PEGGIO DI UN CANE RABBIOSO

Michelina Gentile ha quarantatre anni e fa la cameriera
nell’albergo Leon d’oro a Paola. È formalmente sposata con Giovanni Teti,
quarantaseienne cocchiere di Petrizzi, ma non vivono più insieme ormai da più
di vent’anni, da quando, cioè, nel 1890 Giovanni la lascia, appena tornato dal servizio militare, perché scopre che gli è stata
infedele.
Michelina comincia così la discesa verso l’inferno,
passando da un amante all’altro e da una bottiglia di vino all’altra. Poi trova
l’impiego nell’albergo e conosce Nicola Dragone, sposato con figli, e i due
iniziano una relazione molto burrascosa.
Nicola, che tutti chiamano ‘U Ciuncu per via di una malformazione al braccio sinistro, è un
tipo violento e alza le mani per ogni nonnulla. Anzi, alza le mani ogni volta
che va a trovare Michelina e spesso esagera con la dose di botte.
– Una sera che era già buio pesto, mentre tornavo a casa,
passando davanti la casa di Michelina Gentile, la sentii che piangeva
soffocando i singhiozzi mentre qualcuno le
dava di gran busse
. Accesi un cerino e vidi che a picchiarla davanti alla
porta era Nicola Dragone, rincarando la dose ogni volta che lei emetteva un
lamento più forte. Presi per un braccio Dragone e riuscii ad allontanarlo
nonostante facesse resistenza – racconta l’aiuto agente Giuseppe Scorza, che
continua – Michelina mi ringraziò e disse: mi
ammazza sempre
– Vidi Nicola Dragone picchiare la sua amante Michelina
Gentile – dice il benestante Giuseppe Barone – e lo rimproverai severamente.
Dopo di allora non vidi più scene del genere ma mi accorsi che la donna, dopo
che l’amante era stato a farle visita, usciva sulla porta piangendo e con
qualche livido.
Michelina prende botte e beve vino per dimenticare la sua
sventura e i vicini la vedono o piena di lividi o ubriaca ma lei non riesce a
liberarsi da nessuna delle due croci che, talvolta, si abbattono insieme sulle
sue spalle
– Mentre Michelina Gentile stava bevendo un bicchiere di
vino nella mia bettola – racconta Isabella Pastore – entrò Nicola Dragone infuriato
e si lanciò contro la sua amante picchiandola. Io riuscii a trattenerlo e lui
le disse: Va bene, tu per le mie mani
dovrai morire!
Io le consigliai di lasciarlo, anche con l’aiuto della Legge
ma lei non mi ha dato ascolto
Poi Nicola conosce un’altra donna che diventa sua amante e
Michelina crede che sia tutto finito ma l’uomo invece passa spesso da lei per
spillarle del denaro e quando Michelina non è in grado di dargliene lui la
carica di botte. Ma certe volte la va a trovare solo per darle una rinfrescata, per ricordarle che è in suo
potere e qualunque cosa accada,
lui è sempre il padrone.
E quest’altra parentesi va avanti per almeno un anno e
mezzo.
– Un mese fa mi pregò di trovarle cinquanta lire, la metà
delle quali doveva darle a Nicola – racconta la pettinatrice Filomena Covello –
io trovai la somma e gliela detti. Poi incontrai Nicola e gli chiesi se avesse
avuto la sua parte, ma lui mi rispose seccato che gli aveva dato solo venti
lire.
La storia si ripete il 27 novembre 1912. È buio quando Nicola
Dragone picchia violentemente alla porta di Michelina che non gli apre
– Apri, puttana maledetta! – urla mentre tempesta il legno
mezzo sgangherato con calci e pugni. Michelina nemmeno risponde cercando di
fargli credere che in casa non c’è nessuno, ma Nicola l’ha vista rientrare e
non ci casca. Continua tempestare la porta anche con poderose spallate e,
quando ormai sta per scardinarla, Michelina, temendo conseguenze più gravi del
solito, gli apre.
Non lo avesse mai fatto! Una gragnola di colpi si abbatte
su di lei. Calci, pugni
schiaffi le arrivano dappertutto, poi con una rabbia cieca, peggio di un cane
rabbioso, le sferra un tremendo morso sul braccio sinistro, strappandole brandelli di carne.
Michelina è a terra stordita e dolorante, Nicola invece,
ansimando per lo sforzo, se ne va senza dire una parola. La poveretta si
trascina fino al letto e si stende esausta. Botte ne ha sempre prese e non le
fanno più male all’anima, adesso sente solo dei dolori lancinanti al fianco
destro e al braccio dove è stata morsa che si sta gonfiando a vista d’occhio.
Poi un sonno agitato dal male la coglie e quando si sveglia gran parte dei
dolori non sono più così forti. Ma il braccio è gonfio come un pallone.
Nonostante ciò si alza e va a fare i servizi al Leon d’oro
per tutto il giorno e quando finisce passa, come sempre, dalla cantina di
Concetta Noto per bere un bicchiere ristoratore. Mangia anche un pezzetto di
pesce stocco ma non ha fame. Con gli sforzi fatti durante la giornata adesso il
braccio è davvero in condizioni pietose e se ne accorge anche l’ostessa
– Chi ti ha ridotto così?
– Nicola… – le risponde con una smorfia di dolore – non
vuole lasciarmi in pace anche se adesso ha quell’altra…
Quando arriva a casa le gira la testa ma non è per via del
vino. Brividi di freddo la scuotono, ha la febbre e si mette a letto, non
riuscendo più a rialzarsi.
Passano così due o tre giorni e le persone che ogni giorno
