrebbe diffamato l’Aiello, aggiungendo che l’Aiello l’aveva querelata per diffamazione. Io, che non conosco nemmeno la Barca, mi sono ben guardato dal risponderle. Venne poi a trovarmi una figlia dell’Aiello di cui non ricordo il nome, la quale mi disse di nuovo che sua madre avrebbe voluto mio aiuto. Io le risposi che nessun aiuto potevo darle perché ero estraneo alla faccenda. Altro non so.
Poi è la volta di Cristina Acri, la portiera dello stabile
Io sono la portiera del palazzo e abito nel portone. Raffaelina Barca abita una casa alla quale si accede attraverso lo stesso portone che dà accesso al convento, che è al secondo piano. Posso escludere che la Barca si sia mai fermata nel portone per spiare e sentire cosa avvenisse nel convento. Del resto non avrebbe potuto né sentire, né vedere niente perché dal portone non si vede e non si sente cosa avviene nel convento.
Don Michele Atella, parroco della chiesa dello Spirito Santo
Con suor Elena non ho mai parlato di questo affare. Fu verso i primi di maggio di quest’anno che appresi dall’avvocato Bruno che suor Elena si era rivolta a lui per querelare Raffaelina Barca e che lui l’aveva sconsigliata. Dopo qualche tempo la Barca mi venne a trovare in chiesa per chiedermi di adoperarmi con suor Elena a farla desistere dalla querela che le aveva sporto nonostante il mio consiglio e quello dell’avvocato Bruno. La Barca affermava categoricamente di essere innocente e io le consigliai di rivolgersi al Vescovo il quale avrebbe potuto comporre bonariamente la questione. Poi la avvertii tramite una sua nipote che il Vescovo avrebbe anche potuto pretendere una dichiarazione di stima verso suor Elena e la nipote mi rispose che la zia non avrebbe avuto niente in contrario a sottoscrivere una dichiarazione in tal senso. Il tentativo fu fatto ma non ebbe buon esito perché suor Elena si rifiutò di rimettere la querela
Giulia Serafini è un’amica di Raffaelina Barca
Un giorno, ricordo con esattezza che era il 22 dicembre 1933 perché fu l’ultima volta che andai a casa di Raffaelina Barca, a casa sua c’erano anche Iolanda Trifone e un’orfanella dell’Istituto. La Trifone si mise a fare domande su come la ragazza veniva trattata, se era vero che andavano dei preti nell’Istituto, se i polli se li mangiavano solo le monache e altre cose simili. L’orfanella non rispondeva e la Barca intervenne nel discorso dicendo alla Trifone di stare zitta perché sarebbe accaduta una rovina, ma non so perché disse così, né so se a quell’epoca era già stata querelata o se tra lei e le monache vi fossero dei dissidi
Maria Spizzirri racconta delle circostanze interessanti
L’11 febbraio di quest’anno accompagnai da suor Elena la nipote di Raffaelina Barca che era stata invitata ad andare dalla monaca stessa. Parlarono tra di loro in una stanza appartata e quando uscirono suor Elena era molto agitata e disse alla Barca che non avevano coscienza ma che lei le avrebbe messe a posto con la giustizia. Ne seguì uno scambio di parole, piuttosto vivaci da parte della monaca, umili ed educate da parte della Barca la quale però, a un certo punto, pronunciò le seguenti parole: “Voi siete pazza, noi non abbiamo mai detto nulla…”. Poi andammo via e ci recammo a casa della nipote, dove ci raggiunse Raffaelina e le fu riferito il contenuto del colloquio. Raffaelina volle andare personalmente da suor Elena e io la accompagnai nella speranza di mettere pace. Una ragazza ci aprì la porta dicendo che suor Elena era a letto e non poteva riceverci. La Barca le
disse di riferire alla monaca che lei non aveva detto niente e che se qualcosa era stata detta, era stata detta da quella signora che prima era stata nel convento e che poi era andata da lei. Ignoro chi sia la signora a cui alludeva la Barca e in cosa consistano le diffamazioni che le attribuiscono perché non gliel’ho mai chiesto
