LA TESTA MOZZATA DEL GUERRIERO

Nell’està del 1848 molti popolani dei casali di questa provincia, dominati dallo spirito di profitto e di rapina divisarono darsi alla campagna e, facendo mano bassa alla altrui proprietà, consumarono degli ingenti danni, delle devastazioni ed altri atti violenti; alcuni, però, ravveduti, facevano poscia ritorno da pacifici nel seno delle loro famiglie, ma taluni altri più audaci si diedero apertamente a delinquere ed infestando in comitive armate le campagne apportarono lo spavento ai buoni e si lordarono col decorrere del tempo di non pochi ed atroci misfatti.
Oltre a questi, c’è chi ha già dei conti da saldare con la giustizia, chi ha approfittato dei momenti di confusione per regolare i propri conti e chi, con convinzione, ha portato avanti, e crede ancora di poter portare avanti, la propria idea politica. Ma come è prevedibile, non appena il re e i liberali trovano un accordo, a pagare è il popolo nonostante stia dalla parte del monarca. La repressione comincia feroce ed è così che il valore della vita umana diviene quasi zero e ancor meno della vita vale la proprietà.
Per quattro anni il terrore devasta le nostre terre. Tra coloro i quali hanno approfittato della confusione per regolare i propri conti c’è il trentese, diciottenne, Raffaele Arnone, soprannominato Guerriero. Figlio di Pasquale Arnone e Maria Caterina Donato, in realtà, e tutti in paese lo sanno, il suo vero padre è il benestante don Lorenzo Curcio, presso la cui casa la madre è ancora a servizio, sia come serva che come amante.
Don Lorenzo sembrava voler bene al piccolo Raffaele, tanto che gli insegnò a leggere e scrivere e lo faceva andare in giro vestito decentemente, comprese le scarpe di suola e tutti lo descrivevano come un ragazzo educato e gentile. Ma nel 1845, quando compì 16 anni, don Lorenzo gli disse che da quel momento avrebbe dovuto procurarsi di che vivere da solo. Raffaele se ne andò in Sila, dalle parti di Longobucco, a fare il pecoraio. Fu così che, un po’ per il risentimento verso don Lorenzo, un po’ per la voglia di fare quattrini, si rovinò lasciandosi trascinare nel crimine.
Non stiamo qui a raccontarvi per filo e per segno tutto quello che combinò, vi basti sapere che, girando per tutta la Provincia di Calabria Citra, ammazzò almeno una decina di cristiani, organizzò almeno altrettanti sequestri di persona e mise a segno una serie di furti e rapine di cui non si conosce esattamente il numero.
Svincolatosi ben presto dalla comitiva di longobucchesi a cui si è inizialmente associato, costituisce una banda tutta sua con  altri trentesi, il più fidato dei quali è Pietro Maria Rogato, che si fa chiamare Terzo Guerriero, mentre gli altri sono Saverio Trozzolo, Gabriele Tricarico e Fortunato Federico, detto ‘U Prievite. In verità con loro ce ne sono anche altri, che però seguono Pietro Branca di Feruci, il quale costituisce un’altra banda per conto proprio,
salvo poi fondersi per compiere le azioni più audaci e pericolose come quando, dalle parti di Mandatoriccio assaltano una pattuglia di guardie e ne decapitano una, appendendo poi la testa a un palo o come quando ad Altomonte rapiscono il nobile Carlo Giacobini e lo portano nei boschi sopra Pedace, prima tagliandogli un orecchio per convincere i parenti a pagare il riscatto e poi facendoglielo trovare morto ammazzato al secondo rifiuto.
Trenta e Feruci, in quegli anni, diventano paesi violenti. Molti omicidi, furti e incendi funestano i borghi e molti paesani, a supporto dei gendarmi, fanno giri di ronda per tenere lontani i briganti.
La ronda c’è anche il 24 luglio 1852. È stata una giornata veramente calda e, dopo l’imbrunire, Fortunato Arnone e Giuseppe Curcio, di ritorno dal pattugliamento, scendono dalla chiesa verso le proprie case:
   Ohi mamma chi jurnata! Guarda la camicia com’è combinata! – fa Fortunato lasciandosi cadere a terra mentre si asciuga il sudore dalla fronte.
      E nemmeno un goccio di vino per asciugare il sudore! – gli risponde Giuseppe – ma chi cazzo ce la fa fare? alla fine dei conti sono paesani quelli che stiamo cercando…
 –  Giusè, ma che dici? Paesani o non paesani, questi vengono, rubano, mangiano, si fanno le nostre donne e magari ci ammazzano pure! E jamu, jà! Ti pare una bella cosa?
       Non è una cosa bella, ma a te sembra bello che il re ci mette le tasse per pagare le guardie e poi siamo noi paesani che dobbiamo fare la guardia per conto nostro? Ti giuro che mi era venuta voglia di andarmene coi briganti, ma non sono capace di rubare, figurati se sarei capace di ammazzare qualcuno!