sono abituati a vedersela tra i piedi cominciano a preoccuparsi e qualcuno va a
casa per vedere cosa è successo.
Il primo a farlo è l’ostessa che constata le precarie
condizioni di salute di Michelina e va a chiamare il medico, il quale, però, è
fuori città. Le dicono che tornerà tra un paio di giorni e lei non crede che
sia il caso di chiamarne un altro.
Poi la va a cercare anche Battista Palmieri, il
fruttivendolo che ha la rivendita accanto alla fontana dove Michelina va ogni
giorno ad attingere l’acqua per l’albergo. La povera donna gli racconta
l’accaduto e gli fa vedere il braccio
Gesù! Mi pare che
ha fatto cancrena!
– esclama quasi inorridito vedendo quell’ammasso di
carne putrida – devi andare in ospedale!
Preferisco morire
– gli risponde seria.
Palmieri se ne va deciso ad andare a chiamare il medico ed
è più fortunato
– Ho da visitare pazienti gravi e poi è quasi buio… magari
domani – gli risponde il dottor Tarsitano. Battista insiste anche con modi
bruschi e il medico si decide a seguirlo. A casa ci trovano anche Concetta
Noto. Quando il medico osserva il braccio di Michelina aggrotta le sopracciglia
ed emette il suo verdetto
– Bisogna portarla subito in ospedale, deve essere operata
con urgenza – poi scrive qualcosa su di un foglio e, uscendo dalla casa, lo dà
a Battista – presentatevi con questo, è molto grave…
Michelina fa ancora resistenza, teme che andando in
ospedale le guardie le chiedano chi l’abbia conciata in quel modo e per lei
sarebbe la fine. Ma la sua fine arriva comunque qualche ora dopo che il medico
l’ha visitata. È il 6 dicembre 1912.
Concetta si incarica di andare dai Carabinieri a denuciare
Nicola Dragone, ma quando arriva in caserma trova il portalettere che sta
consegnando una lettera al piantone. Mentre, avvisato il carabiniere di turno
del motivo della visita, aspetta che il brigadiere Conenna finisca di leggere
la lettera appena arrivata, il militare la invita ad avvicinarsi e le legge ciò
che sta scritto sul foglio:
Egregio Maresciallo
Subito in potere della presente portatevi con 4 carabinieri
all’albergo del signore Gennaro Arcieri vicino a piazza montevergine ed
arrestate subito senza preamboli o pretesti il garzone e servitore del predetto
Signor Arcieri, facendogli uscire il sangue dalle unghie, veri artigli feroci
poiché colle stesse ha forato la carne di una sventurata lasciando con la bocca
cioè coi denti l’impronta selvaggia sul braccio destro di un morso orribbile,
peggio di un cane idrofobo e prego portarvi subito dalla detta sventurata cioè
la detta Michelina salita Montevergine, vicina del beccaio.
Osserverete il braccio morsicato già cancrenato e c’è stato
anche il dottore Tarsitano oggi proprio che nulla saprei se come suo dovere fu
fatto o non ancora il debito rapporto.
Perdonatemi egregio maresciallo se verbo l’anonimo per mie
circostanze d’alto valore spintomi a delazionare per puro sentimento umano.
Detto garzone si chiama Nicola ignorando il cognome.
Paola oggi 6 dicembre 1912
N.B. La donna passa grave ed agite subito
– Si tratta della stessa cosa? Le chiede Conenna
– Si, solo che Michelina non è grave… è morta!
I carabinieri si precipitano al Leon d’oro per arrestare
Nocola Dragone ma non lo trovano.
– Andate a vedere alla cantina di Vincenzo Calisano in via
Pantano, è li che sta bevendo con gli amici – gli dice qualcuno.
L’informazione è esatta e i ferri serrano i polsi di
Nicola che urla disperatamente di non aver fatto nulla a Michelina perché da un
anno e mezzo la loro relazione è finita.
Le testimonianze lo smentiscono e anche l’autopsia conferma
che la morte è causa diretta del morso che ha ridotto i tessuti a un ammasso
putrido: “Causa unica e determinante la morte della donna in parola
indubbiamente è stata un processo setticemico consuntivo a flemmone settico
indovatosi sopra una lesione di continuo della regione antero-interna del
braccio sinistro. Tale diagnosi è basata sul notevole edema infiammatorio
dell’arto superiore sinistro e dell’emitorace corrispondente e sullo stato dei
tessuti muscolari ed aponevrotici delle regioni suddette, cosparsi di liquido
sanioso e di zaffi di pus, nonché sul colorito del sangue e sulla congestione
di quasi tutti gli organi cavitarii”.
Il 30 aprile 1913 Nicola Dragone viene rinviato a giudizio
per omicidio preterintenzionale e il processo viene fissato per il 24 gennaio
1914. Nicola viene ammesso al
gratuito patrocinio e la difesa d’ufficio è affidata all’avvocato Fausto Gullo.
Il dibattimento non presenta novità rispetto a quanto già
assodato negli atti di indagine e il Pubblico Ministero chiede la condanna a
dieci anni di reclusione, mentre la difesa chiede che sia applicata la pena
minima prevista.
La giuria mette d’accordo tutti concedendo le attenuanti
generiche all’imputato, nonostante sia già stato condannato altre due volte per
reati simili, e lo condanna a otto anni e un mese di reclusione.
Il 4 aprile successivo, la Corte di Cassazione rigetta
il ricorso di Nicola e conferma la condanna.[1]

[1]
ASCS, Processi Penali.

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