Passano ancora un paio di mesi prima che il Giudice Istruttore interroghi Raffaelina Barca. È il 12 febbraio 1935
Abito nello stesso fabbricato dov’è il convento. All’ultimo piano abita la signora Adele Alimena, con la quale sono in buone relazioni e spesso le faccio visita. Il 14 dicembre 1933 ero a casa sua, dove c’erano anche sua sorella Ida e il barone Carlo
Passalacqua. Dopo aver parlato del più e del meno, mi chiese cosa si dicesse della monaca santa e se io la ritenessi davvero una santa. Io risposi che non ero competente per dare un giudizio. Poi mi chiese se fosse vero che la monaca battesse le bambine affidate alla sua cura e se fosse vero ciò che si vociferava e cioè che nel convento si facevano entrare i preti per fare il loro comodo. Io risposi che una sola volta, il 25 settembre, di sera tardi avevo sentito gridare e piangere nel convento per circa un’ora, ma quanto al resto non sapevo nulla. La signora Alimena aggiunse che quelle cose le aveva apprese giusto il giorno prima dalla signora Trifone Cerzoso. Nel gennaio del 1934 poi, il professore don Carlo De Cardona mi chiese, anche lui, che cosa si dicesse della monaca santa, se fosse vero che nel convento si facevano cose cattive e se fosse vero che la monaca teneva le bambine digiune e le maltrattava. Io risposi che non sapevo nulla ma che soltanto una volta avevo sentito piangere e urlare nel convento.
 Il Giudice istruttore la interrompe e le contesta il fatto che le testimonianze rese da Aida Montera, Adele Alimena e Olga Alimena contraddicono le sue affermazioni e Raffaelina Barca controbatte
Non è vero quello che dicono queste testimoni. La signorina Olga Alimena non era presente a questa discussione e arrivò solo alla fine e tutto ciò che le tre testimoni attribuiscono a me è stato detto da loro stesse per averlo saputo dalla signora Trifoni e io ho risposto di non saperne nulla. Anzi, ho anche aggiunto testualmente “Quando voi le sapete queste cose, perché volete saperle da me?”
Il Giudice la interrompe di nuovo e le contesta di avere raccontato a una sua collega che le bambine venivano maltrattate.
Come ho detto, la sera del 25 settembre 1933 ho sentito piangere a lungo nel convento, tanto da non riuscire a chiudere occhio. La mattina seguente ho detto alla mia collega Teresa Caputo che avevo sentito piangere nell’Istituto e che si diceva nel quartiere che suor Elena battesse le bambine. La Caputo mi consigliò di riferire il fatto a Monsignor Sironi ma io ho creduto opportuno di non farlo, né ho più parlato con nessuno.
Il Giudice, adesso, le contesta quanto dichiarato da Michelina Gigliotti riguardo la petizione per rimuovere suor Elena in considerazione delle sconcezze che si sarebbero consumate nel convento. La Barca risponde
È vero che nell’estate del 1933, non ricordo il giorno, sono andata a casa di Iolanda Cerzosimo ed ho trovato lì Michelina Gigliotti, la quale mi ha chiesto una firma sopra una domanda per l’iscrizione al fascio femminile della stessa Gigliotti che richiedeva la garanzia di due fasciste. Io non ho letto cosa ci fosse scritto ma ho firmato lo stesso perché avevo notato la firma della signora Amelia Pagliaro che conosco bene. La Gigliotti ha voluto quella firma per ottenere il posto di dattilografa alla Prefettura perché ancora non era iscritta al fascio. La Gigliotti andava molto spesso a casa di Iolanda e io l’ho trovata lì anche altre volte ma non abbiamo mai parlato della monaca, né tantomeno io ho detto quello che lei mi attribuisce.
Ancora una contestazione relativa questa volta alla testimonianza di Pilerio Ritacca, che l’accusa di aver denunciato suor Elena al Vescovo per il furto dei sei candelabri della chiesa dello Spirito Santo.