       Mah! Ormai è andata come è andata… noi di qua e loro di là… non ci pensiamo più… Giusè, lo sai che ti dico? In casa c’è sicuro un forno… io mi corico per terra proprio qui – dice lasciandosi cadere in un pezzetto di terra, all’angolo della sua casa.
       Hai ragione, solo a pensarci mi sento svenire… mi stendo pure io…
I due, però, non si sono accorti che qualcuno, da sopra il muro della chiesa e riparato dall’oscurità, li sta osservando in silenzio.
       Buonanotte Giusè – tronca Lorenzo che, disteso, si gira e da le spalle all’amico.
       Buonanotte…
Lorenzo e Giuseppe cadono subito nel sonno ristoratore quando vengono svegliati da un fischio vicino a loro. Come invasati scattano e cercano i fucili che hanno posato accanto ai loro giacigli.
       Chi è? Esci fuori! – urla Lorenzo cercando di penetrare il buio con lo sguardo
      Ohi mamma mia! – fa Giuseppe svegliandosi di soprassalto.
Una voce, sopra di loro, li gela:
      Ah! Ecco il traditore! E bravo a Lorenzo che prende il fresco! – è Raffaele Arnone, stranamente senza scarpe ai piedi, che parla mentre punta la sua doppietta sul petto di Lorenzo. Con lui ce l’ha a morte perché è stato Lorenzo Arnone a fare arrestare uno della sua banda.
      Rafè… sei tu? Mi hai fatto paura, malanova tua… mi vuoi ammazzare? ‘un fissiare… caccia sto scoppio da qui – gli risponde avendolo riconosciuto dalla voce e cercando di stare a quello che sembra uno scherzo
       Se avessi voluto ammazzarti, saresti già morto, ohi mmerda! – Il tono, inizialmente canzonatorio, si fa duro – Alzati e vieni con me a fare una cosa… – gli intima Raffaele.
      Rafè… dove mi vuoi portare? – gli chiede, ormai timoroso, Lorenzo.
       Niente… ‘nu chiuritu… Ho saputo che la figlia di Pasquale Caruso si è sposata… invito non ne ho avuto… è stato molto scostumato… non conto niente io? Ora voglio un complimento… poca cosa, un po’ di salsiccia e un fiasco di vino… sennò…
     E io che c’entro? Non ci puoi andare da solo? – cerca di sviare.
     A me non apre… sono un brigante…  a te si, sei una guardia! – termina, sboccando in un’orrenda risata.
Malvolentieri, Lorenzo ubbidisce. Si alza, si mette a tracolla il fucile, senza che Raffaele abbia da ridire, e va a bussare alla porta di Pasquale Caruso, che è lì accanto. Due, tre, cinque, dieci colpi, ma nessuno apre.
       Aprite… sono Fortunato Arnone – nessuna risposta. Si gira verso Raffaele con aria interrogativa.
      Bussa più forte – altri colpi ma il risultato non cambia.
Dall’interno hanno visto tutto e Pasquale Caruso non vuole rischiare di prendersi una palla in pieno petto. Sa che Raffaele è un tipo vendicativo. Lorenzo, intanto, non sa più che pesci pigliare, temendo ancora, giustamente, che Raffaele abbia intenzione di ucciderlo.
       E’ sordo? Ora vediamo se sente! – Raffaele è paonazzo di rabbia, tira dalla cintola la sua pistola e fa fuoco.
Lorenzo, alla vista dell’arma pensa che sta per essere ucciso. Con un balzo si scosta e imbraccia il suo fucile facendo fuoco a sua volta contro Raffaele, ferendolo a una coscia.
      Aaaaah! – urla di dolore – t’ammazzo – gli grida contro, imbracciando il fucile e facendo fuoco contro Lorenzo. Ma lo manca.
Lorenzo, ringalluzzito per lo scampato pericolo, tira fuori il suo coltello da caccia e si avventa sul brigante. I due, coltelli alla mano, rotolano a terra scambiandosi numerosi colpi, poi Raffaele sembra avere la peggio e resta per terra. Lorenzo si rialza, ansante e sanguinante, sotto lo sguardo atterrito dell’amico Giuseppe, rimasto impietrito.
Intanto, Pietro Maria Rogato, che era andato tranquillamente a mangiare un boccone nella vicina casa dell’amico e brigante Pietro Milizia, udendo gli spari e le urla del suo capo, si precipita fuori col coltellaccio in mano:
      Ch’è successo? Rafè, ch’è successo? – urla.
      Fuja ca m’ha ammazzatu – grida, prima di stramazzare nuovamente al suolo, grondante di sangue.
Pietro lo vede per terra e, davanti a lui, Fortunato col coltello in mano dal quale cola ancora il sangue dell’amico. Con un balzo felino gli è sopra e lo tempesta di colpi col coltello, finché il rivale non scivola lentamente a terra, lamentandosi flebilmente. Poi va da Raffaele, gli solleva il capo, gli sorride per rincuorarlo e dice:
      Rafè, alzati che non è niente, alzati prima che arrivino le guardie.
     Petrù… non prendermi in giro… sto morendo… aiutami ad alzarmi e portami tu… – una specie di sorriso gli contorce gli angoli della bocca.
