L’ULTIMA TARANTELLA DI FRED

Sono le 23,30 del 12 aprile 1971. Gli ultimi bicchieri della lunga pasquetta sono ormai vuoti nel circolo Enal del rione Massa a Cosenza, dove Francesco Scarpelli, lavorante al mattatoio comunale e pluripregiudicato, sta consumando la cena.
Come tutte le sere un certo Giuseppe Bruni, che fa il fruttivendolo, entra nel circolo e chiede al gestore se sono rimasti avanzi di cibo per i suoi maiali. Anche Scarpelli ha degli animali dei quali si prende cura: un leone e una leonessa, si, proprio così un vecchio leone e una vecchia leonessa lasciati in dono all’Amministrazione Comunale che ha provveduto a rinchiuderli in un’angusta gabbia all’ingresso della Villa Comunale. Scarpelli, ogni giorno, raccoglie i
resti migliori delle macellazioni e li butta in pasto ai sui esotici amici.
– Aspetta che vedo – risponde il gestore a Bruni, il quale per ingannare l’attesa ordina una birra e si affaccia alla ringhiera del campo di bocce annesso al circolo e osserva le precise sbocciate dei giocatori. Alle sue spalle l’umidità che viene dal fiume sta ricoprendo tutto.
Scarpelli lo vede, i due si conoscono bene, gli si avvicina e lo guarda dall’alto in basso. È ogni volta così, ogni volta che lo incontra deve prendersi gioco di lui e spesso alla burla segue qualche schiaffo. Bruni è esasperato ma, suo malgrado, sta al gioco. Per capire il perché basta vederli accanto: alto e possente Scarpelli, piccolo e mingherlino Bruni.
Stavolta sembra quasi che Francesco voglia usare l’amico come una boccia: gli dà una spinta a mano aperta sulla fronte e lo fa ruzzolare giù per i pochi gradini di accesso al bocciodromo. Bruni come al solito sta al gioco perché sa che non gli conviene reagire, la stazza fisica e la fedina penale di Scarpelli parlano da sole. L’altro però continua a molestarlo e Bruni, forse come segno di sottomissione, gli cinge con le braccia la vita e gli dice:
‘U vì, puru ca vulissa, mancu ti putissa piglià ppe ti jettà ‘nterra! 
Scarpelli, ancora non contento, lo alza da terra con una gamba ma perde l’equilibrio e cade trascinandosi dietro Bruni. Quando si rialzano a Scarpelli sale il sangue alla testa: i pantaloni gli si sono strappati ai ginocchi. Si scaglia contro Bruni che è ancora a terra e lo trascina per qualche metro, lacerandogli a sua volta i pantaloni. A questo punto il gestore, temendo conseguenze più gravi, interviene per mettere pace.
‘Ngulacchitemmuartu! Mò m’è pagare i cavuzi, unn’ha capì, oi luardu! – minaccia Francesco mentre cerca di avventarsi contro Bruni che nel frattempo si fa scudo del gestore. Vola anche qualche schiaffone ma alla fine pare che tutto si calmi; Scarpelli monta sulla sua Fiat 124 e se ne va sgommando.
Bruni ha paura, chiede al gestore di accompagnarlo fino a casa e così salgono sull’ Apiceddra del fruttivendolo e raggiungono insieme l’abitazione. L’avversario è già lì che aspetta.
Dammi i sordi ppe ri cavuzi, sinnò t’ammazzu oi mmerda! – gli ripete.
Fammi jire ara casa ca viju… – gli risponde, timoroso, Bruni e l’altro lo fa passare. Dopo pochi minuti il fruttivendolo fa capolino dalla porta con aria sconsolata. Scarpelli e il gestore del circolo capiscono che non ha con sé i soldi e, mentre il gestore tenta di mettersi in mezzo ai due, Francesco sferra un pugno in faccia a Bruni. Al grido di dolore di quest’ultimo accorre la moglie e ne fa le spese anche lei, ricevendo una scarica di calci e pugni.
Bruni, anche se stordito, si rialza, mette la mano in tasca ma invece del portafogli tira fuori una 38 e fa fuoco quattro volte, poi fugge nei vicoli di Cosenza vecchia.
Scarpelli è a terra, si contorce per il dolore che gli provocano i quattro proiettili nell’addome ma si rialza e un po’ carponi, un po’ poggiandosi ai muri, riesce ad arrivare su Lungo Crati. Il gestore lo segue ma non si avvicina più di tanto, sa che anche in quelle condizioni potrebbe tirare fuori un’arma e fargli male seriamente. Urla per chiedere aiuto e accorre un radiotecnico che adagia il ferito nel suo furgone e corre di filato all’Ospedale.
Le condizioni del ferito appaiono subito gravissime ai medici del Pronto Soccorso e viene deciso un intervento d’urgenza nella speranza di salvarlo. Nel frattempo il poliziotto di servizio all’Ospedale avvisa la Questura e partono le ricerche del feritore. Una pattuglia va a casa di Bruni e trova la moglie pesta e sanguinante, la carica in macchina e la porta al Pronto Soccorso. Sul luogo del delitto arrivano molti questurini e carabinieri che cominciano i rilievi del caso.
Alle 6,15 del 13 aprile, Francesco Scarpelli spira. Aveva 38 anni, abitava a Via Popilia e lavorava al mattatoio comunale. A Cosenza pochi lo conoscevano col suo vero nome, tutti invece lo conoscevano come Fred Scotti, lo pseudonimo che usava per incidere i suoi dischi con canzoni della mala; gli amici più intimi lo chiamavano Ciccio Freddi Scotti,
I conti con la giustizia li aveva aperti da giovanissimo. Era stato arrestato e processato almeno una decina di volte per reati dal disturbo della quiete pubblica, al porto e detenzione abusiva di pistola e coltello, alla resistenza a Pubblico Ufficiale, alle lesioni personali. Negli ambienti della malavita era considerato un vero duro.
Poco prima di esalare l’ultimo respiro, la sorte lo aveva fatto capitare vicino di letto con un certo Pasquale Garofalo, ricoverato perché ferito con altri pregiudicati nella sparatoria di qualche giorno prima davanti alla stazione ferroviaria, al quale Fred, nel 1965 aveva tagliato la faccia e, rinchiuso a Colle Triglio, su quello sfregio ci aveva composto anche una canzone: ‘U cantu d’u carceratu.
Poco dopo la morte di Ciccio Fred Scotti anche i due vecchi leoni tirano le cuoia.[1]

[1] Biblioteca Nazionale di Cosenza, sez. Periodici, Gazzetta del Sud annata 1971.

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