Quello che dice Ritacco è falso perché non ho mai denunciato all’Arcivescovo la mancanza di candelabri d’argento, che non sono mai esistiti alla chiesa dello Spirito Santo. 
Alla domanda su quando fu l’ultima volta che parlò dei supposti maltrattamenti, Raffaelina Barca risponde
Come ho già detto, l’ultimo discorso in merito alle grida che avevo sentito nel convento lo feci col professor De Cardona, poi non ho più parlato con nessuno.
Il Giudice le chiede, se è vero quello che afferma, come mai i testimoni dicono che ha riferito questa circostanza anche in tempi successivi e ad altre persone
Non so dire perché quei testimoni mi hanno attribuito fatti non veri.
L’interrogatorio si chiude con la richiesta di Raffaelina ad ascoltare come testimoni a suo discarico don Carlo De Cardona, la signora Giulia Serafini e il barone Carlo Passalacqua, ma nessuno dei tre si presenta dal Giudice Istruttore.
Il 15 febbraio, gli avvocati Francesco Cribari e Tommaso Corigliano scrivono al Procuratore del re e al Giudice Istruttore per denunciare il tentativo da parte della difesa di Raffaelina Barca di confutare la validità della querela
Ill.mi
sigg.ri Procuratore del Re e Giudice Istruttore
Presso
il Tribunale di Cosenza
La signorina Barca Raffaelina ha provocato l’intervento di insigni personalità, laiche e sacerdotali, della nostra città per indurre Suor Elena Aiello a recedere dalla querela di diffamazione contro di essa Barca, sporta ed in seguito alla quale è in corso procedimento penale.
A qualcuno dei colloqui avvenuti a questo scopo han preso parte uno dei sottoscritti, difensori delle ragioni della querelante, l’avv. Corigliano, ed il difensore egregio della signorina Barca, on. Stanislao Amato.
Data la natura delicata del contrasto e le parti in causa, l’uno e l’altro avvocato, spinti dal doveroso senso di responsabilità morale che li ha sempre guidati nel lungo esercizio professionale, erano e sono sulla via di un onorevole accordo, in seguito – si intende – ad ampia dichiarazione della querelata, tale da soddisfare la giusta suscettibilità e tale da riconoscere solennemente la specchiata, esemplare onorabilità della querelante e del suo Pio Istituto.
Senonchè i sottoscritti, dal mutato contegno della Barca in questi ultimi tempi, hanno concepito il sospetto che la stessa si abbandoni a un doppio giuoco: quello di mostrarsi, apparentemente, propensa alla riparatrice dichiarazione e, nello stesso tempo, ottenere un proscioglimento giudiziario per decadenza dell’azione penale in seguito a querela intempestiva.
A sventare un simile sleale giuoco – senza accennare alle vicende invece dolorose e complicate che han preceduto la presentazione della querela, il di cui ritardo non a Suor Elena Aiello è da imputarsi… – si fa notare, ancora una volta, che trattasi di diffamazioni continuate; onde se la prima notizia di esse giunse nei mesi di febbraio e marzo del 1934, è ben vero ancora che le ultime propalazioni diffamatorie – la goccia che ha fatto traboccare il vaso di amarezza e di dolore – sono giunte a cognizione della querelante meno di tre mesi prima dell’epoca della sporta querela.
Ecco perché la Suora, rompendo ormai ogni indugio ispirato a prudenza e cristiana sopportazione, è stata costretta a rivolgersi alla opera riparatrice della Giustizia punitiva.
Ad ogni modo, per meglio chiarire che le diffamazioni sono state, con pervicace persistenza, propalate in preordinata continuazione, e che Suor Elena Aiello ne ha avuta ultima notizia nel maggio e nel giugno del 1934, esibiamo una lettera della signorina Michelina Gigliotti ed un’altra della signora Cristina Conforti che confermano, documentalmente, il nostro assunto e preghiamo le SS.VV. perché si degnino escutere i testimoni seguenti a conferma di quanto abbiamo avuto l’onore di affermare relativamente alla continuazione ed alla conoscenza da parte della querelante delle ultime espressioni delittuose in tempo concomitante alla querela:
1°) Gigliotti Michelina, impiegata Ufficio Prov. Maternità ed Infanzia a Cosenza.