Pietro ha le lacrime agli occhi. Quante avventure insieme! Si sentivano i padroni del mondo e ora sono lì, uno quasi morto e l’altro che da un momento all’altro può essere arrestato e fucilato sul posto. Sa che non può perdere un istante; sorreggendolo per le spalle scendono lungo i vicoli del paese per cercare scampo, almeno temporaneamente, in qualche anfratto a Critaro. Ma, arrivati nel posto chiamato ‘U Cievuzu, Raffaele gli fa un gesto quasi impercettibile con la mano e lo fa fermare.
     Lo sai quello che devi fare… – poi un rantolo ed esala l’ultimo respiro.
Pietro lo adagia a terra. Le lacrime gli rigano il volto. È finita. Il Guerriero è morto. Sa di dover rispettare la volontà di Raffaele che, oltre tutto, è anche il loro codice d’onore: non lasciare che le guardie possano esporre il cadavere del brigante al pubblico ludibrio. Così si prepara in fretta e furia a compiere l’atto estremo per onorare il suo capo e amico. Prende il coltellaccio, si inginocchia accanto al cadavere e, con movimenti rapidi e precisi gli recide la testa. Ancora piangendo si rimette in piedi, alza in aria la testa tenendola con entrambe le mani e urla:
     Bastardi! La testa del Guerriero non la esporrà nessuno! Il Guerriero è vivo!
Poi scompare nella notte, lasciando, accanto al corpo straziato di Raffaele, la sua bisaccia con dentro un biglietto con la scritta “Pietro Maria Rogato, Terzo Guerriero” e l’immaginetta di Santa Maria degli Infermi.
Poco dopo arrivano le guardie che perquisiscono il cadavere mutilato, vestito con giacca di panno col bavero e risvolto di velluto nero ai polsi, gilet di panno e calzone di fiandina. La sorpresa è generale quando tirano fuori dalle tasche della giacca di Raffaele Arnone:
due fila di bottoni di argento in numero quattordici, composti di un costinello di argento rappresentante l’Augusto Sovrano Regnante Ferdinando Secondo. Inoltre un cannocchiale di ottone, un carico per polvere, una macchina per tubette, un misuriello, due spilloni ed un giravite, pendenti tutti dalla sacca destra della giacca, un fazzoletto di seta blu legato al collo ed altro di cotone bianco nella sacca del calzone, alla coscia dritta un lungo coltello di un palmo e mezzo circa lungo con tutta la manica colla rispettiva vagina. Indi frugate le tasche, in quella del gilet si è trovato un orologio di argento con cristallo, fornito del così detto sveglio, con catena di acciaio e laccio di ottone per tenerlo sospeso al collo e due chiavi di ottone per caricarlo. In quelle poi della giacca si son rinvenuti una forbice piccola con vagina di cuoio nero, un astuccio anche di cuoio nero con due rasoi, uno con manica bianca, nuovo, e l’altro con manica grigia tutti e due di osso e quest’ultimo usato. Una quantità di bottoni infilzati ad una fettuccia rossa al numero di diciannove, della forma de’ sopradescritti, un bicchiere di campagna di cuoio, un calamaio di ottone a due registri, uno specchio di campagna a tabacchiera, un pennello per la barba con manico di osso nero, un coltello a piega spuntato e senza forchetta, una effige ovale di argento rappresentante la Madonna della Schiavonea, altra effige di carta incastrata a laminetta di ottone, raffigurante san Francesco da Paola, un abitino con varie figure di Santi, fornito di fettuccia verde; tre cilindri ad uso di fulminanti, due picciole viti ed un sostegno di teniere; sei palle di piombo del calibro quattro di una oncia ed una di tre quarti, un astuccio rotto di carta verde con filo di seta, due penne, un astuccetto con aghi, un mazzo di carte da gioco, una pietruccia di sale, una candela ridotta a pezzi ed un brano di liquirizia; un vecchio borsile di pelle; un paio di fibbie di argento tuttavia attaccate alle elastiche. Infine un paio di ciappe anche di argento nel bavero della giacca ed un anello di oro a fede conficcato nel dito minimo della mano sinistra”.
Così muore, a ventitre anni,  Raffaele Arnone, il Guerriero.
Pietro Maria Rogato è braccato e rimasto solo perché molti suoi compagni hanno deciso di arrendersi per scampare alla pena di morte, perché questa è la legge: se un brigante è arrestato viene messo a morte, se si consegna spontaneamente gli viene fatta salva la vita. Qualche giorno dopo anche il Terzo Guerriero preferisce consegnarsi alla giustizia, ma della testa di Raffaele Arnone non c’è traccia.
Rogato viene processato il 1 ottobre 1852 e condannato a morte ma la pena è commutata in ergastolo il 10 ottobre successivo.[1]
Circa un secolo dopo, alcuni operai, rimuovendo l’intonaco interno di una casa nel centro storico di Trenta, rinvennero, murato in una nicchia, un teschio umano…

 

[1] ASCS,Gran Corte Criminale.

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