2°) Conforti Cristina, via Rivocati Cosenza
3°) Giulio Domma, sarto Cosenza
4°) Noto Antonio, Via Spirito Santo Cosenza
Si chiede inoltre che sia richiamata la signorina Alimena Olga residente a Montalto Uffugo perché ella  possa attestare che soltanto nel mese di maggio dello scorso anno ebbe a riferire a Suor Elena Aiello i vituperi che contro di essa aveva profferiti la Barca in presenza della testimone.
Si rivolge, infine, vivissima preghiera perché sia richiamata la querelante Aiello perché la stessa possa, con maggiore esattezza e precisione di particolari, chiarire questo punto essenziale del procedimento che si vorrebbe far scivolare nell’inclinato lubrico piano della decadenza dell’azione penale!
Con osservanza
Cosenza, 15 febbraio 1935 XIII°
 Il Giudice Istruttore chiede la conferma delle proprie precedenti dichiarazioni a Giulio Domma, ad Antonio Noto, alla signorina Michelina Gigliotti e alla signora Cristina Conforti, alle quali chiede anche di riconoscere come proprie le lettere inviate a suor Elena, ma non ritiene di dover convocare la signorina Olga Alimena. Il 10 aprile 1935 il Procuratore del re deposita l’estratto della requisitoria contro Raffaela Barca
Barca Raffaela di Battista di anni 46, maestra elementare da Cosenza (libera)
Imputata
Del delitto previsto e punito dagli art. 595 capv 1° e 81 Codice Penale, per avere, comunicando con  più persone, offeso la reputazione della suora Aiello Elena e dell’Asilo di “S. Teresa del Bambino Gesù” dalla detta suora diretto, attribuendo agli stessi fatti determinati.
In Cosenza verso la fine del Maggio 1934 e precedentemente
Omissis
Chiede che il sig. Giudice Istruttore ordini il rinvio di Barca Raffaela al giudizio di questo Tribunale perché risponda del reato in rubrica.
Il 25 aprile il Giudice Istruttore emette la sentenza di rinvio a giudizio per la Barca e tutto è ormai pronto per il dibattimento. Ma quattro giorni dopo, il 29 aprile, accade un fatto del tutto inatteso: suor Elena rimette la querela contro Raffaelina Barca
Verbale di remissione
L’anno 1935 – XIII – il giorno ventinove del mese di aprile in Cosenza.
Innanzi a noi Dottor Giuseppe Matera S. Procuratore del Re presso questo Tribunale assistiti dal segretario infrascritto;
è comparso il Sig. Cav. Francesco Cribari qui domiciliato e nella sua qualità di procuratore speciale della sig.na Elena Aiello di Pasquale, residente in Cosenza, come da mandato che al presente atto si alliga, rogato in data odierna dal Notar Luigi Goffredo, dichiara in nome e per conto della sua mandante Aiello di far remissione dalla querela sporta in data 24 luglio 1934 dinanzi questo Sig. Procuratore del Re contro la signorina Barca Raffaela di Battista di anni 46, maestra elementare da Cosenza, pel reato di diffamazione continuata in offesa della predetta Aiello.
È parimenti comparsa la sig.na Barca Raffaela la quale dichiara di accettare la remissione in suo favore fatta col presente atto.
Letto, confermato e sottoscritto.
Il Procuratore del Re G. Matera 
Ferrari Segretario 
Prima di allontanarsi la signorina Barca ammette di assumere l’obbligo del pagamento delle spese a termine dell’art. 14 capov. 3 P. P.
Letto, confermato e sottoscritto
Raffaella Barca
Avv. Francesco Cribari procuratore di Elena Aiello.
Il Procuratore del Re G. Matera
Ferrari Segretario[1]

 

[1] ASCS, Processi Penali.

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